Sul patto Molotov-Ribbentrop
di Alessandro Leoni
Testo presentato al convegno di Napoli sui problemi della transizione al socialismo in URSS
Il «Trattato di non aggressione, neutralità
e consultazione reciproca» fra il Terzo Reich e l'URSS, del 23 agosto 1939, è
argomento che necessita di attenzione, riflessione e approfondimento; non solo
perché è stato un principe della propaganda antisovietica e anticomunista fino a
tutt'oggi, ma anche perché, salvo rare eccezioni, argomento non sufficientemente
analizzato dalla storiografia di sinistra, intendendo con tale riferimento
quella che ha correttamente rifiutato ogni sia pur ambiguo rapporto con
l'antisovietismo.
La storiografia di matrice comunista - e/o in ogni modo di sinistra - ha
dimostrato una certa reticenza nell'affrontare con la dovuta attenzione
l'argomento; ciò si spiega da una parte con la relativa facilità dell'operazione
di propaganda ideologica scatenata dalle forze reazionarie e conservatrici;
dall'altra con la debolezza psicologica oltre che politica della cultura storica
marxista.
Eppure la tesi fondamentale della controffensiva ideologica reazionaria
postbellica, ovvero l’affermazione del concetto di “totalitarismo” con cui si
rimuovevano le responsabilità dei capitalisti inserendo, al loro posto, una
visione superficiale, nel vero senso della parola, della realtà che accomunava
dittature capitalistiche alle dittature socialiste, coglieva proprio nel
cosiddetto «Patto Ribbentrop-Molotov» la manifestazione di questa intima, celata
omogeneità. Da ciò non solo l’interesse, ma la necessità di affrontare
l’argomento da parte di tutti coloro che respingendo l’egemonia del pensiero,
dell’ideologia liberale e perciò del dominio, quello sì tendenzialmente
totalitario, capitalistico, avrebbero dovuto misurarsi su questo, importante,
emblematico avvenimento.
Intendiamoci, gli storici, anche quelli più ufficiali, di parte comunista hanno
trattato l’argomento (dalla Storia della grande guerra patriottica, edita in
URSS e tradotta in varie lingue fra le quali l’italiano, all’intelligente
Roberto Battaglia, comunista e storico italiano), ma sempre, potremmo dire, di
sfuggita e con un taglio iperdifensivistico che tradiva un qualche, sia pure non
esplicitato, imbarazzo.
A me pare, e con il prosieguo del presente lavoro mi riservo anche di
dimostrarlo, che ciò derivi dalla profonda influenza idealistica, addirittura
moralistica, propria all'intero movimento comunista del ’900; il che ha di fatto
impedito, fra l'altro, di rapportarsi alla realtà con quella consapevolezza che
solo l'appropriarsi della dialettica può rendere effettuale.
Insomma la realtà è costituita di contraddizioni, il volerle artificiosamente
cancellare porta, inevitabilmente, solo alla debolezza e alla confusione.
Non è certamente un caso che il miglior lavoro sull’argomento sia stato scritto
da uno storico tedesco, d’orientamento moderato-conservatore, nella prima metà
degli anni sessanta, P. Fabry.
Affrontare l’argomento “Patto Ribbentrop-Molotov” significa avere chiaro il
quadro internazionale della fine degli anni trenta.
Infatti nel 1938 la dirigenza sovietica - Stalin, in particolare – si trova di
fronte a questo scenario: i Fronti Popolari sono in crisi; in Francia la spinta
unitaria e progressista si è oramai arenata di fronte all'incapacità di reagire
adeguatamente contro l'espansionismo fascista in Europa e nel mondo
(annessione/unione tedesca dell'Austria, crisi dei Sudeti con la mutilazione
cecoslovacca, partecipazione/intervento dell'Italia, della Germania, del
Portogallo, nella guerra civile spagnola); in Spagna, dove lo scatenarsi della
“guerra civile” ha messo in risalto la debolezza politica e culturale della
classe dirigente “repubblicana”, le sue contraddizioni e soprattutto l'
emblematica latitanza delle forze “democratiche” a livello internazionale
(l'ipocrita politica del “non intervento” sostenuta addirittura ed in
concomitanza col massiccio intervento delle potenze statuali fasciste e
reazionarie).
