da www.resistenze.org
L’articolo che segue è la traduzione integrale di quello apparso sul n. 83 della rivista francese “Recherches Internationales” col titolo “Mettre en deroute l’islam politique et l’imperialisme”.
Traduzione di Sergio Ricaldone
Sconfiggere l’Islam politico e l’imperialismo
Samir Amin (Presidente del Forum Mondiale delle Alternative)
L’articolo che segue è la traduzione integrale di quello apparso sul n. 83 della
rivista francese “Recherches Internationales” col titolo “Mettre en deroute
l’islam politique et l’imperialisme”.
Traduzione di Sergio Ricaldone
Sconfiggere l’Islam politico e l’imperialismo (prima parte)
Samir Amin (Presidente del Forum Mondiale delle Alternative)
Dopo avere ben connotato l’Islam politico nelle sue varianti “radicali” e
“moderate”, l’autore insiste sulla loro sostanziale convergenza con
l’imperialismo che non ha mai esitato a intervenire ogni volta che questa
convergenza politica è stata minacciata dalle avanzate rivoluzionarie, le cui
sconfitte sono a loro volta attribuibili alle debolezze delle forze
progressiste, sinistre nazionaliste, democratiche, comuniste. L’autore esamina e
insiste lungamente su quattro esperienze: Afganistan, Sudan, Iraq, Yemen del
Sud. Washington non teme la presa del potere da parte delle forze “islamiche
moderate” con le quali non gli è difficile raggiungere compromessi. Una
alternativa democratica nella regione medio-orientale esige invece la sconfitta
simultanea del progetto di controllo militare dell’imperialismo e del progetto
teocratico reazionario dell’islam politico.
La scena politica medio-orientale è interamente occupata dal dispiegamento del
progetto militare degli Stati Uniti e da quelli messi in campo dall’islam
politico sul versante opposto. Ma si tratta veramente di progetti contrapposti ?
Cercherò di spiegare le ragioni per cui non lo sono affatto (1).
Il progetto degli Stati Uniti, sostenuto dagli alleati subalterni europei e
israeliani, mira a stabilire il controllo militare sull’insieme del pianeta. Il
“Medio Oriente/Caucaso/Asia centrale” è stato scelto, in questa prospettiva,
come primaria regione strategica per quattro ragioni : i suoi giacimenti
petroliferi sono i più abbondanti del pianeta e il loro diretto controllo
militare darebbe a Washington una posizione privilegiata mettendo i suoi alleati
– Europa e Giappone – e i suoi antagonisti - la Cina - in una scomoda posizione
di dipendenza per i loro bisogni energetici; essa è situata nel cuore del
vecchio mondo e ciò facilita l’esercizio della minaccia militare permanente
contro la Cina e la Russia; la regione attraversa un momento di debolezza e di
confusione che permette all’aggressore di assicurarsi una facile vittoria,
almeno nell’immediato; gli Stati Uniti dispongono nella regione di un alleato
fedele, Israele, che dispone di armi nucleari.
Lo schema dell’aggressione prevede l’inclusione di paesi e nazioni situati sulla
linea del fronte (Afganistan, Iraq, Palestina, Libano, Siria e Iran) nella
potenziale condizione di paesi distrutti (i primi quattro), o minacciati di
esserlo (Siria e Iran).
La questione per Washington è quella di sapere quale regime politico sia in
grado di sostenere localmente un simile progetto. Il marketing propagandistico
di Washington promette, come al solito, “democrazia”. In effetti Washington non
si impegna ad altro che a sostituire gli autocrati usurati da un populismo
superato con altri autocrati oscurantisti islamici, come impone la specificità
culturale di ciascuna comunità. L’alleanza rinnovata con un Islam politico
“moderato” capace cioè di padroneggiare la situazione con un certo grado di
efficacia e impedire le derive “terroriste” dirette contro gli Stati Uniti -
solo quelle, beninteso - rappresenta l’asse dell’opzione politica di Washington.
L’alleanza privilegiata tra gli USA e l’arcaica autocrazia saudita dell’islam
wahabita si colloca appunto in questo quadro.
A fronte di quello americano, gli europei hanno messo a punto un loro progetto
chiamato “partneriato euro mediterraneo”. Un progetto assai poco audace, pieno
di chiacchiere senza seguito, che si propone a sua volta l’obbiettivo di
“riconciliare i paesi arabi con Israele”, ma che esclude i paesi del Golfo da
questo “dialogo euro mediterraneo”, riconoscendo che la gestione dei rapporti
con questi paesi è competenza esclusiva di Washington.
I popoli dei paesi arabi coinvolti sembrano d’altra parte seguire massicciamente
i partiti dell’Islam politico, siano essi moderati o estremisti e “terroristi”.
Islam “radicale” e islam “moderato” differiscono solo sulle tattiche da seguire,
ma l’obbiettivo è comune.
Il progetto dell’islam politico non ha la dimensione sociale necessaria per
poter dare legittimità alle trasformazioni necessarie per reggere la sfida del
capitalismo (2). E’ un progetto conservatore, assolutamente accettabile
dall’ordine mondiale del capitalismo, ossia un progetto di dittatura politica
dei capi religiosi, che non esclude affatto ma integra le altre componenti del
blocco egemonico reazionario : l’armata e la borghesia compradora
antidemocratica.
L’islam, come tutte le altre religioni, ha saputo talvolta adattarsi a delle
società diverse da quelle in cui è nato. Ma il terzo secolo dopo l’egira (fuga
di Maometto, dalla Mecca alla Medina, nell’anno 622, ndt ) Ibn Hanbal elabora un
Credo che sarà ufficializzato dal potere e imposto come sola forma di
interpretazione dei sacri testi, escludendone qualsiasi altra. Da quel momento
in poi l’islam praticato (detto degli “ancestrali” – Islam Salafi) non è altro
che quello diventato, a partire dal quinto secolo dopo l’egira,
l’interpretazione religiosa di un mondo ormai bloccato ed entrato nella fase di
decadenza.
L’islam politico contemporaneo non propone altro che una versione convenzionale
e sociale della religione limitata al rispetto formale e integrale delle
pratiche rituali. Questa versione dell’islam può essere definita una “comunità”
alla quale si appartiene per diritto ereditario (l’etnicità) e non per una
convinzione personale intima e forte. Suo scopo è soltanto quello di affermare
un’identità collettiva. Nient’altro.
L’islam politico contemporaneo non è il prodotto di una reazione ad abusi
compiuti in nome della laicità, poiché nessuna società mussulmana dei tempi
moderni – salvo quelle facenti parte della scomparsa Unione Sovietica – non è
mai stata veramente laica. Lo Stato semimoderno della Turchia kemalista,
dell’Egitto nasseriano, della Siria e dell’Iraq baasisti, si è limitato ad
ammansire gli uomini di religione per poter imporre loro un percorso destinato
esclusivamente a legittimare le opzioni politiche del potere statuale. L’innesto
di un’idea laica non ha mai fatto presa sullo Stato; quest’ultimo, accantonato
il progetto nazionalista, è talvolta ripiegato su posizioni più arretrate. La
spiegazione di questo compromesso al ribasso è abbastanza evidente : escludendo
la democrazia questi regimi l’hanno sostituita con il concetto di “omogeneità
della comunità”, la cui crescente pericolosità ha finito per intaccare la
nozione di democrazia nello stesso Occidente contemporaneo.
Non c’è alcun dubbio che l’emergere di movimenti che si richiamano all’islam è
l’espressione di una rivolta perfettamente legittima contro un sistema che non
ha nulla da offrire ai popoli in questione. E’ importante rilevare che la
legislazione in atto nelle periferie del sistema capitalistico mondiale mostra
tutta l’impotenza della borghesia nazionale, incapace di compiere una
rivoluzione democratica borghese – prima proclamata poi abbandonata – per paura
dell’emergere di rivendicazioni popolari.
Simultaneamente questa legislazione e l’esercizio dell’autocrazia che
l’accompagna costituiscono un handicap supplementare all’organizzazione della
classe operaia e contadina. Questa doppia impotenza delle moderne classi
lavoratrici a regolare con le loro lotte e/o i loro compromessi la questione del
potere, ha aperto la via ai colpi di Stato e al nazionalismo populista il quale,
a sua volta, ha rapidamente esaurito il suo potenziale di trasformazione della
società necessario per affermare la propria indipendenza e far fronte al sistema
mondiale dominante.
Il nasserismo e il baasismo hanno soppresso con la violenza i due poli attorno
ai quali si organizza la vita politica : il polo liberal-borghese – o meglio,
moderatamente democratico – e il polo comunista. La depoliticizzazione che
questa doppia soppressione ha prodotto ha creato un vuoto che l’islam politico
ha riempito, preceduto dal processo di islamizzazione dello Stato e della
società deciso dai populismi nazionali per sbarrare la strada al comunismo.
