www.resistenze.org - materiali resistenti in linea - iper-classici - 07-04-06
Secchia
L'arte dell'organizzazione
Prefazione di Ferdinando Dubla
Presentiamo qui, come supporto documentario, un significativo articolo che
Pietro Secchia pubblicò nel dicembre 1945 sulle colonne di Rinascita (a.II nr.12).
Secchia era già di fatto il responsabile nazionale del settore Organizzazione
del PCI, in particolare per le doti che aveva dimostrato durante tutta la
lotta di liberazione nazionale, come commissario politico delle Brigate
Garibaldi e come membro autorevole della direzione milanese del partito. Sarà
però con il V Congresso (29 dicembre 1945 - 6 gennaio 1946) che gli sarà
formalmente conferito l’incarico e questo articolo, nella forma di breve
saggio, condensa la sua esperienza al riguardo. La citazione iniziale di
Stalin, abbastanza celebre e controversa, viene considerata punto di partenza
e non d’arrivo; la linea politica giusta: ma quale linea politica può
considerarsi ‘giusta’? Il lavoro organizzativo decide tutto, compresa la sorte
della linea: ma quale e che tipo di lavoro organizzativo?
E dunque innanzi tutto guai a staccare organizzazione e linea politica: l’una
non vive senza l’altra. E guai a credere che l’arte dell’organizzazione possa
surrogare la creatività e l’iniziativa individuale e collettiva , perchè
quella si nutre di queste. Se l’organizzazione è rigida, diventa una camicia
di forza rispetto alle modifiche che la prassi politica incessantemente pone:
così come è vero che il procedere alla cieca rende sterile ogni linea
politica. Gli esempi sono tratti dalla recente storia del PCI:
un’organizzazione adeguata durante il periodo clandestino (per ‘compartimenti
stagni’, inevitabili per sfuggire alle maglie della repressione poliziesca)
non lo è più in connessione con la necessità di edificare il partito radicato
nel popolo del dopoguerra. Radicamento possibile anche e, forse, soprattutto,
per l’incessante cura alla formazione dei quadri. Dalle sezioni retaggio
dell’organizzazione del vecchio partito socialista alla strutturazione in
cellule: da queste alle cellule di fabbrica fino alla coordinazione delle
cellule dei villaggi e dei comuni; nella parabola organizzativa del PCI,
Secchia vede la sfida che la trasformazione sociale pone all’intelligenza
comunista.
Ferdinando Dubla
Nota: su
questi temi vedi anche l’antologia curata e introdotta da Id.: Pietro Secchia:
I quadri e le masse – Per un Partito Comunista radicato nel popolo (1947/49),
Laboratorio Politico, 1996
da Secchia, Rinascita, a.II, nr.12, dicembre 1945
Secchia
L'arte dell'organizzazione
Quando la giusta linea
politica è fissata,
il lavoro d'organizzazione è ciò che decide di tutto,
compresa la sorte della linea politica stessa,
della sua realizzazione o del suo insuccesso.
Stalin
La migliore delle linee politiche può essere destinata
all'insuccesso, seun partito non dispone di un'organizzazione capace di
applicarla e di realizzarla.
L'organizzazione non è fine a sestessa. Essa deve essere lo strumento più
efficace per la realizzazione della politica del Partito,per la mobilitazione
delle larghe masse popolari, per il raggiungimento degli obiettivi che di
volta in volta il partito si pone. L'organizzazione non può e non dev'essere
dunque concepita come cosa a sé stante, ma come uno strumento politico. Nulla
si può realizzare, neppure la più semplice delle iniziative politiche se non
per mezzo dell'organizzazione.
Impossibile perciò fare una netta distinzione tra politica e organizzazione.
Non si può ad esempio ritenere che vi possa essere una situazione od una
località ove politicamente si va bene, se in quella località o situazione le
cose vanno male organizzativamente.
