La sinistra senza
aggettivi di Marcello Cini e Alfonso Gianni, ovvero come ti rivolto il
marxismo
di Domenico Moro
1. Indebite
torsioni
Ricordate Terminator?
In quel film si immaginava un futuro in cui le macchine, sviluppata una
propria autonoma intelligenza, si rivoltavano contro l’uomo, cercando di
spazzarlo via dalla faccia della Terra. Terminator, interpretato dall’ex
attore-culturista e ora governatore della California Schwarznegger, era un
robot inviato nel passato per impedire la nascita dell’uomo che avrebbe
salvato l’umanità dall’annientamento. Metaforicamente (siamo negli anni 80,
quando si introdussero massicciamente informatica e automatismo nelle
fabbriche), l’ultimo combattimento tra l’eroe umano, venuto dal futuro per
salvare il nascituro, e il robot si svolge all’interno di una fabbrica
automatica. Come se fossimo in una sorta di malriuscito rifacimento di
Terminator, c’è chi, Marcello Cini in testa, in una serie di articoli
recentemente pubblicati ci descrive una fantascientifica realtà in cui
l’avvento del cosiddetto general intellect (il sapere scientifico
sociale incorporato nelle macchine) avrebbe reso superfluo il lavoro umano
immediato e con esso la legge del valore, su cui si fonda la teoria della
società contemporanea di Marx. L’obsoleta classe operaia di fabbrica sarebbe
così sostituita da un nuovo soggetto sociale: “il lavoratore immateriale”.
Partendo da questi assunti, Cini sollecita la costruzione di una sinistra
senza “aggettivazioni”, cioè non più comunista, seguito da Alfonso Gianni e
Rina Gagliardi che si affrettano a decretare, insieme alla fine della
centralità dello scontro tra movimento operaio e capitale, anche la fine della
necessità di un partito comunista. Si tratta, in realtà, di veri e propri
fraintendimenti della realtà e dell’opera di Marx, che subiscono una indebita
torsione allo scopo di alimentare la polemica contro la maggioranza del Prc.
Vediamo come avviene tale processo di torsione.
2. Lavoro
materiale e lavoro immateriale
Secondo Alfonso Gianni,
“Marx…ci dice almeno due cose. La prima è che non è affatto vero che l’oggetto
della produzione (la lezione di storia o la salsiccia) sia indifferente nelle
relazioni sociali, che non possono essere ridotte solo a quella tra capitale e
lavoro, poiché vi è una bella differenza fra un operaio insegnante e un
operaio che macina ed assembla carne di maiale. La seconda è che Marx stesso
distingue tra beni immateriali e beni materiali, altrimenti non sentirebbe
l’esigenza di affermare che anche i primi possono essere sussunti nel processo
di valorizzazione del capitale.”[1]
Vediamo come stanno le
cose. Obiettivo del modo di produzione capitalistico è la realizzazione del
profitto. Quello che Marx scopre è che tale profitto deriva dalla produzione
di un plusvalore da parte del lavoratore impiegato dal capitale. Infatti,
mentre i mezzi di produzione si limitano a “cedere” il loro valore alla merce
prodotta, solo la forza lavoro erogata dal lavoratore produce un valore in
più, cioè un plusvalore. Questo può avvenire perché il lavoratore continua a
lavorare (tempo di pluslavoro) anche dopo avere riprodotto l’equivalente del
valore delle merci necessarie alla sua riproduzione. Dunque, la produzione
capitalistica è produzione di plusvalore e, in termini capitalistici, il
lavoro è produttivo solo se è produttivo di plusvalore. La merce rappresenta
il “veicolo” in cui è incorporato tale plusvalore. Pertanto, non ha alcuna
importanza che questa merce sia materiale od immateriale, o che si concretizzi
in un manufatto separato dal suo produttore e venduto successivamente sul
mercato (come una automobile, o un Cd), oppure se la merce è fisicamente
inscindibile dal lavoratore che la produce e il suo consumo è immediato (come
un massaggio, un taglio di capelli oppure una lezione di storia). Ciò che
importa è che contenga plusvalore e che questo plusvalore sia “realizzato”
attraverso la vendita della merce. Non è un caso che Marx, proprio per non
lasciare dubbi su cosa sia lavoro produttivo, eviti di prendere come esempio
di lavoratore produttivo il classico operaio di fabbrica:
“La produzione
capitalistica non è unicamente produzione di merce, è in sostanza produzione
di plusvalore. E’ produttivo soltanto quell’operaio che produce
plusvalore per conto del capitalista, ossia che contribuisce
all’autovalorizzazione del capitale. Prendiamo un esempio che sia fuori
della sfera della produzione materiale: un maestro di scuola è lavoratore
produttivo non perché egli dà una forma alle menti dei bambini, ma perché
s’ammazza di lavoro per arricchire il proprietario della scuola. E non fa
alcuna differenza nel loro rapporto il fatto che quest’ultimo abbia investito
il suo capitale in una fabbrica d’istruzione piuttosto che in una fabbrica di
salami. Quindi il concetto di lavoratore produttivo non comporta per niente
solo una relazione tra attività e risultato raggiunto, tra il lavoratore e il
prodotto del lavoro, ma comporta per giunta un rapporto di produzione ben
specifico, storicamente determinato, che bolla il lavoratore come strumento
immediato della valorizzazione del capitale.”[2]
Dunque il tipo di merce
in cui si sostanza il lavoro non conta; quel che importa è il rapporto di
produzione in cui il lavoratore è inserito (nella fattispecie quello lavoro
salariato-capitale). Nella sua Storia delle dottrine economiche Marx
ritorna sull’argomento con vari esempi, tra i quali il seguente:
“La stessa specie di
lavoro può essere produttiva o improduttiva. Una cantante che vende il suo
canto di propria iniziativa, è una lavoratrice improduttiva. Ma la
stessa cantante, ingaggiata da un imprenditore che la faccia cantare per far
denaro è una lavoratrice produttiva, poiché produce capitale. ”[3]
Risulta così evidente
(tranne che a Gianni) che se Marx “distingue tra lavoro materiale ed
immateriale” è solo per dire che…tale distinzione non ha senso.
