SEMINARIO NAZIONALE

La sinistra di fronte alla questione mediorientale.

Sicurezza, pace e solidarietà internazionale

 

seconda sessione - il ruolo dell’onu e delle sue agenzie

nella promozione della pace, della sicurezza e della solidarietà internazionale

 

 

Premessa

 

In questo tragico momento storico si assiste ormai da quindici anni al moltiplicarsi di terribili guerre: dichiarate, non dichiarate, con legittimità e senza legittimità giuridica internazionale, fino ad arrivare all’aberrazione umana e giuridica della «guerra preventiva» - inaugurata con l’intervento militare in Kossovo a guida Nato, giustificato come umanitario e successivamente legittimato dall’Onu. Questa strategia fu poi estesa all’Afganistan, dopo l’11 settembre 2001, e all’Iraq (seconda guerra) con la scusa delle armi di distruzione di massa, mai trovate.

Di fatto, senza dichiarazioni ufficiali, siamo di fronte alla terza guerra mondiale, inaugurata nel 1991 con la I Guerra del Golfo, e che va avanti per fasi progressive, estendendosi a tutto il pianeta. In questo apocalittico scenario mondiale, la questione mediorientale assume il carattere di cartina di tornasole dello stato degenerativo in cui versa la politica internazionale.

Una riflessione sull’Onu e le sue Agenzie si impone a tre livelli: etico, giuridico-istituzionale e politico.

 

 

Un po’ di storia

 

L’Onu nasce nel 1945 dopo la tragedia della seconda guerra mondiale che decreta la fine politica della Società della Nazioni, organismo alle dipendenze delle diplomazie dei paesi aderenti e ormai ridotta al rango di “notaio del caos internazionale”. La Società delle Nazioni era la prima organizzazione politica internazionale con organismi permanenti, nata con il fine di mantenere la pace dopo la tragedia della prima guerra mondiale. Nata nel 1920, con sede a Ginevra, venne dichiarata estinta nel 1946. Arrivò a 54 Stati membri, ma la sua debolezza intrinseca era l’assenza degli Usa (che non volevano ingerenze internazionali nella loro politica), dell’Urss (entrata nel 1934 ed espulsa nel 1939 per l’attacco alla Finlandia), della Germania (all’inizio volutamente esclusa per la sue responsabilità nello scoppio della guerra, entrerà nel 1925 e ne uscirà nel 1934 con Hitler). Eppure la Società delle Nazioni era nata dai 14 punti di Wilson, documento di alto livello etico-politico che doveva gestire l’uscita dalla prima Guerra mondiale: autodeterminazione dei popoli, libero accesso a commerci e materie prime per tutti, bandire la guerra come sistema di soluzione delle controversie e costruzione di un mondo pacifico libero dalla paura e dal bisogno.

 

I primi promotori dell’Onu sono stati senza dubbio gli Stati Uniti di Roosevelt.Già dal 1939 gli Usa pensano in via riservata al dopo-Società delle Nazioni ormai troppo squalificata, studiano alternative attraverso l’istituzione di un Comitato consultivo e concordano sulla necessità di una nuova istituzione internazionale capace di garantire sicurezza collettiva, libertà economica e di scambi, e di favorire la decolonizzazione. Il loro progetto sarà in grado di marciare perché trova i consensi di Gran Bretagna, Francia, Cina nazionalista (in un certo senso scontati), ma soprattutto dell’Urss che dal 1943 mostra il suo interesse (aveva bisogno del riconoscimento dello status di grande potenza e contemporaneamente non voleva ingerenze interne).

 

Il progetto passa attraverso varie tappe: Carta Atlantica (1941), dichiarazione congiunta Usa - G.B,. che costituisce la premessa costituzionale della loro unione per gli scopi della pace, incluso il disarmo delle potenze pericolose e aggressive(Allegato n. 1). Dichiarazione delle Nazioni Unite (1942, dopo l’attacco di Pearl Harbor del Giappone agli Usa), firmata nel tempo da 26 paesi che aderiscono alla Carta atlantica e si impegnano nella lotta comune contro l’hitlerismo (tra loro Usa, G.B., Urss, Francia). Dichiarazione di Mosca (1943) sulla necessità di un organismo internazionale per la sicurezza e la pace, basato sull’uguaglianza sovrana di tutti gli Stati. Conferenza di Teheran (1943). in cui Roosevelt espone il suo progetto, che include:

                    la previsione esplicita dell’uso della forza per imporre le decisioni della futura organizzazione, abbandonando l’astratto pacifismo della Società delle Nazioni e prevedendo la formazione di una forza armata e di mezzi di intervento propri (questo verrà realizzato solo nel 1956 in occasione della crisi del Canale di Suez con i «Caschi Blu», che poi, nel 1988, prenderanno il Nobel per la Pace come auspicio di efficienza per il futuro, piuttosto che come riconoscimento della loro pregressa capacità di peacekeeping; ciononostante non sono mancati prima e dopo gli interventi armati).

                    Supremazia delle grandi potenze, Usa, G.B, Urss, Francia, a cui viene associata la Cina nazionalista (quale rappresentante del mondo asiatico, in sostituzione del Giappone, che rappresentava tale area geografica nella Società delle Nazioni) con facoltà di diritto di veto.

