IL PENSIERO NEOCON COME “REAZIONE” ALLA CRISI CAPITALISTICA

di Vittorio Gioiello (su Gramsci Oggi)

 

N on possiamo fare a meno di constatare che gli

avvenimenti oggi in atto nel mondo richiamano

la previsione di Marx della crisi generale.

“La cosa che più incisivamente fa sentire al

borghese, uomo pratico, il movimento contraddittorio della

società capitalistica sono le alterne vicende del ciclo

periodico percorso dall’industria moderna, e il punto culminante

di quelle vicende: la crisi generale.” (K. Marx, dal

Poscritto alla seconda edizione del Capitale)

Alla luce di ciò che sta realmente accadendo, la previsione

marxiana ci fa trovare di fronte alla stessa capacità di

anticipazione scientifica che ha consentito all’autore del

Capitale di descrivere, un secolo e mezzo prima, nel Manifesto,

i processi di globalizzazione in corso soltanto

oggi: “L’industria moderna crea non solo il mercato mondiale

ma anche il bisogno di un mercato in costante espansione,

che spinge la borghesia per tutta la superficie

del globo per annidarsi ovunque, insediarsi ovunque,

stabilire connessioni ovunque”.

Ciò che fa pensare al carattere generale della crisi odierna

è il fatto che essa non è riducibile a un fenomeno essenzialmente

– e tanto meno esclusivamente – economico.

La crisi affonda certamente le sue radici nella classica

contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione.

La crisi di sovrapproduzione è la forma in cui

questa contraddizione si manifesta ciclicamente.

La sovrapproduzione cominciò a evidenziare i suoi eccessi

critici già dalla metà degli anni sessanta, in USA.

E dopo i processi degli anni '80 che hanno visto fusioni,

di integrazioni, di assorbimenti delle società capofila (cioè

dei gruppi monopolistici che controllano il processo di

produzione e il processo di circolazione, anche fino al

dettaglio del lavoro a domicilio) il mercato mondiale è

unificato per la prima volta nella storia dell’umanità.

Quando si parla di mercato mondiale ci si riferisce all’estensione

planetaria del modo di produzione capitalistico.

Non si può confondere questo processo storico con la

caricatura che parla di “economia di mercato” in termini di

libertà. Anzi, lo strapotere aggressivo del capitale internazionale

al suo apice: è “la tendenza al dominio anziché

alla libertà”. Rimane, perciò, tuttora valido l’assunto che

l’imperialismo è tendenza illiberale al dominio e che il

fascismo, oggettivamente e strutturalmente, è proprio la

forma politica e sociale delle tendenze illiberali del capitalismo

imperialistico. Il fascismo è la forma adeguata allo

sviluppo del capitale finanziario, sia esso nelle forme autoritarie

italiana e tedesca, sia esso nelle forme

“democratiche” anglosassoni.

La crisi è, quindi, fenomeno che riguarda la società nel

suo insieme, e in quanto tale investe tutti gli aspetti della

vita sociale. Sia pure in forme e intensità diverse, la crisi

tocca tutte le aree del mondo.

 

  

La crisi è crisi del rapporto tra politica e società, crisi culturale

e morale. Strettamente intrecciata ai suddetti processi

economici si è dispiegata un'offensiva di carattere

ideologico, neo-conservatrice, che trova origine negli ambienti

universitari statunitensi verso la fine degli sessanta.

Lo spostamento a destra è una componente di ciò che

Gramsci chiamava fenomeno “organico”: “Si verifica una

crisi, che talvolta si prolunga per decine di anni. Questa

durata eccezionale significa che nella struttura si sono

rivelate [….] contraddizioni insanabili e che le forze politiche

operanti positivamente alla conservazione e difesa

della struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro

certi limiti e di superare.” (Gramsci, Q. 13, pp.1579-80)

Gramsci insiste sulla necessità di stabilire una relazione

corretta tra l’aspetto “organico” e quello “congiunturale” di

una crisi. A definire ciò che è “congiunturale” non sono

semplicemente le condizioni economiche, ma proprio gli

sforzi “incessanti e perseveranti” messi in atto per difendere

e conservare lo status quo. Se la crisi è profonda –

“organica” – questi sforzi non possono essere puramente

difensivi. Saranno invece di natura formativa, tendenti a

creare un nuovo equilibrio di forze, a mettere insieme un

nuovo “blocco storico”, nuove configurazioni e nuove

“filosofie” politiche, a ristrutturare profondamente lo Stato.