3. Lavoro
astratto e lavoro concreto
Sempre Alfonso Gianni,
richiamandosi a Cini, dice che nella produzione complessiva aumenta la
produzione di beni immateriali rispetto a quelli materiali, che da ciò risulta
una straordinaria trasformazione della composizione del lavoro e del capitale,
da cui la necessità di “ridefinire la sinistra”. Prima di andare a vedere cosa
accade realmente nella composizione della classe operaia empirica, vediamo
cosa dice Cini sul lavoro immateriale: “Il lavoro nella fase della produzione
delle merci materiali nelle fabbriche capitalistiche del XX secolo è
oggettivo, parcellizzato, quantitativamente misurabile come somma di tempi
elementari successivi prestabiliti, compiuti dall’operaio tipo,
indifferenziato, impersonato dallo Charlot dei tempi moderni. (…) ognuno di
loro [degli operai] era soltanto un erogatore di lavoro astratto, inesistente
come persona dotata di proprietà e capacità individuali.” Al contrario, “Il
lavoro nella produzione capitalistica di merci immateriali non è riducibile a
pura quantità. In ogni forma di produzione di nuova informazione c’è una
componente individuale qualitativamente essenziale e non quantificabile in
termini di tempo. (…) nella fabbrica di parole è il lavoratore singolo
che deve sfruttare la propria individualità per inventarsi il modo più
efficace per comunicare direttamente o indirettamente con un interlocutore
umano. E’ chiara la differenza.”[4]
No, in realtà, la
differenza non è chiara. A parte il fatto che Cini non fa mai un esempio
concreto di “fabbrica di parole”, vi sono due tipi di questione. La prima
riguarda cosa è da intendersi per lavoro astratto. Lavoro astratto,
per Marx, non è lavoro in sé privo di abilità o caratterizzato dalla mancanza
di soggettività. Lavoro astratto è lavoro indipendente dal contenuto in cui si
oggettiva e viene, per l’appunto, contrapposto al lavoro concreto,
inteso come lavoro concretizzato nelle merci automobile, lezione di storia,
brano musicale, salsiccia, programma di software gestionale. Allora, perché
Marx insiste sul concetto di lavoro astratto? Perché astrarre dal lavoro
concreto permette di ridurre i vari e specifici lavori ad una sola unità di
misura, il tempo, e quindi di misurarli. Viene così definito il valore di
scambio della singola merce come tempo di lavoro socialmente necessario alla
sua produzione. Solo in questo modo la merce A (la lezione di matematica) può
essere confrontata e scambiata con la merce B (la salsiccia). Il lavoro
astratto è lavoro ridotto a lavoro semplice, ma ciò non implica che sia
necessariamente lavoro banale o privo di capacità tecniche. La riduzione di
lavori complessi al lavoro astratto, trasforma la qualità in quantità,
rendendo così confrontabili lavori specifici diversi, infatti, come dice Marx:
“Il valore della
merce indica lavoro umano in astratto, dispendio di lavoro in generale.
Un lavoro più complesso significa solo lavoro semplice potenziato, o
piuttosto moltiplicato, in maniera che una quantità minore di lavoro complesso
equivale a una quantità maggiore di lavoro semplice; l’esperienza ci prova che
questa riduzione si effettua costantemente. Se anche una merce è il prodotto
del lavoro più complesso possibile, il suo valore la fa equivalente al
prodotto di un lavoro semplice, di cui sta ad indicare solo una determinata
quantità.”[5]
La seconda questione
riguarda la semplificazione che Cini fa del ruolo del lavoratore “materiale”
del XX secolo, rispetto a quello del lavoratore “immateriale” del XXI secolo.
