Pietrogrado 1917: la forza della rivoluzione
di Marcello Graziosi*
su L'ERNESTO del 07/11/2007
Per
i 90 anni dell’Ottobre bolscevico.
“Ogni soldato, ogni operaio, ogni vero socialista, ogni onesto democratico si
rende conto che nelle presenti condizioni vi sono solo due alternative. O il
potere rimane nelle mani della ciurma borghese e possidente, e questo
significherà repressioni di ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini,
la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame e la morte… o il potere
passa nelle mani dei rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo
significa la completa abolizione della tirannia dei possidenti, l’immediato
crollo dei capitalisti, le immediate proposte di una giusta pace. Significa
anche la terra assicurata ai contadini, il controllo sull’industria assicurato
agli operai, il pane assicurato alla fame, e la fine della guerra insensata…”.
Così si esprimeva il bolscevico Zinovev sul quotidiano Dien mercoledì 7 novembre
1917, poche ore prima della presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado,
l’episodio simbolo della Rivoluzione d’Ottobre.
“Giovedì 8 novembre. Il giorno sorse – ricorda John Reed in quella meravigliosa
epopea dell’Ottobre che sono I dieci giorni che fecero tremare il mondo – su una
città in preda a un’eccitazione e a una confusione selvagge, un’intera nazione
si levava in una muggente ondata di bufera”. Da una parte il II Congresso dei
Soviet e il Comitato Militare Rivoluzionario, i primi decreti del governo
sovietico, dall’altra il Comitato per la Salvezza, la Duma di Pietrogrado, i
fautori del deposto Governo provvisorio di Kerenskij, che accusavano i
bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di Febbraio, di essere agenti
tedeschi o austriaci, di aver attentato alle nascenti istituzioni democratiche.
Proprio loro, menscevichi e social-rivoluzionari, che si rifiutavano di porre
fine ad una guerra inutile e disastrosa per la Russia a fianco dell’Intesa, che
non distribuivano la terra ai contadini, tollerando il persistere della grande
proprietà terriera, che reprimevano scioperi e manifestazioni operaie a fianco
dei capitalisti. “Tuttavia – commenta ancora Reed, ragionando del periodo tra il
marzo e l’ottobre 1917 – fra le masse degli operai e dei contadini v’era
l’ostinata impressione che «il primo atto» non fosse ancora finito. Al fronte, i
Comitati militari erano sempre più osteggiati dagli ufficiali che non potevano
abituarsi a trattare i loro comuni come esseri umani; nell’interno, i membri dei
Comitati della Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando tentavano di
ottenere dal governo un regolamento concernente le terre; e gli operai nelle
officine dovevano combattere le liste nere e le esclusioni (…). Intanto, i
soldati cominciarono a risolvere la questione della pace semplicemente
disertando, i contadini diedero fuoco ai castelli e si impadronirono delle
grandi proprietà, gli operai ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”.
Chi ha voluto in questi anni superare, liquidare la pesante eredità del
comunismo ha sempre fatto riferimento alla “presa del Palazzo d’Inverno” come
modello non tanto non riproducibile – e fin qui nulla di strano -, quanto
piuttosto da rimuovere, da ridurre ai minimi termini. L’Ottobre avrebbe dovuto
essere ricordato come la prima di una lunga serie di rivoluzioni che avrebbero
dovuto travolgere almeno l’Europa capitalistica: la storia è andata
diversamente, nonostante la generosità di milioni di operai e contadini che si
sono battuti da Berlino alle terre australi della Patagonia, da Budapest a Gilan.
La presa del Palazzo d’Inverno è rimasta come una sorta di cartolina
dell’Ottobre, di evento-simbolo, ma sarebbe forse più utile ricordare l’immagine
straordinaria della “muggente ondata di bufera” che ha travolto tutto,
capovolgendo a furor di popolo le vecchie e statiche maggioranze nel Comitato
Esecutivo Centrale dei Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati e nel
Soviet dei Contadini, nei sindacati (a partire dal Comitato Centrale Russo del
Sindacato Ferrovieri) come nell’esercito, e rovesciando le vecchie istituzioni
come le più recenti. Più volte la rivoluzione è stata sul punto di essere
sconfitta, dentro e fuori Pietrogrado, più volte è risorta su quelle che
parevano essere le proprie ceneri, raccogliendo nuove forze e nuovo vigore A
sollevarsi non è stata solamente Pietrogrado, la capitale, che aveva già vissuto
il 1905 e il febbraio 1917, ma la Russia profonda, operaia come contadina, i
milioni di soldati al fronte mandati al massacro a difendere una causa che non
avrebbe mai potuto essere la loro.