                    Differenza di poteri tra Consiglio di Sicurezza e Assemblea Generale.

                    Il Consiglio di sicurezza quale organo direttivo e centro politico permanentemente riunito, con l’incarico di deliberare in materia di mantenimento della pace (Cap. VI) e con la facoltà di decidere l’eventuale uso della forza (Cap. VII); le sue risoluzioni sono vincolanti; al suo interno si fa un’ulteriore differenza tra i 5 membri permanenti con diritto di veto e i membri non permanenti (oggi 10), eletti a rotazione ogni due anni dall’Assemblea.

                    L’Assemblea generale è l’organo rappresentativo con uguaglianza giuridica degli Stati membri (uno Stato, un voto); le sue risoluzioni non sono vincolanti.

                    Si prevede anche un Segretario generale come organo esecutivo e amministrativo dotato però di ampia autonomia di iniziativa diplomatica per la pace, anche senza un mandato ufficiale (art. 99).

                    Le Agenzie internazionali sono previste per favorire la cooperazione internazionale.

                    Si prevede anche un Consiglio economico e sociale come organo di coordinamento dell’attività economica e sociale dell’Onu e delle sue Agenzie.

                    Tale Consiglio può consultarsi con le Ong (Organizazioni non governative) che godono dello status consultivo presso le Nazioni Unite perché ne condividono i principi.

                    Viene prevista anche la Corte internazionale di giustizia come massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite.(artt. 92, 96).

 

Conferenza di Yalta (1945): si prende l’impegno di costruire la futura organizzazione il cui progetto era stato definito da Usa, Urss e G.B., e si decide la Conferenza di San Francisco da convocarsi il 25 aprile 1945 per cercare il consenso mondiale al progetto, invitando tutti gli Stati che alla data erano firmatari della Dichiarazione delle Nazioni Unite.

Conferenza di San Francisco (25 aprile 1945), celebrata quando ormai è certa la capitolazione della Germania e conclusa poche settimane prima dello scoppio della bomba sganciata dagli Usa su Hiroshima. Nel frattempo, il 12 aprile del 1945, era improvvisamente morto Roosevelt, l’uomo del dialogo e del coinvolgimento dell’Urss nel processo di costruzione e mantenimento della pace. Egli era un appassionato sostenitore della Società delle Nazioni e durante la Conferenza internazionale sul disarmo del 1933 propose l’eliminazione graduale delle armi offensive, ma, purtroppo, la Conferenza fallí. A sostituirlo sarà Truman, che, al contrario, sosterrà una politica di contenimento dell’Unione Sovietica, attraverso gli aiuti economici ai paesi amici («dottrina Truman» del 1947, che avvia la guerra fredda).

 

Nella Conferenza di San Francisco si discute del diritto di veto. La commissione respinge gli emendamenti sollevati da 17 paesi miranti a scalfire in vario modo il diritto assoluto di veto. Spiccano: Australia, Nuova Zelanda e anche Francia, consapevole della sua realtà di potenza minore, ma solo il Guatemala, allora retto dal governo democratico di Arevalo, lo rifiuta in toto in quanto rappresentava una flagrante violazione dell’art. 2 della Carta, che stabilisce l’uguaglianza giuridica e sovrana degli Stati. Gli Usa furono irremovibili e fecero dipendere la stessa esistenza dell’organizzazione dall’approvazione della norma sul diritto di veto, che passerà con 20 voti favorevoli, 10 contrari, 15 astenuti e 5 assenti. Venne anche chiesto, ma respinto per l’opposizione dell’Urss, che l’Assemblea potesse discutere ogni materia nella sfera delle relazioni internazionali; la richiesta venne modificata nella formula piú restrittiva di «all’interno delle materie oggetto della Carta». Respinta anche la proposta dei paesi minori di prevedere una Carta con scadenza decennale.

Il 24 ottobre 1945 si celebrò finalmente la nascita ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite con la ratifica dello statuto da parte dei primi 51 Stati Membri. I primi a ratificarlo, a una settimana dalla conclusione della Conferenza di San Francisco, furono gli Usa. La sede venne fissata a New York sui terreni economicamente carissimi di Manhattam, acquistati e regalati dal miliardario Rockefeller; l’Onu ereditava anche la sede di Ginevra della Società delle Nazioni. Il «Palazzo di vetro» venne fatto costruire dai piú noti architetti mondiali, tra cui Le Corbousier e Niemeyer, e le spese di costruzione furono anticipate dagli Stati Uniti. Le lingue ufficiali furono: inglese francese, russo, cinese, spagnolo e, dal 1980, l’arabo. Le lingue di lavoro, per la stesura di tutti i documenti e i verbali, rimasero però due: inglese e francese

Nel 1960 gli Stati membri aumentano a 82, nel 1968 passano a 126 e attualmente sono 191 (Allegato n. 2).

 

Gli scopi e principi sanciti nella Carta costitutiva sono:

                    mantenere la pace e la sicurezza internazionale con efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere minacce alla pace (art. 1);

                    sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni sul principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli (art. 2);

                    rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti (art. 3); da qui scaturirà la Dichiarazione dei diritti umani del 1948, a cui farà seguito tutta la serie dei trattati internazionali (Allegato n. 3).

                    operare per la composizione pacifica delle controversie internazionali (cap. VI).

