Storia del generale sanguinario
di Maurizio Chierici su l'Unità del 11/12/2006
Non se ne è andato l'ultimo
generale dagli occhiali neri, maschera che ha accompagnato ogni dittatura
militare. Pinochet era l'alta uniforme che ha sperimentato le nuove armi del
liberismo trasformando il Cile nella cavia dei Chigago's Boys, quella dottrina
di Friedmann, venerato premio Nobel appena scomparso. Ha sgretolato l'America
Latina. Libertà di impresa per imprese privilegiate e povertà per il resto della
popolazione, gabbia della quale la democrazia di Santiago non si è ancora
liberata. Solo la mano militare poteva imporre le trasformazioni che hanno
impoverito i deboli, costringendoli a una migrazione non solo politica, spesso
economica: due paure che si mescolavano. Sindacati sciolti, porte aperte alle
importazioni straniere, disinteresse dello stato per problemi assistenziali e
sociali. Una sera 1980, la tv annuncia che le pensioni vengono abolite: ogni
lavoratore deve arrangiarsi da solo. Nessuna obiezione. Proibito discuterne. Il
laboratorio prospera nel sigillo militare lungo 17 anni, respiro necessario
all'imposizione forzata che è mancata ad Argentina, Uruguay, perfino al Brasile.
I militari sono caduti prima, ecco la spiegazione delle economie precipitate e
risorte mentre il Cile sperimentava il liberismo nel quadro ideale della
dittatura.
La vita di Pinochet è la vita di un militare che obbedisce e vuole essere
obbedito, non importa la morale dell’ordine che dà o riceve. Nasce a Valparaiso
e comincia la carriera da ragazzo. La sua ascesa culmina nell’estate 1973. Il
golpe contro Allende, le sparizioni senza una tomba, 17 anni di dittatura
militare.
L’immagine corrente di Pinochet è un'altra: tremila vittime nei giorni del
golpe, torture e sparizioni senza una tomba, corpi trafugati nelle miniere
abbandonate nel deserto, e libri di scuola che nascondono perfino il nome di
Allende fino a quando il presidente Lagos ordina di riscriverli per precisare la
storia. Trent'anni dopo, una generazione cresciuta al buio. La paura solo adesso
comincia a svanire.
La vita di Pinochet è la vita di un militare che obbedisce e vuole essere
obbedito, non importa la morale dell'ordine che dà o riceve. Nato a Valparaiso
comincia la carriera quand'è ragazzo attraversando gerarchie burocratizzate,
chiuse in caste imperforabili. Ma la fortuna un giorno lo bacia in fronte. Nel
1946 Gabriel Gonzales Videla vince le elezioni col voto di radicali, socialisti
e comunisti. Washington se ne preoccupa o lo invita ad un colloquio. Non solo
per il rame della multinazionale Itt che sfrutta la più importante miniera del
mondo, ma per il timore che la striscia di un paese lungo quattromila chilometri
possa contaminare con la sua febbre maligna, Bolivia, Perù e l'Argentina di
Peron. Videla torna da Washington ed è un altro uomo. Fuori legge i comunisti,
abbandona i socialisti per legarsi ai conservatori intransigenti delle grandi
proprietà. Ribellioni, scontri, esercito che spara. Tanti arresti, le prigioni
non bastano, ecco l'idea di creare un campo di concentramento, tre mila
chilometri a nord di Santiago, nel deserto sabbia e sale di Atacama. Pisagua era
un villaggio fuori dal mondo: pochi pescatori. Deve diventare un lager. A
sorvegliare i lavori è comandato il capitano Augusto Pinochet: 1947. Si comporta
talmente bene che la carriera ha un soprassalto. Viene ammesso all'Accademia di
Guerra, lasciando il reggimento Carampangue di Iquitos, città sul bordo del
deserto e non ancora la città di vacanza dove oggi la famiglia Pinochet possiede
gli ultimi quattro piani di un grattacielino sul mare.
La sua ascesa culmina nell'abbaglio del presidente Allende, estate 1973, storia
conosciuta. «La carovana della morte», ultimo libro di Patricia Verdugo
pubblicato in Italia da Feltrinelli, non solo racconta la serenità con la quale
organizza i delitti, ma è anche la testimonianza che aiuta il giudice spagnolo
Garzon a far arrestare Pinochet a Londra. Insomma, il burocrate che insegna
guerre virtuali nei cortili delle accademie, diventa primo attore per
l'innocenza di Allende e del generale Pratts, comandante delle forze armate.
