VIOLARE IL COPY-RIGHT NON E' FURTO
di Sergio Boccadutri -Esecutivo Nazionale GC-

Perché oggi per la prima volta nella storia, i diritti
connessi alla proprietà intellettuale sono oggetto di scontro, anche feroce e
duro, di separazione netta, nella società? Inizio con una domanda questa
riflessione, un punto di vista parziale, che tale può solo essere questo breve
articolo essendo quello del – genericamente chiamato – copyright una questione
tanto poco definita quanto aperta.
Certo la risposta a questa domanda non può essere semplice, ma – semplicemente -
la sostanza è che il modello di trasmissione del sapere (inteso non in senso
tecnico, non come serie di istruzioni pure) è ancora, più centrale in una
società complessa, dove il sapere non si trasmette più prevalentmente su una
linea temporale (come avveniva nelle prime società rurali) ma in uno spazio
reticolare. Il tempo è schiacciato nella dimensione della vita individuale,
mentre le conoscenze collettive possono (almeno è nella possibilità tecnologica,
ma non nella volontà politica) essere diffuse immediatamente nel momento in cui
si riproducono o anche per accumulazione attraverso la rete, che è capace di
disporre un sapere che la comunità web ha saputo in modo cooperativo
digitalizzare e condividere.
La diffusione delle tecnologie e l’aumento della banda hanno provocato la
reazione delle grandi case di produzione di contenuti (e qui tengo insieme:
l’editoria, l’industria musicale e cinematografica), che hanno innalzato nuovi
limiti legali che chiamano tutele ma sono in realtà nuovi fili spinati. Ma allo
stesso tempo anche il dibattito e le pratiche di libertà che si erano prodotte
sinora sottotraccia, sono diventati più comuni. Fino a diventare generalmente
(si pensi al file-sharing, lo scambio e la condivisione di file nella rete)
pratiche che difficilmente sono percepite come reati dagli utenti della rete.
Anzi, non è raro un atteggiamento di consapevole indifferenza di fronte alle
pubblicità che recentemente hanno accomunato lo scambio grautito di file con il
furto.
Sicuramente il grado di consapevolezza è ancora molto basso, pochi sono quelli
che hanno una conoscenza tecnologica e una coscienza sulle implicazioni sociali
di una nuova filosofia centrata sulla condivisione dei contenuti. Diciamo che
molti “praticano” a partire da un bisogno individuale: conoscere più musica,
guardare più film, perché ciò crea piacere (ci sarebbe da discutere poi della
qualità e delle capacità critiche di selezione dei contenuti, ma questo è un
altro discorso).
Questa scarsa coscienza è dovuta anche al fatto che di proprietà intellettuale
dalla televisione ai giornali se ne parla solo in un senso come se copyright e
brevetti fossero la condizione necessaria al benessere economico,
all’innovazione, allo sviluppo delle conoscenze. Ma gli strumenti di tutela
della proprietà intellettuale sono degli artifici, perché pretendono di
considerare le informazioni come qualunque altra merce, quando invece esse non
sono “scarse”, ovvero chi le possiede può trasmetterle (vendendole o
condividendole) senza perderne la disponibilità, inoltre grazie alle attuali
tecnologie distribuire informazioni costa molto meno che produrla. Questo
consente enormi profitti di cui l’autore (con buona pace della retorica sul
diritto d’autore) non ne godrà che in minima parte.
Un modello di trasmissione del sapere nel momento in cui è sottoposto a regole
di mercato, crea disegueglianze. La ricchezza è il sapere, e se esso non è
condiviso, se l’accesso è strettamente controllato solo chi potrà accedervi ne
trarrà vantaggio.
In un sistema aperto il sapere è liberamente disponibile, e riproducibile. Ma
chi ha investito per formarsi, chi ha avuto un’intuizione, chi ha prodotto
un’opera letteraria o musicale, può vedere leso il suo desiderio di
condivisione, da comportamenti scorretti e/o finalizzati al profitto sulla sua
opera. Per questo, con una risposta che sta dentro il sistema delle leggi sulla
proprietà intellettuale, si è ideato il copyleft. Il copyleft, oltre al
prestarsi ad un facile gioco di significato, è un’astuzia giuridica grazie al
quale l’autore decide di liberare la distribuzione, la modifica, la riproduzione
dentro determinati albiti (solitamente quelli individuali o delle piccole
comunità) e di mantenerne i limiti per tutti gli usi commerciali.
La proprietà intellettuale non crea le condizioni per lo sviluppo, al contrario
privatizzando la creatività umana, e intendendo questa una risorsa, ne limita
l’applicazione in campo scientifico e dell’innovazione. Fino a produrre (tanto è
artificiosa) risultati abberranti come quelli che avrebbe prodotto la Direttiva
europea sui brevetti – per fortuna bocciata nel luglio scorso - dove i diritti
degli utenti sarebbero stati calpestati: dal diritto alla copia privata, alla
possibilità di usufruire delle opere in formato digitale senza concreto
pregiudizio, dalla garanzia (futura) di poter accedere senza censure a documenti
di rilevanza storica, e persino alla possibilità di cedere o vendere materiale
digitale regolarmente acquisito. Inoltre la direttiva avrebbe seriamente minato
la possibilità di produrre software libero interoperante, la libertà di ricerca,
la libertà di espressione su Internet.
La direttiva riguardava in particolare la brevettabilità del software, ma la
questione riguarda anche molti altri campi e rimane tuttora aperta. E’ erroneo
pensare, come generalmente accade, che la questione non riguarda direttamente la
nostra vita quotidiana. Ma insieme alle motivazioni che ho appena espresso ce ne
sono di altrettanto rilevanti. La questione dei brevetti (e della proprietà
intellettuale in generale) è stata introdotta negli accordi commerciali, ovvera
nella discussione in seno al Gatt e quindi successivamente al WTO. In questo
quadro gli Usa possono giocare un ruolo fortissimo e prepotente nel sistema
degli accordi bilaterali. Mentre i brevetti dovrebbero essere legati alla
quesione dello sviluppo tecnologico dei paesi poveri, quindi intervenendo nella
protezione delle biodiversità e nella tutela delle diversità culturali. Invece
vige un sistema che permette nei fatti una pirateria verso il basso, in cui i
predati sono i paesi poveri e i predatori quelli più ricchi, più forti
economicamente e militarmente. Si pensi inoltre ai danni prodotti dai brevetti
sui farmaci, che di fatto limitano la possibilità di molti paesi di intervenire
efficacemente di fronte a malattie che potrebbero essere curate.
Ma se la proprietà intellettuale riguarda direttamente il modello di
trasmissione del sapere, è pensabile porre un freno alla condivisione, alla
creatività che nasce da altre creatività, alla curiosità e al desiderio di
interconnettere i saperi stessi per produrne di nuovi?
E’ difficile, troppo difficile. Anche di fronte a nuove e più rigide regole,
anche di fronte a nuovi sistemi tecnologici di tutela del copyright, si
troveranno le soluzioni per sfuggire e riappropriarsi di una ricchezza che è
naturalmente collettiva come il sapere. Anzi, maggiore sarà la repressione delle
libertà e dei diritti, maggiori saranno le forze che intenderanno praticare
nuovi modalità di relazione, condivisione e connessione. E’ anche da queste
nuove pratiche che – già oggi – nasce la rifondazione di una nuova cultura del
spaere libero, creativo e democratico.