Non è vero che nel lavoro materiale fosse (e sia tutt’ora) inesistente una
componente soggettiva e che gli operai fossero (e siano) privi di capacità e
di proprietà individuali. Anzi, obiettivo del capitale è sempre stato - e lo è
anche di più nella rivisitazione toyotista del modello fordista - quello di
stimolare l’individualità operaia ai fini dell’incremento della produttività
(qualità totale). Obiettivo del capitale non è l’annullamento della
soggettività operaia ma la sua riconduzione ai fini dell’accumulazione. Semmai
è vero il contrario, e cioè che gran parte del lavoro tecnico e impiegatizio,
cioè il tipico lavoro “immateriale”, subisce un forte processo di
“semplificazione” proprio a cavallo tra XX e XXI secolo e che oggi lavori un
tempo dotati di maggiori contenuti intellettuali se ne ritrovano
progressivamente espropriati. Anche in questo caso, però, ci troviamo davanti
ad un fraintendimento delle categorie di interpretazione della realtà: quelle
di lavoro manuale ed intellettuale. In realtà, per lavoro manuale è da
intendersi non lavoro fisico o privo di capacità tecniche ma lavoro di
esecuzione, mentre il lavoro intellettuale è il lavoro di direzione. Fatto
distintivo della produzione capitalistica è proprio la scissione tra il lavoro
di esecuzione, manuale, e lavoro di direzione, intellettuale. E’ il capitale a
dirigere, attraverso i suoi agenti (capitalisti e top manager),
determinando cosa, come, quanto e perché produrre. Questo non implica, però,
che il lavoro di esecuzione non possa contenere, in misura più o meno ampia,
lavoro mentale anche quando si basa sul dispendio di energia muscolare, se non
altro per l’attenzione che deve essere continuamente applicata sia pure
nell’attività più ripetitiva alla catena di montaggio. Invece, grazie
all’introduzione dell’informatica e della telematica negli uffici, la
cosiddetta “burotica”, anche il lavoro tecnico e impiegatizio, cioè “mentale”
viene subordinato a ritmi, procedure standard e modalità esecutive determinate
dall’intelligenza del capitale, incorporata nei software che “girano” sui
personal computer, in modo paragonabile, pur con le dovute differenze, a come
il lavoro operaio viene subordinato alle macchine utensili automatiche, di
cui, nella grande fabbrica, diviene semplice appendice.
4. Come cambia la
classe operaia?
Vediamo ora cosa
effettivamente succede nella composizione della classe lavoratrice. Lo
sviluppo del modo di produzione capitalistico implica l’applicazione sempre
più massiccia della tecnologia alla produzione, attraverso l’introduzione di
macchine sempre più efficienti, allo scopo di aumentare la forza produttiva
dei lavoratori. Quali ne sono le conseguenze sulla classe operaia? Di due
tipi. Da una parte avviene una diminuzione dei lavoratori impiegati, che,
però, è relativa, vale a dire è una diminuzione della quota degli
operai rispetto al capitale complessivo, in quanto la parte di questo capitale
investita in mezzi di produzione e materie prime cresce proporzionalmente di
più della parte investita in salari. Dall’altra, c’è un aumento assoluto
dei lavoratori salariati. Quest’ultima conseguenza è dovuta all’aumento della
produttività dei vecchi settori che permette lo sviluppo di sempre nuovi
settori industriali ai quali si estende la ricerca di profitto:
“L’impiego delle
macchine spinge la divisione
sociale del lavoro ad
un punto in cui non poteva assolutamente arrivare la manifattura…Rami di
produzione assolutamente nuovi e di conseguenza nuovi campi di lavoro sorgono
o in via diretta dall’introduzione delle macchine oppure dalla rivoluzione
industriale che segue ad esse e si estende dappertutto.”[6]
Come esempio di industrie
di nuovo tipo Marx parlava di “officine del gas, il telegrafo, la fotografia,
la navigazione a vapore, le ferrovie”; oggi, a seguito di un processo di
divisione del lavoro moltiplicato dalla enorme produttività generata dalle
nuove tecnologie e dalla estensione planetaria del mercato capitalistico,
parliamo di telecomunicazioni, telefonia mobile, internet, multimediale, voli
low cost, alta velocità, turismo di massa, logistica, biotecnologie, ecc.
