SEMINARIO NAZIONALE

La sinistra di fronte alla questione mediorientale.

Sicurezza, pace e solidarietà internazionale

 

                         Prima sessione – globalizzazione economica e guerra infinita

 

INTRODUZIONE

 

Viviamo ormai nell’era della «globalizzazione», come è ripetuto e ribadito da mass media, uomini politici, economisti, giornalisti, e cosí via: è questa l’immagine-feticcio della realtà nuova, moderna, inderogabile. E che sarà benefica, pur con le sue “difficoltà”. Perché, si sente dire un po’ da tutti, compresi esimi docenti, “il protezionismo della prima metà del Novecento è infine sboccato nella seconda guerra mondiale …”; ora, invece, “con la «globalizzazione» e la connessa affermazione del «libero mercato» …” – evidentemente inteso come premessa di pace e di tranquille relazioni economiche, commerciali, che porteranno a uno sviluppo infinito e indefinito.

Tuttavia – a parte la chiaramente scarse cognizioni di storia e in particolare di storia economica di affermazioni che connettono il ridotto sviluppo e la guerra alle fasi protezionistiche, e a parte la confusione ormai invalsa fra sviluppo (che è qualitativo) e crescita (che è quantitativa) –, è ben facilmente rilevabile come la decantata «globalizzazione» si accompagni a conflitti accesi e profondi, alla diffusione dell’instabilità in intere aree del globo, all’estensione degli armamenti e delle spese militari, alla proliferazione delle armi atomiche e al diffondersi di nuovi tipi di armi ancora piú terribili di quelle dette «convenzionali», mentre in modo apparentemente paradossale le insurrezioni armate si sono venute riducendo – e mentre il neoliberismo lunga si unisce a una tendenza alla stagnazione di lungo periodo sul piano mondiale, che viene segnata da brevi e circoscritte riprese, o da crescite circoscritte a partire da condizioni pre- o proto-capitalistiche in alcuni paesi.

Le contraddizioni sono evidenti, o lo dovrebbero essere. Ma ciò non pare incrinare le granitiche certezze del feticcio-«globalizzazione neoliberista», e l’instabilità che viene diffusa e perseguita, le guerre, la crescita delle spese militari, la proliferazione nucleare sono presentati come “a sé”, esito di politiche opinabili, di situazioni particolari, di “problemi” da risolvere – o di necessità di fronte alle “cattive volontà” (anche se non si arriva fino all’estremo di questo “discorso”, ossia alla «guerra infinita» contro il terrorismo e gli «Stati canaglia» propugnata e attuata dagli Usa).

 

In realtà, siamo di fronte a una mistificazione gigantesca. Innanzitutto, la «globalizzazione». L’espansione al mondo e il conglobamento del mondo, appunto ciò che viene denominato globalizzazione o mondializzazione? Nessuna novità! Inizia nel Cinquecento, con le cosiddette «scoperte geografiche» (cioè la formazione degli imperi coloniali europei e del primo mercato mondiale attraverso gli oceani e i mari), e precede la nascita del modo di produzione capitalistico moderno, industriale – e ne è fattore determinante. E l’estensione al mondo (economica, e non solo) è proceduta su scala geometrica, dalla fine del Settecento per tutto l’Ottocento, per espandersi nel Novecento, fino ad abbracciare tutto il pianeta. Quindi, si ha adesso la fase attuale – dagli anni ottanta del Novecento – della «globalizzazione». E che cosa la caratterizza? Un’estensione della tecnologia, in particolare dell’applicazione dell’informatica, che – questo è vero – ha accresciuto le capacità e potenzialità produttive, e ha realizzato una comunicazione simultanea su scala planetaria. Per il resto, che è tanto ed è fondamentale, si ha un’ulteriore internazionalizzazione dell’economico-capitalistica (oltre che della politico-statuale). E con precisi caratteri: la produzione è meno internazionalizzata dei flussi commerciali; questi sono superiori alla creazione di reddito, ma ben inferiori ai movimenti e spostamenti degli investimenti finanziari (e speculativi) – e per quanto riguarda il grande oceano del «terzo» e «quarto mondo» ogni flusso si è ridotto: nel 2005 tre miliardi di esseri umani vivono in estrema povertà (dati Onu).

Per quanto riguarda il neoliberismo, esso è parte integrante di questa mistificazione. Innanzitutto si tratta dell’elaborazione condotta fra gli inizi e la seconda metà dell’Ottocento, e quella della seconda metà di questo secolo con espliciti intenti di opporsi al socialismo, e di «neo» (nuovo) c’è solo la sua riproposizione, con alcuni “aggiustamenti” e “ammodernamenti”, ma niente di piú. E il «libero mercato» con le sue «magnifiche sorti e progressive»? Sono le grandi multinazionali (statunitensi, ma anche europee, giapponesi, etc.) che dominano questo «libero mercato», ed è il grande capitale finanziario (e speculativo) che si muove liberamente, per localizzarsi e dislocarsi come, dove e quando vuole, sul piano planetario.

