Pio La Torre

Nato a Palermo nel 1927, vent’anni dopo è già un dirigente
prima della Confederterra, poi della Cgil e quindi del Pci. Nel ’50 è arrestato
a tenuto in galera (carcere preventivo!) per un anno e mezzo, accusato di avere
organizzato l’occupazione da parte dei braccianti e dei contadini senza terra di
un feudo nel palermitano. (“uno degli obiettivi che il nemico si prefigge
chiudendoci in carcere – scriverà dalla cella dell’Ucciardone a Paolo Bufalini –
è quello di strapparci alla lotta e isolarci da quel movimento che è la fonte di
ogni nostro pensiero e azione”.)
Sarà segretario regionale della Cgil, e nel ’62 è eletto segretario regionale
del partito. Intanto fa parte del Comitato centrale del Pci già da due anni. E
nel ’69 è chiamato a Roma per ricoprire incarichi di lavoro: la direzione prima
della commissione agraria e poi di quella meridionale. Più tardi entrerà nella
segreteria nazionale, su proposta di Enrico Berlinguer, in considerazione delle
sue doti politiche, d’intuito e di organizzazione. Ma c’è un momento-chiave
nella vita di Pio La Torre: nell’81, quand’è deputato a Montecitorio già dal
’72, chiede di tornare in Sicilia dove torna ad assumere la responsabilità di
segretario regionale del partito. La Torre è consapevole della gravità della
situazione nell’isola. Tre elementi alimentano il suo allarme: la crisi
economica, la criminalità mafiosa (è stato lui a stendere la relazione di
minoranza del ’76 della commissione parlamentare antimafia), la minaccia
rappresentata per la pace nel Mediterraneo e per la stessa Sicilia della
costruzione della base missilistica di Comiso contro la quale lancia la campagna
per raccogliere un milione di firme in calce ad una petizione al governo (un suo
intervento a sostegno della campagna, scritto due giorni prima dell’assassinio,
apparirà postumo su “Rinascita”).
Il ritorno di Pio La Torre mette in allarme molte centrali: del crimine, della
destabilizzazione, della speculazione edilizia, del bellicismo. E’ in questo
quadro che matura la decisione di eliminarlo.
Palermo, mattina del 30 aprile 1982. Nell’auto guidata da
Rosario Di Salvo, il segretario regionale del Pci Pio La Torre sta raggiungendo
la sede del partito. Alla macchina si affiancano due moto di grossa cilindrata:
alcuni uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette sparano
diecine e diecine di colpi contro i nostri due compagni. Rosario Di Salvo ha il
tempo di estrarre la pistola e di sparare cinque colpi. Ma è tutto inutile. La
Torre è morto all’istante, Di Salvo boccheggerà pochi istanti, tutti e due
barbaramente sfregiati, orribilmente scomposti. Si consuma così uno dei più
gravi attentati politico-mafiosi di una terribile stagione siciliana destinata
ad eliminare presidenti di regione e ufficiali dei carabinieri, commissari di
polizia, magistrati, giornalisti.
Povero Pio La Torre. E povero Rosario Di Salvo. Ai funerali (cui parteciperà il
presidente della Repubblica, Sandro Pertini) si ricorderà, con commozione, che
Rosario aveva lasciato da qualche anno il lavoro nell’apparato del partito
dedicandosi con successo ad una attività (ragioniere in una cooperativa) che gli
consentiva di far fronte un po’ meglio alle necessità della famiglia. La moglie
e tre bambine. Ma quando Pio rientra a Palermo “ben sapendo che si trattava di
un posto di lotta e di lavoro pieno di difficoltà e di pericoli”, sottolineerà
Berlinguer nell’orazione funebre, abbandona la sua occupazione e chiede di
tornare a fare l’autista, per il segretario regionale: “Guadagnerò di meno –
dice – ma questa è la mia vita. Mia moglie ora fa dei ricami in casa. Ce la
faremo lo stesso”. Dirà Berlinguer: “Ecco chi era Di Salvo: un compagno mosso da
una profonda, irresistibile passione politica, da uno spirito di assoluta
fedeltà al partito".
Ma chi sono gli assassini materiali e i mandanti? E’ ancora un mistero, ma sino a un certo punto. Tre, forse quattro killer saranno individuati grazie ad un pentito, ma sul movente c’è buio pesto. Il velo di complicità sarà in qualche misura squarciato dieci anni dopo, quando, il 23 maggio del ’92, verranno uccisi il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta nel terribile attentato nei pressi di Carini. In un dischetto del suo computer sarà trovata una traccia: un collegamento del nome di Pio La Torre con Gladio (l’organizzazione clandestina anticomunista) e il Sismi, cioè il servizio segreto militare (interessato alla campagna su Comiso?). Ma quando Falcone forse aveva deciso di agire, era giunto il trasferimento a Roma e subito dopo l’assassinio.
Giovanni Burgio
Come e perché
Chi era Pio La Torre? Protagonista storico delle lotte contadine, dirigente
politico nazionale, nell'81, dopo tanti anni, era tornato in Sicilia per
dirigere il Partito comunista e subito l'hanno eliminato. Perché?
Il delitto La Torre assieme a quelli di Mattarella e Reina sono stati definiti
omicidi politico-mafiosi. E la scelta di andare a vedere meglio nei delitti
politici della mafia me l'aveva suggerito Umberto Santino, fondatore del Centro
Impastato di Palermo come argomento per la mia tesi di laurea in Scienze
Politiche. Il docente di Storia Moderna, professore Paolo Viola, proponeva poi
di scegliere una sola di queste vittime della mafia e farla oggetto di indagine,
non tanto dal punto di vista giudiziario quanto da quello umano e politico.
Optai per Pio La Torre per cercare di rispondere alle domande che mi sono posto
all'inizio.
