La Sapienza vendica Galileo e la laicità della Repubblica
di Marco Sferini
su redazione del 16/01/2008
da www.lanternerosse.it
Alla fine ha ceduto, ha riposto la tiara, ha
rimesso in ordine gli abiti da cerimonia e ha dato disposizione: all'Università
"La Sapienza" di Roma la visita è annullata. Benedetto XVI, il papa della
restaurazione del tradizionalismo cattolico, il pontefice che domenica scorsa si
è fatto filmare mentre celebrava la messa con l'antico rito, rivolto con le
spalle ai fedeli nella maestosità della Cappella Sistina, il successore di
Pietro che non perde occasione per una crociata contro aborto, diritti delle
donne, omosessualità, il "pastore tedesco", come lo definì "il manifesto"
all'indomani della sua elezione, ebbene questo ex "pazerkardinal" del Santo
Uffizio ha dovuto per una volta non tanto piegarsi al volere di un dio, ma alla
manifesta protesta degli studenti universitari de "La Sapienza".
Tutto ha avuto inizio con la dichiarazione di "visita inopportuna" da parte di
67 docenti dell'ateneo romano.Tra loro Marcello Cini, cattedratico di fama al di
là delle Alpi per i suoi studi di Fisica, che ancora oggi dichiarava e ribadiva
come fosse veramente fuori da ogni opportunità che il pontefice si recasse a
tenere una lezione magistrale davanti ai giovani de "La Sapienza". Tra i dottori
della scienza che hanno scritto il manifesto contro la visita di Ratzinger non
era caduta nell'oblio la processione di parole contro Galileo Galilei dalla
citazione del pensatore austriaco Feyerabend: "La Chiesa dell'epoca di Galileo
si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione
anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza
contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica
se ne può legittimare la revisione". Un passo indietro ancora, un camminare da
gambero che risale al 1992, quando l'allora cardinale tedesco pubblicava questa
citazione nel suo libro intitolato: "“Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità
nell'Europa dei rivolgimenti” (per chi volesse leggerlo, è edito dalle Ed.
Paoline).
Sapienza, università, conoscenza, scienza. Sembrano concettualità così estranee
al tipo di rapporto che un papa come Benedetto XVI intende instaurare con la
razionalità, con le produzioni da raziocinio. E non necessariamente quelle di
tipo scientifico, da laboratorio, dettate da una esperienza supportata dal
metodo galileiano della dimostrazione. Ma anche per quelle elaborazioni della
mente che presuppongono un dubbio e che, pertanto, fuoriescono dal campo di
accettazione fideistica, dalla presa d'atto che l'intervento divino ha dato
vita, ha realizzato e compiuto un certo disegno e che, essendo al di fuori della
conoscibilità sensibile e anche del mero aspetto intuitivo, diviene una verità
inconoscibile emanata da un dio.
Il relativismo delle essenze qui c'entra ben poco: non si tratta di un
rilassamento della morale, più volte citata e condannata da Ratzinger sin dal
principiamento del suo pontificato. Qui ci troviamo a discutere di Galileo, di
scienza e ragione, di scienza e fede, di ragione e fede.
L'incompatibilità è quasi esplicita, oggettiva, frutto di una dicotomia
incancellabile e irriducibile anche ad uno spazio minimale tendente
all'assorbimento delle differenze e, con la capacità "persuasiva" del fenomeno
religioso, resa ben presto un'utile alleata della fede, dello spazio che l'uomo
dovrebbe dedicare nella sua vita al proprio presunto creatore.
Ma la rivolta dei docenti e degli studenti de "La Sapienza" non è solo frutto di
una contestazione filosofico-teologica. In questi anni si sono cumulati
numerevoli momenti di insofferenza nei confronti delle tante, delle troppe
ingerenze che il potere vaticano ha esercitato nei confronti della Repubblica,
delle sue istituzioni, dei suoi rappresentanti.
Neppure Karol Wojtila si era spinto, in venticinque anni di regno, ad una
accelerazione così devastante nella rivisitazione e, se possiamo definirla così,
nell'attualizzazione del magistero ecclesiastico nei confronti del secolarismo e
di tutto quanto vi è attorno abbarbicato. Ratzinger, su di un terreno fertile
ben coltivato dal suo predecessore, si sospinge col cuore oltre l'ostacolo, si
getta a tutto tondo nella riproposizione unilaterale dell'assolutismo
moralistico. Coltiva con sagacia e con dedizione una spiritualità dal sapore
tridentino, che ha messo in un limbo (dichiarato poco tempo fa decaduto
dall'immaginario comune del credente cattolico come situazione temporanea di
stanza delle anime in via di espiazione...) il portato innovativo e moderno del
Vaticano II e che si è anche prodigato nel recupero non dei teologi della
Liberazione, come Leonardo Boff (peraltro ridotti al silenzio da lui
medesimo...), ma semmai dei seguaci della Confraternita Pio X, gli adepti di
monsignor Lefebvre, penultimo degli scomunicati appena prima del taumaturgo
Milingo.