A ciò si devono aggiungere tutta una serie di altri, evidenti, minacciosi
accadimenti: sempre nel 1938 la tensione in Estremo Oriente, in crescita dal
1933, anno dello scatenamento della guerra giapponese alla Cina, si materializza
con un vero e proprio attacco dell’Armata nipponica della Manciuria (divenuta
“stato protetto” del Giappone) verso il retroterra della più importante città
sovietica sul Pacifico, Vladivostok, con lo sconfinamento di un corpo d’armata
del Sol Levante nella regione del lago Hanka (maggio/giugno/luglio 1938). Ciò
causerà una vera e propria guerra locale, vinta, certo, dall’Armata Rossa, ma
non senza consistenti perdite e naturali riflessioni sull’ormai permanente
minaccia giapponese verso l’estremo oriente sovietico.
Se a ciò aggiungiamo l’espandersi e il coagularsi del fascismo a livello
internazionale, in Europa e fuori (poco conosciuta e studiata, almeno da noi, è
l’attrazione del fascismo nei paesi extraeuropei, sia in America Latina che in
Asia e Medio-Oriente) si comprende facilmente la preoccupazione del gruppo
dirigente sovietico dell’epoca.
Il 1938 segna in ogni modo lo spartiacque nella politica internazionale con una
sicura ricaduta, anche, nell’orientamento della dirigenza sovietica dell’epoca,
spinta dai fatti, ben più che dalla riflessione teorico-ideologica, a cercare
una via d’uscita dalla sempre più evidente minaccia per l’esistenza stessa del
primo stato degli operai e dei contadini.
In tale logica, il Patto di Monaco, del settembre 1938, si erge quale vera e
propria monumentale, materiale manifestazione della volontà “occidentale”
(soprattutto anglosassone) di spingere la crisi verso uno sbocco quale quello
della guerra fra III Reich e URSS. Il disegno risultava fin troppo evidente. Una
guerra fra Germania - magari alleata con una serie di altri stati affini per
orientamento politico-ideologico e per collocazione geografica, dall’Italia,
all’Ungheria, agli stati baltici, comprendendo, magari, la stessa Polonia
post-pilsudskiana dei così detti “pan/colonnelli” - e URSS, non solo offriva
l’opportunità di colpire a morte lo “stato-canaglia” ante litteram, l’URSS, ma
permetteva, inoltre, d’ipotizzare anche l’indebolimento della potenza tedesca,
concorrente strategica, all’interno del campo imperialista, delle potenze
tradizionalmente egemoni (Gran Bretagna, USA e Francia). Come l’URSS riuscì ad
evitare questa certamente poco entusiasmante prospettiva è merito, mai digerito
dall’occidente più o meno liberale, dei nuovi dirigenti sovietici e in primo
luogo di I. V. Stalin.
Questo esplicito riconoscimento di merito per il leader comunista sovietico non
significa aderire ad una visione acritica dell'opera, complessivamente intesa,
di Stalin né, tanto meno, resuscitare una surrettizia liturgia da “culto della
personalità”; significa, molto semplicemente, riscontrare dati di fatto,
respingere ogni opportunistico allineamento all'opera demolitoria e demonizzante
portata avanti, in questo ultimo mezzo secolo, nei confronti di un dirigente
rivoluzionario, comunista, che s'inserisce a pieno titolo fra i grandi
protagonisti della storia contemporanea.
In sintesi, dobbiamo riacquistare la libertà critica nei confronti dei fenomeni
storici del ’900 e in particolare su quelli inerenti la vicenda rivoluzionaria
comunista.
L'onestà, prima di ogni altra caratteristica, esclude di uniformare il proprio
linguaggio a quello dei vari campioni della reazione che hanno sempre distorto e
criminalizzato le esperienze rivoluzionarie non già per i loro tanti limiti e
per gli errori da esse compiuti, bensì per gli innegabili pregi che quei
sommovimenti di massa ebbero allora e che continuano, positivamente, ad operare
anche in questa fase così contraddistinta dagli effetti della vittoriosa
controrivoluzione globale determinatasi alla fine degli anni ottanta, primi anni
novanta del secolo scorso.
