D'Erme:
«Sull'Afghanistan meglio il voto di fiducia

Il leader dei no global romani in aiuto a Prodi: «Bisogna fare in modo che il
governo resista il più a lungo possibile»
di Sandro Medici
Roma
«Non invidio i pacifisti che sono in parlamento. Votare il decreto e guardare
negli occhi Gino Strada mi darebbe un'angoscia tremenda. Però il governo deve
andare avanti, anche a costo di mettere il voto di fiducia». Qualcuno in passato
l'avrebbe chiamato soccorso rosso. Di certo è un sostegno vero quello che Nunzio
D'Erme, leader dei no-global romani attualmente agli arresti domiciliari, offre
al governo Prodi in un momento particolarmente difficile come l'approvazione del
ddl sul rifinanziamento delle missioni all'estero, Afghanistan compreso. «Il
voto di fiducia credo sia la soluzione migliore, perché salvaguarda la necessità
politica dal merito del rifinziamento della missione», spiega D'Erme, che ieri è
stato nominato consulente per «le politiche abitative e del governo del
territorio» per il gruppo parlamentare di prc al senato. D'Erme è detenuto, anzi
carcerato, come preferisce definirsi lui stesso, perché accusato di rapina
aggravata, oltre che appesantito da svariate incriminazioni che gli si
stratificano addosso inchiesta dopo inchiesta. Ora sarà il giudice a stabilire
se Nunzio potrà o meno svolgere quel lavoro di consulente: dovrà decidere se e
quando revocare gli arresti domiciliari. Intanto possiamo registrare un dato
certo, un dato politico. Dopo le incomprensioni del passato, dopo i contrasti
che si erano via via inaspriti, con questo gesto Rifondazione ha riavviato il
dialogo con uno dei settori più ruvidi e intransigenti del movimento dei
disobbedienti.
Allora, Nunzio, come va?
E come deve andare, va che la sinistra alternativa abbiamo cercato di farla da
soli con la lista Arcobaleno e non ci siamo riusciti. Forse avremmo dovuto
capirlo prima. Certo, non potevamo fare tutto da soli, soprattutto quando i
partiti più grandi non erano convinti. Però, magari, dopo questa esperienza
adesso si può riparlarne. A condizione che anche noi ripensiamo noi stessi,
cercando di uscire dal minoritarismo e dalla marginalità politica.
Ma il vostro movimento è fatto come è fatto, c'è non c'è, appare scompare; come
la mettiamo?
Be', intanto si è riposizionato, se vuole continuare a far politica oggi deve
sostenere il governo Prodi e battersi affinché resti, resti a lungo e
possibilmente si dia da fare sugli obiettivi che ci stanno a cuore...
Anche sulla guerra in Afghanistan?
Ripeto: non invidio i parlamentari pacifisti. Votare il decreto dopo le cose da
Gino Strada mi darebbe un'angoscia tremenda. Però, il governo deve andare
avanti, anche a costo di mettere il voto di fiducia; anzi, credo sia la
soluzione migliore perché salvaguarda la necessità politica dal merito dei
finanziamenti alle missioni.
Insomma il primato della politica?
Aspetta, capiamoci bene. Se la politica oggi lascia lo spazio per le lotte
sociali, per obiettivi di nuovo welfare e quindi di migliori condizioni
popolari, se insomma consente a gente come noi, all'associazionismo, ai
movimenti di praticare azioni dirette, allora va bene. Se invece torna il
sistema dei partiti che occupa tutti gli spazi, che esclude ed elimina
esperienze diverse, irregolari, anomale, allora non va più bene.
Che fine ha fatto Genova?
Genova è diventata via via un'icona. Quell'esperienza ha travolto e stravolto,
forse non è riuscita a realizzare ciò che si era proposta: cambiare la politica.
Ma oggi è un altro luglio.