Così non può essere un buon organizzatore il semplice praticista, il tecnico,
lo specialista che non si interessa di politica. e che non unisce
costantemente al lavoro pratico, organizzativo, lo studio. La pratica costante
giova molto, ed è vero che l'uomo pratico acquista materialmente le cognizioni
di un determinato numero di soluzioni e sa trovare il rimedio a molti difetti
ordinari di una organizzazione. Però se quest'uomo non sa elevarsi sino a
trovare il nesso, il legame della politica con l'organizzazione, sino a
comprendere quali sono le esigenze di una determinata linea politica e gli
obbiettivi che essa si propone, egli saprà regolarsi in condizioni uguali a
quelle di cui ha già esperienza, ma non saprà regolarsi nei casi dissimili e
cioè nelle infinite circostanze di situazioni e di condizioni, nelle diverse
fasi di sviluppo della vita di un partito.
Concepita l'organizzazione come lo strumento della politica è evidente che non
vi sono e non possono esserci criteri e metodi organizzativi fissi. Questi si
modificano col modificarsi delle necessità politiche, dei compiti e degli
obiettivi che di volta in volta il partito si pone. Criteri d'organizzazione
senza princìpi dunque? No. L'organizzazione di un partito come quella di un
esercito, di un'azienda industriale, o di un istituto scientifico risponde
sempre a determinati principi direttivi che sono in funzione della natura, del
carattere di quel partito o di quell'aggregato qualsiasi tenuto assieme ed
operante per mezzo di quella data organizzazione.
Ma i principi per quanto frutto di esperienze pratiche, di lavoro e di lotte
nelle condizioni le più diverse, per quanto frutto di studio e di ricerche,
non possono essere, specialmente nel campo organizzativo che un orientamento,
una guida, e soprattutto non devono essere considerati fissi, immutabili.
Lavorare con un piano è utile e necessario, lavorare con metodo è
indispensabile, ma lavorare schematicamente è oltremodo dannoso specie sul
terreno della organizzazione. Sistemi ottimi ieri, possono essere del tutto
nocivi oggi. Criteri e sistemi d 'organizzazione buoni per un partito possono
essere nocivi se adattati ad un altro partito o per la natura e composizione
sociale diversa o per i compiti diversi che questo partito si pone a
differenza dell'altro o per le diverse condizioni del paese nel quale operano
i due partiti in questione.
Non c'è dubbio ad esempio che i criteri organizzativi del Partito bolscevico
dell'Unione Sovietica, del paese del socialismo, non possono essere
schematicamente trapiantati in un partito di un paese dove i rapporti di
produzione siano ancora dei rapporti capitalisti. Il partito comunista in
Italia è passato, nel corso dei 25 anni della sua vita, attraverso situazioni
profondamente diverse. Il fatto che malgrado la feroce reazione e la spietata
persecuzione esso si sia costantemente sviluppato e sia diventato uno dei più
forti, se non il più forte partito italiano, lo si deve innanzi tutto alla sua
giusta linea politica, all'essere rimasto costantemente fedele, nelle
situazioni più difficili, alla causa dei lavoratori e del popolo italiano. Ma
la sua capacità di resistenza, di ripresa e di sviluppo è dovuta anche alla
forza della sua organizzazione, all'aver saputo modificare col modificare
della situazione, non solo la sua linea politica, ma anche i suoi criteri di
organizzazione.
Saper adattare le forme ed i criteri d'organizzazione alla situazione
concreta, in modo da prestare il meno possibile il fianco al nemico, in modo
da sferrargli i colpi più possenti con le minori perdite da parte nostra,
questo è ciò che ha saputo fare il nostro partito.
Quante volte abbiamo mutato i nostri criteri e le nostre forme
d'organizzazione? Non è qui il caso di enumerarle. Certo è che i nostri
criteri, i nostri principi d'organizzazione nel 1924 non erano quelli del
1921, e quelli del 1927-1930 non erano quelli del 1924e così via. Metodi,
criteri e forme d'organizzazione del periodo della guerra partigiana non sono
e non potrebbero essere quelli di oggi.