L’islam politico moderno era stato inventato dagli orientalisti al servizio del
potere britannico in India prima di essere ripreso tale e quale dal Mawdudi
Pakistanese. Si trattava di “provare” che i mussulmani credenti non erano
autorizzati a vivere in uno
Stato che non fosse egli stesso islamico (così è stata anticipata la spartizione
dell’India) poiché l’islam esclude la possibilità di una separazione tra Stato e
religione. I suddetti orientalisti hanno omesso di ricordare che gli stessi
inglesi del 13° secolo non concepivano una loro sopravvivenza al di fuori della
cristianità.
Abu Ala Mawdudi riprende dunque il teorema secondo il quale il potere emana da
Dio e da lui solo, rifiutando perciò il concetto che siano i cittadini ad avere
il diritto di legiferare. Lo Stato islamizzato non ha che il compito di
applicare la legge - ossia la “charia” – una volta per tutte. Joseph de Maistre
aveva già scritto cose analoghe, accusando la Rivoluzione del crimine di avere
inventato la democrazia moderna e l’emancipazione dell’individuo. L’islam
politico rifiuta anche il principio stesso della democrazia, ossia il diritto
della società di costruire il proprio avvenire attraverso la libertà che si è
data di legiferare. Il principio della “shura”, che attribuisce all’islam
politico la pretesa di essere la forma islamica della democrazia, lo rende
prigioniero del divieto di innovazione ( ibda ).
La “shura” non è che una delle molteplici forme di consultazione già presenti
nelle società premoderne, predemocratiche. In Egitto Sayed Qotb, l’ideologo dei
Fratelli Mussulmani, adottò integralmente queste tesi, fatte proprie in seguito
dal Marocco e dall’Indonesia. Che dire di più ? Si tratta di un progetto che
offre credibilità ai discorsi dell’orientalista reazionario e islamofobo Bernard
Lewis, secondo il quale i credenti ( islamici ) sono ineluttabilmente condannati
a schierarsi con quella formula in quanto essa costituisce il “vero islam”.
Non è difficile constatare che, sotto questo basilare punto di vista, non è poi
molta la differenza tra le correnti cosiddette “radicali” dell’islam politico e
quelle che invece ostentano un aspetto “moderato”. Il progetti di entrambe le
correnti sono identici. I loro testi pubblicati (andrebbero letti prima di
parlarne) lo confermano. Questi progetti si pongono tutti come obbiettivo la
formazione di una teocrazia nel senso pieno del termine e respingono ogni forma
di democrazia : solo Allah è autorizzato a legiferare. Chi dunque interpreta
questa legge divina ( la “charia” ) che stabilisce il regno di Dio ( hakimiya
lillah ) ? Solo i religiosi sono autorizzati a farlo ( wilaya al faqih ), ed è
perciò solo a loro che spetta il diritto di esercitare la totalità dei poteri.
E’ difficile immaginare una società che non abbia una qualche forma di regole
giuridiche in grado di gestire le pratiche che la vita impone.
Sebbene sia l’islam politico a proporle il clero islamico ricusa il legislatore
eletto quale legittimo titolare ed esecutore delle leggi dello Stato. Si tende
invece ad affidare questo ruolo a dei “giudici” che considerano la “charia” una
nozione estensibile a tutti gli ambiti della vita sociale e politica. Un governo
di soli “giudici” come quello praticato in Somalia, quello dei “tribunali
islamici”, è la forma veramente suprema dell’islam politico.
Simultaneamente tutti questi programmi vietano allo Stato di intervenire nella
vita economica che deve essere integralmente sottomessa alle sole regole dei
rapporti mercantili permessi dalla “charia”. Essi non intaccano minimamente i
poteri reali delle classi dominanti, ribadiscono la sacralità e l’inviolabilità
della proprietà privata, lasciano intatte le grandi fortune, quale che sia la
loro entità, e l’ineguaglianza tra ricchi e poveri. Le pratiche del capitalismo
sono considerate tutte lecite ad eccezione dei prestiti a tasso di usura ( un
divieto che le banche islamiche aggirano facilmente ). Per contro il socialismo,
anche quello riformista moderato, è sempre considerato empio.
Si comprende perciò perché l’islam moderato sia considerato da Washington un
proprio alleato. Solo Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano sono condannati
dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei. Ma solo perché questi partiti sono
obbligati dalla collocazione geografica a resistere alle aggressioni sioniste.
Uniti nel loro obbiettivo finale i partiti religiosi non differiscono gli uni
dagli altri se non sulla tattica da adottare. I “moderati”, come i Fratelli
Mussulmani, preconizzano l’infiltrazione ad ogni livello negli apparati dello
Stato. Non hanno torto poiché un programma come il loro, che non concepisce
altra forma di potere che non sia violentemente autocratica, non disturba
minimamente le dittature al potere e la borghesia compradora. Si tratta infatti
di regimi che assecondano la dittatura teocratica.
Se gli islamici sono riusciti a controllare la società civile, è proprio grazie
alla complicità attiva dei governi. Infatti lo Stato autocratico interviene con
estrema violenza contro i movimenti popolari vietando alle forze progressiste
qualsiasi forma di azione e di protesta (bollate immediatamente come “agitazione
comunista”) e proibendo l’autonoma organizzazione di sindacati e cooperative.
Di fronte a possenti movimenti di rivendicazioni sociali ( come gli scioperi
operai in Egitto nella primavera 2008 o la resistenza dei contadini alla
restituzione delle terre, ottenute con la riforma agraria, ai loro vecchi
proprietari ) i Fratelli Mussulmani hanno assunto una posizione chiara e ostile
difendendo il “sacro diritto alla proprietà”, condannando la riforma agraria e i
diritti del lavoro come un prodotto del “satana comunista”.
La deriva del mondo mussulmano contemporaneo verso un progetto di islam politico
alternativo sia al capitalismo che al socialismo (entrambi qualificati come
opzioni strettamente “occidentali” e pertanto estranee alla cultura dei popoli
islamici) e l’affermazione perentoria che solo “l’islam è la soluzione”, non
deve essere preso troppo alla leggera. Le risposte date a certe sfide del tipo
“allearsi all’islam politico” contro i regimi autocratici, o l’inverso, imposte
da considerazioni di natura strettamente tattica, nel breve termine non
consentono di capacitarsi del pericolo, che è gigantesco. Accettare in un tale
contesto l’accesso al potere degli islamici cosiddetti moderati per via
elettorale, come suggerito da certi democratici occidentali, significa cedere al
peggio. La sola rivendicazione democratica sostenibile è quella di esigere il
riconoscimento dei diritti delle classi popolari e delle forze progressiste,
delle loro organizzazioni e delle loro azioni di lotta. Esse sole possono
sbarrare la strada al fascismo declinato in islamismo.
Sul trittico modernità / democrazia / laicità è aperto ovunque il dibattito.
L’immagine che la regione araba e islamica dando oggi di se stessa è quella di
una società nella quale la religione islamica occupa il proscenio in tutti gli
aspetti della vita sociale e politica. Fino al punto che sembra persino
incongruo immaginare che possa essere diversamente. La maggioranza degli
“osservatori” stranieri (il personale politico e mediatico) conclude che prima o
poi la modernità, ossia la democrazia, si adegueranno a questa pesante presenza
dell’islam, rinunciando di fatto alla laicità.
La modernità costituisce una rottura della storia universale iniziata in Europa
a partire dal 16° secolo. La modernità proclama l’essere umano responsabile
della sua storia individualmente e collettivamente e nel contempo tronca con le
ideologie dominanti premoderne. La modernità consente la democrazia ed esige la
laicità, ossia la separazione dell’ambito religioso da quello politico.
Formulata dagli Illuministi del 18° secolo, resa operante dalla Rivoluzione
francese, la complessa associazione dei suoi tre elementi,
modernità/democrazia/laicità, ha avuto momenti di affermazione e di riflusso
restando comunque un aspetto centrale del mondo contemporaneo. Ma la modernità
stessa non è stata solo una rivoluzione culturale. Il suo senso compiuto lo ha
ottenuto con lo stretto rapporto stabilito tra la nascita e l’affermarsi del
capitalismo. Questo rapporto ha condizionato i limiti storici della modernità
“realmente esistente”. La forma concreta della democrazia e della laicità
visibili qua e là devono quindi essere considerati come i prodotti della storia
concreta dell’affermarsi del capitalismo, modulata dalle condizioni concrete
nelle quali la dominazione del capitale si è espressa attraverso i compromessi
storici che definiscono i contenuti sociali dei blocchi egemonici (quello che io
definisco “percorsi storici delle culture politiche”) (3).
Dove si collocano, da questo punto di vista, i popoli del Medio Oriente oggetto
della nostra analisi ? L’immagine di folle di barbuti prosternati, attorniati da
donne coperte col velo, spinge a trarre conclusioni troppo frettolose sul grado
di intensità e di adesione religiosa degli individui. Si menzionano raramente le
pressioni sociali esercitate per ottenere un simile risultato. Le donne non
hanno scelto volontariamente il velo ma gli è stato imposto con la violenza. Il
farsi cogliere senza alla preghiera costa quasi sempre la perdita del lavoro e,
qualche volta, anche la vita.
