Una guerra civile per spartirsi il paese
di Giuliana Sgrena
su Il Manifesto del 25/11/2006
Barbarie Da Beirut a Tehran gli effetti devastanti della guerra irachena
Il
quadro mediorientale si presenta in tutta la sua drammatica complessità: dal
Libano fino all'Iran. Se il nodo per una pacificazione dell'area resta la
soluzione del conflitto israelo-palestinese, è l'Iraq in questo momento che
rischia di trascinare nel baratro tutti i paesi della regione. Una possibilità
che dovrebbe spaventare anche gli occupanti. E' assurdo continuare a paventare
una possibile guerra civile nel caso in cui le truppe straniere si ritirassero.
Bush, indebolito dalle elezioni, è sempre più solo. Anche Blair sta pensando
all'exit strategy dopo che il capo di stato maggiore dell'esercito britannico
aveva sostenuto che l'unica soluzione era il ritiro. Del resto ai comandi Usa
basterebbe mettere la testa fuori dalla "zona verde" per capire che la guerra
civile è cominciata da tempo. E forse non poteva essere diversamente:
l'abbattimento di Saddam con la guerra aveva provocato un vuoto politico e
istituzionale che aveva dato il via alle peggiori vendette e regolamenti di
conti. Non può esserci pace senza giustizia, ma per gli Usa l'importante era
mostrare lo scalpo dell'ex dittatore, giudicato con un processo sommario, al di
fuori di ogni legalità internazionale. Non è con la pena capitale che si può
salvare un paese che di morti ne ha già visti troppi. Anzi. Si alimenta la
cultura della morte e la barbarie.
La guerra civile serve a sancire la divisione del paese. La spartizione è
innanzitutto un disegno Usa, fin dal 1991 con la creazione delle no-fly zone
(con il pretesto di proteggere gli sciiti a sud e i kurdi a nord). Divisione
alimentata anche dai jihadisti che sono arrivati nell'Iraq occupato per
combattere la «guerra santa» contro gli infedeli, non solo occidentali ma anche
iracheni sciiti, considerati dai wahabiti (sunniti) traditori dell'islam. Alla
base della divisione etnico-confessionale è stato anche il diverso atteggiamento
nei confronti dell'intervento militare: kurdi favorevoli, sunniti contrari e
sciiti ambigui, questi non potevano schierarsi con l'occidente ma hanno
approfittato della situazione per liberarsi di Saddam. La linea sciita
filo-iraniana si è mantenuta «pragmatica» fino ad appoggiare le elezioni volute
dagli Usa per conquistare il potere.
Questa spartizione favorisce Tehran che controlla una grossa fetta dell'Iraq,
mettendo in difficoltà gli occupanti Usa. Ma certo l'Iran (almeno il governo)
preferirebbe mantenere il controllo su un paese più «stabilizzato» con un
governo in grado magari persino di chiedere il ritiro delle truppe straniere
invece che su un territorio dilaniato ogni giorno da massacri di sciiti e
sunniti. Pur se la guerra sporca è alimentata anche dalle squadre addestrate dai
pasdaran. Anche la Siria teme l'imbarbarimento dell'Iraq con il rischio di veder
nascere alle sue frontiere un «califfato» con le inevitabili conseguenze al suo
interno, dove i fondamentalisti sono stati finora repressi. Per questo Bashar al
Assad, dopo 24 anni, ha ristabilito relazioni diplomatiche con Baghdad e
parteciperà a un incontro a Tehran con i governanti iracheni e iraniani. Questo
fa pensare che l'assassinio di Pierre Gemayel a Beirut più che favorire la
svolta di Damasco voglia ostacolarla. A meno che vi sia all'interno del
potere siriano chi vuol contrastare questo rapporto di Assad con Baghdad e
Tehran.