Talvolta il ritardo nel modificare metodi e criteri d'organizzazione fu
duramente pagato dal partito. Le tendenze conservatrici ed i ritardi nelle
innovazioni in un'organizzazione industriale si pagano con spreco di energie,
di denaro, con la sconfitta nei confronti della concorrenza e con un ritardo
nello sviluppo della tecnica. In un'organizzazione politica od in un esercito
questi ritardi si pagano a prezzo di sofferenze e di sangue e con la perdita
sia pure transitoria della influenza, il che in certe condizioni può decidere
di una battaglia, del successo o dell'insuccesso di una linea politica.
La superiorità politica ed organizzativa del Partito comunista nei confronti
degli altri partiti antifascisti si rivelò apertamente agli occhi di tutti,
specialmente nel periodo della guerra di liberazione nazionale. Forte
dell'esperienza di lavoro e di lotta accumulata durante vent'anni di
illegalità, il Partito comunista, più intensamente e largamente di ogni altro,
seppe condurre la guerra contro i tedeschi ed i fascisti col minor numero di
perdite.
I partiti che da vent'anni avevano rinunciato, o quasi, a qualsiasi attività
in Italia, privi di una seria esperienza, di lavoro organizzativo e
cospirativo, non erano in grado di fare un passo senza cadere nella rete del
nemico, non erano in grado di sferrare un colpo senza offrire una larga
superficie vulnerabile alla reazione nemica.
Nessuno può contestare al Partito comunista italiano d'aver partecipato alla
guerra di liberazione col più gran numero di combattenti, di partigiani e di
gappisti, tutta l'organizzazione di partito è stata per diciotto mesi
mobilitata sul piano della lotta armata.
Eppure le nostre perdite in rapporto a quelle di altri partiti sono state
relativamente assai minori.
Durante i diciotto mesi il centro del partito ed il Comando generale delle
Brigate d'Assalto Garibaldi furono continuamente (senza interruzioni)
collegati con i triumvirati insurrezionali, con i comitati federali, con i
Comandi militari di regione e di zona e con i Comandi operativi delle Brigate
Garibaldi e del Corpo Volontari della Libertà. Questi collegamenti erano
tenuti da corrieri, da staffette, da ufficiali di collegamento, uomini e
donne, giovani e anziani i quali trasportavano stampati, giornali, ordini,
direttive, armi, munizioni e materiale diverso. Tonnellate e tonnellate di
merce furono trasportate durante i diciotto mesi. Tutti questi collegamenti
facevano capo a dei centri regionali e da questi alla direzione del Nord a
Milano. E mai una sola volta i nostri centri regionali politici e militari e
la nostra direzione a Milano furono colpiti in punti vitali dal nemico.
Non solo, ma le nostre bande divennero ben presto brigate, si trasformarono in
divisioni, raggiunsero e superarono di molto i centomila combattenti. E
l'organizzazione di partito passò da cinquemila iscritti nel luglio 1943a
circa centomila al momento dell'insurrezione. Tutto questo lavoro fu possibile
grazie alla dedizione, all'abnegazione, allo spirito di sacrificio di
centinaia e centinaia di compagni, ma grazie anche alle esperienze, alle
capacità organizzative acquisite in lunghi anni di lotta, grazie soprattutto
alla giustezza della linea politica del Partito ma grazie anche alla cura di
ogni dettaglio del nostro lavoro organizzativo.
Il conservatorismo è nocivo ad un'organizzazione come la ruggine in un
ingranaggio. Ma non si devono neppure introdurre importanti innovazioni
nell'organizzazione con facile leggerezza. L'organizzazione non è un
passatempo, un divertimento consistente nel mutar di posto a delle pedine, non
è un giuoco e neppure un campo sperimentale. L'organizzazione è un mezzo, uno
strumento serio inteso a raggiungere uno scopo serio.
Non bisogna mai lasciarsi andare a delle improvvisazioni e prima di decidersi
a delle radicali riforme nel campo dell'organizzazione non basta constatare
che il vecchio criterio, il vecchio sistema non risponde più alle esigenze, ma
occorre studiare ed in certo qual modo assicurarsi che il nuovo che si vuol
introdurre sia non solo un poco migliore, ma sia tanto migliore da rispondere
ai risultati politici che si vogliono ottenere e da compensare il danno che la
spezzata tradizione necessariamente apporterà.
