Prima di tutto, la pace
di Sorini Fausto
Dopo la guerra in Iraq tutto
il mondo si interroga:
come fermare l’aspirazione statunitense ad un nuovo dispotismo globale?
Solo una “rete” di unioni regionali, che faccia perno sulle potenze mondiali
non subalterne agli USA e al loro modello di società può far emergere un
contrappeso globale all’unipolarismo americano. “Euro-America” o “Eurasia”?
1) L’occupazione militare dell’Iraq non è solo l’espressione di una guerra
“classicamente” imperialista, condotta non da un fantomatico “capitale
globale”, senza bandiera e senza patria, ma da una grande potenza statuale -
in coalizione con altri Stati - per il controllo di un territorio che è una
delle maggiori riserve petrolifere del mondo. (E ciò basterebbe a seppellire
Toni Negri e compagnia e rendere priva di senso la rimozione della categoria
leninista di “imperialismo”). La guerra per il controllo dell’Iraq è anche
altro ed esprime una volontà di dominio globale da parte dei settori più
aggressivi dell’imperialismo americano, che si propongono il controllo
geo-politico e militare del Medio Oriente e delle sue risorse energetiche, da
cui dipendono in buona parte le economie dell’Unione europea e della Cina, per
cercare di condizionarne lo sviluppo futuro. Di più. Controllare il Medio
Oriente, maggiore riserva petrolifera mondiale (in una situazione in cui la
fedeltà agli Usa dell’Arabia Saudita diventa sempre più incerta), significa
anche controllare la politica dell’ OPEC, influire in modo rilevante sul
prezzo del petrolio sul mercato mondiale, condizionare tutte le dinamiche
economiche del pianeta.
Cina e Russia hanno subito colto l’insidia e, nel recente incontro al vertice
tra Putin e Hu Jintao, i due paesi hanno concordato un forte aumento delle
esportazioni di petrolio russo alla Cina, e un rafforzamento della
cooperazione economica e militare tra i due paesi. E’ ormai evidente che gli
Usa, al momento opportuno, troveranno altri pretesti (in nome della “lotta al
terrorismo internazionale”, contro altri “Stati canaglia” che “minacciano la
sicurezza degli Stati Uniti”) per giustificare l’intervento e il controllo di
altre regioni del mondo. Così è stato dopo l’11 settembre, con l’intervento in
Afghanistan: paese che si trova in posizione strategica, nel cuore dell’Asia,
al crocevia tra Russia, Cina e India. Una regione dove gli Usa vogliono
estendere la loro influenza perché è nella partita per il controllo del Medio
Oriente e dell’ “Eurasia” che si decide chi controllerà il mondo di domani.
Unione europea, Russia, Cina, India sono le principali potenze economiche e
geo-politiche emergenti, dotate anche di forza militare : sono il principale
ostacolo al dominio Usa sul mondo. Chi avesse ancora dei dubbi, si rilegga
Paul Wolfowitz, ideologo dei “falchi” dell’amministrazione Bush: “Gli Stati
Uniti devono appoggiarsi sulla loro schiacciante superiorità militare e
utilizzarla preventivamente e unilateralmente… Il nostro primo obiettivo è di
impedire l’emergere ancora una volta (dopo l’Urss - ndr) di un rivale. Si
tratta di una tesi preliminare, la base di una nuova strategia di difesa
regionale. Essa richiede ogni sforzo per impedire ad ogni potenza ostile di
dominare una regione il cui controllo potrebbe consegnarle una potenza
globale. Tali regioni comprendono l’Europa occidentale, l’Asia orientale (la
Cina - n d r), il territorio dell’ex Unione Sovietica e l’Asia sud-occidentale
(l’India - ndr)”.
2) Lo scenario è quello di una competizione per l’egemonia mondiale nel 21°
secolo. Gli Stati Uniti, di fronte alle proprie difficoltà economiche, a un
debito estero che è il maggiore del mondo, all’emergere di nuove potenze ed
aree economiche, geo-politiche e valutarie che ne minacciano il primato
mondiale, scelgono la guerra “infinita” per tentare di vincere la competizione
globale sul terreno militare, dove sono ancora i più forti. E dove si
propongono di raggiungere una superiorità schiacciante sul resto del mondo.
Significativa l’ultima decisione del Senato Usa che cancella il divieto di
Clinton sui test nucleari e autorizza la produzione di bombe atomiche
“tattiche”, destinate ad uno uso selettivo e meno “vincolato”, più facilmente
spendibile. Così ne parla l’Unità (11.05.2003) : “Gli americani hanno già una
bomba all’idrogeno per sfondare i rifugi antiatomici. Ma di fatto non la
possono usare. La sua potenza è sei volte superiore a quella dell’ordigno di
Hiroshima e il numero immenso di vittime civili sarebbe inaccettabile per
l’opinione pubblica americana. Bush vuole una bomba atomica “selettiva”, con
una potenza più limitata, ...per poter seminare la morte nei rifugi della
classe dirigente del paese attaccato senza sterminare l’intera popolazione”.
Si evidenzia dunque, rispetto alla fase precedente (presidenza Clinton) un
salto di qualità, in negativo, della politica estera aggressiva e unipolare
degli Usa, che puntano apertamente al dominio del mondo con una politica di
riarmo e di guerra, fuori da ogni diritto internazionale. Non si tratta di una
scelta congiunturale, facilmente reversibile con un cambio di presidenza Usa
tra qualche anno, ma di un orientamento che viene dal profondo dei settori più
aggressivi e oggi dominanti dell’imperialismo americano. Un orientamento
strategico che guarda alle grandi sfide del 21° secolo, non una breve
parentesi.
Ciò non significa che non vi siano differenze anche importanti nei gruppi
dominanti Usa, nell’opinione pubblica, nella stessa amministrazione Bush. Ma
la linea meno oltranzista (cooperazione multipolare contrattata, in un quadro
che comunque riaffermi la leadership mondiale degli Stati Uniti, accordi
internazionali di contenimento della corsa al riarmo, riconoscimento del ruolo
delle Nazioni Unite) oggi appare in netta minoranza e prevedibilmente lo sarà
per molti anni, fino a quando la linea dei “falchi” non andrà incontro a
sconfitte clamorose (tipo Vietnam) o ad una crisi economica che produca un
peggioramento significativo delle condizioni materiali di vita della
maggioranza degli statunitensi. Mi riferisco a quelli che votano alle elezioni
(ovvero circa la metà degli aventi diritto), dato che – in questa “patria
della democrazia” – la parte più povera non vota e spesso non si iscrive
neppure alle liste elettorali.