Il professore Viola, da tempo interessato con altri studiosi all'approfondimento
del valore storico delle fonti orali, teneva soprattutto a un mezzo di ricerca:
le interviste, e in particolar modo la registrazione delle interviste. Cioè,
raccogliere testimonianze, racconti, di amici, compagni di scuola, compagni di
partito, che avevano conosciuto La Torre; registrare il tutto su un nastro
audio, trascrivere poi il colloquio e riportarne quanto più possibile nella
tesi.
Non dovevo esaminare tutta la vita di La Torre ma solo la metà del suo percorso
travagliato. Il periodo quindi che dovevo prendere in considerazione era quello
che andava dalle primissime esperienze politiche fino all'elezione a segretario
regionale del Partito Comunista nel 1962. Comprendeva quindi le iniziali
esperienze politiche nelle borgate palermitane e nelle campagne, le lotte
contadine, l'esperienza alla Camera del lavoro di Palermo e nella CGIL
regionale, la lotta contro la mafia e la speculazione edilizia, la vicenda dei
governi Milazzo.
Le interviste raccolte su questo periodo sono state 18. Venivano riportate
ampiamente e fedelmente nella tesi che alla fine si componeva di due volumi: uno
con la storia familiare, politica e personale di Pio La Torre e l'altro che
conteneva le testimonianze raccolte.
Ma una volta laureatomi, Umberto Santino continuava a dirmi "Perché non prosegui
nel raccontare la vita di Pio La Torre fino al giorno del suo omicidio?". Ho
continuato così a raccogliere le interviste per il periodo successivo al 1962,
fino al 1982, anno della sua morte.
Si è quindi affrontato il periodo storico del centro-sinistra, la rimozione di
La Torre da segretario regionale del partito nel 1967, la sua elezione a Roma
come deputato nazionale, la fase del compromesso storico. Esaminando poi la
nascita del progetto di legge che istituiva il reato di associazione mafiosa e
mirava a colpire i beni patrimoniali dei mafiosi, ci si avvia alla fine con il
suo ritorno in Sicilia, la battaglia per la pace e contro i missili di Comiso,
il suo omicidio.
Alla fine di questo secondo blocco di interviste, il materiale raccolto,
aggiunto a quello già inserito nella tesi, risultava enorme. Gli intervistati
infatti, sia del primo che del secondo periodo, interrogati sull'uomo La Torre,
sul politico La Torre, sulle vicende storiche vissute assieme, sui singoli
episodi della vita interna del partito comunista siciliano, su situazioni e
fatti che comunque valeva la pena di conoscere e approfondire, si sono lasciati
andare a ricordi, racconti, valutazioni e considerazioni che difficilmente
potevano essere ignorati, taciuti, ridimensionati o tagliati.
A questo punto ho dovuto scegliere solo le parti delle interviste che a mio
avviso erano le più importanti, perché se avessi dovuto riportare tutto ciò che
era interessante avrei ottenuto un libro enorme, e questo evidentemente non era
possibile. Adesso sono quasi alla fine ma c'è ancora da aggiustare, aggiungere,
correggere e limare. Al più presto spero vedrà la luce.
La storia orale e il metodo dell'intervista
Il libro ha un sua caratteristica fondamentale: volendo valorizzare la fonte
orale come fonte storica principale, adotta il metodo dell'intervista ai
personaggi protagonisti degli eventi storici trattati come mezzo esclusivo di
ricerca. Si è molto dibattuto sulla validità e sul valore di questo tipo di
fonti storiche, ma sicuramente un merito bisogna riconoscere a questo modo di
fare storia: raccogliere i ricordi, le testimonianze, i giudizi di persone che
in gran parte non essendo abituati a scrivere farebbero perdere le loro memorie
sugli avvenimenti storici da loro vissuti.
Le interviste in totale sono state 32, più quella collettiva effettuata a
Bisacquino. Le ho fatte sempre da solo tranne quelle di Bisacquino per le quali
è stato necessario introdursi agli intervistati tramite gente del luogo che
conosceva le persone ancora in vita che avevano partecipato con Pio La Torre
alle lotte contadine. Generalmente non si è avuta ostilità nei confronti della
registrazione dell'intervista. I più diffidenti prima di cominciare il colloquio
hanno chiesto gli argomenti di cui avremmo parlato.
Via via che procedevo nel lavoro di ricerca mi andavo perfezionando nel tipo di
domande da porre e nel tipo di colloquio da adottare. Intendo dire che se in un
primo momento risentivo ancora di una certa ansia, che si manifestava
nell'interrompere spesso l'intervistato, imporre il mio punto di vista,
sottovalutare alcune cose dette dalla persona intervistata, facendo insomma un
po' io il protagonista e il centro della discussione, poi mi sono accorto che
era meglio lasciar parlare l'intervistato, non interromperlo spesso, credendo
magari così di riportarlo al tema centrale. Cercavo, in pratica, di capire
meglio cosa voleva dire veramente la persona che mi stava di fronte, cercando di
cogliere le sfumature o quello che lasciava intendere implicitamente, non
imponendo una mia idea ma essendo pronto a cogliere nuovi spunti di discussione.
Ascoltare più che intervenire, lasciar parlare piuttosto che interrompere
l'intervistato, non avere fretta nell'acquisire dati ma avere pazienza e
attendere che il racconto sia finito, per comprendere il significato di ciò che
la persona vuole esprimere. Anche perché la persona intervistata tende nella sua
mente a dilatare al massimo il tempo. La memoria individuale infatti è capace di
connessioni e di analisi che scorrono lungo molti anni.
E' per questo che nel riportare i colloqui non ho potuto escludere tutto ciò che
mi sembrava fuori tema e fuori posto perché così facendo non si riusciva a
comprendere bene il succedersi e lo svilupparsi dei fatti raccontati. Se non
avessi lasciato parlare liberamente i personaggi e non avessi riportato quasi
integralmente le loro testimonianze non solo non si sarebbe ben capito ciò che
essi volevano dire ma si sarebbero persi notevoli contributi informativi su quel
periodo della storia siciliana. Ed è anche per questo motivo che sul testo
trascritto delle interviste sono intervenuto il meno possibile, sia dal punto di
vista grammaticale sia per quello che riguarda la continuità del racconto. Cioè
è nell'interezza e originalità della discussione che spesso si capisce l'intero
discorso, anche perché l'intervistato fa spesso riferimenti o precisazioni su
argomenti trattati precedentemente, per cui alcuni avverbi, alcune singole
parole ripetute più volte, alcuni concetti, si comprendono solo se l'intero
brano viene lasciato integro e non manipolato.
