Trattamento di fine rapporto, cronaca di una riforma mancata
di Alfonso Gianni
su Liberazione del 21/10/2006
Dopo
mesi e mesi di “tira e molla” il destino delle liquidazioni sembrerebbe dunque
sistemato con l’accordo tra Governo e Sindacati. Il Ministro Padoa Schioppa,
evidentemente incline all’enfasi, lo ha definito addirittura “storico”. Tutti
d’accordo dunque?
Non lo credo e se i lavoratori potessero esprimersi liberamente su quell’accordo,
definito ancora di massima, probabilmente ne vedremo delle belle. Nessuno nega
infatti che il trattamento di fine rapporto (Tfr) sia salario differito, o
prestito obbligatorio dei lavoratori alle imprese, quindi in ogni caso soldi dei
lavoratori. Il guaio è che tutti vogliono occuparsene e appropriarsene. Imprese
e fondi pensione in testa. Non solo, ma lo vogliono fare senza neppure chiedere
il parere dei lavoratori, anzi stabilendo destinazioni del Tfr con il metodo del
silenzio-assenso. E fa male il nostro governo se pensa che basti la firma dei
dirigenti sindacali per chiudere la partita.
Ma vediamo di che si tratta più nel dettaglio. Il varo della previdenza
integrativa, che secondo le norme varate al tempo del centro-destra, doveva
avvenire nel 2008 viene anticipata al 1 gennaio 2007. Conseguentemente i
lavoratori avranno tempo sei mesi, cioè fino al 30 giugno 2007 per decidere se
lasciare la loro liquidazione in azienda o se destinarla ai fondi pensione, sia
a quelli di origine contrattuale come a quelli già presenti nel mercato
finanziario. Se non si pronunciano, le loro liquidazioni vengono comunque
indirizzate verso i fondi pensione, privilegiando, nel caso di esistenza di più
fondi, quello individuato d’intesa con i sindacati. Le risorse rimaste in
azienda andranno invece direttamente ad un fondo dell’Inps, ma solo nel caso
delle aziende con più di 50 dipendenti. Ed è questa la novità principale
introdotta dall’accordo con i sindacati rispetto alla norma inizialmente
prevista nella finanziaria.
Del resto un fondo “residuale” presso l’Inps esisteva già ai tempi della riforma
Maroni (della serie: “nulla si crea e niente si distrugge”), ma le sue forme di
alimentazione e le sue finalità erano poco definite. Ora è chiaro che, con una
disinvolta operazione contabile che ricorda assai da vicino la finanza creativa
dell’ex ministro Tremonti, quel fondo è stato considerato un’entrata anzichè,
come sarebbe logico, l’accensione presso lo stato di un debito nei confronti dei
lavoratori. Ed è esplicitato che quelle risorse finanzieranno opere
infrastrutturali, fra le quali l’Alta Velocità, sulle quali i lavoratori non
hanno possibilità alcuna di decisione diretta.
Nel frattempo la Confindustria, per perfezionare questo accordo, chiede che il
tutto avvenga a costo zero per le imprese, ovvero che siano previste
compensazioni, pari almeno allo 0,34% del monte salari in modo da potere
sostituire senza traumi il Tfr quale strumento di finanziamento. Quindi si
comprende bene perchè, dopo avere già portato a casa l’abbattimento del cuneo
fiscale, l’organizzazione degli industriali sia più che soddisfatta di questo
accordo.
Resta dunque da capire quale possa essere il vantaggio per i lavoratori. Ed è
davvero impossibile trovarlo. Si è detto che per i lavoratori questo spostamento
della liquidazione all’’Inps sarebbe una garanzia contro l’evanescenza delle
liquidazioni in caso di fallimento dell’impresa. Ma, a parte il fatto che in
questo caso il pericolo sarebbe maggiore nelle imprese più piccole, la
liquidazione è già salvaguardata da norme precise e da un fondo di garanzia
istituito per legge.