Gli amici occidentali che si appellano al rispetto della diversità si informano
raramente sugli accorgimenti messi in atto dal potere per offrire l’immagine che
più conviene. Ci sono certamente anche gli “invasati di Dio”. Ma sono forse più
numerosi e fanatici dei cattolici di Spagna che sfilano a Pasqua evocando il
Medioevo ? O delle folle di invasati che negli Stati Uniti ascoltano e seguono i
telepredicatori ?
In ogni caso la regione del Medio Oriente non ha sempre offerto una simile
immagine di se stessa. Pur considerando le differenze tra singoli paesi si può
identificare una grande regione che va dal Marocco all’Afganistan ed integra
tutti i popoli arabi ( ad eccezione di quelli della penisola arabica ), i
turchi, gli iraniani, gli afgani, i popoli dell’Asia centrale ex sovietica,
nella quale il potenziale di sviluppo della laicità è tutt’altro che
trascurabile. La situazione è invece diversa presso altri popoli contigui, gli
arabi della Penisola e i pakistani.
Nella regioni considerate le tradizioni politiche sono state fortemente segnate
dalle correnti radicali della modernità : l’Illuminismo, la rivoluzione
francese, la rivoluzione russa, il comunismo della terza internazionale sono
state presenti e hanno occupato uno spazio culturale ben più ampio di quello del
parlamentarismo di Westminster. Queste correnti hanno ispirato i modelli più
importanti della trasformazione politica che le classi dirigenti hanno compiuto
e che potremmo qualificare, per certi loro aspetti, forme di “dispotismo
illuminato”.
E’ certamente il caso dell’Egitto di Mohamed Alì o del Khediv Ismail. Il
kemalismo in Turchia e la modernizzazione in Iran hanno operato con dei metodi
molto simili. Il nazional populismo presente nelle tappe più recenti della
storia medio orientale appartiene alla stessa famiglia di progetti politici
“modernisti”. Le varianti di questo modello sono state numerose ( FLN algerino,
burghibismo tunisino, nasserismo egiziano, baasismo di Siria e Iraq ), ma la
direzione del movimento è stata analoga. Le esperienze, in apparenza estreme,
dei regimi cosiddetti comunisti in Afganistan e Yemen del Sud non sono state in
realtà molto diverse. Tutti questi regimi hanno realizzato molto e, non a caso,
hanno avuto un sostegno popolare molto largo. Sebbene siano state delle
esperienze non veramente democratiche, esse hanno aperto la via ad una possibile
evoluzione in quella direzione.
In alcune circostanze – come quella dell’Egitto dal 1920 al 1950 – l’esperienza
della democrazia elettorale è stata tentata, sostenuta dal centro
antimperialista moderato (il Wafd), combattuta dalla potenza imperialista
dominante (la Gran Bretagna) e i suoi alleati locali (la monarchia). La laicità,
sebbene proposta nella sua variante moderata, non è stata rifiutata dai popoli;
sono stati invece gli uomini di religione ad opporsi, perciò giudicati degli
oscurantisti dalla pubblica opinione, e tali erano nella loro grande
maggioranza.
Le esperienze moderniste – dal dispotismo illuminato al nazional populismo
radicale – non sono state prodotte da impulsi spontanei, ma imposte da possenti
movimenti politici egemonizzati dalle classi medie che esprimevano in tal modo
la loro volontà di affermarsi come partners a pieno titolo e con ogni diritto ai
processi di moderna mondializzazione. Questi progetti, espressi dalle “borghesie
nazionali”, possono essere definiti modernisti, laicizzanti e potenzialmente
portatori di evoluzioni democratiche. Ma proprio perché questi progetti
entravano in conflitto con gli interessi dell’imperialismo dominante,
quest’ultimo li ha combattuti senza tregua mobilitando sistematicamente per
questo scopo le forze oscurantiste in declino.
Conosciamo la storia dei Fratelli Mussulmani, letteralmente creati, negli anni
‘20 in Egitto dai britannici e dalla monarchia, per sbarrare la strada al Wafd
democratico e laico. Conosciamo la storia del loro ritorno in massa nei loro
rifugi sauditi dopo la morte di Nasser, organizzata dalla CIA e da Sadat.
Conosciamo la storia dei talebani formati dalla CIA in Pakistan per combattere i
“comunisti” che avevano osato aprire le scuole a tutti, giovani e ragazze.
Sappiamo altresì che gli israeliani hanno sostenuto Hamas al suo debutto
sperando di indebolire le correnti laiche e democratiche della resistenza
palestinese.
L’islam politico avrebbe avuto molte difficoltà a superare le frontiere
dell’Arabia Saudita e del Pakistan senza il sostegno risoluto, permanente e
possente degli Stati Uniti. La società dell’Arabia Saudita non avrebbe mai
iniziato di sua volontà l’uscita dalla tradizione se non quando fu scoperto
l’oceano di petrolio del suo sottosuolo. L’alleanza tra l’imperialismo e la
classe dirigente “tradizionale” di Riad, sigillata con vantaggio reciproco dai
due partners, ha impresso una spinta nuova all’islam politico reazionario e
wahabita.
Da parte loro i britannici non avevano esitato a rompere l’unità dell’India
convincendo i leaders mussulmani a separarsi e a fondare il proprio Stato
sanzionando l’atto di nascita dell’islam politico. Non va dimenticato che la
“teoria” con la quale questa novità è stata legittimata – indebitamente
attribuita al solo Mawdudi – era stata preliminarmente e integralmente redatta
dagli orientalisti inglesi al sevizio di sua Maestà. Si comprende perciò che
l’iniziativa presa dagli Stati Uniti per rompere il fronte dei paesi d’Asia e
d’Africa, realizzato a Bandung nel 1955, è stata quella di creare una
“conferenza islamica” immediatamente promossa nel 1957 dall’Arabia Saudita e dal
Pakistan. L’islam politico è penetrato nella regione a partire da quella
iniziativa.
La minima delle conclusioni che si può trarre dai vari passaggi dell’islam
politico è che la sua nefasta crescita non è affatto il prodotto spontaneo di
profonde ed autentiche convinzioni religiose dei popoli interessati. Esso è
stato costruito dall’azione sistematica dell’imperialismo col pieno sostegno,
beninteso, delle forze reazionarie e oscurantiste e delle classi compradore.
Da questo quadro appare indiscutibile la responsabilità delle sinistre che non
hanno né visto né saputo far fronte alla sfida.
Quattro le avanzate compiute, ma seguite da riflussi drammatici (Afganistan,
Iraq, Sudan, Yemen del Sud )
Gli esempi di avanzate seguite da arretramenti drammatici hanno riempito la
storia del 19° e del 20° secolo. Esse costituiscono la trama di tre grandi
rivoluzioni del mondo moderno ( quella francese, russa e cinese ). Avanzate meno
spettacolari ma non meno importanti hanno segnato la storia dei popoli asiatici
e africani nell’epoca di Bandung ( 1955-1980 ). Ovunque sono state seguite da
arretramenti e, in alcuni casi, dalla risalita al potere della borghesia
compradora subalterna al dominio imperialista (4).
In quattro paesi – Afganistan, Iraq, Sudan e Yemen del Sud – importanti avanzate
rivoluzionarie sono state seguite da sconfitte drammatiche. Si tratta di quattro
casi di società mussulmane. Tuttavia questa comune appartenenza religiosa non
spiega gran che. Le quattro esperienze condividono invece una caratteristica
comune di ben altra importanza : esse sono state prodotte da “situazioni
rivoluzionarie”. Intendo con ciò sottolineare la connessione di fattori
oggettivi e soggettivi che hanno condotto sul piano teorico e pratico a
scegliere soluzioni rivoluzionarie. Fattori oggettivi : si tratta di paesi dove
la struttura sociale e l’organizzazione del potere erano attraversati da
contraddizioni più esplosive che altrove. Fattori soggettivi : la presenza di
partiti comunisti forti e decisi a tentare la soluzione rivoluzionaria, “armati
del pensiero marxista”.
Le quattro società in questione erano e sono, se confrontate alle altre, meno
omogenee dal punto di vista confessionale o etnico. Ma si tratta di una realtà
frequente nella storia dei popoli essendo l’omogeneizzazione un prodotto della
modernizzazione. Una realtà che non significa “ostilità naturale” tra le varie
componenti di un paese. Sia che si tratti di sciiti o di sunniti, di arabi o di
curdi (Iraq), di popoli di lingua persiana o turca (Afganistan), di mussulmani e
di non mussulmani (Sudan) o di persone divise da barriere feudali (Yemen del
Sud). Questa eterogeneità è stata un fattore favorevole alla risposta
rivoluzionaria in quanto ha fatto leva sulla debolezza relativa dei poteri
locali, “indipendenti” o sottomessi – con la modernizzazione – alla protezione
delle potenze imperialiste. Si tratta di una debolezza di questi poteri che si
trasforma – nei momenti di crisi – in un confronto durissimo che definiscono
l’eterogeneità delle linee contrapposte; mentre le forze rivoluzionarie sono
nelle condizioni di trarre vantaggio dall’aspirazione generale all’unità del
popolo in lotta contro i poteri locali.