Pratts non piace alla Washington di Kissinger: troppo ligio alla costituzione,
avrebbe impedito la rivolta contro Allende, presidente eletto. Il quale Allende
fino alle ultime ore considera Pinochet ufficiale leale, riservato come è giusto
sia, freddino ma corretto. Gli annuncia quali mosse ha in mente per frenare la
disobbedienza militare. Un discorso alla nazione. Può contare sui suoi
suggerimenti? A disposizione, risponde Pinochet già coinvolto nel golpe. Walker,
capo della Cia per l'America Latina, a Santiago da settimane per pianificare
l'operazione resta contrariato dalla scelta: «Presuntuoso, stupido,
inconcludente», ricorda nel libro di memorie. Pinochet non gli piace, ma la
promozione di Allende gli ha regalato la poltrona chiave nella trama della
ribellione. E Pinochet non delude. Costringe alla morte Allende e assassina il
benefattore Pratts in Argentina, assieme alla moglie.
Ma è la grettezza del Pinochet privato a far capire la pasta dell'uomo. Non solo
i conti segreti della Banca Riggs, o il quintale di lingotti d'oro sepolti nei
forzieri di Hong Kong. Nel 1984, Moniga Madariaga, scrittrice di terza fila la
cui opera magna é la biografa di sua eccellenza, viene promossa ambasciatrice
alle Nazioni Unite. Festa di benvenuta a New York, tanti complimenti. Le si
avvicina una giovane signora accompagnata dal marito che è un funzionario
americano. «Splendida collana, ambasciatrice: sei smeraldi, otto rubini, dieci
diamanti abbracciano il fermaglio dietro al quale è fissata un'acqua marina». «È
il regalo di buon augurio del presidente. Me l'ha consegnata di persona prima
della partenza da Santiago. Gentiluomo d'altri tempi». Ma la precisione del
complimento incuriosisce Monica Madariaga: «Cara signora, lei é un'osservatrice
formidabile. In due secondi ha visto le pietre che non si vedono. Come fa?».
«Conosco molto bene la collana. Quand'ero bambina la mettevo per gioco.
Apparteneva a mia madre. L'hanno rubata gli ufficiali dei servizi segreti,
quella Dina agli ordini del generale Pinochet che portato via la mamma. Non è
più tornata. E mi sono commossa rivedendo il collier, dopo tanto tempo».
Ho incontrato Pinochet due volte, ma senza la possibilità di rivolgerli domande.
La prima il 12 settembre 1993. Festeggiava nel cortile della scuola militare O'Higgins,
il ventesimo anniversario del «sacrificio dei valorosi che si erano immolati per
liberare la patria del comunismo». Caduti mentre soffiavano nel golpe, insomma.
Avrebbe voluto far coincidere la celebrazione con l'incendio della Moneda e la
morte di Allende, ma il consiglio dell'ambasciatore americano gli fa cambiare
idea. E anticipa di un giorno. Quel 12 mattina i giornalisti stranieri vengono
sistemati a ridosso della tribunetta dove il generale e la moglie seguono i
volteggi degli allievi in parata. Il generale dalla giacca bianca e ben decorata
ogni tanto si appisola dietro gli occhiali scuri. È più vecchio di come le foto
autorizzate lo presentano sui giornali. Al momento del discorso confonde le
parole, perde i fogli. La voce di vetro si attenua fino a diventare brontolio
che il microfono non coglie. Guida l'esercito più forte e più costoso
dell'America Latina ed è il generale più anziano del mondo. Povero vecchio che
sputa saliva ad ogni parola. Il dubbio del momento è se la sua carcassa possa
suscitare pietà per l'uomo che ha inventato la paura in un paese un po' noioso,
e, prima del suo regno, civile come un angolo di Danimarca. Poi il generale
lascia il comando delle forze armate la cui potenza condizionava Alwin, primo
presidente della democrazia. Diventa senatore grazie alle leggi che si è scritto
in previsione della vecchiaia. Altre leggi hanno cancellato con l'amnistia ogni
delitto. Tutti immacolati. Ma poi arriva Garzon.
Nel «testamento» dettato nel 2004 (intervista a TeleMarti. Televisione del
Dipartimento di Stato, sede Miami) Pinochet si costruisce un monumento.