Un’altra conseguenza dello sviluppo della produttività nei settori industriali
maturi è la possibilità di estendere il numero di lavoratori impiegati in
settori improduttivi di plusvalore. Bisogna considerare, infatti, che il
processo di accumulazione di capitale si compone di due parti: la produzione
delle merci e la circolazione delle merci, cioè la fase della vendita. Mano a
mano che la produzione cresce, si concentra e viene razionalizzata, si genera
la necessità di razionalizzare e di incrementare anche i settori contabile e
commerciale, sia all’interno alle aziende produttive sia all’esterno, in
quello che è organizzato come capitale commerciale. Si sviluppa così il numero
di lavoratori salariati non immediatamente produttivi di plusvalore, ma sempre
più indispensabili al capitale perché essenziali per la realizzazione del
plusvalore contenuto nelle sempre maggiore massa di merci, attraverso la
vendita. Si generano così figure nuove in settori nuovi: grande distribuzione,
marketing, gestione ordini e assistenza al cliente, pubblicità, ecc. Si tratta
sempre di lavoratori sfruttati, anche se in modo diverso[7],
visto che, quanto meno sono pagati, tanto più diminuiscono le spese di
circolazione del capitale. Appare molto chiara la condizione di sfruttamento
dell’esercito degli addetti di iper e supermercati delle grandi catene della
distribuzione moderna, il cui lavoro è spesso prettamente fisico, e
sicuramente parcellizzato e ripetitivo e della moltitudine di commesse e
commessi che affollano centri commerciali ed outlet, tutti costretti
ad orari sempre più lunghi e flessibili e a salari anche peggiori a quelli
degli operai di fabbrica. Ma anche i “colletti bianchi” degli uffici
commerciali, subiscono oggi, a seguito dello sviluppo capitalistico, un
processo di proletarizzazione, che può essere interessante vedere come lo
stesso Marx già descrivesse e prevedesse:
“I lavoratori
commerciali…rientrano nella categoria dei salariati meglio
retribuiti…Malgrado questo, sviluppandosi il modo di produzione
capitalistico, il salario tende a diminuire…Innanzi tutto grazie alla
divisione del lavoro in seno all’ufficio…l’abilità dei lavoratori si accresce
attraverso la pratica e tanto più celermente quanto più specializzata essa
diviene con la divisione del lavoro. In secondo luogo, in quanto la
preparazione e la conoscenza del commercio, delle lingue, ecc. si diffondono
sempre più facilmente e celermente, costano meno... L’universalizzazione
dell’istruzione popolare consente di prelevare questi salariati da classi che
prima ne erano tagliate fuori ed erano avvezze a un tenore di vita più basso.
Così fa aumentare l’afflusso e la concorrenza. Con rare eccezioni…il loro
salario cala, mentre aumenta il loro rendimento. Il capitalista accresce il
numero di questi lavoratori, allorché si possa realizzare più valore e
profitto. L’aumento di questo lavoro è sempre il risultato, mai la causa
dell’accresciuto plusvalore.”[8]
Tali considerazioni sono
utili per capire la proletarizzazione dei “colletti bianchi” anche in altri
settori. Soprattutto in quei settori che vengono aperti, con le
privatizzazioni e le varie controriforme dell’istruzione e della sanità, alle
possibilità di investimento del capitale. In tal modo, i lavoratori salariati
di questi settori divengono produttivi di merce (per quanto immateriale) e di
plusvalore. Invece, i lavoratori dei servizi “pubblici”, pur non essendo
direttamente sottoposti all’accumulazione capitalistica, visto che non
producono né vendono merci, lo sono in forma indiretta, in quanto permettono
la riproduzione a costi più bassi della forza lavoro impiegata dalle imprese.
Quanto più il loro salario viene compresso tanto più si riducono i costi di
riproduzione (istruzione e servizi sociali in genere) o di “riparazione”
(sanità) della forza lavoro per il capitale complessivo. Inoltre, quanto più
il salario dei lavoratori “pubblici” è compresso e il loro rapporto di lavoro
diventa privatistico (e precario), tanto più cessa di essere punto di
riferimento per i salari dei lavoratori del settore privato.
Cerchiamo, ora, un
riscontro empirico, sulla base dei dati statistici[9],
a quanto detto sopra. In primo luogo, bisogna registrare il continuo
aumento dei lavoratori salariati. In Italia, questi nel 1993 erano 14,76
milioni (il 71,1% delle forze di lavoro), nel 2004 erano saliti a 16,72
milioni (il 72%) e nel 2008 (III trimestre) hanno raggiunto i 17,5 milioni (il
74,2%). Questi dati non considerano, inoltre, che molti lavoratori
sostanzialmente dipendenti figurano come autonomi. Veniamo ora alla classe
operaia classica che, secondo alcuni, sarebbe sparita. Gli addetti
all’industria propriamente detta, vale a dire quella manifatturiera e delle
costruzioni, sono rimasti, in valore assoluto, pressoché stabili: nel
1993 erano 5,46 milioni, nel 2004 5,35 milioni e nel 2008 5,5 milioni.
L’aumento in termini assoluti dei lavoratori dipendenti è dipeso dal settore
“terziario”, passato dagli 8,73 milioni di addetti del 1993 ai 10,3 milioni
del 2004 e agli 11,6 milioni del 2008. Si tratta però di un aggregato che
mette insieme settori molto diversi tra loro. Al suo interno, infatti, vengono
compresi non solo il settore commerciale, ma anche i nuovi settori
industriali che hanno ricevuto un impulso straordinario, dai trasporti
(da considerare come faceva Marx un settore produttivo di plusvalore a tutti
gli effetti) alle telecomunicazioni, ai servizi postali, all’industria
alberghiera e turistica.