Tornando all’analisi storica di quegli avvenimenti, dobbiamo, per efficacia
descrittiva e chiarezza valutativa, ripercorrere le tappe che portarono
all’intesa di agosto (Patto Sovieto-Germanico di non aggressione, neutralità e
consultazione reciproca, Mosca 23 agosto 1939) e al poco successivo deflagrare
del conflitto che, iniziato in Europa (1° settembre 1939) si sarebbe esteso, nel
giro di 27 mesi (22 giugno 1941 attacco all’URSS; 7 dicembre 1941 attacco
giapponese agli USA), a livello mondiale.
Dal Patto di Monaco (siglato da Germania, Gran Bretagna, Italia e Francia) che
liquidava la Repubblica Cecoslovacca quale stato sovrano (oltre che amputarlo
del territorio del Sudetenland) al così detto Patto Ribbentrop-Molotov,
intercorse meno di un anno e, tuttavia, in quel breve periodo gli avvenimenti si
accavallarono con tale rapidità e contraddittorietà come in pochi altri momenti
della, pur mai lineare, storia umana.
A Monaco quattro potenze (due “democratiche”, Francia e Gran Bretagna, e due
“fasciste”, Germania e Italia) si accordarono sul destino di uno stato sovrano,
retto da un regime costituzionale-democratico, senza neppure coinvolgerlo,
quanto meno formalmente, nelle trattative. La storia ci ha consegnato molte
espressioni di brutale cinismo, ma a Monaco si superarono tutti i limiti
immaginabili, tanto da legittimare la “cancellazione de jure” del trattato
stesso (con la formula: «d’illegittimità intrinseca»), fatto unico nella storia
della diplomazia europea, nella metà degli anni ’70 del secolo scorso.
Riprendendo la sistematica ricostruzione della genesi del Patto
Ribbentrop-Molotov cerchiamo di definire una precisa serie di logiche
domande/questioni:
- da chi partì l’iniziativa della svolta nelle relazioni bilaterali;
- quali furono gli obbiettivi comuni e particolari dei due soggetti (il III
Reich e l’URSS);
- infine, il bilancio dell’intera operazione e il suo significato storico-
strutturale.
Molti studiosi fanno risalire la nascita, quanto meno sul piano
dell’ipotesi/progetto, dell’iniziativa finalizzata al varo di un nuovo capitolo
nelle relazioni bilaterali sovieto-tedesche alla relazione che I. Stalin
illustrò al XVIII congresso del PCUS (Mosca 9/12 marzo 1939), nella quale il
leader sovietico esprimeva, in termini inequivocabili, la volontà dell’intero
gruppo dirigente moscovita di evitare lo scontro militare con la Germania,
ricordando come l’URSS non avesse mai confuso il conflitto ideologico con le
relazioni interstatuali. Il concetto di “coesistenza pacifica” fra stati a
ordinamenti economico-sociali e politico-istituzionali diversi era, del resto,
già, da anni, parte integrante del bagaglio teorico-culturale della politica di
Mosca (del resto già nel 1931 l’URSS aveva sottoscritto un trattato di
regolamentazione politico-diplomatica con l’Italia di Mussolini). Per inciso
possiamo rilevare un ulteriore elemento di superficiale lettura e giudizio
storico-politico; quasi sempre si legge, anche su qualificati testi storici che
il concetto di “coesistenza pacifica” sarebbe nato a metà degli anni ’50 quale
elaborazione, autonoma, del “movimento dei non allineati” (Bandung in Indonesia,
1955), ripresa dall’URSS e dal movimento comunista internazionale dopo il XX
Congresso del PCUS (1956).
Altri storici sottolineano fatti precedenti alla relazione di Stalin al XVIII
congresso ricordando una serie di segnali provenienti, in questo caso, dalla
parte delle autorità tedesche. Dal lungo e cordiale colloquio che il
Führer-Cancelliere imbastì con l’ambasciatore sovietico al tradizionale
“ricevimento” d’anno nuovo, il 12 gennaio 1939 a tutta una ulteriore serie di
segnali che, fra la fine del 1938 e l’inizio del fatidico ’39, vennero emessi
dalle più diverse fonti.
In realtà in tutto quel periodo (ottobre ‘38 luglio/agosto ‘39) ciò che di
sicuro e documentato emerge è l’indeterminatezza della politica estera tedesca,
l’ambiguità delle potenze occidentali (Londra e Parigi), il pressappochismo
irresponsabile della diplomazia italiana e, per contro, la determinazione
sovietica ad evitare l’isolamento totale da una parte e il coinvolgimento nella
guerra (che il PCUS e L’ Internazionale Comunista davano, ormai, per certa!),
dall’altra.