Infatti è molto difficile rendere per iscritto il linguaggio parlato. I modi di
dire del linguaggio orale sono molte volte irripetibili e intraducibili in forme
corrette. Al contrario, però, certe volte un modo di esprimersi che può sembrare
oscuro e contorto, rende al meglio se trascritto così come viene espresso.
Persone non dotate di un linguaggio colto usano locuzioni quanto mai precise ed
incisive.
Spesso nel testo delle interviste si trovano dei puntini di sospensione che
indicano le cose non dette e sottintese che sono una forma tipica del linguaggio
orale. Con le fonti orali cioè si apprezzano le sfumature, i sottintesi, le cose
non dette, che la registrazione audio permette di fissare e precisare meglio. Il
linguaggio parlato, le espressioni dialettali, i modi di dire, costituiscono
inoltre importanti oggetti di attenzione e di studio.
In conclusione potrei dire che questo mezzo di ricerca che è l'intervista rivela
aspetti e situazioni che difficilmente altre fonti storiche possono dare. E
cioè: l'umanità, la passionalità, il giudizio sincero e immediato, quello che
magari non si scriverebbe o affermerebbe mai se solo ci si fermasse un attimo a
controllare. In questo, secondo me, sta il valore della fonte orale: la
genuinità e la spontaneità difficilmente reprimibile nel contatto diretto con
l'intervistatore.
Le persone intervistate
Sulle persone ascoltate ci sarebbe molto da dire e precisare. Sinteticamente
posso affermare che alcuni degli intervistati si sono imposti come i mattatori
di questo lavoro. Essi hanno dato un fondamentale contributo allo sviluppo della
ricerca. Più volte parlando con loro mi veniva in mente che così come io stavo
facendo la storia familiare e politica di Pio La Torre rintracciandone i
principali motivi ispiratori, così ognuna delle persone intervistate poteva a
sua volta essere oggetto di ricerca, con la sua vita, le sue vicende politiche e
la sua testimonianza storica ancora viva e puntuale. E poi sono stati gli stessi
intervistati che mi indicavano chi poteva darmi ulteriori notizie. Sono stati
quindi gli stessi attori di allora che mi hanno guidato nella ricerca. Questo si
è rivelato effettivamente un valido mezzo d'indagine, perché ho riscontrato che
tutti ripetevano sempre gli stessi nomi e le stesse persone, per cui non c'erano
diversità di pareri su chi poteva darmi ulteriori informazioni.
In breve potrei affermare che la ricerca è andata avanti per merito degli stessi
intervistati, sia perché hanno dato un notevole aiuto a rintracciare le persone
utili da incontrare sia perché molti argomenti trattati sono stati introdotti da
loro. Cioè situazioni, personaggi e storie li ho appresi per la prima volta dai
loro racconti e così andavo indagando su queste nuove notizie verificandone la
veridicità e i diversi aspetti.
Purtroppo molti protagonisti di quegli anni non ci sono più. Questo dato è stato
costante in tutte le fasi della ricerca e ha condizionato negativamente il
lavoro. Vale per tutti un esempio: Pancrazio De Pasquale, importante figura del
Partito comunista siciliano che ha avuto un ruolo centrale nelle vicende
raccontate in questo lavoro.
La scoperta dello scritto autobiografico inedito
Prima di iniziare a intervistare le persone che avevano conosciuto e frequentato
Pio La Torre ho consultato le sue carte personali custodite all'Istituto Gramsci
di Palermo. E una particolare soddisfazione ho avuto quando ho trovato tra i
tanti documenti il quaderno che La Torre usò nel 1954 alla scuola di partito e
dove, scritto di suo pugno, c'era il componimento che riguardava come e perché
si era iscritto al Partito comunista.
La scoperta di questa autobiografia, contenuta dentro un classico quaderno di
quei tempi, con la copertina nera e lucida e i bordi dei fogli rossi, mi ha
entusiasmato perché, oltre ad essere stato il primo a scoprirla, era proprio
l'oggetto principale della mia ricerca: come nasce in un dirigente di partito la
passione per la vita politica e come poi si continua quotidianamente in questo
impegno pubblico. Scoprire che La Torre stesso aveva ripercorso la sua vita e
aveva scritto su questi argomenti è stato molto stimolante.
Nel ricordare che a decifrare la scrittura di La Torre mi ha aiutato
l'archivista dell'Istituto Gramsci, Enza Sgrò, bisogna sottolineare che in
questo testo autobiografico inedito, scritto nell'ottobre del '54, c'è tutta la
giovinezza, l'adolescenza e la vita da ragazzo di Pio La Torre. Vi sono poi le
iniziali esperienze politiche, le prime lotte e le altre vicende che lo portano
a diventare un dirigente politico.
Infatti oltre la descrizione delle condizioni di precarietà della famiglia e
dell'ambiente sociale che lo circonda a Villa Nave sotto Monreale, la borgata
dove è nato, c'è l'intero percorso scolastico, ideologico e politico del primo
La Torre. All'inizio ci sono l'ingenua fede nel fascismo e lo sbandamento dovuto
al suo crollo. C'è poi l'adesione agli ideali della sinistra, il difficile
contatto con il PCI, che non era ancora una struttura ben organizzata, la
dedizione alla politica fino alla rinunzia agli studi universitari, le lotte
contadine, l'arresto. Infine Pio La Torre esprime tutta la sua insofferenza per
la scarsa organizzazione e preparazione del Partito comunista in una città come
Palermo che, secondo lui, avrebbe potuto avere più iscritti, più incisività e
più serietà nelle scelte e nel perseguimento degli obiettivi.