Una dittatura militare planetaria
Gli Usa aspirano, come ha ben sintetizzato Fidel Castro, ad una “dittatura
militare planetaria”, che rappresenta una minaccia ancora più grande di quelle
che l’umanità ha dovuto fronteggiare nel secolo scorso. Si moltiplicano i
commentatori autorevoli, appartenenti a diversi filoni di pensiero, che in
vario modo alludono a un raffronto così inquietante. Samir Amin parla di
“sfida neo-nazista di Washington ” , Harold Pinter, il famoso scrittore
inglese, ha alluso a “un progetto di dominio mondiale simile a quello
nazista”, Fidel Castro, pur negando che si possa parlare di fascismo a
proposito della politica nazionale e della società statunitense, ha denunciato
il “carattere neo-fascista del progetto che l’estrema destra al potere alla
Casa Bianca intende imporre al mondo”. Mentre Luigi Pintor, alcuni mesi fa,
scrisse in uno dei suoi indimenticabili editoriali : “la mia generazione è
convinta di aver vissuto in un secolo tragico, ma può dirsi fortunata. Il
genocidio era in fondo ancora episodico e circoscritto e non ancora duraturo e
pianificato su scala planetaria”.
Sarebbe a mio avviso un errore definire oggi il sistema politico nazionale e
la società americana che lo esprime come “fascisti” (anche se il sistema
vigente nel lager di Guantanamo e le crescenti restrizioni e leggi eccezionali
introdotte nella legislazione Usa, in nome della lotta al terrorismo,
intaccano su aspetti di fondo le regole di uno Stato di diritto, con modalità
sconosciute ad altri Stati che gli Usa e la cultura liberale definiscono
“dittatoriali”. E così pure fuoriescono da ogni “garantismo democratico”
l’ampliamento smisurato e il perfezionamento dei sistemi di controllo
elettronico del tipo “Echelon”, con cui – scrive l’Unità – “il Pentagono vuole
schedare tutto il mondo”, fino a poter “identificare la posizione dei singoli
individui sulla faccia della terra”, con modalità al confronto delle quali il
mondo di Orwell ci appare un paradiso delle libertà. E poi ce la prendiamo con
Cuba…). Resta aperta negli Stati Uniti una dialettica tra opzioni diverse (ancorchè
tutte interne a quel sistema). Non tutto è normalizzato come lo fu nella
Germania hitleriana.
Ma sul piano internazionale la linea espressa dai settori più oltranzisti
dell’amministrazione Bush – e lo dico pesando le parole, non mi interessa
alcuna esasperazione propagandistica – rappresenta una minaccia per certi
aspetti più grande (se si vuole : “diversa”) da quella rappresentata nel ‘900
dal nazi-fascismo. Gli Usa dispongono oggi – e prevedibilmente disporranno per
molti anni – rispetto al resto del mondo, di una superiorità militare di gran
lunga superiore a quella che Germania, Giappone e Italia avevano all’inizio
della seconda guerra mondiale (come poi si vide, a partire da Stalingrado…).
Nemmeno il Terzo Reich pensava al dominio globale del pianeta, nei cinque
continenti, così come oggi esso viene teorizzato senza mezze misure da alcuni
esponenti dell’amministrazione Bush.
3) Ciò spiega perché la filosofia e la pratica della “guerra preventiva”
suscitino nel mondo una opposizione così vasta, che coinvolge la grande
maggioranza degli Stati del pianeta e delle loro classi dirigenti, non solo
dei popoli. Si è manifestata, come non era mai accaduto dopo il 1945, una
vasta opposizione mondiale alla politica Usa, in cui si intrecciano movimenti
popolari e azione politico-diplomatica degli Stati, tra cui alcuni dei
maggiori (Russia, Cina, India, Francia, Germania, Brasile, Sudafrica…).
La spinta verso un mondo multipolare non si fermerà, anche se essa procederà
con gradualità e prudenza, perché nessuno oggi ha la volontà e la forza di
sfidare apertamente e frontalmente gli Usa, che oggi escono vincitori dalla
partita sull’Iraq. Questa spinta si manifesterà – si sta già manifestando –
con la tendenza alla formazione di poli regionali in tutti i continenti, volti
a rafforzare la cooperazione economica, politica, militare dei paesi della
regione (o gruppi di paesi) in modo da essere presenti sulla scena mondiale
con maggiore potere contrattuale nel rapporto con gli altri poteri forti.
Tutti ritengono però, quale che sia la loro strategia, di avere bisogno ancora
di tempo per rafforzarsi. Questo spiega ad esempio la prudenza delle
diplomazie cinese e russa nei rapporti con gli Usa: le quali, come scrive
acutamente Lucio Magri cogliendo l’essenza del problema, “vogliono rinviare ad
altri tempi una frattura”.
Ciò spiega la ritrovata disponibilità al compromesso di Francia e Germania :
prudenze e disponibilità che si sono espresse ad esempio nel voto unanime (con
la non partecipazione della Siria) a favore della risoluzione 1483 (22 maggio
2003) del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che in qualche misura legittima a
posteriori l’occupazione militare dell’Iraq e “riconosce” i vincitori. Questo
voto - nelle intenzioni di Francia, Germania, Russia, Cina, e secondo le
regole della più classica (e cinica) realpolitik - punta anche a non farsi
escludere completamente da ogni influenza sul nuovo Iraq e dai giganteschi
interessi legati alla ricostruzione del paese; punta a tutelare i propri
interessi in campo, dalle concessioni petrolifere al recupero dei debiti
contratti dal vecchio regime di Saddam Hussein.
4) Questa guerra, nei mesi che l’- hanno preceduta, ha fatto nascere un forte
movimento popolare, che ha coinvolto centinaia di milioni di persone, in ogni
continente, con grandi manifestazioni di piazza in centinaia delle maggiori
città del pianeta. Il 15 febbraio 2003 più di cento milioni di persone hanno
manifestato contemporaneamente in ogni parte del mondo, in modo coordinato.
Era dalla fine degli anni ’40, dai tempi del Movimento mondiale dei partigiani
della pace, che non si vedeva una mobilitazione così grande ed estesa a tutte
le latitudini.
Un movimento mondiale contro la guerra
Si tratta di una delle novità più importanti del quadro internazionale dopo il
1989. Anche se tale movimento non ha avuto la forza per fermare la guerra e
oggi vive una fase di delusione e di riflusso per come si è risolto - per ora
– il conflitto in Iraq, si sono poste alcune importanti premesse per le lotte
future e per la ricostruzione di un movimento mondiale contro la logica
imperialista della guerra, che non si fermerà.