Protagonisti dell’Ottobre sono stati gli operai delle grandi fabbriche, la parte
più cosciente della società russa, i soldati, la grande massa dei contadini
poveri, gli stessi che Majakovskij, uno dei grandi poeti della rivoluzione,
avrebbe messo in scena nell’opera teatrale Il mistero buffo come “gli impuri”,
nel momento in cui essi hanno deciso di rompere le catene della servitù e dello
sfruttamento. Possiamo ricordare l’Ottobre e il suo significato per la storia
non solamente del movimento operaio, ma dell’umanità intera attraverso
un’immagine, una straordinaria immagine, insieme pungente e amaramente ironica:
quella del servo Jernej di Betaina, così come ci è stata descritta nel romanzo
di Ivan ´Cankar, rivoluzionario sloveno, nel 1907. L’anziano Jernej, alla morte
del vecchio padrone, viene cacciato di casa dal giovane erede perché ormai
inabile al lavoro e vaga per cercare con puerile fiducia ragione del torto
subito presso le diverse autorità preposte (dal Sindaco al Tribunale, fino
all’Imperatore d’Austria), convinto che la giustizia umana fosse una sorta di
emanazione diretta - seppure imperfetta - della giustizia divina, in teoria
uguale per tutti. L’intero suo percorso sarà, al contrario, una faticosa e amara
presa di coscienza della realtà, dell’indifferenza del sistema e delle autorità
verso i deboli, che si traduce facilmente in sostegno ai forti, ai detentori del
potere economico. Isolato e deluso, Jernej compie allora un gesto lucidamente
folle, individuale e nello stesso tempo universale, bruciando la fattoria dalla
quale era stato cacciato, trovando poi la morte per mano di altri contadini nel
rogo che lui stesso aveva appiccato. Un paradigma di rivoluzionario senza
coscienza e senza rivoluzione, quello di Jernej, che chiedeva semplicemente di
poter godere dei frutti del proprio lavoro, di poter possedere quella terra che
lui stesso per quarant’anni aveva lavorato, di poter mangiare quel pane che
aveva prodotto con il suo sudore. In una parola, chiedeva di riscattare la
propria condizione, di ottenere la propria libertà.
Tanti Jernej, costretti al lavoro servile nelle campagne, sfruttati in
condizioni inumane nelle fabbriche o mandati a morire al fronte nelle tante
guerre volute dalle diverse potenze imperialiste, sono insorti a Parigi nel 1871
come nella Russia del 1905 o nel Messico di Villa e Zapata - da Cuernavaca a
Torreòn -, impadronendosi delle haciendas e della propria dignità.
