Solo i lavoratori possono salvare Alitalia

Scritto da Alessio Vittori

Il ritiro dell'offerta della cordata guidata da Colaninno  rappresenta una svolta nella vertenza Alitalia ed una chiara vittoria dei lavoratori. In questo articolo pubblicato nel numero di FalceMartello appena uscito delineiamo la nostra analisi e le nostre proposte per questa vertenza chiave per il movimento operaio italiano.
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Il piano presentato dal governo Berlusconi per l’Alitalia (con la sua prevista fusione con Air One) rispecchia fedelmente la natura antioperaia della destra al governo e rappresenta un attacco frontale a tutti i lavoratori dell’azienda oltreché all’idea stessa di trasporto pubblico.

Gli esuberi dichiarati sono 3.200. Altri 2.750 lavoratori, di cui 700 addetti a servizi amministrativi e call-center, 1.600 addetti alla manutenzione pesante e 450 del settore cargo saranno ceduti e esternalizzati al di fuori del perimetro dell’organico aziendale, facendosi così beffa di una delle rivendicazioni più importanti dei lavoratori Alitalia, quella di vedere, per tutti, riconosciuta la propria attività all’interno dell’azienda.

In sintesi, degli attuali circa 19.000 dipendenti di Alitalia ed Air One, solo 12.500 saranno riassunti ed è inutile dire che tutti i contratti a tempo determinato, oltre 3.800, non saranno rinnovati.

Ma le cifre del governo sugli esuberi sono solo una mezza verità. Solo nel Lazio ci sono 60.000 lavoratori coinvolti nell’indotto di Alitalia. Questi posti di lavoro nel prossimo futuro saranno tutti a rischio e solo a Fiumicino, esclusivamente nell’area cargo, ci sono 1.500 lavoratori di tante piccole imprese di trasporto che gravitano attorno allo scalo della capitale, che hanno la lettera di licenziamento in arrivo.

Oltre a migliaia di licenziamenti, il piano prevede anche un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro, con tagli al salario del 25% e incrementi di produttività richiesti intorno al 15%. Così, ad esempio, un addetto di terra porterebbe a casa 700-800 euro lavorando 46 ore alla settimana.

Pagano solo i lavoratori

A pagare la crisi saranno solo ed esclusivamente i lavoratori, nonostante Alitalia abbia già un costo del lavoro la cui incidenza sul fatturato (19%) è più bassa rispetto a quella di altre compagnie aeree come Air France e Lufthansa, che sono al 26%.

Il piano, portato avanti da Intesa Sanpaolo e che ha raccolto l’adesione di una cordata di altri 16 imprenditori, porterebbe la neo costituita “Compagnia aerea italiana” (Cai), di cui Colaninno ha assunto la presidenza, a rilevare il marchio e le attività di Alitalia, in pratica le attività di volo, con le rotte, la flotta (integrata con quella di Air One) e una parte dei dipendenti attuali, destinando quello che rimane della vecchia compagnia alla liquidazione, lavoratori compresi. Si porterebbe così a termine la distruzione definitiva di Alitalia con la sua definitiva divisione in tre: il trasporto passeggeri, che sarà in dote alla Cai, il trasporto merci e la manutenzione che verranno esternalizzati.

Ancora i “capitani coraggiosi”

Lo schema di questa privatizzazione ricorda tragicamente quello della Telecom e il coinvolgimento, anche in questo caso con un ruolo di primo piano, di Colaninno è la testimonianza di questa infausta coincidenza. Colaninno comprò la Telecom senza mettere un euro di tasca sua e subito dopo portò avanti la sua opera di distruzione della compagnia telefonica a suon di migliaia di licenziamenti e pre-pensionamenti pagati dallo Stato. Ora l’ex “capitano coraggioso” è alla testa di una compagine, degnamente rappresentativa del parassitario capitalismo italiano, che riceve in dote dalle mani di Berlusconi le attività più redditizie di Alitalia e tra un po’ le rivenderà (ad Air France?) ricavandone gli stessi lauti profitti che Colaninno già incassò con la vendita di Telecom.

Il gioco è sempre lo stesso: non solo quello di smantellare tutte le aziende statali ma riuscire anche a far finire i proventi delle privatizzazioni non nelle casse dello Stato, proprietario di queste aziende, ma dei padroni (che, per giunta, dovremmo anche ringraziare per il favore che ci fanno di sobbarcarsi con il loro noto spirito di sacrificio una azienda in crisi!).

I padroni rilevano Alitalia per zero euro, i debiti vengono messi a carico dello Stato e si dà un taglio drastico alle condizioni di vita e di salario.