Vi è qui un terreno fondamentale di lavoro per i comunisti e per le forze
rivoluzionarie e antimperialiste di ogni parte del mondo. Purtroppo mancano
forme anche minime e flessibili di coordinamento internazionale del loro
lavoro e tale assenza, che dura ormai da molti anni, non vede ancora in campo
ipotesi di soluzione ed iniziative adeguate da parte dei maggiori partiti
comunisti che avrebbero la forza e la credibilità per prenderle. Ciò rende
tutto più difficile, ed espone il movimento mondiale contro la guerra,
soprattutto in alcuni paesi e regioni del mondo (non tutto è uniforme),
all’influenza prevalente delle socialdemocrazie, delle Chiese o di alcuni
raggruppamenti trotzkisti (come è stato finora, in buona misura, nel movimento
di Porto Alegre). Vorrei essere chiaro : non sto demonizzando alcunchè,
constato, e vorrei essere smentito.
L’appuntamento del prossimo Forum Sociale Mondiale, che si svolgerà dal 16 al
21 gennaio 2004 in India, potrebbe forse vedere, da questo punto di vista,
alcune importanti novità, ed un suo ampliamento unitario: in senso
geo-politico, cioè con il coinvolgimento dell’Asia, oltre l’asse originario
imperniato su Europa occidentale, Stati Uniti e America Latina (poi si dovrà
guardare all’Africa, all’Europa dell’Est, alla Russia); ed anche in senso
politico-ideale, con il graduale superamento di una persistente pregiudiziale
antipartitica , che si è finora risolta in sorda ostilità soprattutto nei
confronti dei partiti comunisti (o della più parte di essi). Da tale
allargamento geopolitico e ideale tale movimento non potrà che trarre
vantaggio, consolidamento e anche maggiori legami coi movimenti operai dei
rispettivi paesi, con generale beneficio del movimento mondiale contro la
guerra e la crescita, in una parte almeno di esso, di una più matura coscienza
antimperialista e antiliberista.
4) L’opposizione alla “guerra preventiva” viene non solo dai popoli e delle
tradizionali forze di pace, non solo dalle Chiese di ogni confessione, non
solo dalle nuove potenze emergenti non alleate degli Usa (come Russia, India e
Cina, che si sentono in prospettiva più minacciate, soprattutto quest’ultima )
. L’opposizione viene anche da parte di tradizionali potenze imperialiste come
Francia e Germania, che fanno parte del nuovo ordine mondiale dominante.
Potenze non certo “pacifiste”, come si è visto in Africa (ad esempio in Congo,
dove la competizione interimperialistica tra Francia e Stati Uniti, per il
controllo delle immense risorse minerarie della regione, combattuta per
“interposta tribù”, è costata la vita in pochi anni a 4 milioni di persone…);
o nella guerra della Nato contro la Jugoslavia, che ha visto Francia e
Germania pienamente coinvolte. Questi paesi sono gli assi portanti dell’Unione
europea, e cioè di un progetto autonomo di costruzione di un polo imperialista
europeo (con la sua moneta : l’euro) che vuole giocare le sue carte nella
competizione globale. Un polo che in prospettiva punta a dotarsi di una forza
militare integrata (esercito europeo) autonoma dagli Usa e dalla Nato, per non
essere più, come si dice, “un gigante economico, ma un nano politico e
militare”.
Contraddizioni interimperialiste
5) Questi paesi non accettano di sottomettersi al dominio statunitense, ma
procedono con prudenza e gradualità in questo processo di autonomizzazione :
non hanno oggi la forza di sfidare apertamente gli Usa, non hanno un
sufficiente consenso degli altri Paesi dell’Unione europea per mettere
apertamente in discussione l’equilibrio “transatlantico”. Inoltre Francia e
Germania non dispongono ancora di una forza militare autonoma sufficiente a
garantire il proprio status di potenze dominanti nelle relazioni con altre
potenze emergenti (e nucleari) come Russia, Cina, India. E ritengono perciò di
avere in parte ancora bisogno dell’ “ombrello” Usa e Nato per assicurarsi una
funzione di primo piano nel nuovo ordine mondiale. La situazione presenta cioè
forti elementi di transitorietà, su cui ritornerò.
6) Le contraddizioni che oppongono la grande maggioranza dei Paesi del mondo
al progetto militarista e unipolare Usa, sono di natura diversa: - vi sono
contrasti tra imperialismo e Paesi/popoli oppressi e in via di sviluppo
(Movimento dei paesi non allineati), che aspirano alla pace e a un ordine
mondiale più giusto nella ripartizione delle ricchezze del pianeta; - vi sono
contrasti tra imperialismo Usa e opinioni pubbliche dei paesi capitalistici
sviluppati (Unione europea, Giappone, Canada…) le quali, pur avendo
orientamenti politici moderati, sono contro una politica di guerra, di riarmo,
di interventismo militare fuori dalle regole dell’Onu e del diritto
internazionale; - vi sono contrasti tra imperialismi, per la ripartizione
delle risorse mondiali e delle rispettive sfere di influenza (Usa, Gran
Bretagna, Germania, Francia, Giappone…); - vi sono contrasti tra imperialismo
e paesi di orientamento socialista, antimperialista, progressista (Cina,
Vietnam, Laos, Corea del Nord, Cuba, Venezuela, Brasile, Libia, Siria,
Palestina, Sudafrica, Bielorussia, Moldavia…) che non solo sono contro la
guerra, ma in vario modo aspirano ad un modello di società diverso dal
capitalismo dominante. Si evidenzia qui in particolare il contrasto con la
Cina, grande potenza socialista (economica e nucleare), diretta dal più grande
partito comunista al mondo, che sta emergendo come la grande antagonista degli
Usa nel 21° secolo.
Questo dichiarano apertamente vari esponenti Usa, che valutano che nei
prossimi 15-20 anni, con gli attuali tassi di sviluppo, il Prodotto Interno
Lordo della Cina potrebbe eguagliare quello degli Usa, il divario di potenza
militare potrebbe ridursi, e quindi “bisogna pensarci prima”, se non si vuole
che la Cina divenga per gli Stati Uniti, nel 21° secolo, quello che l’Urss è
stata nel secolo scorso; -vi sono contrasti con grandi paesi come la Russia e
l’India (potenze nucleari), che non sono paesi socialisti o “progressisti”,
almeno oggi; ma sono paesi che non fanno parte del sistema imperialistico
dominante, i cui interessi nazionali e la cui collocazione geo-politica
internazionale contraddicono le aspirazioni egemoniche degli Usa.