 

 

Livello etico

 

Purtroppo, sin dalla sua nascita l’Onu è stato paralizzato piú volte dal diritto di veto attribuito ai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e scaturito dalla logica di premiare le potenze vincitrici (la storia della Cina è un capitolo a parte: la Cina nazionalista doveva sostituire il Giappone che era rappresentato nella Società Nazioni e risultava tra i paesi dell’Asse; la sostituzione della Cina di Taiwan con la Repubblica popolare cinese avviene nel 1971 a seguito delle pressioni dell’Urss e di altri paesi). L’Onu si è cosí dimostrato impotente a intervenire per fermare i massacri, e non ha svolto il suo ruolo primario di prevenzione delle guerre e di promozione della soluzione pacifica dei conflitti. A ciò si aggiungono le legittimazioni “postume” di molte guerre. In questo modo le Nazioni Unite si sono rese complici delle logiche aberranti di dominio oppressivo ed espansivo delle grandi potenze, e ora, nel mondo unipolare, soprattutto degli Usa.

 

A questo proposito è significativo ricordare che proprio gli Usa, in occasione della guerra di Corea, per uscire dalla paralisi provocata dal veto, in quel caso dell’Urss, furono i protagonisti di una storica risoluzione, «Uniti per la pace» (3 novembre 1950), presentata dal segretario di Stato statunitense Acheson e fatta votare favorevolmente dall’Assemblea generale. Tale risoluzione riconosceva il diritto dell’Assemblea di decidere su questioni inerenti la pace, se il Consiglio di sicurezza veniva bloccato dal veto (si scavalcava l’art. 12, che vieta all’Assemblea di occuparsi di questioni sottoposte all’esame del Consiglio di sicurezza). Le sue risoluzioni continuavano ad avere carattere non vincolante, ma rendevano legale l’iniziativa intrapresa dall’Onu in base delle misure raccomandate dall’Assemblea, anche se di carattere militare - occorreva la maggioranza qualificata dei due terzi. Se l’Assemblea non si fosse trovata in sessione, poteva essere convocata dal Segretario generale su richiesta della maggioranza del Consiglio di sicurezza, la cui valutazione procedurale non era sottoposta a veto (e fu cosí che gli Usa proseguirono l’azione militare che l’Urss aveva bloccato con il veto, una volta che le truppe della Corea del Nord erano state respinte entro i limiti dei confini provvisori) - la materia è regolata dagli artt. 10, 11, 14. della Carta.

La portata di tale risoluzione andò al di là della crisi coreana e venne utilizzata in altre occasioni.

 

(Sorge spontanea una domanda: come mai l’Assemblea non se ne è servita piú spesso al di fuori delle logiche di potere delle superpotenze? Per esempio, nel caso delle ripetute violazioni commesse da Israele nei confronti della Palestina - ma l’elenco sarebbe molto ampio.)

 

Con la nascita del «Movimento dei paesi non allineati» nel 1955 si aprivano nuove speranze e possibilità per avviare una politica internazionale basata sulla cooperazione e la giustizia. A seguito del loro «Manifesto di Algeri» del 1973, l’Assemblea aveva votato nel 1974 la Dichiarazione per un Nuovo ordine internazionale economico e dell’informazione.

La Repubblica popolare cinese entrava nel Consiglio di sicurezza nel 1971, l’Assemblea votava lo status consultivo all’Olp nel 1974 e la condanna del sionismo come forma di razzismo nel 1975 (successivamente annullata nel 1991).

Lo smacco Usa era grosso e le ritorsioni non si fecero aspettare. Kissinger dichiarava che «l’Onu deve abbandonare la velleità di essere il centro della sicurezza internazionale» e decideva di emarginare le Nazioni Unite dalle grandi vicende internazionali. Questo in precedenza era già successo con la crisi di Cuba nel 1962, sostanzialmente gestita direttamente dalle due Amministrazioni Usa e Urss, con l’esplicito invito all’Onu di non occuparsene, e poi durante la guerra del Vietnam, con Jhonson che riaffermò l’autonomia Usa rispetto alla Carta; ora però si trattava di una dichiarata strategia ufficiale.

                    Sull’altare dell’esordiente economia liberista (colpo di Stato in Cile) e di una rinnovata guerra fredda, in un clima di allarme per la decisione del cartello dell’Opec di alzare il prezzo del petrolio, le grandi potenze capeggiate dagli Usa esautorano l’Onu del ruolo guida in campo economico, che avrebbe potuto svolgere in sintonia coi principi di cooperazione sanciti dalla Carta, e si affidano al recente nato G5, poi divenuto G7.