Mi pare che il ritrovamento di questa autobiografia abbia un valore umano,
politico e storico di notevole importanza.
La famiglia, gli amici, la scuola
Il primo periodo, cioè l'infanzia e l'adolescenza di La Torre, forse è stato il
più emozionante di tutti. Frugando tra i primi anni della vita di Pio La Torre
venivano fuori, da un'oscurità pressoché totale, familiari, compagni di scuola,
professori. Il fratello Luigi, il professore Scaglione, l'amico d'infanzia Pippo
Fuschi, ma anche alcuni familiari e la stessa casa dove è nato Pio La Torre, mi
sembravano uscire dalle tenebre nelle quali erano stati sapientemente celati
assieme ai suoi primi affetti.
Mi rendevo conto che il mio lavoro diventava originale e prezioso, non perché lo
facessi io ma perché mi sembrava una perdita grave non far emergere tutta quella
ricchezza di memorie e conoscenze di fatti che si aveva fra le persone che
avevano frequentato La Torre nei primi anni di vita. Da questo punto di vista
uno dei risultati più soddisfacenti dell'intero lavoro di ricerca è stato quello
di avere intervistato i familiari e gli amici di Pio La Torre.
Sono stato il primo a cui è stato concesso di incontrare i familiari di La
Torre. Fino a quel momento, infatti, la famiglia non aveva mai voluto aprirsi a
nessuno. Debbo confessare che ho sentito questo come un privilegio, nel senso
che ho percepito il dolore e la riservatezza che ha dominato queste persone
durante i lunghi anni trascorsi e che li ha portati ad una chiusura verso il
mondo esterno. Chiusura che non ha niente a che fare con un senso di superiorità
e di alterigia ma con la dignità e la nobiltà dei sentimenti. Non so se
l'incontro sia stato facilitato dal fatto che ho sottolineato che volevo parlare
con loro per motivi di studio e non per motivi giornalistici. Rimane comunque il
fatto che questo colloquio con la famiglia La Torre è stato uno dei più
toccanti.
L'unico fratello che è stato possibile intervistare, Luigi, mi ha fatto rivedere
la tempra e l'intransigenza che tutti attribuiscono a Pio La Torre. I due
fratelli sicuramente si somigliavano molto nel carattere. Gli altri familiari di
Luigi La Torre, presenti all'intervista, mi hanno fatto intravedere la serietà e
la fermezza dell'antimafia di Pio La Torre. Incontrando, cioè, i suoi familiari
e osservando il loro comportamento, non mi è stato difficile immaginare lui e il
suo agire schietto e sincero. Attraverso l'atteggiamento della sua famiglia ho
capito che la mafia uccide chi è veramente tenace ed efficace nei suoi
confronti. Uccide chi la combatte con i fatti e non con le parole.
Fa parte di questo primo periodo della vita di Pio La Torre la figura del
professore Scaglione, suo professore di filosofia nell'ultimo anno di scuola. Il
professore Scaglione, docente di italiano storia e filosofia, uomo di grande
cultura e figura carismatica, interviene all'ultimo anno dell'Istituto tecnico
industriale. Preparerà La Torre e il suo amico Pippo Fuschi per la maturità
scientifica. Pio La Torre lo frequenterà anche dopo aver conseguito i due
diplomi; infatti per un paio d'anni andrà nella sua biblioteca per leggere
numerosi libri ma anche, soprattutto, per scambiare idee ed opinioni.
Con il professore Franco Scaglione ho avuto quattro lunghi colloqui, caso unico
di tutta la ricerca. Infatti lui ha preferito parlare a più riprese dell'alunno
La Torre, preparandosi adeguatamente agli incontri, ricordando quanto più
possibile del La Torre studente. Questo personaggio, che ebbe una notevole
influenza formativa, educativa e culturale su tutta la classe di Pio La Torre,
in particolar modo per quello che riguarda le vicende e le scelte politiche del
periodo che va dalla caduta del fascismo all'instaurarsi della Repubblica, ha
tracciato un profilo del carattere del giovane La Torre che risulterà essere
corrispondente con tutte le azioni del futuro dirigente politico. E cioè:
semplice, concreto, coinvolgente, essenziale, sempre teso al cambiamento.
Pio La Torre sindacalista: le lotte contadine
All'inizio della sua attività politico-sociale Pio La Torre ha ricoperto
prevalentemente incarichi sindacali. Durante tutti gli anni '50 e fino al 1962 è
prima segretario della Camera del lavoro di Palermo e poi segretario regionale
della CGIL.
Questa sottolineatura è necessaria perché in genere di un uomo politico si
considera solo la sua ultima attività;. nel caso particolare di Pio La Torre
molti intervistati hanno tenuto ad evidenziare come il suo atteggiamento
concreto, pragmatico, realista, sia dovuto alla formazione sindacale dei primi
anni quando occorreva contrattare, mediare e ottenere risultati effettivi.
La sua battaglia per l'abolizione delle gabbie salariali, contro le
infiltrazioni mafiose e per il miglioramento delle condizioni di lavoro al
Cantiere navale di Palermo, a favore degli operai del polo elettrico, sono
alcune delle più importanti attività che contraddistinsero il La Torre
sindacalista.
Inoltre ricordare l'attività sindacale di La Torre è servito indirettamente per
far emergere la storia degli anni '50 della città di Palermo con il suo tessuto
di classe (operai, edili, metalmeccanici), oggi ormai quasi completamente
scomparso.
All'interno dei cinquant'anni di vita politica di Pio La Torre ci sono stati
momenti storici importantissimi: dalla fine del fascismo e della seconda guerra
mondiale alle lotte contadine, dal boom edilizio all'esperienza dei governi
Milazzo, dal centro-sinistra al compromesso storico. È evidente quindi che
parlando di Pio La Torre come uomo politico si parlasse anche di questi grandi
mutamenti sociali.
