Referendum, l'importante è votare. Casomai si può votare scheda bianca

 

 


Mettiamo che, per uno di quei casi della vita in cui vengono a trovarsi donne di una precisa generazione, io mi trovi in mezzo a un gruppo di femministe. Come se non bastasse, queste femministe, per storia, o per esperienza o per pratica politica sono "anche" ambientaliste e pure ecologiste. Si discute, ovviamente, delle intenzioni di voto nel prossimo referendum. Molte - quasi tutte - preannunciano i loro quattro Sì. Qualcuna voterà tre Sì e un No al quesito sull'eterologa. Ma una donna dice: «La legge 40 non mi piace. Tuttavia, per la diffidenza che provo nei confronti di una scienza invasiva e autoritaria, ho deciso: scelgo l'astensione».

E' una dissidente questa femminista? Una eccezione? Una pecora nera?

Dal momento che siamo abituate ad ascoltarci reciprocamente, a dare importanza alla parola femminile, il suo discorso non scivola via. Non ci lascia indifferenti. Nel vissuto personale di questa donna è ben presente la relazione madre-figlio. Lei ha un figlio. Anche se il suo corpo poteva metterne al mondo altri. Sulle "scelte procreative" (brutta definizione ma non me ne vengono in mente di diverse) è stata oculata. Anche in questo campo, assicura, lei ha sempre avuto - se ci passate l'estensione del concetto - una "coscienza del limite".

Perché vuole astenersi questa femminista con una sensibilità acuta per le sorti di questo pianeta?

Sia chiaro, non ha mai seguito un'etica assoluta. Non ha neppure agitato dei principi come fossero giusti in sé, a prescindere dalle loro conseguenze. Tuttavia, confessa, sente freddo nella schiena di fronte ai passi precipitosi della scienza. E se si arrivasse al riduzionismo biologico del corpo femminile, all'espulsione del padre biologico, alla speculazione del mercato sugli embrioni?

Esagerazioni da femminista, probabilmente.

Macché, protesta. C'è un nuovo modo di procreare. Le tecnologie riproduttive trasformano i corpi e i ruoli: femminile e maschile. Prefigurano un rovesciamento concettuale del legame, pur necessario, tra libertà e dipendenza nella maternità. Evidentemente, per lei le tecnologie riproduttive non sono un pericolo o un declino o una catastrofe morale (questo lo credono i repubblicani americani, quando sgranano il rosario del matrimonio omosessuale, dell'aborto o dell'insegnamento di Darwin nelle scuole).

Però le tecnologie le provocano ansia. Un'ansia ancora più forte, dopo le notizie arrivate dalla Corea del Sud e poi da Newcastle, in Inghilterra. Ma sì, naturalmente, con la ricerca speriamo di curare un largo numero di malattie. E se, nel frattempo, la scienza si trasformasse in apprendista stregone? Se il miglioramento genetico dell'uomo si avvicinasse sempre di più?

E poi si intravede la concreta possibilità che l'embrione, da organo che il corpo femminile difendeva, al quale offriva protezione, non sia più portato dal ventre di una donna.

Va bene. Anzi, va male. Comunque, adesso - ecco l'obiezione - siamo di fronte a dei quesiti referendari. Atteniamoci a quelli.

Però la femminista non ci riesce. Anche se la sua astensione non si identifica con la difesa della legge 40. Al contrario. Sente minacciata, con le prescrizioni e i divieti di questa legge, la sua autodeterminazione. Crede a un principio di laicità. Le ingerenze nelle scelte fondamentali della vita le ha combattute. E continua a combatterle.

Le parole dell'ex ministro Gasparri che attacca la legge sull'aborto giacché "nessuna legge è intoccabile", sono più che un campanello d'allarme.

Viene ricordato alla femminista che l'astensione spinge ormai a deformare, a distruggere l'istituto referendario. Va considerata una posizione definita. E quasi sicuramente vincente. La vera maggioranza…appartiene al non voto. Questa è l'indicazione della Chiesa. Di recente, l'arcivescovo di Genova, il cardinale Bertone ha fatto appello all'obiezione di coscienza ("legittima davanti a situazioni palesemente contrarie alla legge di Cristo") nel caso in cui dovessero vincere i Sì.

Per le gerarchie ecclesiastiche legge degli uomini e legge divina devono coincidere. Così la legge 40 viene difesa sulla base di un principio di autorità esterno alla legge stessa.

Nel frattempo, i manifesti per le strade recitano: "Chi difende la vita questa volta non vota". Dunque, chi va a votare è un/una assassina.

La femminista che voglia sottrarsi al gioco truccato di far mancare il quorum, che possibilità ha di farlo? Che possibilità ha di lasciare (in una percentuale magari piccola ma le donne non hanno mai creduto alla politica dei grandi numeri, piuttosto a quella di costruire una politica attraverso le relazioni) traccia di quella "coscienza del limite" alla quale crede fermamente?

Secondo me una possibilità ce l'ha: infatti, le posizioni non sono tre. Ma quattro. Come ha accennato in una intervista l'ex ministro Urbani, si può votare scheda bianca.

Con la scheda bianca questa femminista solleverebbe i temi che le stanno a cuore e che sono grandissimi. Ma che non si risolvono con il voto del 13 giugno. Insomma, potrebbe manifestare un'opinione che non coincide con le due posizioni - forse solo formalmente in campo - il Sì e il No. Potrebbe dunque tenere aperti i suoi interrogativi senza per questo portare il suo piccolo "contributo" a far mancare il quorum.

                                                                                                                   ( da Liberazione)