Terrorismo, meno leggi speciali più democrazia
Come non inorridire di fronte
all’ennesimo atto terroristico che ha fatto strage di tanti innocenti? Come non
confrontarsi con chiunque creda nelle regole democratiche, nella ricerca degli
strumenti - legislativi, investigativi, organizzativi - necessari per impedire
che fatti analoghi si ripetano? Queste sono solo alcune delle domande che
rimbalzano in questi giorni nelle menti di tutti noi: domande alle quali
dobbiamo essere capaci di dare risposte non emotive ma neppure ideologiche; che
sappiano essere implacabili nella lotta al terrorismo e inflessibili nel
combattere le cause che alimentano il terrorismo; che tengano conto della realtà
e della drammaticità del momento ma anche del totale fallimento delle leggi
speciali introdotte, dopo l’11 settembre, sia in Italia che all’estero.
Ebbene, basta leggere le varie proposte provenienti in questi giorni dal
governo, e dalla sua maggioranza, per comprendere che, ancora una volta, si
cerca di utilizzare la doverosa lotta al terrorismo per tentare di restringere
ulteriormente gli spazi di libertà e le garanzie costituzionali la cui finalità
è quella di tutelare le minoranze e, quanto meno, limitare la repressione del
movimento antagonista e dell’opposizione sociale.
Non a caso, dopo le dichiarazioni, spesso schizofreniche e talvolta deliranti,
di alcuni ministri, sembra che le proposte del governo, che il ministro del’Interno
dovrebbe illustrare oggi in Parlamento, consisterebbero: nella possibilità di
intercettazioni preventive nei confronti di chiunque sia solo sospettato (non si
comprende sulla base di quali elementi) di collegamenti con associazioni
terroristiche; nel fermo di polizia per 24 ore, senza alcun controllo
giurisdizionale o possibilità di assistenza legale; nelle espulsioni immediate
per motivi di ordine pubblico nei confronti degli extracomunitari, anche
regolari; nella possibilità di colloqui investigativi senza l’autorizzazione del
giudice e, infine, in sconti di pena, od altre misure premiali (es. permessi di
soggiorno), per chi fornisce informazioni ritenute dagli inquirenti utili alle
indagini.
Se si considera che la gran parte di queste norme già da tempo fanno parte del
nostro ordinamento, diventa fin troppo facile ricordare come, praticamente
isolati in Parlamento, ricordavamo come mai il restringimento e la limitazione
delle garanzie si siano mostrati efficaci per combattere la criminalità
terroristica.
Il fermo di polizia, infatti, era già stato introdotto nel 1978; le
intercettazioni preventive per “acquisire elementi di prova in ordine ai reati
di terrorismo”, sono state rese legittime con un decreto legge fin dal 2001. Lo
stesso provvedimento, dal significativo titolo “disposizioni urgenti per
contrastare il terrorismo internazionale”, ha reso possibili le operazioni sotto
copertura, anche con l’uso di (non meglio specificati) “ausiliari” ai quali è
garantita la non punibilità in caso di condotte illecite (già allora, forse,
qualcuno pensava ai sequestri illegali da parte degli Usa?). Le espulsioni di
extracomunitari per motivi di ordine pubblico, da parte del ministro degli
Interni, sono previste nella legge sull’immigrazione e i colloqui investigativi
sono prassi quotidiana.
Certo, una novità esiste: la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno, o
avere altri vantaggi di carattere penale, per chi fornisce informazioni su
persone asseritamente coinvolte in associazioni terroristiche. Se si considera,
però, che tutto ciò avverrebbe senza alcun controllo da parte di un giudice
autonomo e indipendente, sono facilmente intuibili i rischi di abusi, di
indicazioni false, di vendette personali e, quindi, di errori giudiziari.
Del resto come è possibile ignorare, a dimostrazione dell’inefficacia di simili
misure, che proprio in Gran Bretagna, dilaniata nei giorni scorsi dalla lucida
follia terroristica, è da tempo in vigore una legge (*prevention of terrorism
act*) per cui la polizia, in presenza di un “ragionevole sospetto”, può
arrestare chiunque sia sospettato di terrorismo e trattenerlo per un periodo di
tempo indeterminato? E che dire degli Stati Uniti dove, come ha denunciato
Amnesty International, dopo l’11 settembre, sono state arrestate, sulla base di
meri sospetti, oltre 90.000 persone risultate del tutto estranee a gruppi
terroristici? E, per ritornare al nostro Paese, non si può dimenticare che il
fermo di polizia, con i conseguenti abusi dolosi o colposi, non ha portato
all’arresto di un solo terrorista.
Potrei proseguire, ma credo che sia difficilmente contestabile il fatto che a
nulla serve, ed anzi finisce con l’essere controproducente, nella lotta al
terrorismo, lo scardinamento delle regole democratiche o anche solo la
limitazione, che da temporanea diventa nel nostro Paese sempre definitiva, dei
diritti e delle garanzie. Non è restringendo gli spazi di libertà, faticosamente
conquistati, che si isolano i criminali e i loro fiancheggiatori. Altro sono le
iniziative che si dovrebbero prendere.
Quelle tese, ad esempio, a un maggiore controllo del territorio, in un rapporto
di collaborazione con i cittadini e, in particolare, con le comunità straniere,
utilizzando anche i numerosi (oltre 5.000) appartenenti alle forze dell’ordine
che oggi sono costretti ad occuparsi di pratiche burocratiche o di notifiche
giudiziarie. Non è più procrastinabile, inoltre, l’unificazione (o quantomeno un
reale coordinamento) delle diverse forze dell’ordine che oggi, troppo spesso,
indagano sugli stessi fatti e finiscono con l’intralciarsi a vicenda. E’ sempre
più urgente quella modifica dei servizi segreti, di cui si parla ormai da troppo
tempo: l’attività di intelligence è fondamentale per la prevenzione degli
attentati terroristici, ma è necessario che siano anche rafforzati i controlli
democratici per evitare quelle deviazioni che in passato hanno contribuito
all’impunità degli autori delle stragi che hanno insanguinato le nostre città.
E, infine, un rafforzamento del coordinamento delle indagini giudiziarie sulle
associazioni terroristiche, oggi lasciato alla capacità e alla professionalità
di singoli magistrati, ma che sarebbe utile affidare a un autonomo organismo,
quale la Procura Nazionale Antiterrorismo.
Da parte nostra siamo pronti a confrontarci con qualsiasi proposta, purché seria
e non demagogica, ma non possiamo neppure ipotizzare il benché minimo cedimento
sulle garanzie e sui diritti individuali. Chiunque creda nello stato di diritto,
e proprio per questo è un nemico irriducibile del terrorismo, non può farsi
travolgere dall’idea che si possa sconfiggere il terrorismo senza eliminarne le
cause, ma trasformando i “diversi” in “sospetti” e questi in colpevoli
anticipati, creando così un clima di angoscia e di paura che è uno degli
obiettivi di quel terrorismo che si vuole combattere.
Giuliano Pisapia da Liberazione