Con la vittoria del primo assalto al cielo e il tentativo di costruire un
sistema economico e sociale completamente nuovo e affrancato da ogni ipotesi di
sfruttamento, le masse russe hanno riscattato la propria condizione, dato un
senso del tutto diverso alla propria esistenza come soggetto collettivo, prima
ancora che come singoli individui. Nonostante la generosità di milioni di
individui sfruttati, la rivoluzione, pur se più volte sul punto di affermarsi
nell’Europa capitalistica tra il 1918 e il 1920, è stata sconfitta, contesto che
ha finito per influire pesantemente anche sul successivo sviluppo
dell’esperienza sovietica. Capire le ragioni di questa mancata affermazione –
come indagare la successiva evoluzione della storia del movimento operaio nei
diversi paesi dell’Occidente europeo – acquista oggi un’importanza centrale. Il
primo a misurarsi con questo contesto è stato il più lucido e meno legato alla
“frase rivoluzionaria” astratta e avulsa dal contesto reale tra i dirigenti
bolscevichi, vale a dire Lenin, a partire dal VII Congresso del partito (marzo
1918). Senza nulla togliere alla grandezza della vittoria della rivoluzione,
egli ha ricostruito con grande franchezza e lucidità quegli elementi di contesto
che hanno senza dubbio favorito l’affermazione dei bolscevichi a Pietrogrado e
che non si sarebbero più ripetuti altrove con quelle modalità: le peculiarità
del quadro internazionale, con le potenze imperialiste divise e troppo impegnate
a combattersi per accorgersi della minaccia bolscevica, e la situazione interna
russa (arretratezza, peso del dispotismo e dell’autocrazia, condizioni materiali
della grande maggioranza della popolazione). Nonostante questo, l’Ottobre segna
il secolo delle rivoluzioni e dell’ingresso delle masse popolari nella storia:
l’ondata rivoluzionaria non ha trionfato, ma il mondo ha tremato dalle
fondamenta: da Berlino a Budapest, da Londra a Parigi, dalle steppe della
Mongolia ai moti operai di Córdoba, come alla rivolta e brutale repressione –
quasi sconosciuta – dei braccianti agricoli e degli indigeni del distretto
australe di Santa Cruz, nella Patagonia argentina.
Non è forse solamente grazie a questi avvenimenti che milioni di individui hanno
fatto il loro ingresso nella storia, con la volontà ferma di cancellare con ogni
mezzo secoli di soprusi e sfruttamento, sul piano nazionale come di classe, da
parte delle grandi potenze come del grande capitale economico e finanziario?
Quanti miliardi di Jernej ci sono ancora nel mondo? E’ questa la caratteristica
essenziale del Novecento, di questo secolo sì breve, ma grande e drammatico. Se
provassimo a considerare la storia dell’umanità senza di esso, con al centro
proprio l’Ottobre, rischieremmo di trovare un mondo più arretrato, dominato
dalle grandi potenze coloniali, pronte a spartirsi risorse e mercati, con la
classe lavoratrice, nell’accezione più variamente intesa, costretta a vivere
come variabile dipendente del capitale e delle compatibilità del sistema,
soggiogata, abbruttita, avvelenata. Sono queste le ombre che si allungano
pericolosamente oggi su tutti noi, in un nuovo secolo, inaugurato con la
disgregazione dell’URSS e segnato in profondità tanto dal manifestarsi del più
mostruoso e perverso piano di egemonia mondiale mai concepito nella storia
dell’umanità dall’unica superpotenza rimasta, quanto dal dominio del sistema
capitalistico, con un carattere strutturalmente neoliberale e una tendenza
accelerata alla concentrazione e finanziarizzazione. Le conseguenze di tutto
questo sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, nei paesi a capitalismo avanzato
come nel sud del mondo. L’Ottobre ha rallentato il processo di espansione
globale del capitalismo, la vittoria della controrivoluzione nel 1991 lo ha di
nuovo imposto, ma non come “fine della storia” - al di là delle speranze delle
classi dominanti -, date anche le crescenti resistenze e contraddizioni che
sembrano emergere con sempre maggiore nettezza. Per questo l’Ottobre costituisce
un ricordo imbarazzante e, soprattutto, pericoloso, un passaggio da rimuovere
nel più breve tempo possibile. Per le classi dominanti, certamente, ma anche per
i tanti ex comunisti in circolazione, oggi rispettabili e responsabili
riformisti, ben felici di liberarsi del peccato originale e recuperare una
collocazione non molto diversa da quella delle socialdemocrazie europee di
allora, pronte a schierarsi da una parte contro la rivoluzione bolscevica e ogni
tentativo insurrezionale a sostegno della Russia dei Soviet e, dall’altra, a
favore delle rispettive borghesie nazionali e della guerra. Una lezione, questa,
che si ripropone oggi con sconcertante e disarmante attualità, pur se calata in
condizioni generali profondamente mutate.