Unipolarismo e multipolarismo
La Casa Bianca, nel suo documento sulla Sicurezza nazionale del settembre
2002, li definisce paesi dalla “transizione incerta”, che potrebbero evolvere
verso una crescente omologazione agli interessi Usa e al suo modello sociale e
politico (economia capitalistica neo-liberale, distruzione di ogni statalismo
in campo economico, democrazia liberale in campo politico-istituzionale,
rinuncia al potenziamento del proprio potenziale militare e nucleare, rinuncia
ad ogni “non allineamento” in politica estera, ecc.); ma che potrebbero
evolvere in senso opposto e quindi rappresentare, o tornare a rappresentare,
una “minaccia” per l’egemonia degli Stati Uniti e per l’attuale ordine
mondiale dominante; - vi sono contrasti con la realtà complessa e
diversificata del mondo islamico (un miliardo e 300 milioni di persone) che
aspira ad un crescente ruolo internazionale; - vi è una spinta, nei vari
continenti, a creare unità regionali economiche e politiche più autonome dagli
Usa e con un proprio protagonismo sulla scena mondiale : * in Europa, con l’Ue
e il rapporto Ue-Russia; * nell’area ex-sovietica, con la Csi; *in America
Latina, con il Mercosur (asse Brasile-Argentina) e ancor più con il progetto
di una America Latina “bolivariana”, imperniato sull’asse
Brasile-Cuba-Venezuela; *in Africa, con l’Unione africana e in particolare con
il SADC, Coordinamento per la cooperazione e lo s viluppo dei paesi
dell’Africa australe, imperniato sul nuovo Sudafrica e sui governi
progressisti della regione (Angola, Mozambico, Namibia, Zimbabwe, Congo,
Tanzania…); * in Asia, con l’Asean e lo sviluppo del rapporto Cina - Asean /
Cina- Vietnam.
Nel 2010 i dieci paesi dell’Asean e la Cina formeranno il più grande mercato
comune del pianeta; -con le spinte verso una graduale riunificazione della
Corea su basi di neutralità, denuclearizzazione e allontanamento di tutte le
basi militari straniere; -con il rafforzamento del ruolo del “Gruppo di
Shangai” (Russia, Cina, Kazachistan, Kirghisia, Uzbekistan, Tagikistan) :
gruppo imperniato sull’asse russo-cinese, con la recente significativa
richiesta di Putin all’India di entrare a farne parte (richiesta che è stata
avanzata proprio all’indomani del vertice di Praga della Nato del 21-23
novembre 2003, dove l’Alleanza - su pressione americana - ha deciso il suo
ulteriore allargamento ad Est con l’inclusione di sette nuovi paesi ex
socialisti). Il recente incontro a Mosca tra Putin e il nuovo Presidente
cinese, Hu Jintao, dopo la conclusione della guerra in Iraq (primo viaggio
all’estero del leader cinese in qualità di Capo dello Stato) ha rilanciato il
ruolo del “Gruppo di Shangai”, con evidente funzione di bilanciamento dell’unipolarismo
Usa. Significativo è stato pure l’incontro trilaterale tra i ministri degli
esteri di Russia, Cina e India, svoltosi recentemente a New York a margine
della 57° sessione dell’Assemblea generale dell’Onu. E così pure il
recentissimo incontro al vertice tra Cina e India, che ha rilanciato il
processo di normalizzazione e avvicinamento tra i due giganti asiatici.
7) Gli Usa osteggiano il formarsi di questi “poli regionali” autonomi dalla
loro influenza, e cercano di favorirne la “disaggregazione” (Lucio Caracciolo),
oppure di sostenere all’interno di essi l’egemonia di quelle forze che sono
sotto la loro influenza. Lo si vede in Europa, dove gli Usa appoggiano
l’integrazione economica (un processo irreversibile), ma osteggiano il
formarsi di un polo politico-militare autonomo; e comunque, all’interno di
tale “polarizzazione”, sostengono quei governi e quei Paesi – a partire dalla
Gran Bretagna – che danno loro le maggiori garanzie di fedeltà.
Lo si vede in America Latina, dove gli Usa osteggiano il progetto di
integrazione del MERCOSUR, che favorisce una maggiore autonomia dal Nord
America, e sostengono invece il progetto ALCA che prevede l’egemonia di Stati
Uniti e Canada sull’intero continente.
Lo si vede in Asia, dove gli Usa guardano con diffidenza e preoccupazione al
“Gruppo di Shangai” e cercano di rafforzare la loro presenza e influenza
(anche militare) nelle repubbliche asiatiche dell’ex Urss.
Queste diverse contraddizioni hanno determinato e determinano contrasti
importanti nei principali organismi internazionali (Onu, FMI, Banca mondiale,
G8, Wto, Unione Europea, nella stessa Nato) che non saranno ricomposti, che
hanno basi strutturali e che caratterizzeranno le relazioni internazionali dei
prossimi anni, perché troppo grande e diffusa è l’aspirazione ad un mondo
multipolare. E’ vero che - dopo l’occupazione militare dell’Iraq - vi è una
generale tendenza delle maggiori potenze a ricercare un compromesso coi
“vincitori”. Ma le contraddizioni non sono risolte e tendono continuamente a
ripresentarsi (basti pensare alle tensioni e alle minacce che investono Iran,
Siria, Arabia Saudita, crisi palestinese, Corea del Nord, Venezuela, Cuba, ad
una situazione interna all’Iraq non normalizzata, alla permanente competizione
economica e valutaria Usa-Ue / dollaro- euro…).
8) E’ significativo che gli Usa, con la scelta di fare la guerra all’Iraq,
siano rimasti in forte minoranza nell’Assemblea generale dell’Onu e nel
Consiglio di Sicurezza, dove non solo hanno avuto l’opposizione dei paesi
maggiori (Francia, Germania, Russia, Cina), ma dove non sono neppure riusciti
– pur esercitando pressioni e ricatti fortissimi – a “comprare” il voto di
paesi minori come Messico, Cile, Angola, Camerun, da cui non si attendevano
tante resistenze. Le scelte di Bush hanno profondamente diviso la stessa Nato
(tradizionale bastione Usa) e l’Unione europea, per l’opposizione dell’asse
franco-tedesco e della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica di tutti
i paesi europei. Non si era mai vista, dopo la seconda guerra mondiale, una
divisione così profonda - su una questione di tale rilievo – nello
schieramento transatlantico.