Quindi, lo “spostamento a destra” non è un riflesso

della crisi: è, a sua volta, una reazione alla crisi. Fatta

questa premessa, in queste note si tenderà ad abbozzare

il pensiero dei principali referenti teorici della svolta

neoconservatrice, mettendone successivamente in evidenza

i risvolti politici. Sono le idee di Carl Schmitt, Leo

Strauss, Friedrich von Hayek che, a partire dalla fine

degli anni sessanta, uniformano il pensiero politico nelle

università americane.

Le teorie di Carl Schmitt, punto di riferimento giuridico

del nazismo, hanno avuto un revival negli Usa, soprattutto

attraverso quel criterio che stabilisce che – specialmente

in periodo di crisi – le norme legali debbano essere

accantonate, e il Leader è egli stesso la legge e crea

la legge. Schmitt sostenne che le norme legali sono applicabili

solo in situazioni di pace e di stabilità, ma non in

quelle di guerra, quando lo stato si trova ad affrontare “un

nemico mortale”. Il Leader determina ciò che è “normale”

ed è sempre lui a definire “lo stato d'eccezione”, quando

le norme legali e nozioni come la separazione dei poteri,

e i controlli e contrappesi, non hanno più validità.

Nello scritto «Il concetto del politico» del 1927, Schmitt

sostenne che l'esistenza e l'identità stesse dello stato si

fondano sulla realtà più profonda ed essenziale del rapporto

amico e nemico”, e che la sovranità è determinata

dall'individuo o dall'entità che è capace di definire e proteggere

la società dai nemici nelle situazioni di minaccia

esistenziale. Piuttosto che ricorrere alle norme, sostiene

Schmitt, il sovrano ricorre alla legge del campo di battaglia

o “al decisionismo concreto”. Fino alla sua scomparsa,

nel 1985, Schmitt rimase un devoto ammiratore del

fascismo mussoliniano, al quale egli riconobbe la capacità

di unire la chiesa, lo stato autoritario, un'economia libera,

e i miti forti che motivano la popolazione.

Per Leo Strass, filosofo tedesco, le democrazie occidentali

hanno il diritto di difendere se stesse dai barbari. Do-

(Continua da pagina 6) potutto “chiunque preferisce essere dominato da qualcuno

della sua gente piuttosto che da stranieri”.

L'inganno perpetuo dei cittadini da parte dei dirigenti al

potere è indispensabile (secondo Strauss) giacché i primi

hanno bisogno di essere diretti e hanno bisogno di autorità

forti che indichino loro ciò che è meglio per essi. Sono

adatti alla direzione coloro che si sono resi conto che non

esiste moralità e che non esiste che un solo diritto naturale,

quello del superiore a guidare l'inferiore. Nessuno

più di lui ha dato al neoconservatorismo le sue peculiarità:

rigetto del pluralismo, insistenza sul nazionalismo,

populismo, fondamentalismo religioso, ecc. Strauss propone

il rimedio del populismo per cercare di minare l'attaccamento

degli americani al liberalismo.

Presenta un particolare tipo di sapiente, a immagine del

superuomo di Nietzsche: è il filosofo legislatore. Dal momento

che la verità è oscura e sordida, essa deve essere

riservata all'élite. Egli recupera l'idea del doppio linguaggio.

Ci sono due verità, una per i filosofi, l'altra per il pubblico.

Per Strauss la moralità non gioca un ruolo significativo

e la menzogna è una necessità politica. In sintesi,

quella di Leo Strauss è una visione darwinistica della

società: alcuni sono fatti per guidare, altri per essere guidati;

per essere leader occorre sapere che non esiste

una moralità e che vi è uno e un solo diritto naturale,

quello dell’essere superiore a governare sull’inferiore.