Il processo d’avvicinamento fra Berlino e Mosca è puntualmente ricostruito
dall’ormai, certo non recente, saggio del Fabry (del 1964!), lavoro che anche
con le recenti aperture degli archivi ex-sovietici non viene scalfito nella
validità, anzi ne risulta rafforzato sia per il valore interpretativo che per
quello descrittivo.
Vale la pena soffermarsi su un aspetto particolarmente emblematico della
mistificazione e distorsione compiute dalla propaganda filo-imperialista
antisovietica (di destra e di “sinistra”!): mi riferisco alla tesi, quasi
universalmente accettata, riguardante il presunto esplicito accordo spartitorio
della Polonia che sarebbe avvenuto, segretamente, con il «Patto di Non
aggressione Neutralità e Reciproca Consultazione» siglato a Mosca il 23 agosto
1939. Di quel trattato faceva parte, sia pure a latere, il protocollo con il
quale le due parti contraenti (III Reich e URSS) definivano, delimitavano le
rispettive «aree di sicurezza/competenza» reciproche (la così definita «linea
fluviale» che seguiva, appunto, i corsi dei fiumi: Pissa, Narew, Vistola, San)
rispetto lo spazio, al momento (23 agosto 1939) esistente, fra i confini della
Germania e dell’URSS; cioè lo stato polacco quale esso era uscito con i trattati
parigini del 1919, che avevano concluso la “grande guerra” (1914/1918), sia con
il Trattato di Riga (1921) che aveva posto fine al conflitto scatenato dalla
neonata Polonia contro la giovane Repubblica Federale Sovietica Russa. Non
voglio qui dedicare troppo spazio alla, pur logica, naturale considerazione
circa l’irresponsabilità dello sciovinismo “grande polacco” che inseguiva
l’obbiettivo di ricostruire la Polonia imperiale degli Jagelloni, dal Baltico al
Mar Nero (!), approfittando della, congiunturale, debolezza dei suoi vicini,
all’ovest la Germania e all’est la Russia, cioè le due nazioni maggiormente
colpite, devastate dalla “prima guerra mondiale” e dalle sue conseguenze
immediate (rivoluzioni, guerre civili, tensioni secessioniste, ecc.), tuttavia
vale la pena ricordare come osservatori tutt’altro che filo-russi o, tanto meno
filo-sovietici, quale, per esempio, lord Curzon (eminente tradizionale
rappresentante della leadership imperiale britannica) esprimessero giudizi
negativi e forti preoccupazioni per il futuro rispetto all’insensata espansione
di Varsavia verso territori popolati a netta maggioranza da comunità ucraine,
russo-bianche, rutene, lituane, ecc., fattori che non avrebbero potuto non avere
conseguenze conflittuali.
Tornando al “riservato” «protocollo a latere» del Trattato Sovieto-Germanico si
devono sottolineare le seguenti caratteristiche:
A. il sistematico uso del condizionale per quanto riguardavano le condizioni
necessarie a mettere in pratico effetto la suddivisione delle “sfere di
sicurezza e competenza” reciproche;
B. l’assenza di ogni automatismo circa l’eventuale azione spartitoria;
C. la totale assenza di ogni accordo collaborativo sul piano militare;
D. nessun preciso impegno circa la definitiva sistemazione dei territori in
questione.
A tali constatazioni si devono aggiungere sia l’effettivo sviluppo delle
relazioni politico-diplomatiche fra Berlino e Mosca intercorso fra il 23 agosto
e il 17 settembre 1939 (giorno nel quale le unità militari sovietiche superarono
la linea confinaria con la Polonia), sia la precisa individuazione degli scopi e
obbiettivi che le due potenze si prefiggevano con il trattato medesimo.
La frenetica attività diplomatica che la Germania aveva sviluppato soprattutto a
partire dalla primavera del ’39 individuava una serie di obbiettivi che possiamo
così riassumere:
- evitare l’accerchiamento impedendo un accordo fra Londra, Parigi e Mosca;
- isolare la Polonia per costringerla a fare concessioni sulla questione del
Corridoio di Danzica;
- mantenere agganciate le potenze alleate (Italia e Giappone) sia nell’azione
diplomatica in corso che nell’eventualità, non cercata, non voluta, ma neppure
esclusa, di un conflitto con le potenze “occidentali”.
