SEMINARIO NAZIONALE

La sinistra di fronte alla questione mediorientale.

Sicurezza, pace e solidarietà internazionale

 

Terza sessione – L’Europa che ripudia la guerra:

Medio Oriente e questione palestinese

 

INTRODUZIONE

 

A livello mondiale molti sono rimasti sconvolti – e a ragione – di fronte al documento sulla «guerra permanente» dell’amministrazione americana, ma non si è mai percepito a livello di massa che avevamo già un esempio di guerra permanente, anche se cosí non definita ufficialmente: quella, cioè, tra israeliani e palestinesi. L’occupazione di terre, gli omicidi mirati, la sperimentazione di nuove armi e la cieca intransigenza politica che hanno caratterizzato nell’ultimo quarantennio la condotta d’Israele, oggi hanno angoscianti analogie con ciò che avviene in altre parti del mondo.

Da quindici anni il mondo si trova in uno stato di crollo sociale, politico e culturale. La guerra è tornata a essere vista da molti come “natura ineliminabile” dell’uomo, e da altri come sistema di governo, e il Medio Oriente si presenta come paradigma del mondo d’oggi in perenne conflitto bellico. Tuttavia, la guerra per noi appartiene alla preistoria dell’umanità e al suo preistorico modo di produzione. Per questo, cerchiamo di affrontare il tema del Medio Oriente in conformità a un principio fondamentale: «fuori la guerra dalla storia». E lo facciamo riallacciandoci a Michael Mandel, giurista della York University di Toronto, che analizzando i tre recenti eventi bellici: a) la guerra per il Kossovo; b) l’attacco all’Afganistan; c) l’aggressione “preventiva” all’Iraq, segnala l’assenza di fatto e di diritto di strumenti sanzionatori contro il «crimine internazionale supremo», cioè la guerra di aggressione. Fu il Tribunale di Norimberga ad affermare che la guerra non è una legittima espressione della sovranità degli Stati, fatta eccezione per l’uso della forza in risposta a un attacco militare di uno Stato contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato.

 

Questione palestinese

 

Una prima, doverosa, considerazione è che l’aggressione del Libano ha occultato il problema palestinese, significativamente assente anche nella risoluzione 1701. Quindi, la sola interposizione militare, anche nelle migliori intenzioni, non sarà risolutiva per il conflitto in Medio Oriente, poiché lascia sullo sfondo la «questione palestinese». Colmare questo vuoto significa impegnare la politica a costruire condizioni di vita dignitosa per donne e uomini deprivati di futuro dallo scontro bellico.

Appare grande la sproporzione tra la missione in Libano e la dimensione degli eventi che esplodono in MO. Il complesso intreccio di fattori sociali e religiosi; di destini individuali tra aspri conflitti ed esilio; tra dinamiche storiche e fedi politiche, tra desideri di pace e necessità di lotta, fanno della questione palestinese e del conflitto arabo-israeliano uno dei nodi piú aggrovigliati e drammatici della storia contemporanea. Un’Europa che ripudiasse la guerra e credesse che la giustizia e la libertà valgano per tutti e non solo per alcuni, dovrebbe affrontare il cuore del problema mediorientale, quello della Palestina e d’Israele, riconoscendo e rispettando tutte le sfere dell’esistenza come atto politico.

La guerra d’Israele al Libano e a Hezbollah era programmata da tempo con gli Usa (diversi documenti appiono ormai confermarlo) come parte dello scontro con la Siria e Iran, ed ecco perché, anche su questo punto, ritorna il problema palestinese come il grande assente della risoluzione 1701. Porre la questione palestinese a livello europeo e costruire azioni politiche unitarie a proposito, vuol dire cercare di mutare l’atteggiamento unilaterale dell’Europa nei confronti del MO: solo per gli arabi e i palestinesi tutto deve essere vincolante per cui la popolazione palestinese vede il suo diritto alla vita rimandato sine die. L’azione Usa e israeliana risultano di estrema coerenza perché finalizzata, al massimo grado, alla «guerra infinita». E la forza finalizzante che vi agisce, coincide con la piú cinica manifestazione d’amore per la politica di potenza, che costituisce un doppio scandalo: quello della guerra in sé e quello del delirio di onnipotenza. Ecco perché dovremmo pronunciare altre parole.

Dopo la nascita dello Stato d’Israele, avvenuta in modo cruento e attraverso la cacciata di una popolazione dalla sua terra, e dopo la guerra del 1967, espulsioni, divieti di tornare in Palestina, arresti arbitrari, limitazione della libertà, processi sommari, carcerazioni disumane, distruzione di case, sequestro di terre, furti durante le perquisizioni sono divenuti parte della vita quotidiana di ogni palestinese. Dalla fine degli anni settanta, si aggiunge l’insediamento dei coloni, contravvenendo, anche in questo caso, al diritto internazionale. In questi territori sotto occupazione militare da trentacinque anni, il conquistatore è una potenza militare che agisce con il consistente sostegno bellico, economico e diplomatico degli Usa.