Friedrich von Hayek chiama l’umanità intera a farla finita

una volta per sempre con la “democrazia sociale”. Può

essere interessante esaminare la sua rilettura della storia

contemporanea. È a partire dal 1848, afferma Hayek, che

la “democrazia sociale” inizia la sua lotta “funesta” contro

la “democrazia liberale”; nel 1870 sono già chiari i segni

del “declino della dottrina liberale” che il patriarca del neoliberismo

intende, invece, ripristinare nella sua purezza

ed autenticità.

Hayek non nasconde in alcun modo un atteggiamento

d’indifferenza o superiorità nei confronti di quella che comunemente

viene chiamata “libertà politica” e cioè della

partecipazione popolare alla scelta del proprio governo,

al procedimento e al controllo sull’amministrazione(....).

Un popolo che sia libero in questo senso non è, necessariamente,

un popolo di uomini liberi; nè è indispensabile

godere di questa libertà collettiva per essere libero come

individuo”.

Hayek non ha difficoltà a procedere ad una datazione

che fa coincidere l’inizio della crisi della “dottrina liberale

con l’avvento del suffragio di massa: l’estensione dei diritti

politici non ha nulla a che fare con la libertà. Insiste,

poi, sul fatto che la negazione della cittadinanza politica a

determinati gruppi sociali ed anche etnici non solo non

lede la libertà degli esclusi ma neppure viola il principio

dell’uguaglianza di fronte alla legge”.

Hayek riprende gli argomenti con cui nell’ottocento la

tradizione liberale ha giustificato la discriminazione censitaria,

combattendo passo per passo il movimento di rivendicazione

del suffragio. Dopo aver sottolineato la piena

laicità delle discriminazioni censitarie care alla tradizione

liberale, Hayek conclude:“non è nemmeno ovvio

che la rappresentanza proporzionale sia preferibile perchè

di aspetto più democratico”.

Hayek non solo denuncia come oppressiva e incompati-

bile con il principio dell’uguaglianza giuridica

“l’imposizione fiscale progressiva”, ma colloca tale irrimediabile

condanna nell’ambito di un bilancio storico assai

significativo.

Nel criticare la teorizzazione della “libertà dal bisogno

fatta da F.D.Roosevelt e nell’inserirla in una linea di continuità

con la teorizzazione dei diritti economici e sociali,

che trova la sua espressione nella “dichiarazione universale

dei diritti dell’uomo” adottata dall’ONU nel 1948, Hayek

osserva: “questo documento è apertamente un tentativo

di fondere i diritti della tradizione liberale occidentale

con la concezione completamente diversa della rivoluzione

marxista russa”.

Ecco: si tratta di depennare una volta per sempre dal

catalogo dei diritti il “diritto alla vita”, alla “sicurezza sociale”,

“all’istruzione”, il “diritto al lavoro” di cui parla quel

solenne documento; si tratta di procedere a ritroso rispetto

non solo al 1948 (e al 1917) ma anche alla rivoluzione

francese. Per finire questa sintetica ricognizione sul patriarca

del neo-liberismo, due ultime citazioni.

In relazione al problema della fame nel terzo mondo:

“contro la sovrappopolazione c’è solo un freno, e cioè

che si mantengano e si accrescano solo quei popoli che

sono capaci di nutrirsi da soli”. Infine:”... I sindacati minano

alle radici il sistema liberale, eliminando la

‘determinazione concorrenziale dei prezzi’ della forzalavoro

e distruggendo quel pezzo fondamentale

‘dell’economia di mercato’ che è il ‘mercato del lavoro

concorrenziale’ “.

Venendo alla pratica politica, negli ultimi decenni le teorie

giuridiche di Schmitt hanno avuto un revival da parte del

vice presidente Dick Cheney, vera eminenza grigia della

presidenza G.W.Bush. Si può affermare che il vice presidente

Dick Cheney ha svolto il ruolo di Herman Göring,

gerarca nazista, nell'amministrazione Bush, esibendosi in

una difesa a spada tratta del diritto ai poteri assoluti di

leadership da parte del potere esecutivo, che Carl

Schmitt chiamò del Fürerprinzip.