L’antitrust e la deregulation del liberismo sono solo funzionali a bloccare i subordinati al grande capitale transnazionale e multinazionale, a impedire o far recedere l’intervento statale o comunque istituzionale, onde far spazio dovunque possibile ai diretti campi di investimento capitalistico e comunque a imporre diretti rapporti di tipo privatistico (capitalistico). Ma anche questo non basta. Infatti, sintetizzando per sommi capi le tendenze economico-capitalistiche attuali, a) poiché resta primario e determinante il ruolo economico dei paesi detti «avanzati»; b) poiché l’innovazione attuale, fondata sulla tecnologia a base informatica, è, in genere, «risparmia lavoro» (labour saving e time saving); c) ebbene, ciò significa potenziale aumento della produzione a parità di costi, ma il mercato interno si riduce o non cresce per il restringersi della domanda interna con la riduzione dell’occupazione; d) quindi lo sbocco fondamentale è sui mercati internazionali per tutti gli “attori” in competizione. E dunque, la scelta obbligata è la riduzione dei costi a parità di merci prodotte, connessa alla diminuzione del potenziale di crescita interna, ma nell’immutata esigenza di sbocchi sul mercato internazionale.

Insomma, stando cosí le cose, ne consegue la tendenza di fondo alla stagnazione – e anche eventuali riprese (alla maniera Usa) significano crescita senza aumento significativo dell’occupazione (quindi sempre con problematica realizzazione interna della crescita), o l’opposto, crescita dell’occupazione senza aumento significativo del reddito (o a un tasso minore dell’occupazione – con uguali problemi). In tali condizioni, l’unica variabile per competere sul mercato internazionale è la riduzione del costo del lavoro – e sul piano economico-capitalistico il referente è livello minimo (cinese o indiano, per intendersi). Ma ciò tende a ridurre ancora la domanda e quindi la crescita interne – in un paese come il nostro, per esempio, nonché altrove –, senza contare il disastro non solo economico, ma anche sociale, civile, culturale, che questo implica.

 

Il ruolo degli Stati, in primo luogo dello Stato Usa e gli Stati dei paesi «avanzati» – che tutta una pubblicistica diceva scomparso o fortemente ridotto – è sempre, e anzi ancor piú, essenziale, per esempio, non solo nella stessa imposizione degli imperativi sottesi alla mistificazione – la «globalizzazione neoliberista» –, alias gli imperativi capitalistici di questa fase, ma anche per un attivo e permanente sostegno al capitale stesso, ognuno al proprio interno, sorreggendo e accrescendo in ciò lo Stato stesso e le sue funzioni. E ne sostengono gli imperativi e le esigenze a livello planetario – basti solo pensare al petrolio e al controllo delle aree petrolifere, nonché delle «risorse» in genere –, e si intrecciano con il grande capitale nell’imporre e mantenere la gerarchia mondiale di dominio, oppressione e sfruttamento (di esseri umani e di risorse, comprese quelle non rinnovabili).

Armi, produzione di armi, proliferazione di armi e guerra permanente – guerra che colpisce terroristicamente le popolazioni civili, guerra terroristica, che include il terorismo e lo genera e rigenera – si intrecciano organicamente a ciò che viene espresso con la denominazione ideologica di «globalizzazione neoliberista».

E, infatti, si può del tutto facilmente constare come gli Usa, con gli organismi internazionali – dove hanno un peso preminente: Banca mondiale, Fondo monetario, Organizzazione mondiale del commercio –, impongono il «libero mercato» ad altrui, mentre, per sé, adottano (e non certo da ora) misure protezionistiche e sostengono la loro economia con un forte intervento statale – benché la spesa primaria non appare essere per il Welfare State, bensí per le commesse e le industrie militari. E nell’Unione europea, che sostiene le direttrici della globalizzazione neoliberista, gli Stati e governi, pur riferendo alle inderogabili direttive dell’Unione europea stessa le loro misure antipopolari, che fanno? Visto peraltro, e per esempio, che proprio nell’Ue vi sono i maggiori produttori di armi, dopo gli Usa, e che anche l’Italia è in questo campo in buona “posizione” …

Di tutto ciò dobbiamo appunto trattare e discutere. E vedere se è anche possibile delineare direttrici di politica altra, per una vera politica di pace, su questo vasto terreno – per una politica che sia significativa di una sinistra degna di questo nome, e non istanze e richieste magari anche nobili, ma sconnesse, non incisive e infine sempre subalterne.

 

13 ottobre 2006, Villaggio «La Brocchi», località Canicce, Via Faentina, Borgo S. Lorenzo (FI)

 

SILIANO MOLLITTI