                    Gli Usa escono dall’Unesco nel 1983, perché contrari alla politica del direttore senegalese definita antisraeliana (nel 1984 esce anche la G.B, e successivamente Singapore); nell’1987 impongono il nuovo direttore spagnolo, Mayor, che dovrà abbandonare il programma «Nuovo ordine internazionale per l’informazione» e occuparsi di tematiche meno politiche. Il programma era stato intrapreso dall’Unesco dopo il simposio di Tunisi del 1976, che contestò il poco spazio informativo concesso alla realtà del Sud del mondo, peraltro deformato da immagini alterate; inoltre si chiedevano aiuti perché i paesi del Sud potessero produrre la loro informazione e potessero avere acceso ai satelliti. Tale programma venne sostenuto dall’Urss (gli Usa rientreranno nell’Unesco nel 2003 con Bush, interessato ad ammorbidire l’opposizione dovuta alla guerra all’Iraq).

                    Contemporaneamente gli Usa montano una campagna per denigrare le Nazioni Unite e minacciano la loro uscita. L’Onu viene definito «la casa degli specchi in un parco dei divertimenti», si parla di inefficienza, clientelismo, alti costi, corruzione, incultura dei funzionari.

                    Dal 1983 con Reagan e per quindici anni unilateralmente gli Usa riducono le proprie quote e usano l’arma del ricatto economico per imporre all’Onu una riforma a loro funzionale.

                    Con la guerra del Libano nel 1982 si sperimenta la prima forza di peacekeeping multinazionale fuori dall’Onu (Usa, Francia, Italia), che fallisce e dovrà ritirarsi. Contemporaneamente, però, non si lavora per riattivare i «caschi blu», che, già presenti sul territorio, ma senza efficacia, si erano limitati a farsi da parte per far passare i carri armati della forza multinazionale.

 

La successiva escalation di questa politica di strumentalizzazione dell’Onu sarà ancora piú drammatica dopo il crollo del bipolarismo, avvenuto dopo la caduta del muro di Berlino e il fallimento della politica di Gorbacev.

 

Nonostante la storica opportunità della citata risoluzione «Uniti per la pace», sistematicamente nella storia dell’Onu si è assistito a una prevaricazione da parte delle superpotenze nei confronti dell’Assemblea generale, che è stata esautorata del suo ruolo primario di reale rappresentante mondiale degli Stati e bloccata nella sua naturale vocazione politica di garante della pace e promotore della cooperazione internazionale.

Si può parlare di una cinica prassi della vendita dei voti dei paesi del «terzo mondo» all’interno della logica del «mercato dei diritti umani», sotto pressione del ricatto finanziario, soprattutto Usa. Caso eclatante quello dell’Egitto, che, per il suo assenso alla prima guerra del Golfo del 1991, fu l’unico paese a cui venne condonato l’intero debito estero. Per questa ragione decisioni storiche importanti - come le ripetute risoluzioni di condanna degli Usa per il criminale embargo che da 46 anni viola i diritti del popolo cubano, la censura a Israele per la costruzione del muro e il non rispetto delle ben 71 risoluzioni a favore del popolo palestinese, le risoluzioni contro i massacri in Africa, ecc. - non sono mai state tradotte in azioni operative da parte del Consiglio di Sicurezza, organo di governo dell’Onu.

 

Non si sono impediti crimini come quelli di un cinico embargo totale contro l’Iraq a partire dalla prima Guerra del Golfo del 1991 (non si è permesso alle agenzie umanitarie dell’Onu e alla stessa Croce rossa internazionale di portare gli urgenti soccorsi: medicine, alimenti, acqua, generi di prima necessità).

 

Nel dicembre del 1990, prima dello scoppio della I Guerra del Golfo, il sottoscritto, con una delegazione di cui faceva parte anche la giornalista Giuliana Sgrena, promosse, come Forum internazionale Onu dei popoli, un’iniziativa di “diplomazia popolare” per portare solidarietà al popolo iracheno, chiedere la fine dell’embargo e promuovere una soluzione negoziale, inaugurando la stagione della “diplomazia dal basso”, da cui scaturí «Un ponte per Bagdad».

Da allora, queste iniziative di solidarietà popolare si sono moltiplicate a seguito delle guerre in Jugoslavia, Afganistan, seconda Guerra all’Iraq, ecc. Noi eravamo pienamente consapevoli che quella grave violazione del diritto internazionale da parte degli Usa, che aveva portato alla guerra, segnava un salto epocale che, se fosse andato in porto, avrebbe compromesso quasi senza ritorno il quadro internazionale: il Consiglio di sicurezza aveva deciso l’intervento armato nonostante l’astensione della Cina - e l’astensione non è assimilabile a un «sí». Eravamo di fronte a un ulteriore salto in avanti nella logica dell’espropriazione dell’Onu per il suo utilizzo come ombrello protettore di operazioni illegali, al fine di ottenere il consenso di governi politicamente deboli ed economicamente ricattabili, e di un’opinione pubblica internazionale strategicamente tenuta disinformata.

 

La nostra forza di piccolo gruppo internazionale non riuscí allora a convincere il movimento pacifista, anch’esso in gran parte abbagliato dalla copertura Onu. L’attivismo a posteriori dell’Onu pilotato pesantemente dagli Usa (raffica di risoluzioni del Consiglio di sicurezza), indusse nel 1991 il Segretario generale Perez de Cuellar alla scadenza del suo mandato a parlare di nuova rinascita delle Nazioni Unite e di fine della stagnazione, ma egli affermò pure che si stava entrando in un terreno non coperto dalla Carta. Intanto l’Assemblea annullava la risoluzione del 1975 di condanna del sionismo e l’anno successivo il nuovo segretario Boutros Ghali scriverà l’«Agenda per la pace(1992)», un documento preparato per rendere piú efficace l’Onu nella sua missione di pace, in cui accanto al peacekeeping e al peace building viene introdotto un concetto non previsto dalla Carta: peace enforcing (imposizione della pace con la forza).