Il movimento contadino è stato il periodo storico più trattato e quello più
interessante dal punto di vista delle testimonianze raccolte. Questa fase
politica infatti ha costituito la primissima presa di coscienza di tutti gli
intervistati, allora giovani dirigenti politico-sindacali, con scelte di vita,
decisioni, azioni, che ne determinarono il loro futuro privato e pubblico. E' un
momento cioè di rotture, scontri, vivaci discussioni politiche all'interno delle
varie organizzazioni sociali, riflessioni sul passato e sul futuro economico e
politico della Sicilia e dei siciliani.
Sono un mondo e una condizione, quella contadina e agraria degli anni '40 e '50
oggi quasi del tutto estintisi, per lo più trasformati, fermi solo nei ricordi
dei protagonisti di allora, che ne guidarono il cambiamento e il rinnovamento.
Importantissimo è stato quindi aver raccolto e riportato questi racconti che
costituiscono testimonianze autentiche, originali e ormai sempre più difficili
da raccogliere.
Il boom edilizio e l'operazione Milazzo
L'altro fenomeno egualmente carico di effetti per gli anni futuri è quello che
va sotto il nome di boom edilizio. Decine di migliaia di persone si
trasferiscono dai piccoli centri alle grandi città, cresce il bisogno di case,
avvengono straordinari stravolgimenti del territorio urbano e suburbano, con
ripercussioni negative sulla qualità della vita che peseranno notevolmente nei
decenni successivi. La mafia gestisce questa enorme speculazione e una
moltitudine di persone lavora in questo settore in espansione.
Anche qui le narrazioni dei protagonisti ci fanno rivivere luoghi e situazioni
tipiche di quella particolare epoca di mutazione.
Un'esperienza politica che viene solitamente descritta in versione negativa è
quella dei governi Milazzo. Questa alleanza fra forze politiche diverse e
opposte, che alla fine degli anni cinquanta cerca di interpretare il desiderio
di cambiamento e trasformazione della società siciliana, è stata vista come un
insieme ibrido di ideologie incompatibili, come unione di persone che in realtà
non potevano stare assieme, come la peggiore alchimia politica partorita dal
mondo politico siciliano.
Le ricostruzioni e i ricordi di alcuni protagonisti del tempo, invece, ne fanno
una storia e un percorso diverso da quello che comunemente si sente dire o si
legge. È vero che le persone intervistate facevano parte di un partito politico,
il PCI, che allora è stato un artefice di questa formula politica. Fa però
riflettere il fatto che, oltre a sentire una versione opposta degli avvenimenti,
si sottolineano gli aspetti del mutamento e del movimento.
Infatti c'è da considerare che il periodo che segue immediatamente questo
singolare esperimento politico è quello del centro-sinistra che sembra essere
una conseguenza positiva dei governi Milazzo. Senza la rottura cioè della
Democrazia cristiana, la nascita di un nuovo partito cattolico, l'entrata nel
governo per la prima volta delle forze della sinistra, elementi essenziali
dell'esperienza Milazzo, non si sarebbe potuto avere per il decennio successivo
il lungo accordo tra la DC, i partiti di centro e il PSI. La DC cioè, dopo i
governi Milazzo è costretta a cambiare alleati: dalla destra alla sinistra. La
Sicilia insomma ha creato tutti i presupposti dell'alleanza che verrà poi
sancita a livello nazionale.
Indipendentemente dal giudizio che ognuno può avere su quella forma di alleanza
politica che diede vita all'esperienza Milazzo, in ogni caso le testimonianze su
quel periodo penso siano di grande valore storico-politico e tra le poche che
parlano di quel momento della vita politica siciliana. Credo che questo aspetto
del lavoro sia degno di attenzione e utile per chi volesse approfondire lo
studio dell'anomalia Milazzo. Ritengo comunque che attraverso questi documenti
si possa in parte riconsiderare quel periodo storico sempre descritto in maniera
negativa.
Il centro-sinistra
Una delle cose più importanti emerse nei racconti che riguardavano il
centro-sinistra è stata l'evoluzione dei rapporti interni alla sinistra dopo
l'entrata nel governo del partito socialista. Infatti i diversi pareri ascoltati
dagli intervistati, d'accordo o meno sulle scelte allora operate dal PSI,
convergevano tutti però sul cambiamento di rapporti fra le maggiori forze della
sinistra italiana, il PCI e il PSI.
È stato molto interessante ascoltare quali fossero allora i sentimenti e i
pensieri delle basi militanti dei due partiti, ma anche che sviluppo ebbe il
rapporto politico nei sindacati e nelle organizzazioni sociali in cui questi
partiti operavano insieme. È importante rileggere quegli avvenimenti per mettere
in luce la comune base di appartenenza dei due partiti, l'unità che c'era stata
fino ad allora, i traumi per il distacco avvenuto, i risentimenti e la
lontananza che si iniziarono a produrre da quel momento in poi.
Le interviste hanno evidenziato pure il contesto economico in cui nasce e si
sviluppa il centro-sinistra degli anni sessanta e gli obiettivi che esso si
pone. La programmazione, l'intervento pubblico in economia, la nazionalizzazione
di vari Enti privati che gestivano servizi essenziali, la creazione di grandi
Enti pubblici economici, sono alcune delle linee su cui erano impegnati i
governi in carica. Queste scelte strategiche ritenute allora essenziali per il
cambiamento dell'economia e della società verranno abbandonate negli anni
successivi perché ritenute improduttive, inefficienti e dilapidatrici di denaro
pubblico. Solo da qualche tempo sembrano essere ritornati quegli indirizzi
economici, e cioè l'idea che lo Stato debba pur gestire alcune risorse e servizi
fondamentali per la società e i cittadini, che delle linee guida dell'economia
devono essere quantomeno tracciate dai governi, che in alcuni casi lo Stato può
intervenire direttamente per sostenere o incentivare settori in difficoltà.