Non si era mai visto tanto “antiamericanismo” tra i giovani e in vasti strati
di opinione pubblica, dai tempi della guerra in Vietnam. Il fatto che
l’opposizione alla guerra di grandi paesi come Russia, Cina, Francia, Germania
non abbia superato una certa soglia di asprezza (oltre la quale il contrasto
tende a spostarsi sul terreno dello scontro aperto e della contrapposizione
politico- militare); il fatto che momenti di forti divergenze si alternino a
situazioni in cui prevale la ricerca di una mediazione e di un compromesso,
sorge non già – come sostengono le teorie di Toni Negri sul nuovo impero -
dall’esistenza di interesse omogenei di un presunto “capitale globale” e di un
presunto “direttorio mondiale” in cui esso troverebbe espressione politica
organica e unitaria, ma da rapporti di forza internazionali che, sul piano
militare, non consentono oggi a nessun paese o gruppo di paesi di portare una
sfida aperta, oltre certi limiti, alla superpotenza Usa (che si dimostra assai
decisa al ricorso alla guerra per difendere i propri interessi).
Diversità degli interessi in campo
Ciò deriva anche, come si è detto, dalla diversità degli interessi in campo,
delle prospettive, dei progetti politici e di modello sociale delle diverse
forze che pure insieme hanno detto “no” alla guerra e si oppongono all’unilateralismo
Usa. Ad esempio : la Cina, il Vietnam, Cuba, il Venezuela…, che si oppongono
al modello neo-liberale, oltre che alla guerra, non hanno la stessa
collocazione strategica, lo stesso profilo politico-ideale, della Germania di
Schroeder o della Francia di Chirac, che invece difendono un certo modello
economico e un ordine mondiale fondato sul predominio delle grandi potenze
capitalistiche. Lo si vede bene sulla vicenda di Cuba : aiutata dai Paesi
socialisti e progressisti, ma osteggiata dall’Unione europea che si è
recentemente avvicinata agli Usa nel rilancio di una campagna ostile al
governo di Fidel Castro. O nell’allineamento Ue-Usa nell’inserimento di
movimenti di liberazione come le Farc colombiane o come il Fronte di
liberazione della Palestina nella “lista nera” delle organizzazioni definite
“terroristiche”.
La lotta di classe non è scomparsa, così come non scomparve negli anni ’40
quando forze tra loro assai diverse per riferimenti sociali e politici
trovarono una comune convergenza contro il nazi-fascismo, per poi tornare a
dividersi negli anni della guerra fredda, in Italia e nel mondo, perché
portatori di interessi e di modelli di società tra loro alternativi.
9) Con la guerra in Iraq, e nonostante la vittoria militare, gli Usa hanno
pagato un prezzo politico importante. Hanno scontato un isolamento politico
larghissimo nei popoli del mondo intero (oltre che politico- diplomatico, al
di là dell’intensità più o meno forte con cui esso si è espresso
pubblicamente). Si calcola che solo il 5% dell’opinione mondiale abbia
sostenuto la guerra. Una nuova generazione che, con il crollo dell’Urss e la
crisi dell’ideale comunista, era cresciuta in Occidente (e non solo in
Occidente) col mito del modello americano, oggi comincia ad aprire gli occhi e
a maturare una coscienza critica potenzialmente antimperialista. Ciò detto,
non si può negare che – a breve termine – la linea Usa vince senza avere
incontrato – almeno per ora – grandi resistenze in Irak e nel mondo arabo.
Cresce negli Usa il consenso alla presidenza Bush.
Maggiori difficoltà registrano in Europa i governi di Gran Bretagna, Italia e
Spagna (come indicano le recenti elezioni amministrative). E però Aznar
sostanzialmente tiene in Spagna (le variazioni elettorali sono minime), dove
pure il 90% dell’opinione pubblica si era schierata contro la guerra. Mentre
in Italia le maggiori difficoltà di Berlusconi non sembrano derivare
prevalentemente dalla sua politica estera. Contano di più i fattori legati
alla politica nazionale, alle difficoltà economiche, alle vicende giudiziarie,
ai contrasti interni al governo, a una più generale crisi di credibilità (e
questo non è rassicurante, rispetto al tema della pace e della guerra).
La conclusione rapida della guerra in Iraq, il fatto che non si siano - ancora
- prodotte le “catastrofi” annunciate alla vigilia (in termini di vittime, di
presunto “incendio” del Medio Oriente, di moltiplicazione terribile del
terrorismo internazionale, di tenuta della resistenza irakena e di Baghdad di
fronte all’invasione…) può aver convinto una parte dei contrari alla guerra
che, alla fine, tutto sommato, non è stato poi “così male”… Il fatto che Bush
si presenti, con la “road map”, come sostenitore di una soluzione di “pace”
della questione palestinese, e che questo progetto venga rilanciato dopo
l’occupazione militare dell’Iraq, può alimentare questo orientamento più
comprensivo verso gli Usa, e permettere loro un recupero di immagine.
Emergono segni di sconcerto, di delusione, di arretramento nello schieramento
che più si era opposto alla guerra. Il movimento per la pace è come evaporato,
si sente sconfitto e impotente (e non consoliamoci, per favore, dicendo che
molte bandiere della pace sono ancora alle finestre…). Sarebbe squallido se il
prendere atto delle sue difficoltà, che sono le nostre, per cercare insieme di
superarle, fosse inteso come segno di “ostilità al movimento”. Sarà bene
piantarla, e anche in fretta, con certe polemiche strumentali e anche un po’
patetiche. O dovremmo dire che Pietro Ingrao è “contro il movimento”, quando
sostiene che “oggi esso è chiamato dalle dure cose a una riflessione critica”
?
Nell’Unione europea, si assiste - nei settori più moderati della
socialdemocrazia e dello schieramento che si era opposto alla guerra – ad un
recupero del rapporto “transatlantico”, di amicizia con gli Stati Uniti, per
cercare per quella via di limitare e condizionare "dall'interno" le posizioni
più estreme dell’amministrazione Usa (è la linea di Blair). Nel gruppo
dirigente Usa, a breve termine, le posizioni più oltranziste sulla “guerra
preventiva” escono rafforzate, e non si fermeranno. Ne sono un sintomo chiaro,
tra gli altri, l’esclusione di ogni ruolo sostanziale dell’Onu nel futuro
dell’Irak, nonostante le sollecitazioni di Colin Powell, Blair, Aznar,
Berlusconi.