Non solo, oltre a liberarsi del debito, la Cai si troverà in dote anche Air One!

La strategia delle privatizzazioni

La privatizzazione di Alitalia, inoltre, è funzionale al vero progetto che c’è dietro e che dovrà dare un po’ di ossigeno nel prossimo futuro al parassitario capitalismo italiano: la privatizzazione completa di tutto il trasporto pubblico, passeggeri e merci, e la possibilità di allungare le mani sul polo tecnologico della manutenzione aeronavale.

Msc, il secondo colosso armatoriale a livello mondiale per il trasporto dei container, figura tra i gruppi interessati all’esternalizzazione del settore cargo. A capo di Msc c’è Gianluigi Ponte che, con questo “sacrificio”, si posizionerà in prima fila per la privatizzazione della Tirrenia, la compagnia statale per i collegamenti marittimi, che Berlusconi vuole mettere in calendario per il 2009.

Banca Intesa, uno dei principali enti finanziatori della Cai, è pienamente coinvolta nei progetti dell’alta velocità ferroviaria già realizzati e lo sarà nell’affare della privatizzazione delle tratte ferroviarie più redditizie.

L’esternalizzazione delle attività di manutenzione della Atitech interessa la Finmeccanica (dove la presenza dello Stato è già ridotta al 30%, ed il governo ha tutta l’intenzione di farla scendere ancora) all’interno della creazione di un polo per la manutenzione aeronavale che suscita giganteschi interessi privati.

Con gli ultimatum e i ricatti si vuole imporre al sindacato la firma su un piano che prevede solo ed esclusivamente migliaia di licenziamenti, senza neanche avere la possibilità di esprimere un parere: prendere o lasciare, o così o Alitalia fallisce. È lo stesso metodo che si vuole imporre per arrivare alla distruzione dell’istituto del contratto nazionale di lavoro e che si vorrà applicare in tutte le future crisi industriali.

Al momento della chiusura in redazione di questo numero, Cgil, Cisl, Uil e Ugl, dopo una settimana di presidi e cortei interni a Fiumicino, pur non firmando nulla avrebbero raggiunto un pre-accordo con la Cai, riuscendo a strappare una riduzione degli esuberi per i piloti. Questo pre-accordo è solo ed esclusivamente uno specchietto per le allodole per cercare di convincere tutti che la privatizzazione è ormai cosa fatta e che non ci sarà più nulla da fare.

Sul piano Fenice, tranne che l’indicazione di migliaia di licenziamenti, non c’è scritto niente. Il pre-accordo raggiunto dovrebbe richiamare ad un’intesa quadro che serve solo a nascondere che l’accordo da parte dei lavoratori non c’è su niente. Nei punti dell’accordo quadro firmato il 14 settembre, due sono particolarmente avvelenati.

Il primo è quello che prevede che chi rientrerà in azienda non lo farà alle condizioni del contratto nazionale vigente, aggirando così le disposizioni del Codice civile in materia di cessioni aziendali (art. 2112).

Di fatto il “contratto aziendale” in preparazione aprirebbe il varco non solo al peggioramento delle condizioni in Alitalia, ma anche alla più generale offensiva contro il contratto nazionale di lavoro.

Il secondo punto è la deroga concessa in materia di assunzioni a tempo determinato pur in presenza dell’utilizzo della Cassa integrazione straordinaria.

Sulla trincea di Alitalia si difendono quindi non solo i diritti e il lavoro del trasporto aereo, ma quelli di tutti i lavoratori di questo paese.

Dalle mobilitazioni contro il piano Fenice è venuto a Berlusconi un messaggio chiaro: di non illudersi di poter piegare i lavoratori senza colpo ferire. Ora, se si vuole vincere occorrono forme di lotta ancora più radicale, bloccare tutte le piste a Fiumicino e Malpensa e paralizzare tutto il trasporto aereo, facendo un appello, innanzitutto a tutti gli altri lavoratori dei trasporti, per una mobilitazione più generale contro la privatizzazione del trasporto pubblico.

Il trasporto può essere gestito razionalmente, negli interessi della collettività, oppure, come nelle intenzioni di Berlusconi (ma anche di Veltroni), può costituire il terreno per le scorribande dei più pericolosi progetti di speculazione finanziaria, che è alla fine l’unica cosa a cui si riduce il piano presentato per Alitalia.

L’esito è nelle mani dei lavoratori Alitalia e di tutti coloro che comprendono la centralità di questo scontro per il movimento operaio italiano.


16 settembre 2008