A questo tentativo di rimozione, assai più che di denigrazione, noi non possiamo
rispondere con la semplice rievocazione, con il ricordo dei bei tempi andati,
dei fasti che furono e che oggi, sfortunatamente, non sono più. Questo per una
ragione molto semplice: perché se così fosse avremmo già perso, saremmo
destinati a ritagliarci un ruolo residuale quando invece dovremmo tentare di
riprendere il cammino, di tornare protagonisti. Dobbiamo avere la forza e il
coraggio di capire cosa non ha funzionato nel primo tentativo di costruzione del
socialismo, di transizione al socialismo, perché l’esperienza sovietica è finita
come sappiamo. Senza alcun atteggiamento nostalgico e senza alcun furore
iconoclasta o liquidatorio, dobbiamo avere la forza di investigare i limiti
oggettivi (contesto internazionale e sviluppo delle forze produttive), come
quelli soggettivi e culturali che hanno consentito alle forze
controrivoluzionarie di imporsi nel 1991. In questi anni sono stati fatti passi
avanti e coraggiosi tentativi, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Per
fortuna, non siamo soli e non partiamo da zero nella scommessa di declinare al
futuro i termini di socialismo e comunismo. L’importante è non valutare le
esperienze di oggi – a partire dal Venezuela di Chavez – con gli schemi mentali
di allora, anche perché le esperienze rivoluzionarie, nelle loro evoluzioni –
mai scontate e semplici – tendono a rifuggire da percorsi segnati e costruiti a
tavolino. Questo è il grande insegnamento dell’Ottobre e dei primi anni
dell’esperienza sovietica, costretta ad adattarsi a un contesto profondamente
diverso da quello ipotizzato dai suoi protagonisti.
Di fronte all’offensiva tedesca, con le forze rivoluzionarie in difficoltà, i
bolscevichi si sono trovati ad affrontare, drammaticamente divisi al proprio
interno, una situazione terribile, si sono trovati di fronte ad una scelta tanto
dolorosa quanto inevitabile: proseguire la guerra, con l’esercito però in fase
di smobilitazione, o accettare una pace mortificante e ben diversa da quella
inizialmente ipotizzata. Nel primo caso, il grosso dell’esercito e dei contadini
non avrebbe compreso il passaggio e, con ogni probabilità, si sarebbe sollevato
contro lo stesso governo dei soviet, determinando la fine della rivoluzione.
Lenin, al contrario di altri (con diverse modalità, ad esempio, Trotskij e
Bucharin), non era disposto a sacrificare il neonato potere sovietico in Russia
nel disperato tentativo di suscitare un’ondata rivoluzionaria in Germania, a
porre il futuro della rivoluzione nelle mani del destino. Occorreva una tregua
per consolidare la rivoluzione in Russia – inizio della transizione al
socialismo e lotta contro le forze controrivoluzionarie, sostenute da Francia,
Stati Uniti e Gran Bretagna - e rilanciare la rivoluzione in Europa, e per farlo
occorreva accettare anche una pace umiliante. Al VII Congresso Lenin avrebbe
affermato senza mezzi termini: “Se non sai adattarti, se non sei disposto a
strisciare sul ventre nel fango, non sei un rivoluzionario ma un chiacchierone”.
“Il marxismo non è un dogma - ha scritto nel maggio 1983 Jurij Andropov, allora
alla guida dell’URSS, ultimo grande protagonista di un tentativo di cambiamento
e modernizzazione dell’intero sistema a partire però dalla transizione al
socialismo - bensì una viva guida per l’azione, per il lavoro autonomo atto a
risolvere i complessi problemi che ogni nuova svolta storica ci impone… Solo un
siffatto atteggiamento verso il nostro inestimabile retaggio ideale,
atteggiamento di cui Lenin diede un esempio, solo questo continuo autorinnovarsi
della teoria rivoluzionaria sotto l’azione della prassi rivoluzionaria rendono
il marxismo una scelta autentica e l’arte della creatività rivoluzionaria”.
Queste parole acquistano, paradossalmente, una maggiore importanza proprio oggi,
in quest’epoca difficile e contraddittoria, dove ci sentiamo, soprattutto nei
paesi a capitalismo avanzato, orfani dello “spirito” dell’Ottobre, anche al di
là di quelli che sono emersi come elementi peculiari di questa esperienza, sui
quali occorre proseguire la riflessione.