Nei quattro paesi in questione, la società “moderna”, minoritaria di fronte ad
una massa in apparenza “tradizionale”, è stata attirata dalle soluzioni
radicali, ossia da un progetto di modernizzazione partito dall’alto e sostenuto
dal basso, collocato entro una prospettiva socialista. Il successo dei partiti
comunisti tra le “minoranze” modernizzate della società è stato qui importante.
Questi partiti sono riusciti ad aprire avanzate rivoluzionarie veramente
notevoli : in Afganistan e Yemen hanno conquistato il potere statale, in Iraq e
in Sudan ci sono arrivati abbastanza vicini.
Le cause delle sconfitte di quelle quattro avanzate rivoluzionarie sono diverse.
La prima è data dalla volontà deliberata di Stati Uniti e Gran Bretagna, nonché
dei loro alleati subalterni europei, di bloccare e distruggere queste avanzate
con la violenza più estrema compreso l’intervento militare (messo in atto in
Afganistan e più tardi, in Iraq), o la minaccia di compierlo. Va ricordato che i
quattro paesi considerati sono così importanti dal punto di vista degli
interessi globali dell’imperialismo che ben difficilmente esso potrebbe
rinunciare al loro controllo. La strategia imperialista si è basata sulla
mobilitazione di tutte le forze oscurantiste possibili e immaginabili,
finanziandole ed armandole di tutto punto. I Fratelli Mussulmani e i Wahabiti
arcaici d’Arabia si sono schierati con l’imperialismo. Va invece segnalata la
benevola neutralità ( talvolta la complicità ) dei regimi nazional populisti di
Egitto e Libia.
La seconda causa risiede nella difficoltà reale di integrare nel blocco
democratico di sostegno all’avanzata rivoluzionaria certi segmenti delle “classi
medie”. Tutti gli sforzi sono stati compiuti in modo sistematico, soprattutto da
parte dei Fratelli Mussulmani, sostenuti da interventi brutali del potere
(divieti di organizzazione, arresti in massa e torture) per impedire ogni forma
di contatto tra partiti comunisti e masse popolari.
La terza causa va ricercata nelle debolezze “teoriche” dei partiti in questione
e nella loro troppo “sommaria” analisi del marxismo (5). Nati e cresciuti
sull’onda possente della rivoluzione russa in Oriente, i partiti comunisti si
sono collocati senza esitazione nel campo del “marxismo-leninismo” al quale essi
sono restati verbalmente fedeli fino al crollo del 1990, crollo che li ha
sorpresi non essendosi mai posti quesiti sulla natura del sistema sovietico e
dei suoi problemi. La perestroika è stata percepita inizialmente come una nuova
tappa positiva del socialismo trionfante. Essi hanno ignorato la crisi profonda
della società sovietica che ne è stata l’origine. In seguito essi hanno valutato
le sventurate opzioni di Gorbaciov, non come dei semplici errori, ma come un
vero e proprio tradimento. Convinti del carattere “marxista-leninista” del
partito comunista sovietico i partiti in questione si sono sempre ispirati
verbalmente alle posizioni assunte dalla diplomazia sovietica, peraltro
anch’essa molto attenta agli sviluppi interni di questi paesi strategici. Ho
usato il termine “verbalmente” poiché nei fatti questi partiti – almeno molti
dei loro quadri dirigenti – hanno sovente ignorato gli insistenti interventi di
Mosca. Così è stato quando Mosca ha insistito perché questi partiti si
sciogliessero aderendo ai partiti nazionalisti al potere (nasseriani e baasisti)
considerati impegnati su una “via non capitalista”.
La combinazione di questi elementi spiega le sconfitte subite.
La riflessione sulla questione “democratica” dovrebbe essere l’asse centrale
della conclusioni che si possono trarre da queste tragiche storie. Non perché i
partiti comunisti in questione siano stati “antidemocratici” per natura (o
“totalitari” come ripetono i propagandisti occidentali). Essi rappresentano
invece le forze più democratiche di quelle società, anche se rapportate a certi
limiti delle loro pratiche interne (il cosidetto “centralismo democratico”,
ecc.)
L’esempio del Sudan illustra tragicamente la contraddizione tra la pratica della
democrazia elettorale multi partito e rappresentativa da un lato, e dall’altro i
bisogni urgenti di una democrazia autentica al servizio del progresso sociale.
Più di una volta nella storia contemporanea del Sudan (prima che il potere fosse
assunto dalla dittatura militare-islamica), paese in cui erano radicate libere
elezioni, la rivoluzione in marcia, appoggiata dal popolo, è stata rimessa in
discussione da un Parlamento eletto correttamente ma dominato da partiti
tradizionali nemici da sempre della democrazia (quando necessario) e del
progresso sociale (sempre).
L’alternativa ? Il “dispotismo illuminato” di un partito come in Afganistan ?
Ossimoro diranno certuni : il dispotismo è sempre antidemocratico mentre gli
Illuministi sono sempre democratici. Si tratta di una semplificazione dogmatica
che non tiene conto dell’esigenza dei tempi lunghi di apprendistato e di
approfondimento della democrazia, nonché della creatività necessaria e
permanente di forme nuove (comprese quelle istituzionali) che dovranno andare
ben oltre la formula classica di democrazia elettorale rappresentativa.
L’alternativa ? Partito “unico” o fronte di forze diverse, autenticamente
autonome (non cinghie di trasmissione) ma coscienti della esigenza di una
convergenza reale su una strategia di lunga transizione ? I partiti dei quattro
paesi considerati non hanno mai ignorato la questione, né nel senso burocratico
banalizzato altrove (e di questo gli va riconosciuto il merito), né nel senso di
un formulazione coerente di alternativa. Certe debolezze mostrano semmai uno
degli aspetti di interpretazione sommaria del marxismo che li ha caratterizzati.
Segue Parte seconda (prossima pubblicazione)
Note
(1) In un articolo pubblicato dalla rivista La Pensèe, n° 351, 2007, ho proposto
un’analisi della sfida sul tema della modernità riguardante le società
mussulmane (“L’islam politico contemporaneo, una teocrazia senza progetto
sociale”) i cui argomenti sono trattati nella mia opera Modernizzazione,
religione, democrazia (Paragon, 2008). In un secondo articolo pubblicato dalla
Monthly Review newyorkese (“Political Islam in the service of imperialism”,
dicembre 2007) ponevo l’accento sulla complicità politica che di fatto associa
l’islam politico e il progetto di Washington mirante al controllo militare della
regione. Questo articolo riprende e aggiorna quello della Monthly Review.
(2) Rinvio il lettore al mio articolo de La Pensèe.
(3) Nel mio articolo su La Pensèe insisto sulla questione della laicità,
elemento non aggirabile della modernità e della democrazia. Propongo una
spiegazione delle ragioni con le quali la Nahda (Rinascita) araba del 20° secolo
è inciampata su questa questione sostenendo che essa non costituisce la prima
tappa della modernizzazione delle regioni prese in esame ma il suo aborto.
(4) Samir Amin, L’eveil du Sud, Le temps des cerises, 2008. In questo saggio
propongo un’analisi delle avanzate compiute nel periodo di Bandung (1955 – 1980)
in Asia e in Africa, le ragioni della loro erosione, poi del fallimento, sotto i
colpi dell’imperialismo passato all’offensiva.
(5) Esiste una buona documentazione sulla storia dei Partiti comunisti arabi (in
lingua araba ovviamente).
Seconda Parte
L’Afganistan.
In Afganistan una monarchia qualificabile come feudale, governava (a malapena) un insieme di regioni dalle frontiere fluide, gestite direttamente dai padroni locali. Il lungo tentativo di resistenza all’aggressione della Gran Bretagna – decisa a tagliare la via dell’oceano Indiano, prima ai russi poi ai sovietici insediati in Turkestan – non aveva comunque permesso di dare omogeneità al Paese e di creare forze capaci di rispondere alla sfida della trasformazione sociale. Non è dunque sorprendente che le elite sociali e intellettuali capaci di valutare la misura di questa sconfitta, si siano naturalmente convinte – all’unanimità o quasi – che il modello di socialismo (sovietico) fosse la sola risposta possibile.
Il partito comunista d’Afganistan, praticamente due in uno (Parcham, la bandiera e Khalq, il popolo), non è giunto al potere con un colpo di Stato militare ordito a Mosca (secondo i modelli sperimentati dalla CIA) come si è fatto credere all’opinione occidentale. Il potere è stato occupato contro una monarchia corrotta ormai in stato di liquefazione ; il gruppo di ufficiali che hanno “invaso” il Palazzo non hanno imposto la loro dittatura, ma aperto la via al potere del Partito. Mosca non ha fatto gran che all’inizio ; anzi si sarebbe accontentata di una monarchia “non allineata” in politica internazionale. Ma uno dei segmenti del PC afgano valutava invece che nell’eventualità, prevista e inevitabile, di un’aggressione militare degli Stati Uniti (il che era indiscutibilmente un’analisi corretta), il sostegno sovietico era assolutamente necessario. L’altro segmento del Partito stimava invece che un sostegno diretto dell’Urss non avrebbe rafforzato la capacità del Paese di resistere vittoriosamente all’imperialismo ma, al contrario, avrebbe complicato l’impresa.