Nello stesso tempo se si volesse finanziare la politica economica dello stato
con i soldi delle liquidazioni dei lavoratori bisognerebbe almeno dirglielo e
chiederglielo a questi ultimi, visto che si tratterebbe di un grande patto
sociale tra lo stato e il mondo del lavoro dipendente, e non certo un’operazione
contabile dell’ultima ora per superare l’esame di Bruxelles.
Nel migliore dei casi, quindi, un vantaggio per i lavoratori non ne viene da
questo accordo, né in termini di certezza di fruizione della liquidazione, né in
termini di rivalutazione della stessa, a meno che l’intesa di queste ore non
venga migliorata in questo ultimo senso.
Ma soprattutto i lavoratori perdono in questo modo una grande possibilità, che
pure era apparsa nel dibattito economico e fatta propria anche da settori della
sinistra radicale. Mi riferisco alla possibilità di utilizzare il Tfr in
alternativa sia alla giacenza presso l’impresa (o presso l’Inps) che alla
destinazione ai fondi pensione collocati in mercati finanziari volatili e dunque
rischiosi. Questa proposta è stata avanzata nel Rapporto sullo stato sociale
2006 e sostenuta da Roberto Pizzuti nel seminario dei gruppi parlamentari del
Prc-Sinistra europea sulla legge finanziaria (di cui sono disponibili gli atti)
e consiste nel permettere a tutti i lavoratori di destinare all’istituto
pubblico una contribuzione aggiuntiva del 5% (e ne rimarrebbe altrettanto da
distribuire al Tfr o ai fondi privati). In questo modo le pensioni salirebbero
dal 48% al 64% dell’ultima retribuzione, andando in pensione a 60 anni con 35
anni di contributi.
Una proposta di questo genere verrebbe incontro alla soluzione del grande
problema sociale indicato dallo stesso Tito Boeri, solitamente non tenero nei
confronti dei pensionati, che riguarda la bassa pensione cui vanno incontro
soprattutto i giovani soggetti alla precarietà e che era nelle preoccupazioni,
evidentemente mal difese, degli stessi estensori del programma di governo
dell’Unione.
Ma questo, ed è qui il vero nocciolo duro della questione, significa togliere
risorse ai fondi pensione e al finanziamento delle aziende e - ora- della
finanza pubblica tramite i soldi dei lavoratori. Per questo in quegli ambienti
l’accordo di ieri piace tanto.
Il ministro Padoa Schioppa al convegno dell’Assolombarda qualche giorno fa ha in
effetti detto la verità, quando ha affermato che il suo obiettivo è solo quello
di sviluppare i fondi pensione. D’altro canto il Ministro del Lavoro, anche qui
sulla falsariga del suo predecessore, si appresta a spendere i soldi già
stanziati per una massiccia campagna informativa a favore dell’opzione verso i
fondi pensione privati, malgrado che il risultato di questa azione potrebbe
portare al prosciugamento del nuovo fondo costituito presso l’Inps e dei
finanziamenti delle opere pubbliche e infrastrutturali previste.
Ma si sa la logica del capitalismo dei fondi pensione fa valere la sua potenza,
specialmente se nessuno la contrasta. Visto che l’accordo non è ancora
perfezionato forse varrebbe la pena di imporre una seria riflessione nella
maggioranza parlamentare e di governo su questi temi, ben prima che sul
dibattito alla Camera si abbatta la questione di fiducia che a maggior ragione
sarebbe da evitare. Forse, ma non è mio compito suggerirlo, un pronunciamento
esplicito dei lavoratori sull’accordo sarebbe necessario.
Tanto più che se ne possono vedere altre implicazioni negative. Anche nel campo
della politica industriale, poiché ha davvero poco senso stabilire un altro
limite, i 50 dipendenti, alla auspicabile crescita dimensionale delle imprese
italiane. Per non parlare della politica del lavoro. Vi è da chiedersi infatti
se nel limite dei 50 dipendenti sono conteggiati anche i lavoratori con
contratti a termini e atipici. Pare di no e quindi sarà ancora più difficile
combattere la precarietà, che troverà invece un ulteriore motivo di convenienza
per le imprese.