Difficile, infine, ragionare dell’Ottobre senza considerare il ruolo che in esso
svolse la parte più avanzata degli intellettuali e degli artisti, quelle
“avanguardie” che in Italia finirono invece per schierarsi a fianco di Mussolini.
Al di là di quello che sarebbe accaduto in seguito, dal dibattito sul ruolo
dell’arte nella costruzione del socialismo alle difficoltà e disillusioni che
incontrarono diversi esponenti degli autodefiniti “comunisti di sinistra”, fino
alla scelta – discutibile ma non incomprensibile - del realismo a partire dal
1928, gli anni compresi tra il 1915 e il 1917, con il progressivo affermarsi del
futurismo in poesia, del costruttivismo in architettura e del cubofuturismo in
arte, fino al suprematismo estremo di Malevic, hanno finito per segnare davvero
un’epoca intera. La parola d’ordine era rinnegare il passato, ribaltare i
canoni, capovolgere le dimensioni, creare una nuova lingua. Pur se a partire da
un approccio non necessariamente marxista, e con un furore iconoclasta con pochi
precedenti nella storia (straordinarie, da questo punto di vista, le
dichiarazioni teoriche quanto le sperimentazioni pratiche), gli avanguardisti
hanno sostenuto con decisione la rivoluzione, si sono immedesimati in profondità
con essa, hanno percepito in essa tutto il peso della cesura con la storia
precedente. Una nuova arte per la nuova classe emergente e vittoriosa. Così si
esprime Majakovskij nel 1915: “Il futurismo, come una morsa d’acciaio, ha
afferratoLa nuvola in calzoni del 1915, avrebbe ribadito, riferendosi ai valori
borghesi: “Abbasso il vostro amore. Abbasso la vostravostro regime. Abbasso la
vostra religione”. L’Ottobre è anche il Decreto n. 1 sulla democratizzazione
delle arti, secondo il quale l’arte avrebbe dovuto uscire dal morto tempio del
passato e del presente per collocarsi al servizio del popolo, inondando le città
e le piazze e procedendo insieme alla grandiosa campagna per l’alfabetizzazione
delle sterminate masse popolari russe, elemento che avrebbe segnato l’uscita da
una condizione di inferiorità e frustrazione. Una tensione che si riscontra
anche nel poderoso e mai statico dibattito relativo all’emancipazione della
donna e alla radicale riforma del diritto di famiglia, dibattito che ha davvero
poco da invidiare a quello attuale. la Russia. Incapaci di scorgere il futurismo
davanti a voi, impotenti a guardare in voi stessi, ne avete proclamato la morte.
Sì, il futurismo è morto come gruppo particolare, ma su tutti voi si riversa
come un’inondazione. Se il futurismo è morto come idea di pochi eletti, non ci è
più necessario. Riteniamo conclusa la prima parte del nostro programma di
distruzione”. Ancora più chiaro sarebbe stato nel 1918, quando, pubblicando per
la prima volta in versione integrale l’opera teatrale arte. Abbasso il
Avviandomi verso la conclusione, rimane ancora oggi drammaticamente aperto un
lacerante interrogativo che Sklovskij, padre dei formalisti russi,
rivoluzionario senza partito, richiama in una straordinaria intervista datata
1968 e recentemente ripubblicata: il destino delle rivoluzioni è quello di
tramutare la propria difesa in puro conservatorismo, anche se gli elementi di
contesto risultano essere drammaticamente ostili e complessi? Cercare una
risposta a questa domanda significa scavare nel profondo della nostra storia,
dei suoi protagonisti, nel tentativo di individuare non la soluzione, ma delle
risposte che possano avvicinarsi alla verità, alla realtà.