E anche la scelta del Congresso Usa di approvare la produzione e l’utilizzo di
armi nucleari tattiche, anche in conflitti militari convenzionali con Stati
che non possiedono armi atomiche : una pericolosa escalation di politica e
strategia militare. Il pericolo di un consolidamento della “linea Rumsfeld” è
reale. Oggi è più forte di prima della guerra. Sono ripartite e regolarmente
si ripetono le minacce alla Si ria, all’Iran, alla Corea del Nord, a Cuba… Non
è probabile un’altra guerra a brevissimo termine, ma tali minacce vanno prese
sul serio, e in prospettiva (nell’arco dei prossimi 5-10 anni) gli Usa non si
fermeranno certo all’Iraq. La lista è lunga.
Che fare?
11) Come sconfiggere la linea della Casa Bianca? Come farla arretrare? Come
ricostruire un contrappeso capace di condizionare la politica internazionale
degli Stati Uniti? Questo è il problema che, dopo la guerra in Iraq, si
pongono tutte le forze nel mondo che non vogliono una nuova tirannia globale.
“Questo obiettivo - ha scritto Samir Amin - deve essere considerato
assolutamente prioritario. L’organizzazione del progetto americano condiziona
tutte le lotte : nessun progresso sociale e democratico sarà possibile finchè
il piano americano non sarà bloccato”.
La ricostruzione di un contrappeso presuppone la convergenza di più forze, tra
loro assai diverse: -la resistenza del popolo irakeno e delle forze del mondo
arabo che la sostengono (Siria, Iran, resistenza palestinese…) per mantenere
aperto il fronte interno irakeno, contro l’occupazione militare, e scoraggiare
nuove avventure. E’ necessario un sostegno internazionale a tale resistenza; e
un rinnovato sostegno alla causa palestinese, che si trova in grave
difficoltà, dentro una dinamica politico-diplomatica che oggi appare sempre
più controllata dagli Usa (nuova leadership moderata di Abu Mazen;
emarginazione della sinistra palestinese e dello stesso Arafat; difficoltà
dell’Intifada e suo isolamento internazionale); -la ripresa del movimento per
la pace su scala mondiale (non facile, dopo la batosta subita), riorganizzando
le sue componenti più dinamiche e determinate, per impedirne la dispersione e
il riflusso; -il consolidamento delle più ampie convergenze
politico-diplomatiche tra Stati, contro l’unilateralismo Usa, senza di che è
impensabile qualunque ripresa di ruolo dell’Onu (obiettivo che non va
abbandonato, in assenza di alternative più avanzate che oggi non esistono).
Si pone qui il tema di un maggior ruolo dell’Assemblea generale delle Nazioni
Unite, rispetto al Consiglio di Sicurezza, e di una composizione più
rappresentativa del Consiglio stesso; -lo sviluppo, all’interno degli Stati
Uniti, di una opposizione alla politica di Bush, oggi assai debole : più
debole di prima della guerra. Il movimento per la pace è essenziale, ma da
solo non basta a raggiungere la massa critica necessaria, nei rapporti di
forza planetari, per sconfiggere la linea Usa (così come negli anni ’40 non
sarebbero bastate le resistenze popolari per sconfiggere il nazismo, se non
fossero scese in campo grandi potenze in coalizione tra loro).
Ha scritto recentemente Mario Tronti : “Negli Stati Uniti si è realizzata una
potenza di livello unico. Come si contrasta una potenza così? Lo so che faccio
la parte antipatica del sostenitore del modello della forza nelle relazioni
internazionali : ma non credo che si contrasti (solo) con la moltitudine,
bensì (anche) con un equilibrio di potenze… La preparazione e la conduzione
della guerra all’Iraq dimostrano che gli Usa possono fare - militarmente
parlando - quello che vogliono, quando vogliono, come vogliono. Questo
strapotere non si ferma solo con le bandiere arcobaleno alle
finestre…L’immagine delle due superpotenze, gli Usa e l’opinione pubblica,
inventata dal New York Times, è suggestiva e incoraggiante nei cortei, ma è
falsa : ci può essere un’opinione pubblica enorme ma impotente, a fronte di
una potenza solitaria priva di forze di contrasto”.
12) Come si collocherà e come evolverà l’Europa? Sono emerse divisioni non
facilmente superabili tra Usa e Unione europea, all’interno dell’Unione
europea e della Nato (cioè tra alleati del tradizionale blocco atlantico)
anche se non sempre esse si manifestano o si manifesteranno in forma acuta.
Nell’Unione europea (e nella Nato) continuerà il contrasto tra filo-americani
e sostenitori di un’Europa più autonoma dagli Usa, imperniata sul rapporto
preferenziale tra Francia - Germania - Russia. Anche per questo gli Usa
vorrebbero l’ingresso nell’Ue di Turchia e Israele, loro alleati di fiducia
(soprattutto Israele, perché anche in Turchia, come si è visto in relazione al
conflitto irakeno, sta emergendo una dialettica nuova). Sono molti gli
analisti che fanno notare che è la prima volta, da oltre cento anni, che
Francia-Germania- Russia si sono trovate, su questioni di fondo e in una
situazione di crisi internazionale, sulla stessa lunghezza d’onda. Una
vittoria - possibile - nei prossimi anni, delle forze di centro-sinistra in
Italia e in Spagna, rafforzerebbe la linea europea più “autonomista”. (La
dialettica tra “autonomisti” e “pro-americani” non passa necessariamente – ad
esempio in Francia o in molti paesi dell’Est – tra centrodestra e
centro-sinistra; in Italia e Spagna, in buona misura sì).
Dove va l’Unione Europea?
Questa linea punta, con prudenza e gradualità, a costruire anche un’autonoma
difesa militare europea (esercito europeo/rafforzamento di una industria
militare europea). In un primo momento si tratterebbe di un “pilastro europeo”
all’interno della Nato; in una prospettiva più a lungo termine potrebbe porsi
anche il tema di un superamento della Nato, o di una modifica radicale delle
sue attuali caratteristiche. Il fatto che il problema di un superamento o di
una modifica dello status delle basi Usa e Nato in Italia sia stato posto, sia
pure in termini di provocazione, da un uomo come Francesco Cossiga (che della
materia se ne intende…), la dice lunga sul grado di maturità della
problematica nelle stesse élites dirigenti.