Dunque, la classe operaia
manifatturiera e la classica fabbrica di “oggetti” non sono certo morte;
ugualmente la grande fabbrica rimane centrale nel processo di accumulazione
capitalistico. Bisogna, però, intendersi sul concetto di fabbrica. La
fabbrica, come spiega Marx, è un luogo in cui si produce plusvalore attraverso
la produzione di merci sulla base della cooperazione tra figure di lavoratori
che eseguono mansioni parziali, subordinate al “dispotismo” del piano
razionale e centralizzato stabilito dal capitale che li impiega. In questo
senso, tanto per fare un esempio, una grande nave da crociera, con centinaia
di salariati che cooperano secondo una divisione razionale del lavoro, dagli
addetti alle macchine, ai camerieri al piano, agli addetti alle cucine e ai
ristoranti, agli spettacoli, ecc. è una grande fabbrica allo stesso modo dello
stabilimento automobilistico di Melfi. La sola differenza è che, anziché
produrre un oggetto, l’automobile, produce una merce “immateriale”, la
vacanza, la cui vendita, però, risulta almeno altrettanto vantaggiosa alla
Royal Caribbean, proprietaria della nave, di quanto produrre auto risulti
alla Fiat.
Le grandi imprese di telecomunicazioni, con i
loro tecnici e addetti al servizio ai clienti, le compagnie aeree e gli
aeroporti con tutti i loro addetti ai vari servizi, gli ospedali privati, ecc.
sono le nuove grandi fabbriche. Qui centinaia, migliaia di lavoratori
producono plusvalore magari non incorporato in oggetti, ma sempre nella forma
di merci, cooperando secondo una divisione del lavoro che li costringe a
mansioni ripetitive e parcellizzate. La stragrande maggioranza dei nuovi posti
di lavoro è di questo tipo. La figura del lavoratore “immateriale” di Cini e
di Gianni esiste solo nella loro mente o tutt’al più in un numero
ristrettissimo di mansioni “creative”, minoranza esigua rispetto alla massa
delle nuove figure di lavoratore salariato che il processo di accumulazione
capitalistico crea e si subordina, siano esse immediatamente o no produttive
di plusvalore.
5. Il general intellect: cos’è e che
cosa significa per la classe operaia
Il “colossale mutamento”
del modo di produzione che fa dire alla Gagliardi che “la partita non si gioca
più nello scontro finale tra il modo di produzione capitalistico e il
movimento operaio organizzato”[10]
risiederebbe, secondo Cini, nell’avvento dell’”economia della conoscenza”, che
annullerebbe la marxiana legge del valore[11].
A sostegno di questa tesi Cini cita “l’altro Marx, quello dei Grundisse”,
tanto da sostenere che esisterebbero due Marx: quello del Capitale,
obsoleto, e quello, attuale, dei Grundisse[12],
da cui vengono estratte le seguenti righe: “la creazione della ricchezza reale
viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro
impiegato…ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso
della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione”. E
poi: “Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande
fonte della ricchezza il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua
misura…il valore di scambio [cessa] di essere la misura del valore d’uso la
produzione basata sul valore di scambio crolla.” Secondo Cini Marx “parla di
noi. Avvertendoci che la sua stessa teoria del valore-lavoro non sarebbe stata
più adeguata…”, e prosegue dicendo che la produzione della ricchezza oggi
dipenderebbe da ”l’espropriazione attraverso le reti dell’intelligenza
collettiva generata dalla cooperazione spontanea e gratuita di milioni di
donne e uomini.”
Abbiamo già visto come
Cini faccia confusione tra lavoro astratto e concreto, concependo così in modo
errato la teoria del valore-lavoro. Analoga confusione avviene nella
comprensione dei citati passi dei Grundisse, che solo una interpretazione
superficiale o interessata può mettere in contrasto con il Capitale. Le
citazioni riportate da Cini vengono isolate dal contesto del ragionamento
fatto nel quaderno vii, cui appartengono, e gli viene fatto dire ciò che non
vogliono dire. Vediamo come, considerando quanto Marx scrive sempre nel
quaderno vii.