Pedagogia degli oppressori sensibili all’intrallazzo che nei tropici prevede il
delitto. Eliminare comunisti e socialisti può essere considerato un crimine? Nel
1973 erano le forze del male. Se fossero sparite prima, chissà quanti Pinochet
disoccupati e senza fortuna. L'età lo autorizza ai ricordi nell'ultima
intervista: «L'ho ripetuto tante volte ai cileni: se i militari non fossero
intervenuti, i comunisti di Allende avrebbero impedito alla gente di respirare.
La guerra fredda in America l'ho vinta io...». Libertador - liberista: «Non
voglio che le future generazioni pensino male di me e desidero sappiamo
realmente come ho tenuto fede agli impegni nella convinzione che liberismo e
democrazia siano principi irrinunciabili». Chi non era d'accordo diventava il
comunista da perseguitare anche se cattolico o senza idee. Comunista Garzon per
averlo costretto alla prigione rosa di Londra. 503 giorni di un esilio consolato
da amici in pellegrinaggio nella bella casa di campagna dove la signora Thatcher
andava a bere il tè. «Garzon cercava solo onori e carriera». Comunista il
magistrato cileno Guzman: ha osato rompere il patto di mutuo soccorso, che
unisce i gentiluomini, per raccogliere le testimonianze dei torturati e dei
figli delle vittime, pretendendo dalla Corte Suprema il sacrilegio del rinvio a
giudizio. Perché lo ha fatto? Sbigottimento della famiglia Pinochet. Continuano
le ultime parole pubbliche del generale: «il mio successo internazionale ha
riscattato l'immagine opaca dei precedenti governi». Per fortuna il «teorema di
Guzman si è scontrato con le verità della storia ed è stato sbriciolato». Povero
pensionato costretto ad affrontare le torture della magistratura politicizzata.
«Accuse che considero oltraggiose. Subisco un calvario a mezzo stampa che tutto
imbroglia e tutto confonde. Ho combattuto la prospettiva di una rovina personale
con le risorse degli affetti che mi circondano e di un carattere che è forte
sebbene non impermeabile al male di vivere…Ho preso atto del fiorire della
calunnia, fiore velenoso. Ho opposto alle infamie, la solidarietà delle persone
che mi vogliono bene e la dignità della mia coscienza».
Dalla prigione di Londra e dalla libertà di chi invecchia fra i cavilli degli
avvocati nella residenza di Santiago del Cile, il generale ha sempre ripetuto di
non potersi pentire per aver difeso la patria. Per fortuna tutte le toghe delle
corti supreme gli dovevano qualcosa e hanno bloccato Guzman e gli altri
riconoscendo al generale la «demenza senile». Finale triste, quasi un ergastolo
psicologico che infanga l a dignità militare: Se vogliamo stemperato dalla
presenza di Pinochet ad ogni festa importante fino a quando l'età non l'ha
raggiunto. Gli ultimi miei incontri nel novembre 2004: inaugurazione autosalone
Mercedes, inaugurazione nuovo supermercato a Los Condes. Brindisi alle signore
con whisky di malto. Il generale racconta, le ingioiellate sorridono. Che bravo,
che spiritoso. «Si sta avvicinando la fine dei miei giorni», ripete a TeleMartì.
«Lascio un paese prospero e felice. Continuano le persecuzioni ed io continuo a
rispondere che m'assumo ogni responsabilità politica per le decisioni prese.
Vorrei incontrare i familiari di chi viene considerato vittima per spiegare con
amore ed onore perché non sento il bisogno di domandare perdono a nessuno».
Legge ad alta voce questo biglietto davanti al cancello del giardino l'avvocato
Hermogénes Pérez de Arce. Occhi umidi delle duecento persone arrivate per gli
auguri del compleanno numero 89. L'avvocato aggiunge due parole: «Cara
Eccellenza, mi permetta di dirle che siamo noi a chiederle perdono per
l'ingratitudine dei cileni». Dalla veranda, in carrozzella, Pinochet risponde
agitando la mano nell'ultimo saluto.
La sua scomparsa ripropone problemi da mesi in discussione. La presidente
Bachelet torturata a villa Grimaldi non concede il funerale di stato, ultimo
capriccio di un signor viziato dall'obbedienza strisciante dei sottoposti. Non
seguirà la sua bara una sola divisa, nessuna fanfara che suoni l'amata Lili
Marlen: solo i fantasmi della riserva in una cerimonia quasi familiare. Forse
verrà sepolto fra gli alti ufficiali oppure «in una tomba qualsiasi» del
cimitero centrale dove riposano Salvador Allende e Beatriz, figlia suicida a
Cuba. Non sopportava il dolore per il padre perduto così.