Una Sfida dal Sud

Prima conferenza provinciale PRC – Catania

 

 

Relazione introduttiva

 

 

 

Una sfida dal sud, il titolo di uno degli ultimi articoli di Pippo Fava, che raccontava il successo della rivista I siciliani fuori dal territorio regionale, mi è parso lo slogan più adatto per la nostra conferenza provinciale.

 

Esso ci richiama infatti allo stesso tempo la priorità assoluta della lotta alle mafie, compito essenziale dei comunisti nel mezzogiorno, e la centralità del mezzogiorno come opportunità di cambiamento per tutto il Paese. Con Pippo Fava, oggi abbiamo l’ambizione di dire che dal sud può partire anche una sfida per il rinnovamento della politica e della società.

 

L’omaggio a Renato Guttuso, il suo quadro nel nostro manifesto provinciale, vuol essere in realtà un omaggio, dopo quasi 60 anni, a quelle donne e quegli uomini, qui lavoratori che morirono nella strage politico-mafiosa di portella della ginestra. Questo ricordo deve rappresentare per noi anche un monito: essere consapevoli che né la ristrutturazione capitalistica, né la globalizzazione hanno ridotto la centralità del conflitto tra capitale e lavoro.

 

Le forme, le soggettività, la classe sono oggi frammentate, disperse, la totalizzazione del rapporto di capitale mangia tutta la nostra vita e non distingue più tra tempo di lavoro e non lavoro, la precarietà è la cifra di questa fase storica e non di meno compito dell’oggi e la ricucitura, la ricomposizione dei diversi, la costruzione di una nuova soggettività di massa per la trasformazione.

 

Siamo in una fase difficile, la crisi del governo è metafora della crisi della politica, del rapporto tra cittadini e governanti, del sistema parlamentare di rappresentanza. Viene messa in discussione l’idea stessa della democrazia come spazio di dibattito e pubblico dissenso, si usa lo spettro del terrorismo per l’affievolimento di diritti inalienabili, per la persecuzione dei migranti, dei diversi.

 

In questo quadro, il dibattito che si è sviluppato nella sinistra italiana dopo la crisi del governo Prodi pecca di autoreferenzialità e rischia di non guardare all’essenziale. La falsa antinomia proposta tra la collocazione al governo nazionale e l’internità ai movimenti ed al conflitto, riproduce contrapposizioni già vissute e laceranti, assomiglia alla bussola impazzita che tenta di mirare due poli contrapposti che si allontanano.

 

Non penso sia utile dividerci tra le logiche contrapposte dell’autonomia del sociale e dell’autonomia del politico, di più, penso sia dannoso cedere al richiamo delle foreste del ‘900 (quelle di partito come quelle antiistituzionali), alle sue semplificazioni concettuali consolatorie, che ci fanno immaginare sempre di indovinare come va a finire.

 

Genova, il movimento mondiale di questi anni, ci hanno insegnato che l’omologazione istituzionale o l’esodo elitario conducono entrambe all’afasia ed alla marginalità politica e che la nostra carta vincente è la partecipazione, la sola alternativa strategica alla concezione individualistico competitiva della politica e della società contemporanee.

 

La rottura (anche pagando il prezzo della contraddizione, come nel caso dell’Afghanstan) tra gli steccati della politica istituzionale e del dissenso sociale è il nostro compito di fase, quello che abbiamo assunto a Venezia, lavorando alla (difficile) costruzione dell’Unione per battere Berlusconi.

 

L’irruzione dei bisogni sociali nell’agenda istituzionale del governo del Paese è il nostro mandao elettorale.

 

L’offensiva centrista contro il governo e l’aggressione politica e mediatica per rinchiuderci nel recinto delle compatibilità istituzionali rinunciando all’internità ai movimenti sono la reazione a questo percorso, potenzialmente in grado di mettere in crisi il liberismo ed il riformismo temperato.

 

Il voto in dissenso di Turigliatto ha agevolato l’una e l’altra cosa, tanto l’offensiva centrista sul governo quanto l’aggressione verso il nostro partito, costringendoci ad una rincorsa affannosa proprio quando potevamo richiamare gli alleati ad un maggior rispetto dei vincoli programmatici dell’alleanza.

 

Come uscire da questa crisi?