L’Afganistan ha conosciuto il momento migliore della sua storia moderna all’epoca della Repubblica cosiddetta “comunista”. Un regime di dispotismo illuminato modernista, che ha aperto le scuole all’educazione di massa per i giovani di entrambi i sessi ed ha contrastato l’oscurantismo ottenendo sostegni decisivi all’interno della società. La riforma agraria iniziata era composta da un insieme di misure destinate a ridurre il potere tirannico dei capi tribù. Il sostegno – quanto meno tacito – della maggioranza dei contadini, rendeva probabile, in prospettiva, il successo di questa riforma ben modulata. La propaganda ostile veicolata tanto dai media occidentali che da quelli dell’islam politico ha presentato questa esperienza come quella di un “totalitarismo comunista e ateo” rifiutata dal popolo afgano. In realtà il regime, come quello ai tempi di Ataturk, era lungi dall’essere impopolare.
Il fatto che i suoi promotori si siano auto qualificati come comunisti appartenenti alle due maggiori frazioni (Khalq e Parcham) non è affatto sorprendente. Il modello dei progressi compiuti nei paesi vicini dell’Asia Centrale sovietica (malgrado tutto ciò che si potuto raccontare su questo argomento e malgrado le pratiche autocratiche del sistema), se confrontati con i disastri sociali permanenti perpetrati dalla gestione imperialista britannica nei paesi vicini (India e Pakistan), hanno avuto come effetto, qui come in altri Paesi della regione, di incoraggiare i patrioti a prendere coscienza dell’ostacolo costituito dall’imperialismo contro tutti i tentativi di modernizzazione. L’invito rivolto ai sovietici da alcune frazioni per sbarazzarsi di altre ha certamente pesato negativamente e ipotecato l’affermarsi di un progetto nazional-populista modernizzatore.
Gli Stati Uniti in particolare e i loro alleati della triade in generale sono sempre stati avversari implacabili dei modernizzatori afgani, comunisti o non. Sono loro che hanno mobilitato, addestrato e armato le forze oscurantiste dell’islam politico pakistano ( i Talebani) e i signori della guerra, ossia i capi tribù, neutralizzati poi con successo dal regime cosiddetto comunista. Anche dopo il ritiro sovietico la resistenza e la capacità di cui il governo di Najibullah ha dato prova avrebbe potuto reggere il confronto se non ci fosse stata l’offensiva militare pakistana a sostegno dei talebani e poi, con il paese nel caos, quella delle ricostituite forze dei signori della guerra.
L’Afganistan è stato devastato dall’intervento degli Stati Uniti e dei loro alleati e agenti, islamici in particolare. L’Afganistan non può essere ricostruito sottostando al loro potere attualmente rappresentato da un buffone travestito, senza radici nel Paese, paracadutato dalla transnazionale texana di cui era dipendente. La pretesa “democrazia” in nome della quale Washington, la Nato e l’Onu pretendono di giustificare la loro “presenza” (di fatto una vera e propria occupazione), menzoniera fin dalle origini, è diventata una grossolana farsa.
Non c’è che un soluzione al problema afgano : che tutte le forze straniere lascino il paese e che tutte le potenze siano costrette ad astenersi dal finanziare ed armare i loro “alleati”. Alle anime belle che esprimono il timore che il popolo afgano possa ricadere sotto la dittatura dei talebani (o dei signori della guerra) risponderei che la presenza straniera è stata finora il più efficace sostegno alle dittature tribali e religiose! Al dispotismo illuminato dei “comunisti” l’occidente civilizzato ha sempre preferito il dispotismo oscurantista, infinitamente meno pericoloso per i suoi interessi !
L’Iraq
In Iraq la monarchia sunnita di importazione britannica non poteva restare al potere
che rinunciando alla sua indipendenza. Il partito comunista iracheno ha avuto la capacità di conquistare un consenso di massa tra i curdi e gli arabi sciiti, di guadagnare terreno in tutta la classe scolarizzata, in particolare tra gli studenti, ma anche tra larghi segmenti delle classi medie urbane nuove (professori, ufficiali dell’Armata). All’ordine monarchico asservito ai britannici esso ha saputo opporre la forte realtà di un’unità millenaria della Mesopotamia – il paese del Tigri e dell’Eufrate – malgrado le sue diversità.
In Iraq la caduta della monarchia nel 1958 non è più stata provocata da un “colpo di Stato militare”. L’intervento di un gruppo di ufficiali (tra cui dei comunisti ma anche dei nazionalisti progressisti) non ha fatto altro che coronare grandi lotte di massa, nelle quali il partito comunista ha avuto un ruolo decisivo (in cooperazione con altre organizzazioni arabe e curde, progressiste a vari livelli). Il Baas e i Fratelli Mussulmani sono stati visibilmente assenti da queste lotte. Il regime, presieduto da Abdel Karim Kassem, è stato insediato da una alleanza politica che raggruppava il partito comunista, i movimenti progressisti curdi e i nazionalisti (indipendenti dal Baas). La concorrenza tra questi ultimi e il partito comunista è stata vivace e permanente. Fino al punto che ad un certo punto, poggiandosi sulla frazione degli ufficiali comunisti o simpatizzanti, il partito comunista si è convinto di essere in grado di far pendere la bilancia in suo favore. Il fallimento di questa scelta è stata provocata dalla simultaneità dell’ intervento di forze reazionarie locali, sostenute dall’esterno, e dall’alleanza congiunta di nasseriani e baasisti. In Iraq il rapporto di forze ha potuto essere rovesciato solo attraverso le sanguinose dittature di Abdelsalam Aref, poi del Baas, con il sostegno incondizionato dei Fratelli Mussulmani, dei regimi autocratici pro imperialisti del Golfo, e anche dall’Egitto nasseriano. Nasser non è stato forse il “padre dell’indipendenza del Kuweit” quando è stato costruito dai britannici nel 1961 col sostegno dell’Egitto ? Così è stata aperta la via al regime di Saddam Hussein.
La diplomazia armata degli Stati Uniti si era posta l’obiettivo di distruggere letteralmente l’Iraq ben prima che il pretesto gli fosse offerto per due volte, in occasione dell’invasione del Kuweit, nel 1990, e poi dall’11 settembre, sfruttato a tal fine da Bush junior con lo stesso cinismo di Goebbles (“ripetete una menzogna mille volte e diventerà una verità”). La ragione è molto semplice e non ha nulla a che vedere con certi appelli alla “liberazione” del popolo iracheno dalla sanguinosa dittatura (reale) di Saddam Hussein. L’Iraq possiede nel suo sottosuolo una buona parte delle migliori risorse petrolifere del pianeta ; ma è riuscito, inoltre, a formare quadri scientifici e tecnici ben preparati in grado di sostenere con la loro massa critica un consistente progetto nazionale. Questo “pericolo” doveva essere eliminato con una “guerra preventiva” che gli Stati Uniti si sono assunti il diritto di compiere quando e dove senza il minimo rispetto del diritto internazionale.
Al di là di questa banale constatazione, parecchie questioni molto serie devono essere analizzate : perché il piano di Washington ha potuto assumere le apparenze di un successo così folgorante e agevole ? Con quale nuova situazione si deve oggi confrontare la nazione irachena ? Quali risposte stanno dando le varie componenti del popolo iracheno a questa sfida ? Quali soluzioni le forze democratiche e progressiste irachene, arabe e internazionali possono mettere in atto ?
La disfatta di Saddam Hussein era prevedibile. Di fronte a un nemico il cui vantaggio principale consiste nella capacità di compiere un genocidio con bombardamenti aerei impuniti, i popoli non hanno che una sola risposta possibile ed efficace : dispiegare la loro resistenza sul territorio invaso come ha saputo fare un po’ più tardi il popolo libanese. Purtroppo il regime di Saddam si è impegnato ad annichilire tutti i mezzi di difesa del suo popolo, con la distruzione sistematica di tutte le organizzazioni, di tutti i parti politici (a cominciare da quello comunista) che sono stati protagonisti della storia dell’Iraq moderno, compreso lo stesso Baas che è stato uno degli attori più importanti di questa storia. Ciò che dovrebbe sorprendere, in queste condizioni, non è che il popolo iracheno abbia lasciato invadere il suo paese senza combattere, né che certi comportamenti (come la sua ostentata partecipazione alle elezioni organizzate dall’invasore o l’esplosione di lotte fratricide tra curdi, arabi sunniti e arabi sciiti) sembrino costituire l’indice di una disfatta possibile e accettata (quella su cui Washington aveva fondato i suoi calcoli). Ma, al contrario, la vera sorpresa è stata che la resistenza sul terreno si sia rafforzata giorno dopo giorno (malgrado e nonostante le debolezze dimostrate da questa resistenza) ed abbia già reso impossibile la vita ad un regime di lacchè incapace di assicurare nemmeno una apparenza di “ordine”. E’ questo che dimostra in qualche modo le dimensioni dello scacco subito dal progetto di Washington. Il servile riconoscimento internazionale da parte dell’Onu di questo governo fantoccio non cambia minimamente la realtà : non è né legittimo né accettabile.