a) Marx, quando parla di
general intellect, non parla di qualcosa di metafisico ma parla del
sapere generale della società incorporato dal capitale, attraverso la
tecnologia, nelle macchine ad uno scopo preciso, quello di aumentare lo
sfruttamento operaio, riducendo il tempo di lavoro necessario alla produzione
della merce: “Il capitale impiega la macchina solo nella misura in cui
essa abilita l’operaio a lavorare per il capitale una parte maggiore del suo
tempo…a lavorare più a lungo per un altro. E’ vero che, con questo processo,
la quantità di lavoro viene ridotta ad un minimo, ma solo perché un massimo di
lavoro venga valorizzato nel massimo di tali oggetti [le singole unità di
merci].”[13]
b) Quindi il general intellect di
per sé non annulla la legge del valore, ma determina un processo
contraddittorio, che è ciò che caratterizza il modo di produzione
capitalistico: ”Il Capitale è esso stesso la contraddizione in processo…
Da un lato esso [il capitale] evoca, quindi, tutte le forze della
scienza e della natura…al fine di rendere la creazione della ricchezza
(relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro
esso tende a misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua
del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per
conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le
relazioni sociali figurano per il capitale solo come mezzi per produrre sulla
sua base limitata. Ma in realtà sono le condizioni per far saltare in
aria questa base.”[14]
c) Il capitale entra in contraddizione con sé
stesso: diminuisce il tempo necessario alla produzione delle merci, ma non per
liberare tempo vitale, bensì per aumentare il tempo in cui il lavoratore
lavora gratis per lui (il pluslavoro). E tuttavia, proprio per questo, il
general intellect fornisce le basi “per far saltare in aria questa base” cioè
la legge del valore ed il lavoro salariato. Ma questo non accade
automaticamente, bensì richiede l’emancipazione del lavoro, ovvero lo
scardinamento dei rapporti di produzione e di proprietà capitalistici, che
entrano in contraddizione con l’enorme sviluppo delle forze produttive. Si
richiede cioè un’azione soggettiva da parte della massa operaia: “Quanto
più si sviluppa questa contraddizione, tanto più viene in luce che la crescita
delle forze produttive non può più essere vincolata all’appropriazione del
plusvalore altrui ma che piuttosto la massa operaia stessa deve appropriarsi
del suo pluslavoro. Una volta che lo abbia fatto…lo sviluppo della
produttività sociale crescerà così rapidamente che, sebbene ora la produzione
sia calcolata in vista della ricchezza di tutti, cresce il tempo disponibile
di tutti. (…) E allora non è più il tempo di lavoro, ma il tempo disponibile
la misura della ricchezza.”[15]
d) Dunque Marx, quando parla della fine della
legge del valore a seguito dello sviluppo del general intellect, non
prevede che ciò avvenga entro il modo di produzione capitalistico, ma sta
parlando di quanto accadrebbe dopo “l’appropriazione del plusvalore” da parte
della massa operaia, cioè … nel comunismo, come appare evidente leggendo
quanto segue alle poche parole estrapolate da Cini, e che parlano della fine
dell’antagonismo sociale e del libero e multilaterale sviluppo degli
individui, seguito alla collettivizzazione dei mezzi di produzione: “Non
appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della
ricchezza…la produzione basata sul valore di scambio crolla e il processo di
produzione materiale immediato viene a perdere la forma della miseria e
dell’antagonismo. [Subentra] il libero sviluppo delle individualità e
dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro,
ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo,
cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico,
artistico, ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi
creati per tutti loro.”
[16]
Se le conclusioni di Cini non sono giustificate
da Marx, non lo sono neppure dalla realtà, in cui la legge del valore continua
a funzionare e ad essere determinante, come è riconosciuto dagli stessi
capitalisti. Nel settore automobilistico Usa, dove il general intellect
ha trovato maggiore applicazione, l’Harbour report, che confronta
annualmente la produttività dei singoli stabilimenti sulla base delle ore/uomo
per veicolo prodotto, ci dice che la crisi delle tre major di
Detroit, GM, Ford e Chrysler, è dovuta al maggior lavoro necessario alla
produzione di una automobile (circa 3,50 ore in più) rispetto agli
stabilimenti dei concorrenti stranieri, come Toyota e Honda. Proprio la crisi,
determinata dalla contraddizione tra l’espansione delle forze produttive e i
rapporti di produzione basati sul profitto, ci dimostra che nel capitalismo
l’espansione del general intellect e lo sviluppo delle sue
conseguenze sulla liberazione del tempo vitale dal lavoro, incontra un limite
invalicabile. Aumento dell’orario e dell’intensità del lavoro, riduzione dei
salari, aumento dei disoccupati sono il prodotto dell’uso capitalistico della
scienza e della tecnologia, altro che “meno lavoro salariato (o astratto, o
dipendente, o alienato)”, come Cini pretende che avvenga oggi. Anzi, qualora
il capitale possa aumentare la produttività del lavoro tramite allungamento e
intensità del lavoro, o riducendone il prezzo (salario), si guarda bene
dall’introdurre costosi investimenti in nuovi macchinari. I fraintendimenti
dei Grundisse finiscono per offuscare l’enorme contributo che, in aggiunta
e non in contraddizione col Capitale, ci danno. I Grundisse, in primo luogo,
prefigurano lo sviluppo delle contraddizioni del capitale che sono la base per
il comunismo. E, in secondo luogo, che è la classe operaia il principale
soggetto storico della trasformazione dei rapporti di produzione. Infine, ci
dicono non che oggi la legge del valore è inattuale, ma che oggi più che mai è
attuale il comunismo. Ciò non toglie, come Marx non smette mai di ricordare,
che la classe operaia, per superare le contraddizioni dell’attuale modo di
produzione deve agire soggettivamente. Questo, però, riguarda l’agire come
classe e non può essere esaurito da quella parte del marxismo che è la
“critica dell’economia politica”. Riguarda la politica, ovvero la conquista e
la trasformazione dello Stato, inteso come “potere concentrato della classe
dominante”, in Stato operaio. Riguarda, in definitiva, la formazione di una
coscienza di classe e il partito.
