Via la gabbia di Bologna Che ne pensa Cofferati?
di Alberto Burgio su Il Manifesto del 14/12/2006
Che
cos'è una gabbia? Che cosa viene in mente sentendo questa parola? Il vocabolario
è preciso: è una struttura con pareti formate da sbarre, in cui si rinchiudono
animali vivi. Ma in gabbia, in Italia, non ci stanno solo animali, ci stanno
anche persone. Anche persone che non hanno fatto nient'altro che venire qui in
cerca di un lavoro o in fuga dalla guerra. Lo sappiamo tutti. Ma altro è
saperlo, altro vederlo. Una visita in un Cpt è un'esperienza importante, che non
dovrebbe mancare nel romanzo di formazione del buon cittadino. Aiuta a capire,
meglio di tante ben educate teorie, di che pasta sia fatta questa nostra
società, e di che ragione.
Non so se il Cpt di via Mattei a Bologna sia meglio o peggio degli altri. Di
certo è un luogo disumano in cui oggi sono rinchiusi 67 corpi. Le gabbie
sbarrano lo sguardo in ogni direzione, impediscono anche di vedere il cielo. È
l'apoteosi della claustrofobia. Peggio di un carcere. Si può gironzolare tra gli
stanzoni e le zone d'aria, ma uscire è peggio che star dentro perché i muri sono
meno ossessivi delle sbarre. La legge è di per sé feroce, come ben sappiamo. Ma
la ferocia astratta delle norme si esaspera quando si materializza nella
struttura detentiva, nelle sue logiche, nel gioco perverso degli spazi negati,
dei movimenti ristretti, dei vincoli assurdi, delle dinamiche relazionali
intrise di violenza.
A Bologna gli «ospiti» non sono distinti (se non per sesso) e la promiscuità è
un supplemento di pena quando si traduce nella sopraffazione dei gruppi etnici
meno numerosi. O quando lascia privo di tutela chi dipende da stupefacenti o da
farmaci. A Bologna c'è un piccolo campetto sportivo, che intravedi al di là
delle grate. Benché sia anch'esso cinto di sbarre, non lo si può utilizzare
perché c'è il rischio che nel tragitto qualche «ospite» fugga. A Bologna si
mangiano accendini o pile o fibbie di cerniere-lampo, perché così si può venire
ricoverati in ospedale e forse da lì si riesce a scappare. A Bologna c'è anche
chi ha soltanto chiesto asilo perché in patria c'è la guerra e in guerra non è
bello andare. Ora il problema è non essere rimpatriati, perché i disertori, si
sa, non sono granché amati. A Bologna sessanta giorni, quanti la legge prevede
si possa restare in un Cpt prima di essere espulsi, sono un'eternità. Il tempo
non passa e ci si inventa di tutto, compreso farsi del male. A scanso di
equivoci, non è colpa degli operatori. Ho visto volontari impegnati ad aiutare,
a confortare, a curare. Ma questa non è un'attenuante, è un atto d'accusa. La
struttura è tale che non c'è volontà, per quanto buona, che possa mitigarne la
forza distruttiva. A Bologna - come a Torino, a Lampedusa o a Ponte Galeria -
non esistono dignità e diritti per chi bussa alle porte d'Europa portando con sé
solo un corpo, buono alla fatica o alla strada. E non c'è altro da aggiungere. O
meglio, dell'altro vi sarebbe. Vogliamo parlare di flessibilità, anzi di «buona
flessibilità», come piace all'onorevole Fassino che di recente ha ribadito
l'inevitabilità dei Cpt? In tanto dibattere di flussi e «clandestini», chi si
dichiara riformista dovrebbe battersi perché i rigidi vincoli imposti dalla
Bossi-Fini cedano il passo subito a un approccio modulato sulle svariate
tipologie dell'immigrazione. Di una cosa non si può dubitare. Come tutta la
recente legislazione sul lavoro e sulle droghe, anche la Bossi-Fini funzioni a
senso unico. Il migrante ha solo limiti e doveri. Se non è entrato in modo
regolare non esiste e deve soltanto augurarsi di non incappare in un controllo
di polizia e di non finire in un Cpt. Se ha uno sponsor privato disposto a
dargli un lavoro non può approfittarne. Se viene espulso e impugna il
provvedimento ritenendolo illegittimo non può ottenerne la sospensione. Nel
frattempo è a disposizione per ogni genere di sfruttamento, nei cantieri o sulla
strada, nei campi o in fabbrica. La «clandestinità» è come il peccato originale,
non è emendabile. Anche chi è entrato col permesso deve stare bene attento a non
mutare status, poiché i permessi non sono convertibili e chi è qui per un motivo
non può restare per ragioni diverse.
I migranti sono consegnati dalla legge, inermi, nelle mani di chi vuol far soldi
con il loro lavoro. In questo senso incarnano oggi l'essenza della forza-lavoro,
il paradigma del proletariato. Per ridurne la condizione ci vorrebbe una legge
elastica, a maglie larghe, che commisuri i provvedimenti al grado di inserimento
raggiunto dai singoli. Una normativa flessibile, appunto: che sostituisca la
logica dell'accoglienza a quella del pregiudizio e traduca in rispetto quel che
oggi è insulto e umiliazione. Batteranno i nostri riformisti un colpo per
mostrarci che la «buona flessibilità» esiste per davvero, non è una caricatura
di quella che già conosciamo?
Ma torniamo a Bologna ancora un momento. Da lungo tempo Bologna non è più
Bologna. Due anni e mezzo fa, quando si votò per eleggere il sindaco e il
consiglio comunale, furono in tanti a sperare in una primavera che non è mai
arrivata. Proprio sul Cpt Sergio Cofferati disse cose buone in campagna
elettorale, cose che non so quanto ancora rammenti. Promise di «superare» il
lager di via Mattei e di chiuderlo. Sostenne la necessità di «soluzioni
alternative ai Cpt», che definì «centri di detenzione». Fu votato anche per
questo da chi aveva visto la città sfigurata da una sedicente modernizzazione,
indurita, involgarita, incattivita. Sono passati molti mesi e nulla è cambiato.
Via Mattei è ancora qui con le sue gabbie, i suoi cieli inguardabili, le sirene
delle ambulanze che schiudono impervie vie di fuga. Che cosa ne dice il sindaco?
Che cosa ne pensa? Davvero non sospetta che darsi da fare per cancellare questa
inaudita vergogna varrebbe qualcosa di più di un'ordinanza sui lavavetri abusivi
o dello sgombero di un campo di nomadi, oggi rifugiatisi alla bell'e meglio in
un casolare alla periferia della città, privo di acqua, servizi e riscaldamento
ma, in compenso, allietato dall'amorevole presenza dei topi?