L'11 settembre 2001 fu chiaramente l'occasione tanto

attesa da Cheney e dai suoi esperti come “l'eccezione”

con cui giustificare la sospensione delle leggi. Per Cheney

la questione dei poteri illimitati del presidente era una

sorta di ossessione sin dalla metà degli anni Settanta,

quando era alla Casa Bianca con Ford, nella fase in cui,

a seguito del Vietnam e del Watergate, il Congresso stava

procedendo a smantellare una “Presidenza imperiale”.

Affermava che molte cose in quegli anni erano servite ad

erodere l'autorità di cui un Presidente debba disporre per

funzionare, specialmente in materia di sicurezza nazionale

e il Congresso non aveva alcun diritto di dire che cosa

fare. Il Presidente degli Stati Uniti doveva disporre dei

poteri costituzionali senza intralci. Cheney ha ammesso

più volte di essere arrivato alla vice presidenza chiaramente

determinato a governare per decreto.

Oltre a quelle di Schmitt anche le teorie di Strauss hanno

determinato la politica dei neoconservatori americani. La

supremazia delle democrazie occidentali e di quella americana

in particolare, l’idea che per garantirne la sicurezza

occorre espanderne, anche con la forza, i principi in

tutto il mondo, la lotta alla tirannia, il ribrezzo per le democrazie

imbelli e senza spina dorsale, l’idea dell’elite

custode della verità, la menzogna come strumento di

governo hanno rappresentato i punti cardine del credo

neocon.

Tutti gli ingredienti della filosofia politica di Leo Strauss si

ritrovano posti in atto sul terreno dalla Casa Bianca presieduta

da George W. Bush:

- Utilizzazione di una catastrofe (gli eventi dell'11 settembre

2001) per saldare la popolazione americana, mettere

a tacere tutte le critiche ed interrompere il conteggio dei

voti dell'elezione presidenziale (in cui si sa oggi che Bush

era perdente).

- Dottrina militare interventista, "ovunque gli interessi americani

possano essere minacciati"; internazionalizzazione

delle crisi.

- Menzogne sulla collusione tra Saddam Hussein e Al

Qaeda, e sulle armi di distruzione di massa fabbricate

dall'Iraq; la storia inventata di un attacco all'antrace proveniente

in realtà dai laboratori militari americani.

- Demonizzazione del nemico con l'espressione "Asse

del Male" (axis of evil), tratto dal linguaggio religioso; demonizzazione

dei paesi critici come la Francia, con la

richiesta di campagne di boicottaggio.

- Sfruttamento politico del patriottismo e del sentimento

religioso ai fini della propaganda.

- Mascheramento degli interessi finanziari delle grandi

società americane attraverso un discorso sull'esportazione

della democrazia.

Ma anche, e soprattutto, manipolazione della Casa Bianca

da parte dei discepoli di Strauss, tutti collocati nell'ombra,

dietro a Bush (totalmente incompetente, inesperto e

ignorante in materia di politica estera), Cheney et Rumsfeld.

Sono questi "filosofi" che hanno messo in piedi il

piano di ristrutturazione del Medio Oriente, in unione con

Israele, e preparato gli animi, attraverso una propaganda

di articoli e opere molteplici, per spiegare la necessità per

l'America di attaccare l'Iraq.

Infine è interessante constatare come Hayek sia il punto

di riferimento di un teorico, recentemente scomparso, ma

che ha influenzato notevolmente l’ideologia della Lega

Nord: mi riferisco a G.Franco Miglio. Ciò che Miglio invoca

è la tradizione liberale non ancora contaminata dalle

lotte del movimento democratico e socialista. Prendiamo

la sua lettura contro la Costituzione nata dalla Resistenza:

“Le norme che pretendono di rendere coattivo, mediante

la redistribuzione del reddito, il ‘presunto impegno alla

solidarietà’ non fanno altro che ‘legalizzare la violenza’ a

danno dell’onesto possidente, costretto a rendere ‘partecipi

della sua fortuna coloro che guadagnare non sanno’.