 

Innanzitutto occorre ribadire  a noi stessi che il perimetro dell’unione non può coincidere con strutturate maggioranze variabili. Per un partito come il nostro l’apertura di un confronto programmatico dell’Unione con l’UDC o l’MPA, come ha proposto Fassino recentemente, è del tutto impraticabile.

 

La mafia è bianca, ed io non credo che si tratti di un semplice documentario ma della sintesi più efficace dei rapporti tra organizzazioni malavitose e borghesie criminali in un territorio come quello siciliano. Ne va della nostra dignità e credibilità politica e morale.

 

Polistena, con i suoi giovani straordinari ci indica l’unica possibile strada di riscatto delle nostre terre meridionali, quella della lotta a fondo senza paura e senza compromessi, delle riforme legislative necessarie per aggredire patrimoni ed economie trasversali.

 

Piuttosto, è la necessità di un risarcimento sociale che deve essere messa al centro dell’azione del governo per rafforzarne i consensi anche in parlamento:

 

  1. difesa delle pensioni
  2. lotta alla precarietà
  3. aumento dei salari
  4. politiche attive contro la disoccupazione (gli ultimi dati istat non devono ingannare perché drogati dalla passivizzazione sociale)
  5. un nuovo destino produttivo e sociale per il mezzogiorno

 

Ritorna ancora la centralità del conflitto (pensiamo, solo per stare agli ultimi giorni alle mobilitazioni di statali, scuola, movimenti per i beni comuni a partire dall’acqua) come unica alternativa al trasformismo politico.

 

Il conflitto sciale è la nostra ragione sociale. Noi non siamo un partito di lotta e di governo ma un partito che confligge anche quando accetta la sfida del governo, territoriale o nazionale.

 

Il trasformismo tuttavia avanza. In Sicilia l’Unione non c’è più.

 

Vale solo la pena di citare i casi di Agrigento e Misterbianco. Tuttavia questo processo non è un segno di arretratezza del contesto siciliano.

 

 

 

La Sicilia è terreno di sperimentazione avanzato della forma vincente della politica attuale:

 

  1. il governo come fine (e mezzo) esclusivo dell’azione politica
  2. La politica come certificazione del rapporto di dominio e non come pratica di liberazione
  3. i diritti ridotti a favore (da cittadini a sudditi o, forse più significativamente nel mezzogiorno, mai veramente cittadini)
  4. il clientelismo rafforzato dal maggioritario locale
  5. la personalizzazione e l’omologazione culturale dei ceti politici (perché il consenso si conquista con i medesimi strumenti, producendo una amoralità crescente dei gruppi dirigenti)
  6. una conseguente ristrutturazione formale del sistema di rappresentanza (vedi legge elettorale)

 

Siamo di fronte a mio parere al tracollo delle identità politiche ed al trionfo dei partiti come macchine politico-elettorali, sul modello della DC meridionale degli anni ‘70 ed ’80. Assistiamo ad una progressiva mezzogiornificazione della politica italiana.

 

Anche il  PD nasce dentro questo contesto culturale, non dentro una cornice di valori condivisi ma con l’obiettivo di costruire un contenitore ampio ed indistinto per garantire la governabilità nella logica dell’alternanza bipolare.

 

Dinanzi a questi processi, prima che anche sul terreno nazionale si affermino ipotesi concrete di riforma maggioritaria della legge elettorale (vedi il referendum bipartisan) dobbiamo riorganizzare non la sinistra radicale ma la sinistra di questo Paese.

 

E’ un passaggio necessario per noi stessi e per le generazioni che verranno, è indispensabile per non rimanere ai margini della sopravvivenza politica e lanciare una sfida per l’egemonia al pensiero liberista dominante ed al PD.

 

La nascita della sinistra europea  ed il cantiere proposto in queste settimane sono solo due punti di partenza di un approdo più ambizioso.

 

Dobbiamo sfuggire alle facili semplificazioni. No alle fusioni a freddo, alle sommatorie di ceti politici. Anche qui, l’esperienza di uniti per la Sicilia ci valga come sinistro presagio e i basti (e ci avanzi) per rimandare al mittente le proposte di confederazione avanzate dal PDCI.