Il compromesso storico
L'altro periodo storico importantissimo per l'Italia e per la Sicilia è quello
del compromesso storico. Questo lavoro imperniato su Pio La Torre mette in luce
in particolare il nascere, l'evolversi e il morire di questa esperienza politica
in Sicilia. Qui infatti il compromesso storico assume la forma degli "accordi di
fine legislatura" e dei "patti autonomistici".
Il racconto degli intervistati parte dall'inizio degli anni '70 per finire con i
primi anni '80, quando questa alleanza politica fra DC e PCI viene meno. Sono
dei lunghi racconti che procedono con speditezza e facilità, perché i narratori
tratteggiano gli avvenimenti politici e sociali con grande padronanza dei fatti,
discorsività degli argomenti, linearità di cause ed effetti. Il particolare
ruolo pubblico ricoperto a quei tempi da alcuni di loro credo faccia assumere a
queste testimonianze un rilievo storico interessante.
Alcuni poi si riferiscono a questo periodo quando parlano del momento in cui il
PCI ha cambiato natura, si è trasformato cioè da partito di opposizione in
partito di governo. E la metamorfosi non si riferisce solo al ruolo
istituzionale del partito, che lo porta ad essere più morbido e meno combattivo,
ma anche all'aspetto della vita interna del partito. Lo si accusa cioè di essere
diventato meno democratico, più verticista, tendente sostanzialmente ad
escludere la partecipazione della base e degli iscritti. Qualcuno mette in
evidenza anche il cambiamento del comportamento etico e morale del partito. Una
volta entrato nelle stanze del potere si dice che il PCI abdichi
all'intransigenza morale dei decenni precedenti. Non tutti sono d'accordo con
queste tesi, ma si ammette da parte di molti che ciò in qualche maniera e in
qualche caso corrisponda al vero.
La vita interna del partito e le diverse posizioni politiche: il conflitto Li
Causi - De Pasquale e le elezioni del 1959
Spesso alla cronaca e alla storia sfugge l'aspetto umano, personale e
comportamentale dei personaggi che proclamano grandi idee e che conducono le
lotte sociali. Intendo riferirmi ai rapporti che si instaurano, sia fra le
singole persone sia fra i vari gruppi, all'interno delle grandi associazioni
sociali, quali sono i partiti e i sindacati, alle convergenze di idee o alle
diversità di opinioni che determinano dibattiti, discussioni, dissensi,
divisioni e qualche volta dure lotte e feroci ritorsioni.
Il PCI siciliano non è stato esente da questo tipo di dinamiche interne.
Ascoltando i protagonisti, è venuta fuori tutta una serie di fatti e circostanze
più o meno noti che hanno accompagnato la vita di questo partito nel periodo che
va dal dopoguerra fino ai primi anni '80.
C'è da dire che i fatti storici e gli avvenimenti importanti trattati da questo
punto di vista hanno assunto una connotazione più intima, passionale e più
vicina alla vita di ogni giorno.
Alla fine della seconda guerra mondiale sui diversi tempi, modi e strumenti di
condurre le lotte per la terra si determinò nel Partito comunista siciliano una
divergenza di vedute, e poi un vero e proprio scontro, tra due punti di vista
opposti: da un lato una concezione più movimentista e spontanea che aveva nella
federazione di Palermo del PCI, ed in particolare in De Pasquale, gli interpreti
principali. Questa componente vedeva nell'occupazione illegale dei feudi lo
strumento principale di lotta. Dall'altro lato c'era la dirigenza regionale del
partito, condotta da Li Causi, che preferiva invece una battaglia più
legalitaria, parlamentare e moderata.
In questa disputa interna al partito ebbe allora la peggio De Pasquale che fu
mandato via dalla Sicilia, ma le incomprensioni e le ferite aperte da questa
vicenda rimasero a lungo a produrre i loro effetti negativi su tutto il corpo
del partito siciliano.
Questo conflitto è noto ed è stato trattato anche da altri autori, ma credo che
le testimonianze da me raccolte possono ulteriormente arricchire il quadro di
quelle vicende fornendo altri elementi utili all'analisi di quei fatti.
Un altro momento di diversità di vedute e di scelte contrapposte è il decennio
degli anni '50, che vede la componente cosiddetta contadina opporsi alla linea
cosiddetta operaista. Queste esemplificazioni non danno assolutamente ragione
della complessità delle visioni allora in campo, ma lasciano trasparire invece
cosa succede in una grande organizzazione di massa quando si tratta di designare
i candidati alle elezioni.
Apprendiamo così che La Torre fu anche lui al centro di una disputa che lo
voleva o meno candidato all'assemblea regionale nel 1959. Ma attraverso il
racconto di questa vicenda che coinvolge La Torre si fa luce anche su buona
parte della storia del Partito comunista siciliano che va dal dopoguerra fino
all'inizio degli anni '60. Ognuno degli intervistati preferisce dare la sua
versione dei fatti: c'è chi si limita alle elezioni regionali del '59, chi va
più indietro a quelle nazionali del '58, chi ripercorre gli anni precedenti.
Le chiavi di lettura sono diverse e solo una parte dei testimoni accetta la
contrapposizione operai-contadini; altri tracciano una linea di demarcazione fra
militanti nelle organizzazioni di massa e organi del partito; alcuni spiegano le
divergenze semplicemente come scontro fra persone e gruppi per l'egemonia; c'è
infine chi non solo nega questa divaricazione città-campagna, ma anzi dice che
c'era una linea politica che puntava proprio all'alleanza fra queste due
componenti del movimento popolare.