Non solo i principi della ‘progressività’, ma anche quelli

della ‘proporzionalità’ dell’imposizione fiscale(...). Entrano

in costituzione perchè si fondano su una decisione di

maggioranza, e dunque, sulla ‘sopraffazione dei più a

danno dei meno’, ‘sul principio della forza’. Se

‘accumulata nel rispetto della legge’, una ricchezza privata

è ‘intangibile’ e su di essa ‘nè i concittadini stessi nè i

detentori del potere possono vantare alcuna pretesa fondata

sul diritto naturale’.

Dato che ‘la grandiosa parabola del socialismo dell’ottonovecento

si è esaurita’ e che, assieme al socialismo,

sembra per fortuna ‘uscire definitivamente di scena’ anche

lo ‘stato sociale’, è necessario farla finita una volta

 

 

 

per sempre con tali sopraffazioni e ritornare ai principi del

liberalismo classico”.

Come si vede, il bersaglio della polemica va ben al di là

della prima repubblica: sono in discussione due secoli di

storia mondiale. Siamo in realtà in presenza di un ambizioso

progetto di controrivoluzione. Questo progetto, ripeto,

è stato per lungo tempo, ed è in parte tuttora, il substrato

ideologico della Lega Nord. Infatti le elaborazioni di

Gianfranco Miglio hanno trovato formulazione coerente

nel progetto presentato al Senato all’inizio del 1995 da

Speroni (ed altri), per una “revisione della Costituzione in

senso federale.”

Il progetto in parola puntava alla modifica di tutti i princìpî

fondamentali, ma soprattutto mirava a sostituire il valore

del lavoro con il valore del mercato (art.1); subordinava i

valori di cui all’attuale art.2 sui doveri di solidarietà politica

economica e sociale ai valori del federalismo fiscale;

cancellava il riferimento contenuto nell’art.3 (secondo

comma) all’impedi-mento della “effettiva partecipazione

di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e

sociale del paese” per coerenza con il primato del mercato

sul lavoro, così come il diritto al lavoro, in quanto rimetteva

alla competenza esclusiva dell’assemblea federale

“il diritto del lavoro”; stravolgeva completamente il

nesso tra i princìpî fondamentali e le norme sui rapporti

economici, sostituendo l’attuale art.35 (per il quale la repubblica

tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni)

con una serie di princìpî intesi ad esaltare l’economia

del libero mercato e la libertà di mobilità dei capitali e

dei beni all’interno e verso l’estero, in sintonia con un

nuovo testo dell’art.1.

In tale logica si proponeva poi di modificare tutti gli articoli

da 41 a 47, onde eliminare ogni condizionamento a

fini sociali dell’impre-sa e della proprietà, che è il fulcro

della costituzione: cancellando la programmazione democratica

dell’economia e i suoi istituti di direzione e controllo;

abolendo il ruolo strategico dell’impresa pubblica e

ogni ipotesi di sostituzione del monopolio privato.

Per concludere queste note va ricordato che l’assunto di

fondo di tutto il pensiero neoconservatore sta nell’affermazione

della cosiddetta “libertà di mercato”, che non è

altro che la riproposizione del concetto borghese di libertà:

un “ottimo” di ipocrisia.

Tutti i diritti sono in essa affermati, ma l’esercizio di qualsiasi

diritto è negato di fatto a chi non si trova in quelle

determinate condizioni materiali e sociali. E qualsiasi diritto

viene distrutto quando il corso degli avvenimenti è

tale che pone in forse la sicurezza di un determinato

gruppo dominante. Non vi è uomo onesto intellettualmente

il quale non ammetta che, qualora attraverso vie legali

le classi oggi dominanti fossero minacciate di perdere il

potere, la legalità verrebbe messa sotto i piedi.

Il regime liberale, inoltre, non ha bisogno di nessun

“abuso di potere” per impedire l’esercizio di fatto di quei

diritti di libertà che i suoi teorici proclamano. Basta la normale

distribuzione delle ricchezze.