6.
Coscienza di classe e partito
Un errore ricorrente nella storia della sinistra
è pensare che la coscienza di classe derivi immediatamente dalla
divisione del lavoro e dal modello di organizzazione produttiva. Simmetrico a
questo errore è quello di ritenere che l’assenza o l’indebolimento della
coscienza di classe (e della lotta di classe) derivino dalla fine o dalla
riduzione numerica della classe operaia, che per taluni è sempre ricorrente.
Non è un caso che Cini si domandi ad un certo punto: “Dopotutto dovremmo
cercare di capire perché gli operai ci sono ancora ma la classe operaia non
c’è più.” Una domanda interessante, se non fosse che chi la pone, come abbiamo
visto, risponde dicendo che “economia della conoscenza”, reti, merci e
lavoratori immateriali hanno dissolto la classe operaia. Del resto, è più
facile decretare la fine della classe operaia, anziché fare luce sui propri
errori per capire perché gli operai, che continuano ad esistere nella realtà,
votano, ad esempio, Lega, PdL, PD o Italia dei valori. La domanda corretta da
farsi sarebbe invece un’altra: perché oggi non si sviluppa una coscienza di
classe adeguata ai compiti della fase? Proviamo ad individuare, molto
sommariamente, alcuni punti critici:
a) dobbiamo smettere di pensare che la coscienza
di classe nasca spontaneamente dalle condizioni materiali di vita.
Spontaneamente, sulla base dei rapporti di produzione, può nascere la lotta
per il salario, ed anche questa richiede un “minimo” di coscienza e di
organizzazione. Una coscienza politica più ampia non può sorgere sulla base
della parzialità e frammentazione della condizione del salariato. La ostacola
il carattere stesso della vita quotidiana. Infatti, come scrive Lukács: “Fa
parte della necessaria economia vitale del mondo quotidiano, che nella
maggioranza dei casi si percepisca e si giudichi il proprio ambiente solo
sulla base del suo funzionamento pratico e non sulla base della sua essenza
oggettiva. (…) l’uomo della vita quotidiana reagisce sempre agli oggetti del
suo ambiente con spontaneo materialismo. (…) Ma questo materialismo ha un
carattere puramente spontaneo, è rivolto agli oggetti immediati della prassi e
ad esso limitato.”[17]
b) All’interno della sinistra è filtrata l’idea
della “morte delle ideologie” e si è soprattutto diffuso lo scetticismo verso
l’elaborazione di una propria ideologia critica e complessiva della realtà
sociale. L’effetto negativo della “limitatezza” della vita quotidiana sulla
capacità della classe operaia di sviluppare una propria coscienza è stato
rafforzato dalla presenza continua delle ideologie della classe dominante.
Modi di pensare sorti sulla base dei rapporti di produzione e sociali
dominanti sono stati organizzati in modo sistematico e soprattutto sono
sistematicamente diffusi in forme non solo “alte” ma soprattutto in forme
“popolari”, attraverso i mezzi di comunicazione di massa.
c) Nella sinistra si è anche affermata la
concezione della autonomia e neutralità, dal punto di vista di classe, dello
Stato, spesso inteso nel senso di “pubblico” contrapposto a “privato”.
L’indebolimento della concezione della non neutralità dello Stato ha
condizionato negativamente la capacità di comprendere il ruolo dello Stato nel
mantenere e difendere i rapporti di produzione dominanti. E quindi la capacità
della sinistra di comprendere nella lotta politica generale la lotta contro il
potere dello Stato.
L’assenza odierna di una coscienza di classe,
invece che dalla fine della classe operaia, deriva dall’aver eluso la
risoluzione delle tre suddette questioni nodali, non dandoci gli strumenti
teorici e pratici per farlo. La classe è sempre in sé ma non
necessariamente per sé, come affermava Marx. Vale a dire che la
classe operaia come classe economica esiste sempre, mentre come classe
politicamente autonoma no. Per essere classe per sé si richiedono
delle mediazioni. La coscienza politica, in altre parole la coscienza
dell’irriducibile antagonismo tra gli interessi dei lavoratori salariati e
tutto l’ordinamento sociale e contemporaneo, diceva Lenin, viene “dall’esterno
della sfera dei rapporti tra padroni e operai”[18].