Si susseguirono le stagioni delle ingerenze umanitarie, delle guerre umanitarie, fino all’imposizione della democrazia con la guerra. E nel 2001 arrivò anche un secondo Nobel per la Pace all’Onu, consegnato al segretario Kofi Annan - ovviamente le denunce di violenza esercitata nei confronti delle donne da parte dei «caschi blu» in varie missioni di pace non furono elementi di valutazione.

 

La storia successiva purtroppo continuava a darci ragione, con l’ulteriore passaggio alla logica Usa della «guerra preventiva», che ha fatto della guerra al terrorismo la giustificazione per una «guerra permanente» e «infinita». Si tratta di un’aberrante deviazione, una vera e propria controrivoluzione etico-morale, che pone al centro gli interessi supremi di uno Stato contro tutti gli altri: di fatto si tratta di una dichiarazione di guerra al mondo intero. A fronte di ciò, non c’è stata una sufficiente indignazione etico-morale mondiale, salvo le grandi manifestazioni del popolo della pace, in particolare contro la II guerra del Golfo, il cui messaggio non è stato pienamente raccolto dalla sinistra mondiale.

Le forze politiche della sinistra «moderata» europea, ma anche italiana, hanno avuto una grande responsabilità storica nel dimostrarsi appagate della copertura a posteriori dell’Onu, che, ambiguamente, consentí loro il successivo impegno militare in Iraq, nonostante l’inesistenza delle famose armi di distruzione di massa - come confermato dai funzionari Onu e, successivamente, da piú voci anche inglesi e americane, mentre la guerra continuava il suo corso. Eppure la guerra continua tuttora e l’Onu non ha emesso alcuna condanna nei confronti degli Usa e dei suoi alleati.

In questo modo, i governi italiani - sia di centrosinistra che di centrodestra - hanno avuto l’alibi per violare piú volte l’art. 11 della nostra Costituzione antifascista nata dalla Resistenza.

Questo nuovo paradigma imperialista della «guerra preventiva», elaborato dagli Usa con l’intento di combattere il terrorismo internazionale ed esportare democrazia e diritti umani, è appoggiato dalla Gran Bretagna, con il consenso palese o tacito di altri paesi europei, incluso lo stesso precedente governo italiano. Tale strategia ha finito, invece, per accelerare l’accumulazione di un pericoloso odio soprattutto verso quei paesi che hanno scatenato la seconda guerra all’Iraq, con il rischio piú presente di una pericolosa estensione del conflitto nei confronti dell’intero Occidente.

Strumentalmente si è fatto leva sulla questione religiosa islamica, accomunando religione-terrorismo-Medioriente per giustificare la guerra preventiva al mondo arabo, scatenando una sorta di guerra tra religioni e rinfocolando lo spirito sanguinario delle «crociate», della cosiddetta «guerra giusta», in cui chi uccide non è un omicida, ma si trasforma in un “malicida”, e dunque in un potenziale martire. E in tutto ciò il ruolo dei media è stato e rimane determinante.

L’Europa , rispetto a questo quadro minaccioso, a questa spirale di violenza che rischia di accendere sempre piú il mondo, deve chiarire la sua posizione e recuperare un ruolo etico-morale di ponte tra occidente e oriente e con il sud del mondo, e in ciò il primo passo lo devono fare i paesi del Mediterraneo e in primo luogo l’Italia.

 

Certo che le ultime esternazioni del Papa in Germania non aiutano l’attivazione di questo difficile e delicato processo di distensione internazionale. Dobbiamo rifiutare poi la terminologia dello «scontro di civiltà». Non dobbiamo cadere nella trappola di questa “filosofia”, perché in realtà lo scontro di civiltà non esiste, caso mai esiste uno scontro prodotto dalla barbarie del porre i grandi interessi economici per la conquista strategica delle fonti energetiche al centro della politica internazionale e di vedere la guerra come intelligente e vantaggioso strumento di soluzione dei conflitti.

Con la guerra non si esportano sicuramente la democrazia, la civiltà e i diritti umani, si esportano solo distruzione, morte, fame, sottosviluppo, inquinamento, per poi essere costretti a predisporre capitoli di spesa per una serie di programmi umanitari e di cooperazione, che non potranno mai controbilanciare il danno arrecato. In una nuova visione, l’Onu dovrebbe recuperare il suo ruolo etico-morale, imponendo che la ricostruzione umanitaria sia a carico degli Stati che hanno promosso la guerra. La pace si esporta con la cultura, la giustizia sociale, la solidarietà “dal basso”, e i governi debbono sostenerla attraverso politiche di mutua solidarietà e cooperazione trasparente.