La questione palestinese si è aggravata perché lí si scaricano modalità della guerra permanente contro gli arabi, con evidenti implicazioni economiche (cfr. «Le Monde diplomatique»). Il militarismo, indispensabile sostegno del capitalismo, svolge una funzione propriamente militare, e un’altra economica, di sostegno alla produzione con la spesa pubblica militare, per fronteggiare le ricorrenti crisi di sovrapproduzione. Se l’aggressione tende alla vittoria e quindi alla fine del conflitto, la funzione economica tende, invece, a prolungare lo scontro, enfatizza il nemico, producendolo se non c’è, per giustificare le spese militari. La sinistra deve cogliere questo slittamento di piani: la funzione militare trova la sintesi nell’ossessiva esibizione di morte, nella guerra infinita, non nella vittoria. Per questo il rifiuto della guerra è rifiuto politico, fondato materialisticamente.

       Già in Rosa Luxemburg (1898), abbiamo l’analisi del militarismo come keynesismo militare prima di Keynes: riteneva, infatti,le spese militari indispensabili al capitalismom perché costituivano un mercato addizionale che assicurava alla produzione una nuova domanda piú regolare, con un ritmo di sviluppo costante. Ora tocca alle vecchie colonie fornire quella che è ormai un’importante risorsa per la politica economica Usa: nemici e scenari di guerra a giustificazione di un’illimitata espansione delle spese militari.

Con gli accordi di Oslo I e Oslo II (1993-95), che Rabin il 14 novembre 1995 paga con la vita, i palestinesi avevano accettato sostanzialmente la soluzione dei due Stati, nella forma di un enorme compromesso che comportava la rinuncia di fatto alla rivendicazione del 78% della Palestina sotto mandato britannico, con il solo riconoscimento del restante 22%, cioè il West Bank e Gaza[1]. Eppure, dal 29 maggio 1996, si opera per azzerare il processo di pace avviato, e Uzi Landau, ministro della Sicurezza interna, il 14.12.2001 afferma che «non accetteremo mai l’esistenza di uno Stato palestinese» («Le Monde»).

Giorno dopo giorno, l’esercito israeliano continua a bombardare il territorio di Gaza – oltre 170 palestinesi uccisi dai bombardamenti a partire dal 28 giugno 2006, la maggioranza dei quali civili. A queste stragi si aggiungono le distruzioni di case, campagne, raccolti. Questo, mentre gli Usa e l’Unione europea mantengono il blocco nei confronti del popolo palestinese.

Il governo italiano insieme a quello dell’Unione europea deve intervenire direttamente sul governo israeliano per far cessare l’occupazione, la distruzione sistematica delle case, delle coltivazioni e delle infrastrutture dei palestinesi, gli omicidi mirati. Per questo il governo italiano deve porre a livello internazionale l’esigenza irrinunciabile – vista la missione in Libano – dell’immediato dispiegamento di una forza Onu anche a Gaza e in Cisgiordania, a garanzia della sicurezza dei palestinesi. E, nell’immediato, deve agire affinché Israele tolga i blocchi in Cisgiordania e Gaza per le merci e le persone, al contempo chiedendo di bloccare la crescita dei coloni nei territori occupati.

La «comunità internazionale» non può inoltre continuare a ignorare il fatto che ministri, parlamentari e sindaci di un paese che dovrebbe essere sovrano siano stati sequestrati, imprigionati, e almeno in un caso anche torturati. Chiediamo pertanto che l’Ue, il governo italiano, i presidenti dei vari parlamenti europei e le assemblee di Regioni, Province e Comuni, operino per la libertà immediata di tali rappresentanti .

Il 28 maggio 2006 israeliano effettua bombardamenti sulla zona di confine, nella valle della Bekaa e vicino a Beirut, e contestualmente si rilancia il dibattito circa il disarmo dello Hezbollah e dei palestinesi, considerati entrambi «terroristi». Cosí la Palestina «non è piú una causa, non è piú un’idea», ma una questione di terrorismo internazionale e di ordine pubblico all’interno dei campi profughi,presentati dalla stampa internazionale come zone di non-diritto, che ospitano criminali ed estremisti. In realtà, secondo i dati Unwra – Ufficio di assistenza delle Nazioni Unite - in Libano, nel marzo 2006, vi sarebbero circa 404.000 profughi palestinesi, piú un numero imprecisato perché non “riconosciuti” dall’Unwra: il 60% vive al di sotto della soglia di povertà, la disoccupazione raggiunge il 70%. Continua il divieto ai palestinesi di acquistare case e beni immobili in Libano; inoltre i profughi non possono esercitare una settantina di mestieri fuori dai campi, i laureati palestinesi continuano a non essere medici, giuristi, architetti, ecc.