Una nuova situazione si è tuttavia creata a seguito dell’occupazione straniera. La nazione irachena è realmente minacciata perché il progetto di Washington, incapace di mantenere il suo controllo sul paese (e di saccheggiare le sue risorse petrolifere) attraverso un governo fantoccio intermediario, solo in apparenza “nazionale”, non può che proseguire continuando la distruzione del paese. La sua separazione in almeno tre entità statuali (curda, arabo sunnita e arabo sciita) è forse stata fin dall’origine l’obbiettivo di Washington concordato con Israele (saranno gli archivi a rivelarcelo in avvenire). Sicuramente è oggi la “guerra civile” la carta principale su cui punta Washington per legittimare la sua occupazione, in quanto l’occupazione permanente è stata, ed è tuttora, il vero obbiettivo e il solo mezzo per garantire il suo controllo sul petrolio. Non si può dare alcun credito alle dichiarazioni di intenti americane del tipo “noi lasceremo il paese dopo che l’ordine sarà ristabilito”. Nessuno dimentica che i britannici hanno sempre detto che l’occupazione dell’Egitto, a partire dal 1882, sarebbe stata “provvisoria” mentre è durata fino al 1956 ! Nel frattempo, beninteso, gli Stati Uniti distruggono il paese con ogni mezzo, anche i più criminali, le sue scuole, le sue fabbriche, le sue capacità scientifiche.
Le risposte del popolo iracheno alla sfida non sembrano – almeno nell’immediato – all’altezza della sua estrema gravità. Questo è il meno che si possa dire. Quali sono le ragioni ?
All’indomani della prima guerra mondiale la colonizzazione britannica ha incontrato molte difficoltà a vincere la resistenza del popolo iracheno. In piena consonanza con la loro tradizione imperiale i britannici hanno costruito e insediato, a sostegno del loro potere, una monarchia importata e una classe di proprietari latifondisti, concedendo in pari tempo una posizione privilegiata all’islam sunnita. Tuttavia malgrado i loro sforzi sistematici i britannici hanno fallito. Il partito comunista e il partito baasista hanno costituito le forze politiche organizzate più importanti che hanno sconfitto il potere della monarchia sunnita detestata da tutti : dal popolo sunnita, sciita e curdo. La concorrenza violenta tra queste due forze, che ha occupato il proscenio tra il 1958 e il 1963, si è conclusa con la vittoria del Baas, salutata all’epoca con sollievo dalle potenze occidentali. Il programma comunista conteneva in sé una possibile evoluzione democratica mentre quello del Baas non la prevedeva affatto. Partito nazionalista panarabo all’inizio, ammiratore del modello prussiano di costruzione dell’unità tedesca, radicato tra la piccola borghesia laicizzante, ostile alle espressioni oscurantiste della religione, il Baas una volta insediato al potere si è evoluto, conformemente a ciò che era perfettamente prevedibile, in una dittatura il cui statalismo è stato antimperialista solo per metà. Nel senso che, secondo le congiunture e le circostanze, un compromesso poteva essere accettato tra i due poteri principali : il baasismo in Iraq e l’imperialismo americano dominante nella regione. Questo “nuovo corso” politico ha incoraggiato le tendenze megalomaniache del leader fino ad immaginare che Washington potesse accettare di farlo diventare il suo principale alleato nella regione. Il sostegno di Washington a Bagdad (con la cessione di armi chimiche in appoggio) nella guerra assurda e criminale contro l’Iran del 1980/1989 sembrava dare credibilità ai suoi calcoli. Saddam non immaginava che Washington barava, che la modernizzazione dell’Iraq era inaccettabile per l’imperialismo, e che la decisione di distruggere il paese era già stata presa. Caduto nella trappola tesa (il semaforo verde era stato dato a Saddam per l’invasione del Kuweit, di fatto una provincia irachena che gli imperialisti britannici avevano separato per farne una delle loro colonie petrolifere), l’Iraq è stato sottoposto a dieci anni di sanzioni destinate a dissanguare il paese, in modo da facilitare la gloriosa conquista del vuoto agli “eroici marines” americani.
Si può accusare di tutto i regimi successivi del Baas, compreso quello dell’ultima fase del suo disfacimento sotto la direzione di Saddam, eccetto quello di avere provocato conflitti confessionali tra sunniti e sciiti. Chi dunque è responsabile degli scontri sanguinosi che oppongono oggi le due comunità ? Riusciremo certamente un giorno a sapere come la Cia (e senza dubbio anche il Mossad) hanno organizzato molti di questi massacri. Ma è altrettanto vero che il deserto politico creato dal regime di Saddam e l’esempio che egli ha dato, con i suoi metodi opportunisti privi di scrupoli, hanno incoraggiato i candidati al potere di tutte le risme a impegnarsi su questa via, sovente protetti dagli occupanti, talvolta persino ingenui al punto di credere che essi potrebbero tornare utili. I candidati in questione, sia che si tratti di capi religiosi (sciiti o sunniti), di presunti “notabili” (paratribali) o di “uomini d’affari” notoriamente corrotti esportati dagli Stati Uniti, non hanno mai avuto un radicamento politico reale nel paese. Anche quei capi religiosi che i credenti rispettavano non hanno mostrato di possedere idee o programmi accettabili dal popolo iracheno. Senza il vuoto creato da Saddam non si sarebbe mai sentito pronunciare il loro nome. Di fronte a questo “nuovo mondo” politico costruito dall’imperialismo e dalla mondializzazione liberale, altre forze politiche autenticamente nazionali e popolari, e possibilmente democratiche, avranno i mezzi per potersi ricostituire ?
C’è stato un tempo in cui il partito comunista è stato il polo di attrazione delle forze migliori che la società irachena potesse esprimere. Era ben presente in tutte le regioni del paese e in posizione dominante nel mondo degli intellettuali, sovente di origine sciita (sono convinto che lo sciismo abbia prodotto soprattutto dei rivoluzionari e dei leaders religiosi, raramente dei burocrati o dei compradores). Il partito comunista era autenticamente popolare e antimperialista, poco incline alla demagogia, potenzialmente democratico. E’ possibile che il partito comunista sia ormai destinato a sparire definitivamente dalla storia dopo il massacro di migliaia dei suoi migliori militanti compiuti dalla dittatura baasista, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica (alla quale non era preparato) e dopo il comportamento di quegli intellettuali che hanno ritenuto accettabile di rientrare dall’esilio a bordo dei blindati americani ? No, non è affatto impossibile, ma è tutt’altro che ineluttabile.
La questione curda è una questione reale in Iraq, come lo è in Iran e in Turchia. Ma su questo argomento si deve ricordare che le potenze occidentali hanno sempre praticato con il più grande cinismo la regola dei “due pesi, due misure”. La repressione delle rivendicazioni curde non ha mai raggiunto in Iraq e in Iran il grado di violenza poliziesca e militare, politica e morale come quella praticata da Ankara. Né l’Iran, né l’Iraq non sono mai giunti a negare l’esistenza stessa dei curdi. Mentre si tollera e perdona tutto alla Turchia, membro della Nato, cosiddetta alleanza di nazioni democratiche – ci ricordano spesso i media – evitando di citare che tra i soci fondatori figurano “democratici” del calibro di Salazar, dei colonnelli greci e dei generali turchi !
Il fronte popolare iracheno formatosi attorno al partito comunista e al Baath nel periodo migliore della sua storia movimentata, ogni volta che essi hanno esercitato responsabilità di potere, hanno sempre trovato un terreno d’intesa con i principali partiti curdi, che sono sempre stati peraltro loro alleati.
La deriva antisciita e anticurda di Saddam è invece un fatto reale : i bombardamenti della regione di Bassora compiuti dall’armata di Saddam dopo la sua disfatta in Kuweit nel 1990, l’impiego dei gas contro i curdi. Sebbene questa deriva sia stata motivata quale “risposta” alle manovre della diplomazia armata di Washington, che aveva mobilitato alcuni apprendisti stregoni ansiosi di cogliere l’occasione di precipitare il paese nel caos, ciò non toglie che sia stata una risposta criminale e per giunta stupida considerando che gli appelli americani avevano avuto effetti molto limitati. Ma si poteva aspettarsi qualcosa di diverso da un dittatore come Saddam ?