 

Dobbiamo lavorare ad una soggettività ed una cultura politica rinnovata, radicalmente antiliberista, pacifista, ambientalista, femminista, non violenta, internazionalista.

 

Un approdo che fuoriesca dal ‘900 ma che prosegua idealmente nel percorso verso la felicità e l’uguaglianza che è stato il sale delle migliori pagine della lotta di massa per il comunismo e per il socialismo in tutto il mondo.

 

Il nostro partito non è attrezzato a questa sfida ed il documento preparatorio della conferenza nazionale ha voluto coraggiosamente mettere a nudo i nostri limiti per provare a compiere un vero salto in avanti.

 

L’istituzionalismo mi pare il nodo centrale della riflessione che dobbiamo compiere. La nostra risposta alla crisi della politica deve parlare il linguaggio della partecipazione e non della delega, della democrazia diretta e non della rappresentanza cristallizzata, della moltiplicazione delle soggettività e non dell’autoconservazione del ceto politico locale o nazionale.

 

Il potere è seducente, la rappresentanza (anche insignificante) affascina, pure noi subiamo la forza ammaliatrice dei privilegi della politica. Non dobbiamo trasformarci in un partito a compartimentazione stagna ed immodificabile tra eletti, dirigenti e militanti; non saremmo più all’altezza della sfida che ci proponiamo.

 

Il carattere monosessuato del partito è l’altro punto ineludibile:

 

I numeri sono impietosi a tutti i livelli e non possiamo più girare la faccia dall’altra parte fingendo che la cosa non i riguardi. Una prima sperimentazione concreta è oggi l’organizzazione di una sessione tematica per mettere a fuoco questa questione, completamente autogestita della nostre compagne.

 

Infine il correntismo, uno degli ostacoli più seri alla crescita di una cultura politica nuova ed intimamente condivisa. Io, su questo, vorrei esprimere un’idea radicale che credo mi provenga dall’appartenere ad una generazione che non ha conosciuto altri partiti prima del PRC.

 

Noi attendiamo ancora l’esito del processo della rifondazione, e lo stiamo mettendo seriamente a rischio, innanzitutto perché troppi tra noi continuano a considerare il nostro partito come un luogo di competizione e non di fusione dei propri percorsi individuali.

 

Amin Maalouf diceva di preferire le origini alle radici, proprio per dire che si può rimanere se stessi anche percorrendo un lungo cammino e che si può arrivare nello stesso luogo anche attraverso strade diverse. Io sono d’accordo con lui.

 

Non di alberi secolari, ma di viandanti ha bisogno il nostro comune destino.

 

Questi limiti, come sapete, sono in larga parte le ragioni del commissariamento della nostra federazione. Un evento in sé traumatico, perché innaturale è la sospensione delle regole democratiche di un’associazione volontaria come la nostra, ma che dobbiamo sforzarci di considerare un’opportunità concreta di rilancio della nostra iniziativa politica.

 

Per Catania la conferenza ha perciò una doppia valenza, è anche un momento di verità, l’inizio di una ristrutturazione profonda della nostra organizzazione territoriale, che non vuole escludere nessuno ma stabilire un nuovo punto di partenza uguale per tutte e tutti.

 

Per questo, non ho voluto una platea formale per la conferenza provinciale, ma una assemblea aperta a tutti gli iscritti, per fare un primo bilancio del lavoro di questi due mesi e riflettere insieme sull’agenda di lavoro che dovremo darci per il prossimo futuro.

 

In preparazione della conferenza provinciale abbiamo svolto 29 conferenze di circolo, con un totale di 438 compagni intervenuti (pari al 57% degli iscritti 2006). Di questi il 38% sono giovani ed il 20% donne (nel vecchio cpf le donne erano il 10%).

Sono inoltre intervenuti 35 non iscritti al partito, in rappresentanza di associazioni, comitati, sindacati, partiti e, perché no, anche di se stessi.

 

Sono stati approvati 16 odg e documenti (di cui 3 costituiscono emendamenti presentati al cpn) che, dato il carattere peculiare della conferenza provinciale, verranno trasmessi tutti alla conferenza nazionale, sono comunque a disposizione qui in presidenza, e potranno essere illustrati durante gli interventi dei compagni che li hanno presentati.

