Manuali e strategie, così la Cia perfeziona gli interrogatori per la guerra permanente
su Liberazione del 05/07/2006
In piena Guerra fredda l’intelligence statunitense pubblica la sua “bibbia dell’interrogatore”. L’11/9 cambia le priorità e le tecniche
Abu Ghraib e Guantanamo. Cause e
precedenti vanno ricercate indietro negli anni, fino al 1963, quando - in piena
contrapposizione al blocco sovietico-comunista - la Cia scrive un manuale
d’addestramento chiamato Kubark Counterintelligence Interrogation (Kubark è un
nome cifrato per indicare la Cia).
Quella che per i servizi di controspionaggio è la “bibbia dell’interrogatore”
presentava metodi, coercitivi e non, che dovevano portare alla “regressione
della personalità” della fonte. Man mano che l’individuo, attraverso l’impiego
dell’isolamento prolungato, dell’ipnosi, della narcosi o di tecniche d’inganno,
regredisce a stadi sempre più infantili, perde le proprie difese e per prime
iniziano a cadere quelle che rendono ostico il lavoro dell’interrogante. Tra le
non coercitive, ce ne sono alcune con nomi curiosi. Ad esempio, “Ivan è un
imbecille” voleva far credere alla fonte di essere stata abbandonata dal
servizio di appartenenza, mentre “Alice nel paese delle meraviglie” era un
metodo d’inganno che voleva creare uno stato di confusione e ansia
nell’interrogato.
Vent’anni dopo la Cia si aggiorna con un nuovo manuale, lo Human Resorce
Exploitation, e attraverso due distinte inchieste della metà degli anni Novanta,
una del Congresso e l’altra del Dipartimento della Difesa, si scopre che le
tecniche dell’intelligence vengono regolarmente insegnate e presumibilmente
utilizzate anche in ambito strettamente militare. In particolare nella famosa
School of the Americas. Famosa per aver curato la formazione di alcuni dei più
sanguinari guerriglieri e dittatori dell’America Latina come Manuel Noriega
(Panama), Roberto Galtieri e Diego Viola (Argentina) e Hugo Panzer Suarez
(Bolivia). Famosa perché ormai numerosi cittadini americani pensano che sia
inevitabile e necessario chiudere questa scuola, operante dal secondo dopoguerra
a Panama e poi dal 1983 a Fort Benning, Georgia.
Dopo l’11 settembre 2001 cambia la strategia d’intelligence, in seguito agli
attentati portati dal terrorismo internazionale e la conseguente Guerra al
terrore condotta personalmente dal presidente Bush. L’interrogatorio di
contro-spionaggio è sempre più uno strumento indispensabile nella lotta al
movimento guidato da Osama bin Laden. Sono numerosi i memoranda top secret
dell’amministrazione Bush declassificati e resi pubblici dopo lo scoppio della
bomba Abu Ghraib. In questi documenti ufficiali troviamo la corrispondenza tra i
legali civili e militari che provano a studiare il modo di aggirare il diritto
umanitario internazionale e la tutela universale dei diritti dell’uomo, in nome
del particolare stato di urgenza venutosi a creare. Così si interpretano le
Convenzioni di Ginevra del 1949 in modo da affermare che i membri di Al Qaeda e
i talebani catturati in Afghanistan non potessero reclamare i diritti e le
tutele riconosciute al prigioniero di guerra. Particolarmente attivo e prodigo
di analisi è stato lo staff di esperti giuristi della base navale situata
proprio nella baia di Guantanamo a Cuba.
A gennaio del 2002 iniziano ad atterrare gli aerei carichi di detenuti che
vivranno (e molti tuttora vivono) in una situazione di legalità piuttosto
sospetta. Un memorandum dell’aprile successivo porta all’attenzione di Rumsfeld
una serie di tecniche d’interrogatorio necessarie all’ottenimento delle
informazioni fondamentali per la sicurezza nazionale. Si parla, tra le altre, di
incappucciamento costante, isolamento della durata anche di settimane,
privazione del sonno e manipolazione della dieta, privazione dei simboli e dei
testi religiosi, obblighi a restare a lungo in posizioni dolorose, induzione di
stress, ansia e stati di panico (anche tramite cani aizzati contro il soggetto),
alterazione degli stimoli sensoriali attraverso simulazioni di annegamento,
soffocamento o elettroshock. Il segretario alla Difesa approva tutte le tecniche
più “lievi” e pone delle riserve su quelle maggiormente aggressive, dando una
giustificazione non di carattere legale o morale, ma semplicemente di
opportunità. Teme la negativa reazione degli alleati europei e, in generale, la
disapprovazione dell’opinione pubblica mondiale. Per questi motivi il carcere di
Guantanamo è stato sempre protetto da occhi indiscreti e inchieste approfondite,
tanto che anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha sempre avuto
difficoltà a compiere il suo lavoro. Per non parlare dei giornalisti. I pochi
che hanno avuto accesso alla struttura non hanno potuto vedere le celle né tanto
meno incontrare i detenuti.
