L’intervento di Prodi alla Camera sul caso Telecom


Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, poco dopo aver iniziato il suo discorso in aula alla Camera sulla vicenda Telecom è stato subito interrotto dalle fila della Cdl, costringendo il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, a sospendere la seduta e a convocare la capigruppo.


Il brusio proveniente dai banchi del centrodestra si è trasformato in un vero e proprio boato di contestazioni quando Prodi ha sottolineato che una polirtica ''dirigista'' ''per me sarebbe una sconfessione di parte della mia storia professionale''. All'evidente riferimento alla presidenza dell'Iri, i deputati della Cdl si sono scatenati coprendo le parole del Professore e applaudendo polemicamente, fino a far sospendere la seduta.

''Non stiamo dando un bello spettacolo, badiamo ai contenuti - ha detto Bertinotti - Faccio appello alla sensibilità democratica di ciascuno di voi, e faccio appello ai capigruppo in generale e dell'opposizione in particolare di farsi carico del problema di consentire lo svolgimento della relazione''. Ma l'invito è caduto nel vuoto.

“Mi sono state rivolte accuse infamanti'', come è successo per il caso Telekom Serbia, ha sottolineato il premier quando è ripresa la seduta. Il presidente del Consiglio ha detto di aver subito gli stessi attacchi avuti in quell'occasione, ma ha assicurato: ''Finirà allo stesso modo''.

Il riferimento di Prodi alla commissione di inchiesta che nella passata legislatura indagò sull'acquisto e la successiva cessione da parte di Telecom Italia di Telekom Serbia, è strettamente legato alle polemiche di questi mesi. Non solo perché riguarda la stessa azienda italiana, ma anche perché le accuse che furono rivolte allo stesso Prodi, al segretario dei Ds Piero Fassino ed all'esponente della Margherita Lamberto Dini hanno trovato echi anche nell'inchiesta sul rapimento dell'imam Abu Omar, inchiesta che ha coinvolto esponenti del servizi segreti. A questa inchiesta è legata pure quella sulle intercettazioni illegali che ha portato recentemente ad una ventina di arresti, fra i quali uno riguarda l'ex dirigente di Telecom Giuliano Tavaroli, inchiesta alla quale Prodi si è riferito aggiungendo un pungente riferimento alla necessità di far luce su di essa.

Sulla vicenda Telecom, ha continuato il Professore, ''la demagogia e le strumentalizzazioni hanno preso via via il sopravvento''. ''Da oltre due settimane - ha proseguito - l'opinione pubblica e i cittadini italiani assistono a un dibattito su Telecom Italia. Un dibattito in cui argomenti e problemi sono stati tra di loro mescolati in quello che oggi è divenuto un intreccio di ormai difficile comprensione. Strategie d'impresa, politiche industriali, assetti del capitalismo italiano e altri temi sono stati affrontati in un contesto che si è fatto via via più confuso''.

Ha perciò sottolineato che "la magistratura e l'Autorità garante per la protezione dei dati personali stanno svolgendo il loro lavoro ed il governo si augura che ciò avvenga in tempi rapidi".

Inoltre ha fatto riferimento al decreto già approvato dall'esecutivo in materia di intercettazioni: "Mi fa piacere che tutte le forze politiche sia di maggioranza che di opposizione abbiano apprezzato l'iniziativa", ma andranno ulteriormente rafforzati "i poteri sanzionatori e le risorse a disposizione dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali".

Ha poi ribadito che né lui né i suoi ministri sono stati informati dai vertici di Telecom su un piano di riassetto del gruppo telefonico. Ha rimarcato che ''non è compito del governo fare piani di riassetto strategici delle aziende'', ma l'esecutivo non può restare ''indifferente'' sulla vicenda Telecom.

Di qui la considerazione che il capitalismo italiano è da riformare. Bisogna farlo, dice il Professore senza mezzi termini, ''per rendere più competitive le nostre imprese''. Se infatti la strada delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni ha fatto fare al Paese ''qualche passo avanti'' in termini di apertura del mercato e riduzione delle tariffe, sul versante degli assetti di mercato ''non sono emersi nuovi protagonisti'' e anzi ''qualcuno degli esistenti si è perso per strada''. Insomma ''il nostro capitalismo non ha saputo cogliere l'opportunità offerta dalle privatizzazioni ed ha incontrato difficoltà nella gestione di progetti strategici di ampio respiro''.

Prodi ha comunque sottolineato che ''il governo continuerà a percorrere la strada dell'apertura del mercato con determinazione e coerenza''. Questo ''salvaguardando, ovviamente, i principi di equità e giustizia sociale''. L'opera di apertura del mercato e di ulteriore privatizzazione ''laddove possibile'' proseguirà, annuncia ancora il premier, portando a ''tangibile esempio'' il decreto Bersani dello scorso luglio.

Il segretario del Prc Franco Giordano, intervendo subito dopo Prodi, ha puntato il dito sui nodi di fondo di questa vicenda: bisogna «volgere lo sguardo non all'impresa, ma alle lavoratrici e ai lavoratori, così ci accorgeremmo di fare gli interessi del Paese». Ormai «Siamo al saldo delle modalitá della politica delle privatizzazioni italiane».

Alle accuse di Tremonti e Fini di mentire sul fatto di non essere informato della manovra di Tronchetti Provera, e di Casini di non aver chiarito nulla al riguardo, Prodi ha incassato la solidarietà di Fassino e Diliberto che hanno rispedito ai mittenti le accuse, invitando a stare ai fatti: “Il governo Prodi non vuole statalizzare alcunché – ha detto Fassino - ma rafforzare iniziative trasparenti di mercato e la Finanziaria dimostrerà che vogliamo mettere in campo una politica industriale perché gli operatori siano più competitivi di quanto siano ora. Se invece qualcuno pensa di continuare a imbastire aggressioni, troverà pane per i suoi denti”.