Non dobbiamo aspettare la prossima guerra - annunciata - all’Iran per scoprire che il movimento della pace è in ritardo. Prevenzione, questo è quello che proclama la carta dell’Onu, di cui dobbiamo chiedere il rispetto e la piena attuazione.

 

Ma il caso piú eclatante per dimostrare come fino a oggi è stata disattesa e violata la Carta dell’Onu è quello della Palestina che, nonostante tutte le risoluzioni adottate dall’Assemblea, tuttora non ha uno Stato. I territori palestinesi sono diventati il teatro centrale del conflitto neoimperialista mondiale, teatro di sperimentazione duplice: contro la Palestina e contro il mondo arabo, e di fatto si sta registrando il crimine dei crimini contro l’umanità. Ma non solo, l’Onu non è mai stato il protagonista di una conferenza internazionale per la pace in Medioriente. Per quanto l’Assembla generale, chiamata in causa dalla Gran Bretagna nel 1947, fosse stata la promotrice di un progetto di soluzione ragionevole - «due popoli e due Stati», separati, ma federati, e l’internazionalizzazione di Gerusalemme sotto amministrazione Onu -, purtroppo il Consiglio di sicurezza non assunse alcun impegno fattivo e, anzi, gli Usa invitarono Israele ad autoproclamarsi Stato indipendente, promettendo il loro appoggio. Dalla guerra del 1948 se ne sono succedute altre, fino a quella attuale del Libano, il cui nodo di fondo rimane l’irrisolta questione israelo-palestinese, ma la strategia mondiale non ha cambiato modalità: non si ha nessuna condanna dell’operato di Israele e viene deciso solo l’invio di una forza multinazionale in Libano, nonostante che Israele sia il paese invasore.

Certo che la missione Unifil II dell’Onu nel Libano meridionale, con il diritto dato ai militari di un’«autodifesa preventiva», apre ambiguamente la strada a possibili scontri con gli Hezbollah, con l’intento, si dice, di difendere l’esercito libanese, se non fosse capace di mantenere l’ordine. Ne consegue che la forza Unifil, di cui fa parte l’Italia, rischia di svolgere non un ruolo di interposizione neutrale, come è nei propositi, ma quello, invece, di gendarme nei confronti della resistenza libanese, di cui gli Hezbollah sono l’asse centrale.

Nel Medioriente sta il nodo morale, politico e istituzionale della pace, la cartina di tornasole dell’umanità, se ancora si vuol chiamare tale con reali istanze di solidarietà, coesistenza e cooperazione tra i popoli.

Se il movimento per la pace dovesse fallire in Palestina e in Libano dovremo aspettarci un futuro solo di guerra per tutto il Medioriente - e non solo.

 

 

Livello giuridico-istituzionale

 

Difesa , rilancio e democratizzazione dell’Onu e delle sue Agenzie. Questa deve essere la nostra parola d’ordine, anche se, di fronte allo svuotamento della sua funzione primaria e al suo subdolo utilizzo ai fini della guerra, a qualcuno potrebbe venire in mente di dire: “basta Onu”. Non dimentichiamoci che si tratta di un Forum mondiale, attraverso la sua Assemblea, a cui gli Stati del «terzo mondo» non vorrebbero mai rinunciare, perché la partecipazione all’Onu è vissuta come uno status di riconoscimento, oltre che occasione per far sentire la propria voce. È altresí vero che l’avallo Onu sembra far molto comodo al nuovo ordine internazionale unipolare, per avere un alibi di legalità, tanto che in Italia le destre hanno fatto aggiungere in parlamento la postilla che «tutte le missioni Onu sono di pace» (e sappiamo bene che non è cosí). Comunque, tale evidenza non è una ragione sufficiente per cadere nella trappola della richiesta della sua abolizione.

E un’altra trappola sono le riforme Onu tuttora al vaglio dell’Assemblea generale: tali riforme sono all’interno dello stesso paradigma che ha prodotto il disastro attuale, guidato dalla logica della spartizione della torta all’interno del Consiglio di sicurezza, senza mettere in discussione nemmeno il diritto di veto.

Sulla base di quanto esposto in precedenza si evince, dunque, la necessità e l’urgenza di un rilancio dell’Onu, in primis attraverso la difesa della sua Carta costitutiva.

Dobbiamo contestare il disegno dell’unilateralità della progressiva esautorazione ed emarginazione dell’Onu, della sistematica violazione della sua Carta, e rilanciare il suo ruolo di garante della risoluzione di ogni controversia unilaterale a tutela del bene supremo della pace. Valorizzare al massimo le potenzialità dell’Assemblea, artt. 10,11,14, il che, tra l’altro, ha un ruolo importantissimo in materia di diritti umani.

Ma, per il suo rilancio, occorre con urgenza una riforma e la democratizzazione delle Nazioni Unite.

Fino a oggi l’Onu è rimasto sulla carta, è servito come specchietto per le allodole, ma, di fronte a un contenzioso, le superpotenze, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, forti del diritto di veto, finiscono per decidere in nome di tutti. Se questo dovesse valere anche per il futuro, sarei molto pessimista e vedrei addensarsi le nubi di altre guerre, forse già in corso di preparazione nello scacchiere internazionale: penso all’Iran,e non solo.