Dopo l’ingresso in Iraq, si pensa bene di “guantanamizzare” le tecniche di
interrogatorio. Le notizie sulla localizzazione delle armi di distruzione di
massa non vengono fuori e nemmeno prove dei rapporti tra Saddam e Osama. Un team
guidato dal generale Geoffrey Miller, massimo responsabile a Guantanamo, arriva
nell’agosto 2003 ad insegnare le pratiche di “sfruttamento delle fonti
resistenti”. In particolare, Miller consiglia di affiancare il lavoro
dell’intelligence militare con quello delle truppe della polizia militare. Il
loro compito doveva essere quello di “ammorbidire” i detenuti prima degli
interrogatori, mansione svolta anche da numerosi contractors privati che avevano
libero accesso alle sezioni di massima sicurezza, specie ad Abu Ghraib. Amnesty
International ha parlato anche di decine di “detenuti fantasma” (senza nome e
numero di matricola) gestiti da agenti dell’intelligence governativa
(presumibilmente della Cia). Diverse inchieste, sia interne alle forze armate
che esterne e indipendenti, hanno denunciato l’illegalità dei metodi di arresto,
detenzione e interrogatorio, nonché pratiche di vera e propria tortura. Questo
tema è trattato ampiamente nei memoranda segreti, con varie interpretazioni
delle Convenzioni in merito e i precedenti giudicati dai fori internazionali.
Secondo i giuristi di Bush, la tortura è un atto estremamente grave (che va
oltre il trattamento degradante, inumano e crudele) intenzionalmente compiuto
con l’obiettivo di provocare un danno fisico e soprattutto mentale di carattere
permanente. Nel rapporto del generale Antonio Taguba, il primo che ufficializzò
le accuse ai soldati e ai loro superiori, è presente una valutazione psicologica
fornita dal maggiore Nelson, psichiatra dell’Esercito. Parla della situazione di
Abu Ghraib usando una formula: predisposizione + opportunità = comportamento
criminale. Sommiamo la mancanza di una ben delineata “catena di comando” alla
quale il personale carcerario deve rispondere delle proprie azioni,
l’ingombrante presenza dell’intelligence governativa e di professionisti civili
con mansioni improprie, la pessima qualità della vita all’interno delle
strutture e la situazione di costante pericolo dovuta allo stato di guerriglia e
ai tentativi di rivolta interna ed evasione. Il risultato è l’emergere di
sentimenti dominanti tesi a comportamenti crudeli e inusitati. I detenuti non
sono visti più come individui titolari di diritti inviolabili riconducibili alla
tutela dell’integrità fisica e mentale e alle prerogative concesse a chi è stato
privato della propria libertà (sia in condizioni di normalità che durante
situazioni di crisi e conflitto), ma come oggetti o animali su cui sfogare le
proprie frustrazioni e meschinità.
Quando vennero pubblicate le foto degli abusi compiuti ad Abu Ghraib, Bush parlò
di poche “mele marce”, ma il quadro si è rivelato ben più complesso e
sconcertante. Nonostante le numerose pressioni internazionali e interne al
Congresso che chiedono lci chiudere Guantanamo e di rivedere il sistema
detentivo iracheno, Rumsfeld, stabilmente seduto sulla sua poltrona, ha promesso
il trasferimento dei detenuti dal carcere di Abu Ghraib ad un’altra struttura
controllata in loco dagli Stati Uniti.
Guantanamo è ancora là, attiva dal gennaio 2002, con solo un condannato e una
decina di detenuti processati su un totale di 460 individui trattenuti. Chissà
ancora per quanto.