In tale logica s’inseriscono le pressioni di Berlino nei confronti di tutta una
serie di paesi (Slovacchia, Lituania, ecc.), compresa l’URSS, perché premano a
loro volta per via diplomatica e/o militare (con concentramenti di truppe sulla
frontiera) su Varsavia, onde determinarne il cedimento. La stessa offerta che il
Reich propose a Londra, l’apertura cioè di una nuova fase di definitiva détente
fra i due stati, maturata con il memorandum consegnato al governo inglese il 25
agosto, è l’evidente prova di come fino all’ultimo il governo tedesco non desse
per scontato che fosse inevitabile il confronto bellico con le potenze alleate
della Polonia.
Del resto, è noto come anche a Londra e Parigi fossero presenti e ben attive le
forze che lavoravano in direzione di un duraturo compromesso con il III Reich.
Ancora più significativo risulta essere l’atteggiamento di Berlino nei
primissimi giorni del conflitto (1 e 2 settembre) quando, in assenza
dell’immediata reazione delle potenze occidentali, la Germania si astenne da
ogni sollecitazione nei confronti di Mosca, situazione che mutò radicalmente
dopo la presentazione degli ultimatum inglese e francese il 3 settembre.
La realtà, quale emerge dai documenti, sottolinea come il “Patto” fosse nato
dalla congiunturale necessità della Germania, da una parte, di evitare la
guerra, quanto meno su “due” fronti, senza rinunciare all’obbiettivo minimo
della soluzione della questione “Danzica/Corridoio”, e dell’URSS, dall’altra,
d’evitare il coinvolgimento in un – qualsiasi - conflitto e contemporaneamente
di migliorare la propria posizione strategico-difensiva soprattutto rispetto ad
alcune località fondamentali per l’esistenza stessa dello stato russo-sovietico
(Leningrado, Minsk, Odessa, ecc.).
L’ostilità che circondava l’URSS, l’aggressività insita nella situazione
internazionale della fine degli anni trenta, così pervasi ancora dal prolungarsi
degli effetti della crisi capitalistica del 1929, la relativa fragilità dello
stato e della società emersi dalla rivoluzione d’ottobre (fatto di cui erano
chiaramente consapevoli Stalin e il gruppo dirigente comunista dell’epoca)
costituivano la base razionale sulla quale maturò la disponibilità ad un’intesa
che, pur nella contraddittorietà apparente, salvaguardava l’essenziale della
politica sovietica: evitare l’aggressione da parte delle potenze imperialiste
nelle loro varie possibili combinazioni.
Con la svolta diplomatica dell’agosto ’39 Mosca otteneva tutta una serie di
risultati impensabili fino a pochi mesi precedenti: sviluppo delle relazioni
economico-commerciali con un partner altamente industrializzato, allontanamento
della prospettiva di coinvolgimento in un conflitto, liquidazione, pratica,
degli effetti del Patto antikomintern, isolando così, per giunta, il Giappone,
potenza al momento direttamente impegnata in attività belliche contro l’URSS
(giugno/agosto 1939, violenti scontri lungo la frontiera orientale della
Repubblica Popolare Mongola).
Del resto, il rapido dissolversi dello stato polacco e la pratica totale
passività degli eserciti alleati sul fronte occidentale dimostreranno
l’inconsistenza, nel ’39, di ogni reale volontà di combattere e battere le
potenze fasciste. L’autonomia dell’elaborazione politico-teorica del gruppo
dirigente sovietico fu, all’epoca, fondamentale per la salvaguardia, prima,
dell’URSS e per la schiacciante vittoria del 1945 poi.
Riconsiderare la storia dell’URSS, del movimento comunista e rivoluzionario del
’900 è fondamentale, dunque, non solo per contrastare l’aggressività
dell’ideologia capitalistico-imperialista, ma anche per riqualificare un
pensiero teorico forte al servizio dell’emancipazione delle classi sfruttate,
obbiettivo, quest’ultimo, certamente oggi non meno drammaticamente attuale
rispetto al periodo in cui si svolsero quegli avvenimenti.
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