ROMA - Un indulto "troppo
esteso". E una battaglia, quella dei Di Pietro e dei D'Ambrosio, che "nulla ha a
che fare con il giustizialismo". Le leggi sbagliate della Cdl come la ex
Cirielli che sovraffolla le carceri. Ma anche la bocciatura di un possibile
nuovo sciopero delle toghe contro la riforma Castelli e la convinzione che se
"la magistratura fa il suo dovere contro la corruzione agli alti livelli" è
sbagliato parlare di conflitto tra giudici e politica. Oggi Virginio Rognoni
sale sul Colle e chiude i suoi quattro anni da vice presidente del Csm.
Guardandosi indietro dice: "Sono soddisfatto, lo rifarei".
In Parlamento lo scontro sull'indulto è stato durissimo. Di Pietro ha fatto
una battaglia per escludere i reati economici e finanziari. È stato accusato di
giustizialismo e di voler rappresentare il partito dei magistrati che tenta di
condizionare la vita politica. Dopo tanti scontri al Csm su questi temi ritiene
che questo partito esista?
"Il Csm non poteva e non doveva intervenire. La scelta dei provvedimenti di
clemenza è una scelta tipicamente politica e bisogna rispettare chi ne ha la
responsabilità. Ma personalmente penso che si è estesa eccessivamente l'area del
provvedimento. Certo, la popolazione carceraria si trova in una situazione di
grande sofferenza; a causa della congestione delle carceri c'è un'afflizione in
più, per chi sconta la pena, che non può essere accettata. Quando il Csm ha
espresso il suo parere sulla proposta di legge ex-Cirielli non aveva mancato di
rilevare come certe disposizioni (mi riferisco alla disciplina sulla recidiva)
incidevano negativamente sul sistema carcerario. E sarà bene, per il futuro, che
si abbia sempre un occhio attento sulle ricadute che provvedimenti,
apparentemente lontani, hanno sul sistema carcerario".
L'ex procuratore di Milano D'Ambrosio boccia l'indulto, lo considera una
misura che demotiva le inchieste e lascia in bocca l'amaro dell'impunità. Lei,
che è stato per una vita un uomo politico e ha rivestito cariche di governo come
quelle di ministro dell'Interno e della Giustizia, condivide il giudizio?
"Non mi sembrano pertinenti le critiche di giustizialismo che sono state rivolte
a coloro che hanno espresso contrarietà al provvedimento. Il cosiddetto
giustizialismo è un'altra cosa. Qui piuttosto, e non è una distinzione di poco
conto, si è manifestata una considerazione diversa circa le conseguenze che
l'applicazione della clemenza a certi reati - penso alla corruzione - può avere
sul costume e sulla cultura della legalità e delle regole. Non mi pare che tutto
ciò c'entri con quello che comunemente s'intende per giustizialismo".
Giusto la settimana scorsa, una delle sue ultime decisioni importanti è stata
quella di aprire una pratica a tutela del procuratore aggiunto di Milano Armando
Spataro per le accuse rivoltegli da Cossiga e Castelli. Dove passa la linea
divisoria tra il diritto di critica di un parlamentare e la delegittimazione?
"Non è facile stabilire il discrimine tra la critica e la delegittimazione del
magistrato o addirittura dell'intera magistratura a seguito di dichiarazioni,
giudizi, attacchi che si accompagnano, in maniera non accettabile, alla critica
che è sempre assolutamente legittima. Non è facile, soprattutto quando le
espressioni denigratorie rientrino in un più ampio sindacato parlamentare. Ecco
perché è persuasiva la regola che la commissione competente del Csm, fatta
l'istruttoria, ne riferisca all'assemblea per le definitive decisioni. Ampliare
il giudizio di delibazione da parte del comitato di presidenza, conferendogli il
potere di bloccare un'iniziativa consiliare, non è mai sembrata una scelta
corretta".
Ritiene che la tutela del Csm sia effettivamente utile?
"Devo dire che la cosiddetta "pratica a tutela" (perché di questo si tratta) ho
sempre ritenuto che debba avere un impiego assai prudente e misurato, se vuole
avere efficacia; altrimenti non serve, o serve poco, anche perché solitamente
arriva in ritardo e non interviene nell'immediatezza dell'"offesa"'. E poi vi
sono casi in cui il pm, in particolare, non ha bisogno di tutela ma piuttosto di
non essere turbato e distratto da polemiche e clamori, proprio perché possa
continuare con serenità il suo difficile lavoro nell'interesse della giustizia.
Vi sono offese che esigono di "passare oltre"; è un modo per giudicarle e
prenderne le distanze; l'ho detto più volte e lo ripeto".
Il suo successore in pectore Nicola Mancino, come prima dichiarazione da
componente del Csm, ha detto che se sarà scelto lavorerà per sanare lo scontro
tra giustizia e politica. Ma a guardare i suoi anni al Csm ciò è realmente
possibile?