 

Allora la comunità internazionale e l’Unione Europea in particolare devono prendersi in carico due problemi strutturali:

1 – Superare la logica di guerra, il che significa battersi per una logica di vita - questo è ciò che simboleggia la bandiera arcobaleno. È quindi necessaria una garanzia assoluta che il comando della Forza di Interposizione, oggi schierata in Libano, rimanga strettamente sotto l’Onu, e non possa essere trasferita in nessun momento alla Nato. Deve risultare anche estremamente chiaro che la Forza Onu d’Interposizione non potrà mai, e in alcun modo, essere coinvolta in una ripresa o in un’estensione del conflitto, che coinvolgerebbe l’Europa e l’Italia nella guerra mediorientale. Cosí come deve essere escluso un suo impiego per proteggere le varie imprese che si lanceranno nel business della ricostruzione del Libano. Essendo poi singolare il fatto che una Forza Internazionale di Interposizione venga schierata sul territorio di uno dei due paesi belligeranti, quello attaccato, e non sul loro confine, deve essere chiaro che, finché tale forza opererà in territorio libanese, essa deve essere soggetta alla sovranità libanese. Affinché la forza di interposizione sia tale, garantendo israeliani, libanesi, e palestinesi, non può che essere accompagnata e seguita da concrete azioni costruttive, che non possono essere condotte con gli eserciti. Quindi, l’Europa e l’Italia riconoscano e dialoghino con il legittimo governo palestinese, e annullino tutte le disposizioni che attualmente impediscono l’erogazione di fondi direttamente al governo palestinese.

2 – Fornire una prospettiva politica e una speranza di vita diversa alle tre diverse realtà: ai circa 500.000 profughi palestinesi della diaspora, del Libano e che vivono senza nessuna prospettiva che non sia una condizione da campo di concentramento; ai palestinesi divenuti cittadini di Israele; agli abitanti nei territori occupati da Israele fin dal 1967, che esprimono articolati e diversificati bisogni e urgenze, poiché dietro la scientificità, le cifre ignorano il vissuto delle disuguaglianze.

       Inoltre vogliamo segnalare altri aspetti che riteniamo importanti:

¨        Promuovere la presenza di volontari e di osservatori disarmati dando loro la libertà necessaria di movimento, oltre che agire per un monitoraggio degli eventi anche attraverso un’informazione trasparente in modo particolare del servizio radiotelevisivo pubblico.

¨        Agire per l’embargo e il monitoraggio sulla vendita di tutti i tipi di armi nell’area Mediorientale e sugli accordi di cooperazione militare, denunciando l’accordo di collaborazione militare tra Italia e Israele (legge 94/2005); cosí come va bloccato qualsiasi finanziamento e accordo di collaborazione scientifica ed economica con organizzazioni israeliane collegate al ministero della Difesa.

¨        Far sí che Israele rientri nel contesto del diritto internazionale, dando seguito a tutte le risoluzioni dell’Onu restate disattese e ritirarsi entro i confini del 1967 .

¨        Lavorare per una Conferenza Internazionale di pace per la regione, uscendo dalla logica «niente negoziati, solo forza» (Kissinger).

 

Se lavoreremo, sostenendo una politica responsabilmente lontana dalla logica del confronto armato, si eviterà, forse, che la «missione Leonte» sia una semplice sospensione fra due guerre, e giocata solo in funzione di propaganda interna dei paesi partecipanti, relegando nell’ombra i bisogni, le aspirazioni, i sogni delle popolazioni mediorientali. Proprio per evitare questo, la sinistra - che vorremmo riunita - deve pensare e operare non per «progetti di un’ora ma di un tempo» (Ingrao), affinché ai palestinesi sia data immediatamente la possibilità di costruire un proprio Stato, indipendente, con confini certi, ed esterni allo Stato Israeliano, e internazionalmente riconosciuto. Questo costituirebbe una cesura con il “muro di ferro”, a tutt’oggi punto di riferimento incrollabile delle élites politiche israeliane, e che alimenta una politica fondata sulla pulizia etnica e sull’apartheid.

 

13 ottobre 2006, Villaggio «La Brocchi», località Canicce, Via Faentina, Borgo S. Lorenzo (FI)

 

UBALDO CECCOLI


 

[1] Avi Shlaim, storico israeliano, docente di relazioni internazionali al St. Anthony College di Oxford.