Dopo piú di un secolo il numero degli Stati membri si è quadruplicato, passando a 191, di questi 143 sono considerati poveri (piú dei 2/3) e, di questi, 48 sono classificati poverissimi. Nel sottolineare la positività dell’ingresso di cosí tanti paesi, che garantiscono la rappresentatività mondiale dell’Onu, dobbiamo rilevare che il flagello della guerra continua e il progresso sociale c’è solo per un numero ristrettissimo di membri dell’umanità.

In questi quindici anni abbiamo assistito a quella che chiamo la terza guerra mondiale con la I e II guerra all’Iraq, la guerra in Jugoslavia, l’Afganistan, il conflitto permanente in Palestina, e ora il Libano, senza citare le stragi in Africa, a partire dalla Somalia e dal Ruanda .

Per dimostrare come funzionano oggi le Nazioni Unite, voglio citare due esempi, riportati da alti funzionari dell’Onu. Durante la II guerra all’Iraq, un funzionario del Belgio ha dichiarato: «le risoluzioni vengono servite su un piatto già pronto. Bill chiama Tony, Tony chiama Jacques, Jacques chiama Boris e quando per noi veniva il momento di votare, la cosa era ormai già decisa. Noi come paese si apprese dalla Cnn che era in atto l’operazione Desert Storm in Iraq: Usa e Gran Bretagna erano già passati all’azione, mentre il Consiglio di Sicurezza era ancora in seduta per discutere la mossa successiva nella crisi irachena. Gli stessi rappresentanti dell’Onu, qualche centinaia di persone, fecero appena in tempo a raggiungere i rifugi antiaerei a Bagdad, prima che le bombe cominciassero a piovere sui loro uffici. La stessa cosa è valsa nella recente aggressione israeliana in Libano, è stato bombardato il quartier generale dell’Onu e la stessa Croce Rossa senza che l’Onu condannasse Israele». Un altro funzionario Onu ha detto: «di fatto le risoluzioni sono come gli Hot Dog: se sai come li fanno ti passa la voglia di mangiarli. Li mandi giú e basta».

 

 

Livello politico: azioni immediate e proposta di riforma

 

In questo quadro di pessimismo voglio ancora nutrire la speranza che si possa riformare e democratizzazione l’Onu nella direzione di un suo rafforzamento come organismo sopranazionale che sappia garantire la sicurezza di tutti, sulla base della giustizia e dei diritti umani, dell’autodeterminazione dei popoli e di una visione autenticamente interculturale. Ma tale speranza deve essere accompagnata dall’indignazione di fronte alle continue aberrazioni di cui siamo testimoni e dal coraggio di agire azioni forti che vadano nella direzione di dar voce alla volontà dei popoli, che da sempre non hanno nulla da guadagnare dalla guerra, ma tutto dalla pace e dalla cooperazione internazionale. Abbiamo bisogno di un’Onu dei popoli, nel senso che risponda effettivamente allo spirito della Carta costitutiva. Per rispondere a questa esigenza primaria occorre la convocazione da parte delle Nazioni Unite di una serie di conferenze:

 

                    Conferenza Internazionale di Pace dell’Onu per il Medioriente con la partecipazione di tutte le parti in causa e presieduta da «saggi» (scienziati, premi Nobel di comprovata vocazione e testimonianza pacifista, e supervisionata da bambini e bambine vittime della guerra).

                    Conferenza internazionale dell’Onu sul disarmo a partire dalle armi nucleari, chimiche e batteriologiche in cui si stabiliscano tempi e modi certi per l’eliminazione di tutte le armi di distruzione di massa, a partire dalla verifica e attuazione del «Trattato di non proliferazione delle Armi Nucleari», Entrato In Vigore Nel 1970 E Sistematicamente Calpestato, Proprio Dalle Superpotenze; Ricordiamo che il bilancio annuale dell’Onu è di 1 miliardo di dollari, mentre quello annuale mondiale degli armamenti è di 794 miliardi di dollari.

                    Conferenza mondiale dell’Onu su giustizia sociale, diritti umani e autodeterminazione dei popoli.

                    Conferenza Mondiale per la democratizzazione dell’Onu affinché da Onu delle Nazioni, funzionale ai potenti, si trasformi in Onu dei popoli.

 

 

Alcune idee per la riforma dell’Onu

 

1. Riattivare il ruolo del Segretario Generale alla luce dell’art. 99, che gli conferisce il potere di agire per il mantenimento della pace anche in assenza di un mandato ufficiale, e attribuirgli l’esplicito ruolo di garante della Carta dell’Onu, il cui fine principale è quello del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale per «preservare le future generazioni dal flagello della guerra».

 

2. Ormai è sotto gli occhi di tutti l’ingiustizia del diritto di veto, attraverso il quale si può manipolare, condizionare e invalidare il voto della stessa maggioranza dei membri del Consiglio di sicurezza; questo diritto di veto è antidemocratico, imperiale e deve essere abolito, perché in antitesi con l’art. 2 della Carta, che stabilisce l’uguaglianza giuridica degli Stati.