"Si è parlato, e si parla ancora molto, magari guardando agli anni appena
trascorsi, di scontro tra giustizia e politica. Bisogna avere attenzione a una
semplificazione di comodo, che è sempre pericolosa per gli effetti distorsivi
nella pubblica opinione che essa può provocare. Sono rimasto colpito in questi
giorni da un giudizio assai severo che Luca Ricolfi, studioso serio ed
editorialista della Stampa, certamente non giacobino, ha espresso sul
persistente livello di corruzione che c'è nel Paese e di cui il ceto politico
non è immune. Le sue parole, per vero, sono assai più dure, se ben ricordo.
Bene, se il controllo di legalità - che la magistratura deve esercitare, con
estrema imparzialità, autonomia e discernimento, con sobrietà e compostezza di
gesti e parole - s'imbatte, per avventura, con esponenti di questo ceto
politico, non è certamente questa una buona ragione per gridare allo scontro tra
politica e giustizia. La magistratura fa semplicemente il suo dovere".
Ordinamento giudiziario: le toghe dell'Anm sono state da Napolitano, gli
hanno sottoposto il disagio per una criticata riforma che ormai è in vigore e
che finora il governo Prodi, nonostante le promesse, non ha avuto la forza di
bloccare. Che ne pensa?
"Che cosa ne penso? Qui voglio solo ricordare i diversi pareri che il Csm ha
espresso sulla riforma. Sono stati pareri altamente qualificanti; e voglio
ricordarli perché le critiche numerose, e sull'impianto di fondo della legge
assai severe, sono accompagnate da proposte alternative e da indicazioni
positive. Tutto ciò è utile oggi perché nella prospettiva dell'acquisita
moratoria contenuta nel disegno di legge Mastella, occorre subito porre mano a
proposte alternative, in un serrato dibattito nel Paese tra le forze politiche e
in Parlamento. È una strada percorribile; nessuno deve impiccarsi alle proprie
opinioni, quando il confronto fosse serio e costruttivo".
Si ipotizza un possibile, quarto sciopero contro la legge e quindi stavolta
contro Mastella e Prodi. Non è il segno di una totale incomunicabilità tra il
mondo della politica e quello della giustizia?
"Personalmente, forse per la lunga attività parlamentare che ho alle spalle, ho
sempre confidato (magari contra spem) sulle risorse del Parlamento. E questa
fiducia non è venuta meno. Anche qui, sempre che il dialogo si faccia serio e
costruttivo, senza pregiudiziali demolitorie nei confronti di nessuno. Quanto
allo sciopero, spero proprio che non ci sia; è uno strumento assai controverso
che rischia di rendere più difficile uno sbocco parlamentare che è
obiettivamente assai complicato".
Calciopoli: una giustizia sportiva rapidissima a fronte di quella ordinaria
lunghissima. Si può prenderla ad esempio?
"È meglio non fare esempi; ma occorre con ostinazione ripetere che il male
profondo della giustizia italiana è la durata interminabile dei processi. Nulla
è stato fatto in questi ultimi anni per abbattere e sconfiggere questo male
profondo. Certo, una migliore organizzazione degli uffici giudiziari e una
migliore formazione dei giudici - che è materia certamente di ordinamento
giudiziario - possono essere rilevanti fattori per rendere più rapida
l'amministrazione della giustizia. Ma molto più decisiva, a questo riguardo, è
la legge processuale con i suoi meccanismi; e, qui, dobbiamo ripeterlo, non è
stato fatto alcun passo in avanti. Nei pareri espressi sull'ordinamento, il Csm
non ha mai mancato di sottolineare che questa riforma non poteva esser
rappresentata come diretta ad abbattere i tempi del processo".
Quali sono i momenti di questi anni che ricorda come più angoscianti e quelli
di maggiore entusiasmo e soddisfazione?
"Di maggiore soddisfazione sono stati certamente quelli in cui erano evidenti i
risultati positivi dell'autogoverno della magistratura e, insieme, la difesa
dell'autonomia e dell'indipendenza dell'ordine giudiziario, secondo il dettato,
netto e preciso, della Costituzione. Quelli meno soddisfacenti sono stati i
momenti in cui l'esercizio di questo autogoverno è sembrato essere ostacolato da
remore e incrostazioni quando venivano in gioco gli uffici direttivi e le norme
per le nomine dei rispettivi titolari. La scelta è sempre difficile quando i
concorrenti sono, tutto sommato, di pari livello. È così in ogni campo; lo si
deve riconoscere; la scelta, tuttavia, deve essere fatta, anche se difficile.
Raramente c'è qualcosa di buono nella lentezza delle procedure".
Se tornasse indietro accetterebbe di nuovo l'incarico di vicepresidente?
"È stata un'esperienza di grandissimo impegno e di non poca
soddisfazione; un'esperienza che nulla ha da invidiare ad altre che ho pure
avuto come ministro in posti di delicata responsabilità e in tempi estremamente
difficili. È stato un impegno svolto, anche questo, in momenti non facili, ma
sempre mi sono state di conforto l'assoluta sintonia con il presidente Ciampi,
che ha seguito, quasi per intero, la consigliatura che si conclude, e la
consonanza con il presidente Napolitano - se così mi è concesso di dire - per il
forte sentimento che egli ha della Repubblica e dei suoi doveri".