A tale riguardo, se è chiaro che gli Stati Uniti sono oggi orientati ad agire
anche militarmente in modo unilaterale, senza farsi condizionare né dall’Onu
nè dalla Nato (dove le decisioni devono essere prese all’unanimità), è
altrettanto evidente che essi non rinunceranno alla Nato. L’Alleanza continua
ad essere per loro uno strumento prezioso per controllare l’Europa e le
strutture politico-militari, di sicurezza, di intelligence, nonché l’industria
e la tecnologia militare dei Paesi europei integrati nell’Alleanza. E per
assicurarsi basi militari fondamentali sul continente, poste sotto il loro
controllo, magari spostandole o creandone di nuove nei paesi europei più
fedeli e sottomessi, come i paesi dell’Est. (Si è parlato ad esempio di uno
spostamento di basi militari Nato e Usa dalla Germania alla più fedele Polonia
e verso altri paesi, come Ungheria, Bulgaria, Romania…).
Il tutto, nel quadro di un dispositivo che evidenzia una presenza militare Usa
in 140 Stati su 189 (con altri 36 vi sono accordi di cooperazione militare),
con 800 basi militari e 200.000 soldati dislocati all’estero in permanenza
(esclusi quelli oggi presenti in Iraq).
Ciò rende attualissima e non rituale, anche in Italia, la ripresa di una
iniziativa dei comunisti, delle forze più avanzate della sinistra e del
movimento per la pace, per la chiusura delle basi militari straniere sul
territorio nazionale (per dare all’Italia uno status di maggiore autonomia
internazionale, simile a quello della vicina e moderatissima Francia). Per
l’allontanamento dal territorio nazionale di tutte le armi di sterminio,
nucleari e non (secondo lo status della moderatissima Danimarca, membro dello
Nato, o della ancor più moderata ancorché neutrale Austria).
Per il ritiro di tutti i militari italiani impegnati all’estero a supporto di
azioni di guerra e di occupazione militare.
Tutto ciò, al fine di attivare, con un protagonismo attivo del nostro paese,
iniziative e dinamiche di disarmo in campo internazionale. E se confronto
programmatico serio deve esservi tra tutte le forze di sinistra e di
centro-sinistra del nostro Paese, a partire da quelle più avanzate, sarà bene
che esso cominci proprio non eludendo la questione di fondo della pace e della
guerra, e di come si contrasta il sistema di guerra a partire dal territorio
nazionale.
Se c’è una cosa davvero “non negoziabile” nel confronto programmatico col
centro-sinistra, questa è proprio la pretesa assurda di D’Alema di considerare
la politica estera dell’Italia “materia non negoziabile”. Se si parte così si
parte male, anzi malissimo.
La stessa difesa intransigente e solidale del diritto di Cuba, della Siria,
dell’Iran, della Corea del Nord e di ogni altro paese minacciato a proteggere
la propria sovranità da ogni ingerenza internazionale, è parte integrante
della lotta contro il sistema di guerra, quale che sia il giudizio che ognuno
può avere sulla situazione interna di questo o quel paese.
Timothy Garton Ash, intellettuale britannico vicino a Tony Blair, ha scritto
dopo la guerra in Iraq che in Europa il bivio è “tra euroasiatici, che
vogliono creare un’alternativa agli Usa (lungo l’asse Parigi – Berlino – Mosca
– Delhi – Pechino / ndr) ed euroatlantici, che vogliono mantenere un rapporto
privilegiato con gli Usa”. L’interpretazione è ardita e per molti versi
prematura.
Il rapporto transatlantico non è ancora in frantumi nell’ Unione europea, e in
molti (a partire dal “nostro” Romano Prodi) stanno operando per ricucire. Ma
il vertice franco-russo-tedesco di San Pietroburgo, o l’invito di Chirac alla
Cina a partecipare al G8 in Francia, esprimono comunque una dialettica
politico-diplomatica a largo raggio, che segnerà buona parte della politica
internazionale dei prossimi anni. Non meno chiara la linea esposta da Tony
Blair, che in una intervista al Financial Times (28.05.2003) afferma senza
mezzi termini : “Alcuni auspicano un preteso mondo multipolare con diversi
centri di potere che tenderebbero a trasformarsi presto in poteri rivali.
Altri pensano, e io sono tra questi, che abbiamo bisogno di una potenza
unipolare fondata sulla partnership strategica tra Europa e America”. Dunque :
“Euro-america” o “Eurasia”?
I comunisti e l’europa
Le forze progressiste, in primo luogo i comunisti, che vogliono un’Europa
davvero autonoma dagli Usa e dal loro modello di società, debbono pensare ad
un progetto alternativo, che vada oltre l’Unione europea e le basi su cui essa
è venuta formandosi , dai trattati di Maastricht alla nuova Costituzione
europea, fino al recente vertice europeo di Salonicco, nelle cui compatibilità
opera in modo subalterno la socialdemocrazia europea ed anche qualche partito
comunista e di sinistra antagonista, o componenti di essi. ( E’ un tema di
enorme complessità, su cui ritorneremo prossimamente su l’ernesto con uno
specifico dossier, aperto a diversi contributi e approfondimenti).
Va elaborato cioè un progetto credibile, oggi quasi del tutto assente, di
un’Europa che comprenda tutti i paesi del continente (anche Russia, Ucraina,
Bielorussia, Moldavia…). Un progetto che: - sul piano economico, contrasti la
linea delle privatizzazioni e prospetti la formazione di poli pubblici
sovranazionali (interessante la proposta, in altro contesto, che il presidente
venezuelano Hugo Chavez ha sottoposto a Lula, per la formazione di un polo
pubblico continentale per la gestione delle risorse energetiche, collegato ad
una banca pubblica regionale che serva a finanziare progetti di sviluppo e con
finalità sociali); - sul piano politico-istituzionale, contrasti ipotesi
federaliste volte a svuotare la sovranità dei Parlamenti nazionali (si pensi
al dibattito sul diritto di veto) e sostenga un’ipotesi di Europa fondata
sulla cooperazione tra Stati sovrani, non subalterna ai poteri forti delle
maggiori potenze imperialistiche che dominano l’attuale Unione europea, con
una comune e coordinata collocazione di pace e di cooperazione multilaterale
in campo internazionale (il che suppone che orientamenti di questi tipo si
affermino innanzitutto nei singoli paesi); -sul terreno (delicatissimo) della
dimensione militare, preveda un sistema di sicurezza e di difesa paneuropeo,
alternativo alla Nato, comprensivo della Russia (una sorta di Onu europea),
che già oggi – considerando il potenziale nucleare di Francia e Russia –
disporrebbe di una forza difensiva sufficiente a dissuadere chiunque da
un’aggressione militare all’Europa.