In Unione Sovietica, nonostante i grandi successi conseguiti in condizioni di
grandi difficoltà, abbiamo perso la battaglia, la sfida tanto sul piano dello
sviluppo economico, come sul piano più genericamente culturale, dei valori di
riferimento. Perso la battaglia, non la guerra. Se l’economia sovietica non si è
rivelata in grado di modificarsi sulla base delle esigenze di una società sempre
più complessa, legando lo sviluppo quantitativo con quello qualitativo, non
cogliendo fino in fondo le potenzialità dell’automazione e della robotica e
subendo la rivoluzione informatica occidentale, il sistema dei valori è stato
travolto dalla stagnazione, non è stato in grado di rigenerarsi, di rinnovarsi,
perdendo ogni tensione rivoluzionaria. Per questo tanti giovani, pur avendo un
sistema di garanzie sociali che oggi forse rimpiangono, sentivano il bisogno di
guardare verso Occidente per trovare stimoli e novità. Quali le ragioni alla
base di tutto questo?
Ne Il Bagno, ultima, grande opera teatrale di Majakovskij prima del drammatico
suicidio, non a caso segnata da laceranti insuccessi, il mediocre, altezzoso e
narcisista Pobedonosikov, uomo d’apparato, afferma, ragionando dell’inventore
Ciudakov: “I sognatori non ci servono! Il socialismo è calcolo!”. Anche da qui
potremmo partire per investigare sulle ragioni della sconfitta. Al contrario,
per la costruzione di un mondo nuovo, per la costruzione del socialismo servono
anche i sognatori, a maggior ragione oggi, perché la rivoluzione e i suoi valori
o si affermano nella loro interezza, dallo sviluppo dei fattori produttivi alle
coscienze individuali e collettive, o, come abbiamo già avuto modo di vedere e
vivere, non si affermano, sono destinati al fallimento.
Tracciando un bilancio della propria esperienza politica e letteraria nella
sopra citata intervista, Sklovskij così risponde a chi gli domanda quanto
l’esperienza sovietica si sia allontanata dalle teorie di Marx e di Lenin sul
socialismo: “Aspettiamo che, prima, voi stabiliate la lontananza della realtà
del capitalismo attuale dall’ideale scientifico che avevano elaborato Adam Smith
e David Ricardo”. Risposta che attendiamo anche noi dai cantori delle magnifiche
sorti e progressive di un sistema che continua a sopravvivere solamente grazie
alle guerre e al più bieco sfruttamento ai danni della grande maggioranza del
genere umano. La schiavitù di molti per il profitto di pochi.
Commentando duramente, nel gennaio 1921, la situazione in Russia così come
ricostruita da una delegazione di socialisti che si era recata in quel paese,
alla vigilia della scissione di Livorno che avrebbe dato vita al Partito
Comunista d’Italia, Filippo Turati non ha potuto però fare a meno di
sottolineare che “la Rivoluzione russa osservata ed intesa come avvenimento
storico, ha un contenuto ideale che lascerà indubbiamente tracce profonde nella
vita e nella storia del popolo russo, perché certe conquiste da essa conseguite,
non solo non saranno distrutte né potranno scomparire nel caso di un eventuale
cambiamento o trasformazione di regime, ma resteranno sempre le pietre miliari
della sua ricostruzione politica e sociale (…). Che cosa ha visto la borghesia
in questo grande avvenimento storico, in questo gigantesco rivolgimento politico
che è la Rivoluzione russa? Essa non vi ha visto che il gesto della follia
politica e della aberrazione individuale di un uomo, senza accorgersi che l’idea
non avrebbe potuto trascinare le masse, se non avesse posseduto in se i germi di
una nuova morale e se il suo contenuto ideale non fosse stato così potente da
poter costituire le basi di una nuova Società. La borghesia di tutti i paesi non
ha voluto considerare questo contenuto morale e ideale della rivoluzione se non
per negarne l’esistenza, e non ha veduto nel movimento comunista russo se non il
pericolo che esso rappresentava per le vecchie concezioni di supremazia, che la
minoranza parassitaria della civiltà che sta per tramontare ha sempre esercitato
sulla maggioranza lavoratrice e produttrice”.
L’Ottobre è un incendio che non si è spento, la nostra scommessa è far divampare
altri fuochi nelle praterie del mondo.
* Relazione al convegno di Torino del 26.10.2007 sul 90° dell’Ottobre, promosso
da Resistenze (www.resistenze.org )