La potenza della risposta data dalla resistenza all’occupazione straniera è stata di dimensioni inattese e, date le difficili condizioni, sembra quasi un miracolo. La realtà, semplice ed elementare, è che il popolo iracheno nel suo insieme (arabi e curdi, sunniti e sciiti) detestano gli occupanti e subiscono un lunga catena di crimini quotidiani (assassini, bombardamenti, massacri, torture). Si dovrebbe allora immaginare una sorta di Fronte Unito di Resistenza Nazionale (chiamatelo come volete) che, proclamatosi tale, rendesse noti i nomi, la lista delle organizzazioni e dei partiti che ne fanno parte, il loro programma comune. Non è stato purtoppo così fino a questo momento, soprattutto dopo la distruzione del tessuto sociale e politico prodotto dalla dittatura di Saddam e da quella degli occupanti. Ma quali che siano le ragioni, questa debolezza costituisce nondimeno un handicap serio, che facilita le manovre di divisione, alimenta gli opportunisti fino a farli diventare dei collaboratori, semina la confusione sugli obbiettivi della liberazione.
L’islam politico, qui in Iraq come altrove, si è tuffato nel vuoto prodotto dall’autocrazia di un regime nazionalista largamente responsabile del disastro. Un progetto teocratico come il suo evoca necessariamente la guerra civile tra le confessioni mussulmane, separate da interpretazioni diverse della legge religiosa, wahabita saudita, sunniti tradizionali, sciiti. Gli appelli allo sterminio proferiti in particolare dai wahabiti (armati dai petrodollari) sono responsabili del tragico empasse nella quale si trova la resistenza irachena. La storia insegna, qui come altrove, che la laicità è il solo mezzo per evitare le guerre di religione.
Chi sarà in grado di superare questi gravi handicaps ? I comunisti dovrebbero essere i più preparati a farlo. Già ora i militanti operanti nel territorio si dissociano dai loro “leaders”, pressoché sconosciuti, che, non sapendo più con che piede danzare, tentano di ricostruirsi una legittimità che giustifichi il loro sostegno al governo collaborazionista ma anche sostenendo le azioni di resistenza armata ! Anche molte altre forze politiche potrebbero, nelle attuali circostanze, prendere iniziative decisive per la costituzione di questo fronte.
Malgrado le sue “debolezze” la resistenza irachena ha comunque già fatto fallire, almeno sul piano politico (non su quello militare) il progetto di Washington. E’ esattamente questo che inquieta gli atlantisti dell’Unione Europea. Gli alleati subalterni degli Stati Uniti temono oggi che una sconfitta americana rafforzerebbe la capacità dei popoli del Sud di costringere le multinazionali della triade imperialista a rispettare gli interessi delle nazioni e dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina.
Alcune frazioni della sinistra irachena hanno avanzato proposte che consentirebbero di uscire dallo stallo e di aiutare gli Stati Uniti a ritirarsi dal vespaio : costituzione di una autorità amministrativa di transizione formata col consenso del Consiglio di Sicurezza ; lo stop simultaneo delle azioni di resistenza e degli interventi militari e polizieschi degli eserciti di occupazione ; la partenza di tutte le autorità militari e civili straniere entro un periodo di sei mesi. I dettagli di questo piano sono stati pubblicati dalla prestigiosa rivista araba Al Mustaqbal Al Arabi di Beirut nel gennaio 2006.
Il silenzio assoluto che i media europei hanno opposto alla diffusione di questo piano di pace conferma la tenace solidarietà tra partners imperialisti. Le forze democratiche progressiste europee hanno il dovere di dissociarsi da questa politica della triade imperialista e di sostenere le proposte della resistenza irachena. Lasciare che il popolo iracheno affronti da solo il suo avversario non è un’opzione accettabile. Non farebbe che confermare la pericolosa idea che esso non può aspettarsi nulla dall’occidente e dai suoi popoli e incoraggerebbe nel contempo le pulsioni criminali praticate da certi movimenti di resistenza.
Più presto le truppe di occupazione straniera lasceranno il paese e più forte sarà stato il sostegno delle forze democratiche del mondo al popolo iracheno, più grandi saranno le possibilità di un avvenire migliore per questo popolo martire. Più a lungo durerà l’occupazione, più oscure e nefaste le conseguenze della sua pur inevitabile conclusione.
L’aggressione contro il Libano.
L’aggressione di Israele contro il popolo libanese, compiuta l’11 luglio 2006, è parte integrante del piano di Washington per la regione medio orientale. I preliminari di questo progetto erano stati preceduti da una risoluzione dell’Onu che intimava il ritiro dell’armata siriana dal Libano e il disarmo di Hezbollah dopo l’assassinio di Rafic el Hariri, sul quale non è stata fatta alcuna luce. Gli Stati Uniti e l’Europa ripetono che essi esigono l’applicazione integrale di quella risoluzione, ma si guardano bene dal ricordare che i mezzi per far applicare la risoluzione 242, che esigeva l’evacuazione della Palestina occupata dal 1967, non hanno mai avuto seguito ! E scordano anche l’esigenza di restituire il Golan alla Siria ! Questa lunga serie di rimozioni sono piuttosto grossolane.
Il progetto statunitense che mira a sottoporre l’intera regione sotto il controllo militare americano (declinato quale esportazione della democrazia !) ha fatto proprio un chiodo fisso del sionismo : la scomposizione della regione in micro Stati su basi etniche o religiose, l’esercizio da parte di Israele di una sorta di “protettorato” su questi Stati nell’ambito di una supervisione affidata, come sempre, agli Stati Uniti.
L’esecuzione in progress di questo ambizioso piano ha tuttavia subito un prima severa battuta d’arresto. Il popolo libanese ha inflitto una lezione di unità a sostegno dei suoi combattenti, deludendo così le attese di Tel Aviv, di Washington, degli europei. La resistenza libanese ha saputo dare, sebbene con mezzi rudimentali, del filo da torcere all’esercito nemico super armato e sostenuto dal ponte aereo stabilito dalla base americana di Diego Garcia ( di cui è tristemente nota la sua utilità di sostegno ai progetti criminali di dominio mondiale di Washington). La resistenza popolare armata del sud del Libano ha dimostrato tutta la sua efficacia. Si spiegano dunque gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti e dall’Europa miranti ad imporre il suo disarmo per consentire una facile vittoria alla prossima aggressione di Israele. E’ perciò necessario, oggi più che mai, difendere il diritto imprescindibile dei popoli di preparare la loro resistenza armata di fronte all’aggressione imperialista e quella dei suoi agenti regionali.
Non si può accettare in alcun modo le accuse di terrorismo rivolte ad Hezbollah (e ad Hamas in Palestina). Si tratta semplicemente di resistenza all’aggressione straniera e al terrorismo di Stato con cui viene consumata. Il vero terrorismo è quello degli USA, della Nato e dello Stato di Israele. Non sono forse stati alcuni presidenti USA che hanno minacciato di “ricondurre con i loro bombardamenti massicci, questo o quel paese, all’età della pietra” ? Non sono stati ancora gli USA ad inaugurare l’epoca delle “guerre preventive” e a minacciare di utilizzare per primi l’arma atomica ?
Pur rifiutando di mischiare il tutto non possiamo sottoscrivere il progetto di società di Hezbollah poichè non è diverso da quello degli altri partiti dell’islam politico. Quello sciita é un modello di potere che prospetta lo stesso immaginario teocratico e trascina verso la guerra civile contro i mussulmani sunniti. Hezbollah si considera una struttura di organizzazione confessionale del potere e non accenna a un suo superamento. Il partito comunista, suo avversario, è il solo partito non confessionale e potenzialmente democratico del Libano. Nello specifico qualificare Hezbollah come avversario non è una forzatura. Sostenuto da Teheran, ha eliminato i comunisti che tenevano la linea del fronte contro Israele nel sud del Libano con mezzi autenticamente terroristi (anche con l’assassinio).
Il Sudan
In Sudan il partito comunista era riuscito a realizzare conquiste eccezionali nell’ambito della modernizzazione del paese : i sindacati operai (a partire dai ferrovieri), quantunque minoritari nella società, rappresentavano tuttavia una forza importante, non per sé stessa ma per il ruolo svolto in favore dell’intero popolo, per la difesa dei diritti sociali dei lavoratori e per l’impulso dato all’organizzazione delle classi popolari in difesa dei diritti democratici ; i contadini delle regioni modernizzate dall’irrigazione e incorporate nel capitalismo in maniera più diretta ; l’organizzazione delle donne in lotta contro l’oppressione patriarcale ; i giovani scolarizzati e gli studenti ; gli ordini professionali organizzati in sindacato dal partito ; un buon numero di ufficiali dell’armata organizzati politicamente.