Quel “di fuori” non è solo l’insieme dei rapporti tra le classi e tra queste e
lo Stato, ma anche qualcosa di altro. Come spiega Lukács: “…per il superamento
della vita quotidiana occorrono forze intellettuali, comportamenti mentali che
trascendono qualitativamente l’orizzonte del pensiero quotidiano (…)
l’espressione ‘dal di fuori’ indica il mondo della scienza.”[19]
La scienza che intende Lukács è quella, fondata sul metodo del materialismo
storico, della critica dell’economia politica e dello Stato e sulla cui base
si elabora una concezione del mondo contrapposta ed alternativa a quella
borghese. Senza una tale ideologia non può esservi alcuna azione di
trasformazione sociale. La coscienza di classe è, quindi, il risultato di un
processo dialettico di combinazione tra pensiero critico della società e
movimento operaio, tra le singole lotte, sorte a partire dalle contraddizioni
e condizioni di vita immediate, e la loro unificazione e generalizzazione
progressiva nella lotta all’insieme dei rapporti sociali dominanti. Agente di
questa combinazione non può che essere il partito. Il partito nella forma di
partito comunista, ovvero di partito che sappia innalzare progressivamente il
livello di coscienza della classe e modificare i rapporti di forza e gli
equilibri di potere complessivi nella società. E’ quando il partito non fa
questo (o non si dà gli strumenti e la prospettiva per farlo), limitando la
propria prospettiva all’immediato, in una realtà che si modifica rapidamente e
che spiazza inesorabilmente chi non riesce ad interpretarla e ad anticiparla,
che si costruiscono le condizioni della sconfitta. Oggi, anziché approfondire
la sconfitta cercando scampo in immaginarie figure di lavoratori immateriali e
in una “sinistra senza aggettivi”, bisogna rimettere mano alla ricostruzione
di un marxismo che sia scienza della società e di un partito
comunista adeguato ai compiti di una nuova e drammatica fase storica come è
quella che si è aperta. L’unità dei comunisti va intesa, per l’appunto, non
come soluzione elettoralistica ma come primo passo nella costruzione di un
tale partito.
Pubblicato anche su
l’ernesto 1/2009
[1]
A. Gianni, Nel leggere Marx dobbiamo muoverci con lui e naturalmente
oltre lui, con le nostre gambe e la nostra testa, “Liberazione”, 8
novembre 2008.
[2]
K. Marx, Il capitale, Newton Compton editori, Roma 1996, p.372.
[3]
K. Marx, Storia delle Teorie economiche, Giulio Einaudi Editore,
Torino 1977, vol. I, p.388.
[4]
M. Cini, Dalla fabbrica degli oggetti alla fabbrica delle parole,
“Liberazione, 9 dicembre 2008.
[5]
K. Marx, Il capitale, op.cit., p.59.
[6]
K. Marx, Il capitale, op.cit. pag. 328.
[7]
Sono improduttivi perché non producono plusvalore. Infatti, non producono
merci, né materiali né immateriali, e quindi non vi incorporano né il
proprio valore né dunque alcun plusvalore. Il loro sfruttamento deriva
dalla differenza tra il loro salario e quanto rende al capitalista, come
scrive Marx: “Egli [il lavoratore commerciale] gli rende non in quanto
genera direttamente plusvalore, ma in quanto lo aiuta a diminuire le spese
della realizzazione del plusvalore, nella misura in cui esegue un lavoro
in parte non retribuito.” (Il capitale, p. 1117)
[8]
K. Marx, Il capitale, op.cit., p.1117.
[9]
Vedi la Rilevazione periodica delle forze di lavoro dell’Istat,
consultabile sul suo sito web.
[10]
R. Gagliardi, Il capitalismo sta diventando il maggior nemico
dell’umanità: ecco la contraddizione principale, “Liberazione”, 4
novembre 2008.
[11]
M. Cini, Perché dico: sinistra senza aggettivi, “Liberazione”, 26
ottobre 2008.
[12]
I Grundisse, o Lineamenti fondamentali della critica dell’economia
politica, sono stati scritti nel 1857-1858, cioè prima della
pubblicazione del Capitale (il primo libro è del 1867) e sono lavori di
preparazione all’opera principale destinata al pubblico, che Marx scrive
per sé stesso, come quaderni di lavoro. Vanno quindi letti con
accortezza proprio per il loro carattere frammentario.
[13]
K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica,
La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. II, p.397.
[17]
G. Lukács, Estetica, vol. I, Giulio Einaudi editore, Torino 1975,
pp.12-14.
[18]
Lenin, Che fare?, in Lenin, Trochij, Luxemburg, “Rivoluzione e polemica
sul partito”, Newton Compton editori, Roma 1976, p. 113.