La rimozione nel '67
Una fase molto delicata della vita politica di Pio La Torre si ha quando, in
seguito ad una sconfitta elettorale regionale, viene rimosso dalla segreteria
regionale del partito. Nel '67 si perdono pochi punti percentuali e qualcuno ha
ipotizzato che si sia approfittato di questo fatto per rompere l'accoppiata De
Pasquale - La Torre che stava per riproporsi al vertice del partito siciliano e
che non era ben vista a Roma, considerato il precedente delle lotte contadine
condotte dai due che avevano portato allo scontro De Pasquale - Li Causi. Pio La
Torre infatti per quelle elezioni regionali del '67 aveva voluto decisamente che
Pancrazio De Pasquale lasciasse il parlamento nazionale per venire in Sicilia e
diventare capogruppo all'ARS, e ciò al fine di rinnovare il gruppo parlamentare
alla Regione.
I metodi sono quelli di quei tempi e di quel partito e La Torre comunque si
comporta disciplinatamente. Prima dirige la federazione di Palermo, poi va a
Roma con incarichi nazionali. Questo è stato, secondo me, un periodo chiave del
percorso politico di Pio La Torre, perché penso che si possa dire che anche
attraverso questa "rimozione" è passato il suo futuro cammino nazionale. E cioè,
privo di importanti ruoli politici, lo si lancia fuori dall'Isola, prima con
incarichi di settore nell'ambito agrario e meridionale e poi come deputato
nazionale.
Tutti gli intervistati sottolineano però come questo episodio della destituzione
dalla segreteria regionale abbia inciso profondamente nell'animo di La Torre. E
l'onorevole Macaluso ha riferito che appena qualche mese dopo la rimozione, La
Torre si dovette operare per una malattia che lo colpì proprio in quel periodo.
Molti arrivano a ipotizzare che nel suo volere ritornare in Sicilia nell'81 ci
sia stata anche una componente di rivincita sulla rimozione verificatasi nel
'67.
È attraverso questi ricordi dei compagni di partito che La Torre in questa
occasione assume una caratteristica più umana e più fragile di quanto si era
potuto immaginare. Il fermo, deciso, fedele La Torre, uomo di partito e di
apparato, prova sentimenti di stupore e di amarezza. Le testimonianze su questo
episodio del suo allontanamento dalla segreteria regionale del partito ci fanno
conoscere aspetti inediti della sua personalità.
Il ritorno in Sicilia nell'81
Anche sul ritorno in Sicilia di La Torre nell'81 c'è stata polemica e
discordanza nella ricostruzioni dei fatti. C'è chi dice che volle tornare lui
stesso, chi afferma che fu una componente siciliana a richiamarlo, chi delinea
due schieramenti in campo, chi mette insieme le varie ipotesi.
Comunque dalle testimonianze raccolte sembra che le parti, a quel tempo in
gioco, si siano invertite nel corso degli anni successivi. E cioè coloro i quali
non lo volevano in quel momento perché lo ritenevano appartenente alla "destra"
del partito e simbolo della vecchia generazione, negli anni dopo la morte sono
stati quelli che lo hanno riconosciuto come proprio simbolo e propria bandiera.
Al contrario, chi si batté perché tornasse in Sicilia ha costituito in seguito
la parte del partito più conservatrice e moderata.
Sicuramente dopo la morte di Pio La Torre troppi si sono voluti intestare la sua
amicizia, la sua visione politica, le sue idee, le sue battaglie.
I motivi dell'uccisione: mafia, Comiso, le battaglie su vari fronti…
La Torre da sempre ha lottato contro la mafia. Ha iniziato da giovane nella sua
borgata di periferia, ha continuato nelle campagne accanto ai braccianti e ai
contadini poveri, ha proseguito la lotta a Palermo occupandosi dei Cantieri
navali, dei mercati cittadini, della speculazione edilizia e dell'attività al
Comune di Palermo. Riversa poi tutta questa esperienza nella Commissione
nazionale antimafia, si batte infine perché nel codice penale venga introdotto
il reato di associazione mafiosa e perché vengano aggrediti i patrimoni dei
mafiosi.
È proprio quest'ultima iniziativa che molti ritengono abbia determinato la sua
condanna a morte da parte della mafia. L'obiettivo di togliere i beni accumulati
con il denaro illecito, colpendo al cuore l'organizzazione criminale, viene
giudicato come una misura insopportabile e insostenibile da parte di chi
esercita il potere e il controllo mafioso. La vicenda Sindona d'altronde,
determinando un nodo cruciale di contatto fra la mafia e il mondo economico e
finanziario, sembra esprimere in quegli anni tutto l'enorme potere di
accumulazione dell'organizzazione mafiosa. La Torre è particolarmente colpito da
questa evoluzione finanziaria della mafia ed esprime preoccupazione e sconcerto.
Sicuramente questo progetto di legge, che per la prima volta istituisce il reato
di associazione mafiosa e punta deciso verso le enormi ricchezze illegali,
assieme anche alla decennale battaglia contro la mafia, è una delle cause
dell'eliminazione di Pio La Torre.
L'altra grande battaglia che La Torre combatte nell'ultimo periodo della sua
vita al rientro in Sicilia è contro l'installazione dei missili americani Cruise
a Comiso. Egli vedeva in particolare nel legame "militarizzazione del territorio
- servizi segreti - mafia" una miscela esplosiva e pericolosissima per la
democrazia. Si batté strenuamente perché il fronte antimissili e per la pace
fosse stato il più ampio possibile e avesse incluso anche chi era
tradizionalmente nel campo avversario. Fu per questo criticato e non capito, ma
le ampie alleanze per le grandi battaglie sono state sempre un suo preciso
obiettivo.
Quasi tutti gli intervistati individuano nell'insieme delle due battaglie contro
la mafia e contro i missili Cruise una causa determinante nella decisione del
suo omicidio.
La Torre agiva anche su vari fronti, connessi con le sue battaglie: aveva spinto
perché venisse rimosso il questore di Palermo iscritto alla loggia massonica P2
e perché fosse nominato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa prefetto di
Palermo. Era preoccupato dello sbarco a Palermo dei più importanti imprenditori
catanesi perché questo significava che tra il mondo economico della Sicilia
orientale e la mafia palermitana c'era una pacifica convivenza. Era intervenuto
inoltre sull'appalto-concorso per la costruzione del palazzo dei congressi di
Palermo che aveva come protagonisti i Cavalieri del lavoro di Catania.