Quando nel 1924noi abbandonammo il principio d'organizzazione su base
territoriale per applicare quello sulla base del luogo di produzione (cellule
di fabbrica), sapevamo che il danno che poteva derivare dalla rottura della
tradizione, dell'abitudine dei compagni a riunirsi tutti assieme nella
sezione, sarebbe stato largamente compensato dallo sviluppo del partito,
dall'aumento della sua influenza e delle sue ramificazioni nelle fabbriche. Il
partito di massa dei lavoratori, il partito della classe operaia, doveva
trovare un sistema d'organizzazione capillare che gli permettesse di toccare,
collegare, unire ed attivizzare il numero più grande di lavoratori, che desse
la possibilità all'avanguardia della classe operaia di assolvere alla sua
funzione dirigente.
Il sistema d'organizzazione sulla base delle cellule di fabbrica aveva già al
suo attivo una grande, positiva esperienza: quella del partito bolscevico, la
cui politica era stata coronata dal più grande successo storico.
Troppo facile sarebbe, quando un criterio organizzativo si dimostra
insufficiente, deficiente o superato adottarne un altro qualsiasi; magari
l'opposto. Vi fu ad esempio un periodo nella vita illegale del partito in cui
si costatò che il massimo accentramento facilitava e rendeva assai più gravi i
colpi della polizia. Il criterio d'organizzazione con funzionamento collettivo
(i comitati) centralizzato (collegamento di tutte le cellule in settori e dei
settori nel comitato federale) per mezzo di riunioni regolari dei diversi
organismi, faceva sì che quando la polizia riusciva ad afferrare un anello
della catena, per mezzo del pedinamento, della provocazione e della tortura,
più d'una volta riusciva ad impossessarsi di tutta o di parte notevole della
catena. Per cui ad un certo momento si ritenne necessario passare al criterio
del massimo decentramento. Non più riunioni collettive, ma legame individuale,
non più collegamenti di cellule in settori, ecc., ma tanti nuclei viventi
nella stessa città o zona, l'uno indipendentemente dall'altro, non più
comitati, ma individui responsabili.
L'applicazione di questo criterio nella sua forma più estrema, rivelò ben
presto nella pratica dei difetti altrettanto gravi quanto i danni che prima ci
arrecava la reazione poliziesca. Si marciava verso la polverizzazione del
partito, verso la sua disintegrazione in tante piccole unità indipendenti
l'una dall'altra. Dalla mancanza di unità organizzativa, dalla mancanza di
vita collettiva, dalla mancanza di discussione si sarebbe potuto passo passo
arrivare alla mancanza di unità di direzione, alla mancanza di vitalità
politica.
L'esperienza dimostrò che la giusta soluzione del problema non stava
nell'adottare semplicisticamente un criterio d'organizzazione opposto, ma
piuttosto nel conciliare le esigenze di un'organizzazione unitaria
centralizzata e funzionante collettivamente, con le esigenze di carattere
cospirativo. Si trattava cioè di trovare un equilibrio, la giusta misura.
Oggi che il Partito comunista è diventato e sta diventando sempre più il
partito nuovo, il partito del popolo italiano, il partito che organizza che
accoglie non solo una ristretta avanguardia della classe operaia, ma strati
sempre più larghi di lavoratori, di contadini e di intellettuali, oggi che al
partito si pongono compiti nuovi, compiti di governo e di direzione di
istituzioni pubbliche nelle province e nei comuni, il funzionamento della
sezione acquista un'importanza che nel passato non aveva.