 

Mi paiono numeri non disprezzabili, considerando lo stato di frustrazione in cui molte realtà territoriali del partito si erano ritrovate per le difficoltà annose della federazione provinciale, a cui dobbiamo porre rimedio con un rilancio del lavoro per zone e con regole chiare per tutti in termini di finanziamento, bilanci, tesseramento, sostegno alle iniziative politiche territoriali. Si tratta di ricostruire le condizioni per l’individuazione di un nuovo gruppo dirigente diffuso, lontano da logiche di area o schieramento correntizio, che produca un ricambio generazionale di genere, individuato sul criterio della capacità e del lavoro, che valorizzi tutte le risorse territoriali.

 

Per noi ovviamente, questo rappresenta un semplice punto di partenza verso un obiettivo più ambizioso: restituire capacità di rilevanza ed incidenza politica e sociale al nostro partito in questa provincia ed in questa città così difficili. Qui tutta la sinistra sta toccando uno dei suoi punti più bassi nel Paese in termini di rappresentatività, consenso, qualità del progetto politico, persino sotto il profilo della tenuta morale.

 

Occorre una svolta, per noi e per la sinistra catanese, a cui dobbiamo lavorare senza pretese egemoniche o velleitarismi minoritari ma provando a costruire rete, a mettere insieme forze politiche, sociali, associative, sindacali, studentesche su piattaforme ed obiettivi concreti.

 

Le possibilità di intervento non mancano:

 

  1. la crisi agrumicola che attanaglia la piana di Catania
  2. la delocalizzazione della produzione industriale che tocca ormai anche le aziende storiche come elmec, cesema ed ST
  3. la terziarizzazione selvaggia, fatta di grande distribuzione e precariato (Etnapolis ed i call center)
  4. le battaglie ambientaliste, per l’acqua pubblica, contro gli impianti per i rifiuti di adrano e paternò, contro le trivellazioni petrolifere
  5. gli interessi speculativi dei cavalieri del mattone di ieri e di oggi che pesano sul Porto di Catania e su quello di Riposto, sul prg di Catania e dei comuni dell’area metropolitana, persino sull’ampliamento della base militare di Sigonella contro il quale abbiamo manifestato stamattina
  6. la libertà di informazione in una regione con un solo editore e con poche coraggiose voci del dissenso che vanno sostenute ed incoraggiate
  7. lo stato di degrado e di inaudito anonimato sociale delle periferie metropolitane di Catania, dai cubi di cemento di Librino al centro storico di San Cristoforo, luoghi che vomitano violenza come unico strumento d’identità e soggettività, una violenza giovane (Catania dopo Napoli e la città in Italia con il più alto tasso di carcerazione minorile), una violenza che vive dentro, trafiggendo l’ipocrita paternalismo familista, e fuori, nella curva, nella scuola, sui muretti dei marciapiedi e delle piazze del sabato sera.

 

Abbiamo già provato in queste settimane a dare una dimensione collettiva alla nostra iniziativa politica, lanciando insieme ad altri presidi e manifestazioni che incrociassero quei temi su cui intravediamo potenzialità di opposizione sociale al governo di questo territorio ed in particolare alla giunta comunale del sindaco Scapagnini, dalla vicenda di Catania risorse, alla TARSU, alla SIDRA, alla scuola Andrea Doria.

 

Non si tratta di un percorso agevole, ed i risultati sono ancora modesti ma credo che solo la messa in comune di tutte le energie disponibili possa consentirci di ribaltare i rapporti d forza che oggi ci vedono drammaticamente soccombenti. La battaglia per le dimissioni della giunta Scapagnini, colpevole di un vero e proprio disastro nella gestione del comune e del più che probabile dissesto, è all’ordine del giorno della nostra iniziativa politica, è un obiettivo che dobbiamo praticare concretamente, che non basterà evocare nei nostri dibattiti ma che dovremo far vivere tra la gente e nei quartieri, esattamente come dovremo impegnarci per costruire un’alternativa di governo credibile per la Provincia governata da Raffaele Lombardo.

 

Oggi avviamo un percorso di cui non possiamo prevedere gli esiti ma che, io credo, valga la pena di essere vissuto. Insieme

 

Catania, 24 marzo 2007

 

Francesco Manna

Resp. Naz. Enti locali PRC