Libano, pioggia di cluster bomb
di Manlio Dinucci
su Il Manifesto del 28/07/2006
I ricercatori di Human rights watch provano l'uso di munizioni vietate dalla convenzione di Ginevra. Prima Baghdad e Kabul, adesso Beirut: l'artiglieria israeliana usa i micidiali ordigni «a grappolo», che liberano centinaia di piccole mine. Munizioni «gestite» dalla base americana di Camp Darby
Le forze israeliane
stanno usando in Libano non solo munizioni al fosforo bianco (v. il manifesto,
26 luglio), ma anche cluster munitions, munizioni a grappolo: lo documenta Human
rights watch, la maggiore organizzazione per la difesa dei diritti umani con
base negli Usa, presente con esperti e volontari in oltre 70 paesi.
Ricercatori di Hrw in Libano hanno accertato che il villaggio di Blida è stato
colpito, alle 15 del 19 luglio, da munizioni a grappolo sparate dall'artiglieria
israeliana. Gli abitanti hanno visto i proiettili aprirsi a una certa altezza,
spargendo piccoli proiettili che sono esplosi arrivando al suolo. Due di questi
sono entrati nel seminterrato dove si era rifugiata la famiglia Ali, ferendo
gravemente 12 persone tra cui sette bambini. Il capo famiglia Ahmed Ali, un
tassista 45enne, ha perduto le gambe. Un altro proiettile ha ucciso la 60enne
Maryam Ibrahim. Casi analoghi sono avvenuti in altri villaggi.
Altri ricercatori di Hrw sono riusciti a fotografare, il 23 luglio, alcuni dei
proiettili a grappolo usati dall'artiglieria israeliana che spara contro
obiettivi in Libano. «Le fotografie mostrano munizioni convenzionali migliorate
a duplice funzione M483A1, che sono munizioni a grappolo per artiglieria
prodotte e fornite dagli Stati uniti». Le M483A1 vengono sparate con obici da
155 mm. Una volta in prossimità del suolo le ogive si aprono, rilasciando
ciascuna 88 granate anti-materiale e anti-persona. Le prime possono penetrare
attraverso una corazza spessa 7 cm; le seconde sono granate a frammentazione che
uccidono chiunque si trovi attorno. Molte granate (circa il 14%) non esplodono
all'impatto: restano quindi al suolo e possono esplodere al minimo contatto. Un
comandante israeliano a riposo ha detto ai ricercatori di Hrw che il manuale
operativo avverte i soldati israeliani di fare attenzione quando avanzano perché
«le munizioni a grappolo inesplose creano pericolosi campi minati». Su cui
finiscono in genere i civili, in particolare i bambini.
Gli Stati uniti - documenta Hrw - hanno fornito a Israele anche lanciarazzi
multipli M26. Ciascun lanciatore, montato su un veicolo cingolato, spara 12
razzi a oltre 30 km più due missili a oltre 300 km, e a ogni lancio si ricarica
automaticamente. La testata di ciascun razzo contiene 644 submunizioni M77 che
investono con una «pioggia d'acciaio» un'area del diametro di 200 m. Con una
sola salva l'M26 può così lanciare oltre 7.700 granate anti-materiale e
anti-persona. Le Industrie militari israeliane (Imi) hanno sviluppato
submunizioni perfezionate (M85) per questi razzi, stringendo una «alleanza
strategica» con la compagnia statunitense Atk. Finora ne sono state prodotte
oltre 60 milioni.
I proiettili e le bombe a grappolo continuano così a mietere vittime soprattutto
tra i civili. Nella guerra del Golfo del 1991 gli Usa ne lanciarono 61mila,
contenenti 20 milioni di submunizioni. Sulla Jugoslavia, nel 1999, ne furono
sganciate (probabilmente anche da aerei italiani) 26mila, contenenti 300mila
submunizioni. Sono state di nuovo usate in Afghanistan, nella seconda guerra
contro l'Iraq e ora nell'attacco israeliano al Libano. Si tratta di armi che,
colpendo indiscriminatamente sia militari che soprattutto civili, sono proibite
dai protocolli aggiuntivi alle Convenzioni di Ginevra: art. 51, «la popolazione
civile non dovrà essere oggetto di attacchi», «sono vietati attacchi dai quali
ci si può attendere che provochino incidentalmente morti e feriti tra la
popolazione civile».
Anche in questo caso, come in quello delle bombe al fosforo, l'Italia è chiamata
in causa. Le munizioni a grappolo usate dalle forze israeliane contro il Libano
- documenta Human rights watch - sono «prodotte e fornite dagli Stati uniti» e
quindi, con tutta probabilità, passano da Camp Darby e altre basi Usa nel nostro
paese. Né si può escludere che, nel quadro della Legge 17 maggio 2005 n. 94 che
istituzionalizza la cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate
di Italia e Israele, venga usata tecnologia italiana per rendere ancora più
letali queste armi: la legge prevede infatti la «cooperazione nella ricerca,
sviluppo e produzione» di tecnologie militari tramite «lo scambio di dati
tecnici, informazioni e hardware».