Riforma Tv. Ddl Gentiloni in linea con gli anni '80. Così non va.

di Sergio Bellucci, responsabile Comunicazione
e Innovazione del Prc
La riforma della televisione accompagna, ormai, la vita tutte le legislature da
più di un quarto di secolo. Sugli assetti del sistema della comunicazione,
infatti, si giocano importanti partite industriali, finanziarie ed equilibri
democratici. Dalle rapide acquisizioni da parte di Berlusconi di Italia 1 e Rete
4 del biennio ’82-’84 fino ad arrivare alla legge Gasparri è stato tutto un
fiorire di scontri politici, interventi sanatori, promesse di regole, ma il
risultato è stato uno stallo lungo più di un ventennio. Uno stallo che ha
trasformato il gruppo Fininvest (poi Mediaset con la collocazione in borsa) nel
monopolista privato del settore televisivo.
È dagli anni ’80, quindi, che emerge una sorta di spartizione squilibrata
dell’etere. Da una parte una azienda pubblica, con una missione e una dimensione
definita da leggi dello Stato, e dall’altra un’azienda privata che aveva
raggiunto la dimensione del servizio pubblico e, dalla dimensione raggiunta,
definiva l’equiparazione tra le due società come obbiettivo politico per il
mantenimento della propria posizione dominante. Proprio in quegli anni,
d’altronde, il gruppo dirigente della Rai assecondava nei fatti l’assimilazione
tra le due aziende, sia accettando l’equiparazione sul piano politico, sia
producendo un omologazione progressiva della programmazione al modello di
televisione commerciale, una scelta che rendeva sempre più simili le
programmazioni delle due aziende. Il processo che portò il gruppo Fininvest a
raggiungere una tale situazione è ormai storia, ma non tutta ancora scritta. Il
punto politico che rimane aperto è ancora oggi quello dell’intervento
“paritario” tra Rai e Mediaset per rompere la situazione di monopolio esistente.
Il provvedimento proposto dal Ministro Gentiloni, infatti, prosegue sulla rotta
intrapresa in quegli anni e mira a ridurre il peso del servizio pubblico e
quello del monopolista privato per aprire la strada ad un nuovo soggetto in
grado di costruire quello che fu chiamato il terzo polo televisivo. Questa
soluzione proposta risulta in totale continuità rispetto al programma dell’Ulivo
del ’96 e, a nostro avviso, risulta non solo sbagliata – come dicemmo allora -
ma oggi completamente fuori tempo massimo.
L’equiparazione tra Rai e Mediaset non solo è sbagliata sul piano industriale,
ma è pericolosissima sul piano politico. Il settore della comunicazione
radiotelevisiva sta vivendo una forte trasformazione che, nei prossimi anni,
accelererà sotto la pressione delle trasformazioni tecnologiche e dei linguaggi.
In questo quadro l’offerta di natura commerciale si è, in questi anni,
moltiplicata a dismisura e il rapporto tra la quantità di comunicazione
radiotelevisiva di natura commerciale e lo spazio pubblico squilibrato a favore
della intrapresa privata in misura impressionante. Sul piano industriale,
quindi, siamo in presenza di una moltiplicazione di canali e reti di natura
commerciale e di uno smarrimento della missione del servizio pubblico. Inoltre,
la migrazione sul digitale di un canale Rai e di un canale Mediaset non
produrrebbe lo stesso impatto su aziende tanto diverse per dimensioni e
obblighi, acuendo lo squilibrio oggi esistente e favorendo la definitiva
centralità del sistema all’azienda di Berlusconi.
Quello di cui ci sarebbe bisogno, quindi, è di una riforma che punti non ad
assecondare le tendenze in atto, ma di ristabilire, come del resto abbiamo
scritto nel programma dell’Unione, una centralità del ruolo di un servizio
pubblico che va rifondato dalle radici ma non ridotto in dimensione. Le scelte
contenute nel programma siglato dai partiti dell’Unione e sottoposto al vaglio
elettorale non consentono di ipotizzare riduzioni, smembramenti o derive
commerciali per il servizio pubblico.
Sul piano politico, infine, occorre ricordare che da quasi due anni è scaduta
una sentenza della Corte Costituzionale la 466 del 2002 che definiva illegittimo
e antidemocratico il sistema in vigore e obbligava al trasferimento su satellite
di Rete 4, una rete che continua a trasmettere in regime di prorogatio non vendo
ottenuto la concessione dallo Stato fin dal lontano 1999. Ora, anche la proposta
Gentiloni sembra procrastinare una situazione di squilibrio che la legge
Gasparri, invece di risolvere, ha aumentato, consentendo l’acuirsi di una
posizione dominante da parte del gruppo Mediaset.