La forza del partito comunista nella società civile “moderna” (operai, contadini della Gezira, studenti, donne, professionisti, ufficiali) mostra come la dittatura del generale Abud (sostenuto dai britannici) è stata battuta non da un “colpo di stato militare”, ma da un movimento di massa gigantesco (che gli ufficiali si erano rifiutati di reprimere). Momenti alti e bassi della lunga lotta che è seguita, caratterizzata dalla mobilitazione ostile dei partiti tradizionalisti e oscurantisti sottomessi al potere coloniale (Ansar e Ashiqqa), sostenuti dai Fratelli Mussulmani, dai diplomatici dell’Egitto nasseriano e dalla Libia di Gheddafi. Il blocco reazionario composto dagli oscurantisti e dai “nazionalisti” (considerati antimperialisti senza le necessarie sfumature) è stato sostenuto dalla politica occidentale contro la forza più democratica del paese ! Le vittorie di questo blocco reazionario sono sempre state fragili e limitate per merito di un partito comunista riuscito ogni volta a rimontare e a bloccarne i tentativi. Il partito comunista non ha affatto tentato un colpo di Stato militare come è stato detto. Il generale Nimery aveva lui stesso ordito un golpe militare sostenuto dall’alleanza reazionaria, dai diplomatici egiziani e libici, dai Fratelli Mussulmani, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Il complotto è fallito perché la maggioranza degli ufficiali dell’armata (comunisti e nazionalisti) si è opposto e, senza troppe difficoltà, hanno isolato e messo agli arresti Nimery. Dopo questo successo si profilava il ritorno di un potere civile democratico in cui emergeva un partito comunista rafforzato. Ma un terzo colpo di Stato reazionario (questa volta con l’intervento diretto delle potenze straniere e di Geddafi) ha annullato la prospettiva democratica.
La controrivoluzione di Nimery ha aperto la via a un regime che ha messo in coppia la dittatura dei militari con quella degli islamici. Malgrado la brutalità di questa forma di potere i settori “moderni” della società hanno opposto un fronte di resistenza (ormai più passivo che attivo), totalmente ignorato dai cosiddetti “amici della democrazia” dell’Occidente. L’interminabile guerra del Sud, la spaccatura del paese (province dell’Est contro il Darfur all’Ovest) sono il prezzo che il popolo sudanese sta pagando dopo la sconfitta delle avanzate rivoluzionarie. L’intervento “umanitario” delle potenze occidentali non le assolve dalla loro complicità con coloro che hanno assassinato la democrazia sudanese in nome dei loro interessi economici (petrolio e uranio in particolare).
Lo Yemen del Sud
Nello Yemen del Sud i britannici avevano rafforzato la loro presenza frazionando un sistema feudale sottomesso e suddividendo i poteri locali in una moltitudine di “mashiakhas” (piccoli sceiccati o pretesi tali), sultanati e emirati (ridotti a una borgata e tre villaggi), riservando all’amministrazione coloniale diretta il porto di Aden. Il partito comunista (unificatosi con il nome di Partito socialista) non ha avuto molte difficoltà a riunire tutte le componenti della società moderna (operai del porto, studenti, classe media urbana) sotto la bandiera : “abolizione delle strutture create dai britannici, unità, liberazione, socialismo”.
Il Partito (ufficialmente “socialista”) si è costituito unificando cinque gruppi comunisti di origine diversa che hanno compreso la necessità di fondersi pur mantenendo una loro specifica identità. I britannici, che avevano deciso di concedere una falsa indipendenza alle loro colonie (Aden, gli Emirati della Costa dei Pirati), avevano elaborato un piano che garantiva il trasferimento “pacifico” del potere ai feudatari (emirati e simili) ai quali essi avevano rafforzato i poteri durante il periodo coloniale. Il piano di Londra ha funzionato senza intoppi sulla costa del Golfo e il risultato è stato la creazione degli Emirati Arabi Uniti. Il partito socialista dello Yemen non c’è stato al gioco e ha mobilitato tutti gli elementi dinamici della società attorno a una parola d’ordine: indipendenza reale, abolizione dei sistemi di oppressione politica spacciati per “tradizionali”, giustizia sociale. La radicalità di questa linea ha pagato : le forze mobilitate hanno prima occupato Aden, poi l’insieme dei capoluoghi del paese. Queste forze sono entrate in corto circuito con un concorrente sostenuto da Nasser e con il regime dello Yemen del Nord. Le avanzate realizzate in seguito sono state incontestabili, in particolare la liberazione delle donne, la regressione dell’oscurantismo, l’avvio ad una interpretazione moderna e democratica della religione e della laicità dello Stato. La popolarità acquisita da questa politica è stata incontestabile.
Il potere comunista si è paradossalmente suicidato nel 1991 accettando l’unità con lo Yemen del Nord. Come spiegare questa incredibile scelta ? E’ certamente vero che lo Yemen è costituito da una sola nazione e che l’aspirazione del suo popolo è quella di eliminare la separazione della sua costa meridionale imposta dalla colonizzazione britannica. Ma il rapporto Nord/Sud nello Yemen non era certamente analogo a quello che opposto le due Germanie. Qui è accaduto esattamente l’inverso. La società arretrata e il potere politico del Nord, pur avendo cacciato l’iman dopo la “rivoluzione”, erano stati rimpiazzati da un populismo ispirato da confusi discorsi alla Gheddafi, (espressione di un potere, quello libico, che non ha concluso gran che in materia di realizzazioni progressiste) e dunque incapace di reggere il confronto con quello del Sud. La prova : all’indomani dell’unità il popolo del Sud si è ribellato considerandosi “tradito dai capi del suo partito”. E’ stata perciò necessaria la brutale repressione militare per imporre l’unità. Spiegazione parziale : certi dirigenti del partito (non tutti), delusi e scoraggiati dal crollo dell’URSS, hanno preferito aggregarsi al campo di coloro che alla fine sarebbero risultati i vincitori. Alcuni hanno temuto (non a torto) un possibile blocco economico selvaggio degli Occidentali e forse anche un intervento militare motivato da un pretesto qualsiasi.
Conclusioni
L’islam politico difende gli interessi delle classi privilegiate e perciò non può essere considerato un avversario autentico della mondializzazione capitalista-imperialista. Washington lo sa bene e perciò non teme alternative di potere esercitate dagli “islamici moderati”.
Oggi i “conflitti politici” oppongono nella regione tre raggruppamenti di forze : quelle che si richiamano ad un passato nazionalista ma non sono altro, in realtà, che gli eredi degenerati e corrotti di burocrazie nazional-populiste che tentano di affermarsi agitando rivendicazioni “democratiche” compatibili con la gestione economica liberale. Nessun potere gestito da queste forze è accettabile da una sinistra attenta agli interessi delle classi popolari e a quelli della nazione. Attraverso queste tre tendenze emergono chiaramente gli interessi delle classi compradore affiliate in loco al sistema imperialista. La diplomazia degli Stati Uniti ha mantenuto sotto stretta osservazione tutte e tre le tendenze intervenendo nei loro conflitti interni per trarne il massimo dei benefici possibili. Non sempre ciò è stato possibile. Hezbollah e Hamas, come tutti i patrioti libanesi e palestinesi, dovendosi scontrare frontalmente con la colonizzazione sionista, sono diventati per ritorsione i nemici di Washington. Lo stesso dicasi per i talebani, fino a ieri strumento della strategia degli Stati Uniti, poi diventati un ostacolo quando l’occupazione permanente dell’Afganistan è diventata una priorità del progetto USA di dominazione dell’Asia centrale e dell’accerchiamento militare di Cina e Russia. Quanto ai terroristi di Al Qaida, il cui leader Bin Laden è stato, e forse lo è ancora, un agente della CIA, i loro interventi sembrano studiati apposta per dare una patente di legittimità al progetto militare di Washington.
Una strategia alternativa di democratizzazione delle società della regione, è indissociabile dal progresso sociale e dal rispetto della sovranità delle nazioni ed esige la sconfitta del progetto americano di controllo militare della regione e del mondo e del progetto teocratico reazionario dell’islam politico. Questi due progetti si alimentano reciprocamente l’un l’altro e sono nei fatti oggettivamente solidali. Tentare di “inserirsi” nei conflitti che oppongono i “regimi” e l’islam politico con delle alleanze con questi o con quelli (preferendo i regimi al potere per evitare l’oscurantismo dell’islam politico o, viceversa, cercare di allearsi con quest’ultimo per sbarazzarsi dei “regimi”) sono operazioni azzardate destinate all’insuccesso. La sinistra deve affermarsi impegnandosi nelle lotte laddove di manifestano le contraddizioni e i conflitti : la difesa degli interessi sociali, delle classi popolari e della sovranità nazionale deve essere concepita come indissociabile dalla democratizzazione della società. Tutti i democratici del mondo devono sostenere le opportunità di queste forze, condannando in primo luogo tutti gli interventi degli Stati Uniti, della Nato, di Israele e quelle dei loro alleati locali nella regione.
La regione del Grande Medio Oriente è oggi centrale nel conflitto che oppone la leadership imperialista e i popoli del mondo intero. Sconfiggere il progetto dell’establishment americano è la precondizione per riprendere ad avanzare in qualsiasi regione del mondo quale che sia la possibilità di imporsi. Viceversa ogni conquista diverrà estremamente vulnerabile. Ciò non significa sottovalutare le lotte condotte in altre regioni del mondo, in Europa, in America latina, in Nepal e altrove. Significa soltanto che esse devono collocarsi entro una prospettiva globale che contribuisca a sconfiggere Washington nella regione che essa ha scelto per infliggere al progresso un colpo criminale.