 

3. Il Consiglio di sicurezza stesso ha un potere smisurato ed è l’unico che può decidere in materia di minaccia alla pace (Cap. VI e VII della Carta: embargo, artt. 41 e 42, e intervento armato art. 43); Nel suo operato può non tener conto della volontà dell’Assemblea generale, la quale, invece,può fare unicamente raccomandazioni per la pace al Consiglio stesso - salvo utilizzare gli artt. 10,11,14 con due terzi dei voti per decidere in assenza di una risoluzione del Consiglio di sicurezza; nell’ambito di questi limiti istituzionali dell’Onu, men che meno è tenuta in considerazione la volontà espressa della maggioranza pacifista dei popoli del pianeta, e il Consiglio di sicurezza agisce, dunque, secondo logiche di interesse di parte, che spesso coincidono con gli interessi economici e strategici delle nazioni piú potenti, legate alle multinazionali delle armi, del petrolio, del gas, ecc. - nel caso specifico della I guerra all’Iraq, dichiarata da Usa e G.B, solo 33 Stati membri dell’Onu su 191 si sono dichiarati a favore della guerra, ma nonostante ciò, questa è paradossalmente in corso attraverso una seconda guerra; per queste ragioni il Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere radicalmente ristrutturato secondo un riequilibrio geopolitico che tenga conto di tutti i continenti (Europa, Asia, Africa, ecc.), rendendolo l’organo esecutivo delle decisioni dell’Assemblea generale.

 

4. Occorre attribuire i poteri decisionali all’Assemblea generale dell’Onu, dotandola di una polizia internazionale-«caschi blu» efficiente e capace di intervenire per la soluzione pacifica dei conflitti e come forza di dissuasione, prevenzione e interposizione; l’eventuale uso della forza deve essere approvato da una maggioranza qualificata di almeno i 2/3 dei voti dell’Assemblea generale, e attuato attraverso e solo dai «caschi blu», adeguatamente formati secondo i principi dell’intercultura, dei diritti umani, dell’educazione per la pace e della soluzione pacifica e negoziale dei conflitti.

 

5. Elezione a suffragio universale dei suoi rappresentanti, secondo principi di proporzionalità (area geografica, numero di abitanti, genere, ecc).

 

6. Occorre ridiscutere, inoltre, la collocazione della sede dell’Onu, che sarebbe opportuno fosse trasferita da New York a una città possibilmente di un paese neutrale o indipendente.

 

7. Promuovere un’indagine conoscitiva e un monitoraggio degli accordi di pace esistenti nel mondo.

 

8. Fare dell’Onu parte attiva per la soluzione dei conflitti attraverso metodologie non armate, di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

9. È necessario, infine, rafforzare e ristrutturare in senso democratico anche tutte le Agenzie internazionali collegate all’Onu, non solo evitando sprechi inutili in personale e azioni di rappresentanza, ma agendo anche perché abbiano un reale collegamento con i bisogni delle popolazioni. Ricordiamo che tra le agenzie oltre a Ilo, Oms, Fao,Unicef, Unesco, Cnur e altre, c’è anche la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale.

 

10. Il Centro di formazione del personale Onu di Torino deve aprirsi ai temi dei diritti umani, dell’ intercultura, e della pace.

 

 

Conclusioni

 

Se non interveniamo subito c’è il rischio che le superpotenze ora in lotta per l’egemonia, si ritrovino nuovamente d’accordo per una semplice riforma cosmetica e di facciata dell’Onu, funzionale agli interessi dei vincitori-dominatori Usa e G.B, che sono i fautori di un nuovo ordine mondiale imperiale, che pensa di esportare la democrazia con le armi e con la guerra.

Gli Usa e la G.B potrebbero condividere in parte le ansie di potere dei paesi europei e riordinare l’Onu, permettendo all’Italia e alla Germania, ma anche al Giappone, e magari a un paese dell’America Latina e dell’Africa, di entrare nel Consiglio di Sicurezza in qualità di membri permanenti. Ma ciò non risolverebbe il problema di fondo di una vera democratizzazione dell’Onu, se la sua struttura accentrata e con diritto di veto delle superpotenze rimanesse intatta.

Queste idee riprendono il filo della memoria storia di un percorso che era nato a Ginevra nel 1991 dopo lo scoppio della I Guerra del Golfo, quando il sottoscritto insieme ad altre personalità europee dette vita al «Forum internazionale Onu dei popoli».

Speriamo che questa volta non si perda questa occasione storica (sono passati ben quindici anni) e si promuova, a partire dall’Italia, una campagna internazionale per la democratizzazione e il rilancio dell’Onu, in senso popolare.

 

13 ottobre 2006, Villaggio «La Brocchi», località Canicce, Via Faentina, Borgo S. Lorenzo (FI)

 

MASSIMO DE SANTI

  

 

Alcune indicazioni bibliografiche

 

A. Polsi, Storia dell’Onu, Roma-Bari, Laterza 2006

L. Polman, Onu, Milano, Sperling & Kupfer Ed., 2003

M. De Santi, Diritti Umani, Monografia di «Testimonianze», Firenze 1993

G. Bateson, Da Versailles alla cibernetica - Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1976

M. De Santi e G. Pagani, Il Bambino e la Pace, Fiesole (Firenze), EcP 1993.