Gli attacchi continui contro Ciancimino, il vasto schieramento messo in campo a
favore della pace, le concrete proposte contro il dominio mafioso, la generale
attività di moralizzazione e legalità promossa a tutti i livelli, espongono La
Torre oltre misura. Soprattutto la sua intuizione nell'individuare i problemi e
la sua instancabilità nel perseguirne le soluzioni nocquero e crearono intralcio
a chi fino a quel momento aveva avuto mano libera in Sicilia. L'addentrarsi in
tutti questi terreni minati provocò la decisione della mafia di eliminare La
Torre.
Che ritratto è stato disegnato di Pio La Torre: l'uomo e il politico
Ma chi era in fondo Pio La Torre per essere stato ucciso così repentinamente al
suo ritorno in Sicilia? La mafia non spara nel mucchio. La mafia uccide chi le
nuoce e chi le dà veramente filo da torcere.
E questo era Pio La Torre. Un individuo duro, tenace, testardo. Un pragmatico
che voleva unire alla teoria la pratica, a cui piaceva attuare quello che si
decideva, che voleva concretizzare le idee e le discussioni. Era uno che voleva
vedere i risultati dell'azione politica. Voleva vedere realizzati gli obiettivi
che ci si poneva.
Tutto questo è difficile trovarlo in politica. Spesso anzi questa parola è
sinonimo di inconcludenza, di una maniera parolaia di affrontare i problemi, di
assoluta inadeguatezza nel prendere decisioni. Pio La Torre era proprio
all'opposto di questa tradizionale tendenza della politica. Lui voleva
esattamente l'opposto. Voleva aggredire i problemi in modo concreto, parlando
meno e agendo di più.. Ecco perché è stato descritto da tutti come un maniaco
dell'organizzazione. In questo si rivelava di una meticolosità, puntigliosità,
attenzione, che, come ha detto qualcuno, risultavano perfino eccessive e
pesanti.
E poi l'attivismo, instancabile. È rimasto proverbiale il suo svegliare la
mattina presto i compagni che dovevano organizzare qualcosa. Era incessante in
questa sua operazione di stimolo e controllo. Al suo ritorno in Sicilia
risultava ancora più strano questo suo modo di fare. Gli anni erano passati e il
modo di fare politica si era rilassato. Lui arriva e dà la sveglia a tutti:
giovani e vecchi, uomini e donne, per questa battaglia e per quella raccolta di
firme. Chiede ogni sera il conto a tutte le sezioni del partito. Insomma certe
volte, anche a causa della sua irruenza, è mal sopportato.
E poi la passione: se vedeva un compagno non sufficientemente appassionato e
convinto, subito lo segnalava come uno che aveva poco a cuore il partito. Lo
giudicava freddo e poco adatto a dirigere la vita di organizzazione, andava
sostituito con qualcuno più infervorato e determinato.
Mi sembra a questo punto evidente perché è stato ucciso. Perché era uno che
agiva e operava concretamente. Poche parole e molti fatti, poche chiacchiere e
molte misure efficaci. È evidente che una persona così nuoce a molti e spezza
molti intrecci pericolosi. Difficilmente si può lasciare fare chi agisce in
questa maniera, bisogna intervenire per eliminare un pericoloso avversario, che
aggrega, parla chiaro, colpisce punto su punto.
La figura dell'uomo politico invece è più controversa. Se da un lato infatti è
stato indubbiamente un uomo legato al partito, all'apparato, alla linea
dominante, un "governativo" insomma, dall'altro però il suo fare e agire
politico andavano nel senso opposto, facendone quasi un "ribelle". E cioè la sua
continua ricerca di alleanze vaste il più possibile, il suo essere trasversale
nelle lotte popolari, la sua decisione nel condurre a termine le battaglie che
si proponeva, lo rendevano autonomo e difficilmente governabile dall'una o
dall'altra parte del partito.
Definirlo di destra, amendoliano, bufaliniano, o uomo di centro del partito, mi
pare riduttivo e fuorviante. Se infatti sicuramente questi sono stati i suoi
riferimenti culturali e le sue frequentazioni personali all'interno del partito,
la sua irruenza e determinazione difficilmente si conciliavano con la
moderazione e la misura. E certo lui non era per i patteggiamenti e i
compromessi con gli avversari politici. Altra cosa sono invece la ricerca delle
alleanze possibili e la creazione di vasti fronti comuni, che erano obiettivi
che lui si poneva sempre nella sua azione politica.
Comunque è vero che all'interno del partito difficilmente prendesse posizione
contro le decisioni del centro e dell'apparato burocratico. Sembra di scorgere
un atteggiamento molto fedele e molto attento all'unità del partito. Questa è
certo una sua caratteristica profonda: la fiducia e la fedeltà al partito e alla
vita di partito. Il partito viene prima di tutto e per il partito ci si deve
sacrificare. E certe volte quindi bisogna digerire e sopportare qualche
decisione non condivisa, fare buon viso a cattivo gioco, stare zitti per andare
avanti e superare le difficoltà del momento. Ne esce fuori comunque un uomo
politico cauto ma determinato, riflessivo ma deciso, fedele ma intransigente. Il
suo fondamentale aspetto della fermezza e risolutezza prevale sul modo prudente
e cauto di agire.
E infine c'è la sua continua attenzione nel valorizzare tutte le energie umane
possibili. Nel partito ognuno deve essere utilizzato e deve agire secondo le
proprie doti e qualità, nessuno deve essere messo da parte ed eliminato. Tutti
devono dare un contributo e anche i vecchi militanti e quelli che si sono
allontananti devono essere di nuovo coinvolti e avere responsabilità. Questa
idea di recuperare e spingere affinché tutti partecipino alla vita di partito e
alla vita politica fu un suo chiodo fisso e, a mio avviso, una delle sue doti
più pregevoli.