Se il papa sbaglia

di Marco d'Eramo su Il Manifesto del 17/09/2006
Benedetto XVI ha infine dimostrato, dopo 2000 anni,
in modo definitivo e incontrovertibile, la dottrina della fallibilità del papa.
Il pontefice che la stampa inglese insiste a definire «il rottweiler di dio»,
l'ex prefetto del Santo Uffizio, è riuscito a sgretolare uno dei cardini
dell'ortodossia cattolica: prima con i suoi attacchi al limite della goffaggine
contro Maometto, durante la visita in Germania e, ieri, con le sue «quasi scuse»
e la sua «desolazione» di fronte alla marea crescente di proteste tra il
miliardo e 300 milioni di musulmani nel mondo. Il papa sbaglia.
Ma la disfatta teologica impallidisce di fronte al disastro diplomatico e
politico, il più grave per la Chiesa cattolica da mezzo secolo. Che bisogno
aveva infatti Ratzinger di riesumare una frase del 1391 («di nuovo, Maometto ha
portato solo cose cattive e disumane»), pronunciata per di più da un imperatore,
Manuele II Paleologo, che da bambino era stato prigioniero dei turchi, che
vedeva il suo impero spazzato via dagli ottomani, e che quindi non poteva certo
esprimere un'opinione distaccata?
Se proprio voleva mostrare come non si propaga la fede con la spada, perché non
ricorrere alla storia cristiana, citando le crociate o la conversione forzata
degli indios americani? Con le sue parole ha dato più di un argomento a quei
musulmani che vedono nelle guerre di oggi una riedizione delle crociate. Con la
sua «maldestra» citazione, il papa ha innescato una crisi assai più grave di
quella delle vignette su Maometto: non è un giornalista a esprimersi, ma la
guida spirituale di un miliardo di cattolici. A differenza della crisi delle
vignette, in gran parte orchestrata dai governi islamici, questa volta la furia
è spontanea e la «desolazione» non basterà a calmare la collera. Già nell'Islam
molti la considerano insufficiente e il Marocco ha ritirato l'ambasciatore
presso la Santa Sede. Dall'altro canto scuse ancora più esplicite, quali chiede
il New York Times in un durissimo editoriale, segnerebbero per gli islamici una
vittoria insperata.
Si potrebbe dire che uno stimato intellettuale non fa un buon politico, e tanto
meno un grande vicario di Cristo. Il fatto è però che Benedetto XVI non è nuovo
a questi atteggiamenti. Non a caso una delle sue prime decisioni era stata di
rimuovere l'esperto vaticano dell'Islam, l'arcivescovo Michael Fizgerald,
presidente della commissione per il dialogo interreligioso, e di esiliarlo come
nunzio apostolico in Egitto. Attizzando la furia delle moltitudini islamiche
Ratzinger alimenta il fanatismo che dice di voler combattere.
L'esternazione pontificia ci ha infatti procurato l'iscrizione non richiesta al
club dei bersagli dei terroristi iracheni e somali che ora minacciano attentati
a Roma. Così Benedetto XVI scatena quella guerra santa che ostenta di aborrire.
Perfino per la rigidità dottrinale teutonica sembra una miopia eccessiva. Viene
il sospetto che, al contrario, lo scopo recondito della gaffe fosse per il
navigato prelato proprio quello di creare le condizioni per un vero «scontro di
civiltà». O è così, o i tempi del suo pontificato rischiano di accorciarsi
drammaticamente: dagli esempi recenti del passato non risulta che la curia abbia
molta pazienza nei confronti dei gaffeurs.