Ma sarebbe un errore ritenere che la soluzione stia nell'abbandonare il
sistema d'organizzazione sulla base di cellula d'officina e di strada. Intanto
le stesse cellule di fabbrica e di strada sono diventate degli organismi i cui
iscritti superano di molto quelli delle vecchie sezioni socialiste del
1919-1920. In secondo luogo il sistema di organizzazione per cellule non solo
garantisce al partito i più larghi contatti con le masse lavoratrici, ma
permette la partecipazione del numero più grande di compagni alla vita ed
all'attività del partito. Quanti giovani elementi che passerebbero inosservati
in una grande assemblea di sezione, si rivelano nelle cellule come elementi
capaci di sviluppo e di assolvere a funzioni di direzione politica.
Tuttavia la situazione di oggi, il carattere odierno del partito, gli
obiettivi che stanno davanti a noi rendono necessaria, specie nei villaggi,
anche la vita di sezione. E in quei comuni ove erano sorte quattro, cinque
sezioni (una per frazione) già si è sentita la necessità di raggrupparle, di
ridurne il numero, di coordinare la loro attività. Perché i problemi del
comune, siano essi problemi amministrativi, politici, di ricostruzione o
culturali non possono essere risolti che in forma organica e tenendo conto
delle esigenze di tutto il comune.
Di qui la necessità per il partito di adottare criteri e forme
d'organizzazione diverse e multiple.
La cura dell'uomo è l'elemento essenziale nell'arte dell'organizzazione. Un
partito è fatto di uomini e bisogna prendere gli uomini come sono.
Bisogna cercare bensì di migliorarli e di educarli, di dare ciò che
ad essi manca, ma frattanto è necessario lavorare.
Un organizzatore politico non dev'essere solo un uomo dotato di facoltà di
osservazione e di analisi, capace di scorgere, abbracciare e coordinare i
dettagli, deve non solo possedere energia, dinamicità, resistenza al lavoro,
ma deve possedere quella conoscenza, quella capacità di comprensione
dell'elemento umano del quale è composta un'organizzazione. L'organizzatore
politico deve possedere queste qualità in misura maggiore che non
l'organizzatore industriale il quale esercita la sua funzione solo in parte su
cose vive. L'organizzatore politico non esercita la sua volontà su delle
macchine, su della materia inerte o su degli uomini che assolvono ad una
funzione meramente meccanica ed in certo senso passiva ma lavora invece con
degli uomini che agiscono e reagiscono in piena coscienza.
Saper scoprire le qualità che esistono in ogni individuo, saper ben utilizzare
queste qualità, studiare i pregi e le insufficienze di ogni compagno, saper
collocare ognuno al posto che meglio risponde alle sue attitudini, questo è
uno dei compiti fondamentali dell'organizzatore.
E' un luogo comune l'affermazione che noi dobbiamo badare esclusivamente
all'interesse del partito, prescindendo da quelle che possono essere le
inclinazioni individuali. E' questo un criterio d'organizzazione del tutto
errato che dà risultati negativi in qualsiasi campo dell'attività umana.
L'uomo rende quanto più il lavoro che esso compie risponde, non solo
all'obiettivo supremo per il quale esso agisce e lotta (che può essere
obiettivo politico, scientifico, o di produzione) ma anche in quanto quel
lavoro soddisfa le sue attitudini e la sua inclinazione ad una particolare
attività. Questo principio organizzativo vale anche per i comunisti. Perché se
è vero che i comunisti subordinano alla causa, per cui lottano ogni vanità,
ogni soddisfazione, ogni ambizione personale è anche vero che i comunisti sono
uomini normali come tutti gli altri uomini, molti di essi temprati dalla lotta
e dal sacrificio, ma pur sempre uomini con le stesse esigenze, con gli stessi
difetti e le stesse qualità degli altri uomini.
La formazione e lo sviluppo dei quadri è il compito fondamentale di
un'organizzazione, l'utilizzazione di tutte le forze di cui il partito
dispone, saper aumentare giorno per giorno queste forze ed il loro rendimento,
riuscire ad indurre ogni compagno a migliorarsi quotidianamente e ad impegnare
tutta la sua volontà tutte le sue energie fisiche ed intellettuali
nell'interesse del partito, nella realizzazione della linea politica del
partito: in questo consiste essenzialmente l'arte dell'organizzazione.
Pietro Secchia