Dunque, un progetto opposto a quello di un riarmo dell’Unione europea, di una
sua militarizzazione e vocazione imperialistica, volta a rincorrere gli Usa
sul loro stesso terreno. Una tesi questa (riarmo dell’Ue) che è presente anche
a sinistra, con l’argomento – in sé vero – che oggi l’imperialismo europeo
(franco-tedesco) è assai meno pericoloso per la pace mondiale di quello
americano. La tesi è giusta, ma sbagliata e pericolosa è la terapia: i
movimenti operai e i popoli europei, e qualsivoglia progetto di Europa sociale
e democratica, verrebbe colpiti al cuore da una politica di riarmo del
continente su basi neo-imperialistiche. A parte ogni altra considerazione, chi
pagherebbe il costo di una crescita esponenziale delle spese militari, in
un’Europa neo-liberale dove già oggi vengono colpite duramente le spese
sociali? Che fine farebbe quel poco che rimane dell’Europa del Welfare?
Il progetto di “un’altra Europa” non è realizzabile a breve termine, richiede
lotte, modificazioni profonde dei rapporti di forza, iniziative
politico-diplomatiche lunghe e pazienti; presuppone una conquista graduale
della maggioranza dell’opinione pubblica europea e il sostegno di una parte
delle classi dirigenti di Francia, Germania, Italia, Spagna, Russia (la Gran
Bretagna sicuramente lo contrasterà). Ma non è, prospetticamente, fuori dalla
realtà. Su di esso può realizzarsi una convergenza tra forze politiche e
sociali assai diverse, dell’Est e dell’Ovest. Su di esso vale la pena di
cominciare a ragionare in modo meno vago di quanto non si sia fatto finora, a
partire dai comunisti europei.
13) L’Unione europea non può fare da sola. Se vuole reggere il confronto con
gli Stati Uniti ed uscire dalla morsa della subalternità transatlantica, deve
essere aperta ad accordi di cooperazione e di sicurezza con la Russia (che è
parte dell’Europa), con Cina, India, Indocina, Giappone; e con le forze più
avanzate e/o non allineate che si muovono in Africa (Africa australe, Libia,
Algeria…), in Medio Oriente (Iran, Siria, Palestina…), in America Latina
(Brasile, Venezuela, Cuba, Ecuador, oggi forse anche Argentina…). Su un punto
dissento da un’editoriale di Lucio Magri sulla Rivista del Manifesto ( giugno
2003), quando scrive che “solo l’Europa potrebbe avere il peso economico e
politico per contenere l’attuale ambizione dominatrice della superpotenza
americana”. Mi sembra un giudizio viziato da un residuo di eurocentrismo, duro
a morire. Credo invece che solo una rete di unioni regionali, non subalterne
agli Usa (di cui l’Europa sia parte essenziale), per un mondo multipolare, può
modificare i rapporti di forza globali e condizionare la politica Usa. Solo lo
sciocco (o la sciocca) che si rifiuta di capire e di interlocuire in modo non
strumentale, potrebbe definire questa come un’ipotesi “neo-campista” (la
quale, per essere tale, presupporrebbe una sostanziale omogeneità strutturale
di sistema, di modello sociale, che oggi certamente non esiste tra questi
Paesi o unioni regionali). Questa “rete” può fondarsi su forze e possibilità
reali, non immaginarie, che esprimerebbero insieme un potenziale economico e
geo-politico già oggi superiore a quello della coalizione filo-americana,
imperniata sull’asse Stati Uniti- Israele - Gran Bretagna.
Russia, Cina, India: la sfida dell’Eurasia
Anche sul piano del deterrente militare (convenzionale e nucleare), la
presenza in questa “rete” di paesi come Russia, Cina, India, Francia,
Germania, Brasile, Sudafrica... avrebbe una forza tale da poter credibilmente
negoziare con gli Usa, da posizioni di non eccessiva debolezza. Gli Usa non
possono fare la guerra a tutto il mondo. In particolare, in paesi come Russia,
Cina, India – potenze nucleari in cui vive la metà del pianeta, che potrebbero
esprimere tra 15-20 anni circa un terzo del PIL mondiale, e che la stessa
amministrazione Bush definisce “paesi dalla transizione incerta” – le forze
comuniste, di sinistra, antimperialiste, non allineate, non subalterne al
modello neo-liberista e agli Usa, costituiscono già oggi una forza
maggioritaria (in Cina) o che potrebbe diventarlo negli altri due paesi
(Russia, India) nell’arco di un decennio.
Un’alleanza elettorale in India tra Congresso e Fronte delle sinistre (animato
dai comunisti) potrebbe vincere le prossime elezioni (febbraio 2005), su un
programma che recuperi le istanze progressive del non-allineamento.
Un’avanzata dei comunisti e dei loro alleati alle prossime elezioni politiche
in Russia può creare le condizioni per un compromesso con Putin (con una parte
almeno delle forze che sostengono Putin) e collocare la Russia su posizioni
più avanzate. Sono possibilità, non certezze. Per questo parlo di un processo
che potrebbe maturare “nell'arco di un decennio”. Ma che dispone delle
potenzialità per maturare, sia pure con gradualità, e su cui forze importanti
in questi Paesi stanno lavorando.
E’ il progetto elaborato dall’ex premier russo Primakov, oggi sostenuto con
forza da Samir Amin e ripreso (su Liberazione, 9.5.2003) persino da uno dei
“guru” del movimento noglobal come Walden Bello (come si vede, scuole di
pensiero assai diverse…): la costruzione di un contrappeso mondiale agli Usa
imperniato sulla partnership strategica tra Russia, Cina, India (ma anche
Asean e penisola coreana), aperto alla cooperazione multipolare col Giappone e
con un’Europa, un’Africa, un’America Latina più autonome dagli Stati Uniti.
Anche Lula, nel recente incontro del G8 ad Evian, ha dichiarato che “Brasile,
Cina, India, Sudafrica e tutti gli altri Paesi in via di sviluppo hanno molto
da fare perché hanno molto in comune”.
Come ha ben sintetizzato Samir Amin, “un avvicinamento autentico fra l’Europa,
la Russia, la Cina, l’Asia costituirà la base sulla quale costruire un mondo
pluricentrico, democratico e pacifico”. Non sarà il socialismo mondiale, ma
certamente un avanzamento strategico nella direzione giusta. E con l’aria che
tira, non sarebbe poco.