Assolutismo della morale, dunque, e fine di ogni relativismo in campo sessuale:
i rapporti omosessuali sono peccato, ma l'essere omosessuale no. Non si ha colpa
nell'essere, ma nell'esserci. Non è un esercizio heidegherriano di ontologia, è
una traduzione del pensiero di Bendetto XVI: fai sesso e sei gay o lesbica?
Allora pecchi. Non saprei bene dire se mortalmente o meno, ma di sicuro sei un
peccatore al quadrato. Poi lo divieni anche al cubo se c'è reiterazione e,
pertanto, la tentazione si trasforma in esplicita volontà.
La sessualità viene ancora una volta vissuta come sinonimo di peccato, e non
come libera, naturale espressione dell'individuo e della sua personalità. Si
reprime, si cerca di contenere gli istinti e le agitazioni di quella che troppe
volte viene chiamata "anima" e che, alla fine della storia, resta sempre e solo
una manifestazione psichico-fisica dell'individuo.
Se il sesso è peccato se non direttamente associato (sarebbe meglio dire
"esclusivamente associato") ad un fine procreativo, allora ecco pronta l'accusa
di lussuria, di sfruttamento del sentimento per fini diversi da quelli
dell'amore puro, immacolato e generoso dell'uno verso l'altro. L'amore è
compatibile con la sfera sessuale solo se riesce a fare prigioniera la
propensione libidinosa che sedimenta nella carnalità, nell'estraneazione dei
sentimenti. Un ligio cattolico osservante, quindi un rarissimo non ipocrita
credente e praticante, dovrebbe attenersi a queste osservazioni del massimo
rappresentante di dio in terra. Tuttavia, quando sono i preti a traversare
l'Acheronte, a spostarsi non nel limbo ma direttamente nell'inferno dei
fornicatori e dei sodomiti, a correre sulla sabbia ardente, quando una intera
diocesi a Boston è coinvolta nello scandalo della pedofilia diffusa tra i membri
del clero, e quando questo accade quotidianamente o quasi in molte altre parti
del mondo (come il Brasile o l'Argentina), allora si viene a sapere che per
oltre venti anni il cardinale oggi pontefice ha messo un sigillo di omertà sugli
scandali che avrebbero travolto il Vaticano.
La corruzione morale non è una dizione che ci piace esprimere per significare
tutto questo. Puzza di peccato anche questa. Eppure si può a ben vedere parlare
di corruttibilità, di logoramento della morale o del moralismo cattolico che
viene imposto al proprio gregge e che finisce col consumare la fede attraverso
la soppressione degli istinti che, se liberati spontaneamente, probabilmente in
alcuni casi avrebbero evitato comportamenti che segneranno l' "anima-psiche"
delle vittime per tutta la loro vita.
A tutto questo ha detto di "no" l'università romana: ad una lezione fondata
sulla negazione della ragione, sull'ingerenza politica e sociale della Chiesa
negli affari della nostra Repubblica, sulla mascherata ipocrisia della morale
vaticana.
Magari Benedetto XVI sarebbe andato a parlare anche delle donne, dell'aborto, di
come vivere una maternità non voluta, che spaventa, che mette in crisi la
coscienza e che fa star male invece che generare sentimenti positivi e felicità.
E cosa avrebbe detto? Forse che il bambino non va ucciso con l'infame Legge 194?
Che la madre lo deve portare nel suo grembo senza proferire parola, soffrendo
nel nome di dio? Sì, probabile che una parte del suo discorso potesse contenere
simili anatemi. "Per poi chiamarlo 'figlio della colpa'", recitava una
bellissima canzone di Pierangelo Bertoli dal titolo "Certi momenti".
Prodi, Fioroni e le armate cattoliche del governo e del PD hanno fatto scudo.
Hanno chiesto un ripensamento sulla decisione di annullamento della visita
pontificia all'ateneo che, a sentire Udc e compagnia, sarebbe un assembramento
di atei comunisti, di pericolosi fanatici e, come l'ha chiamati il Tg1 delle ore
20.00 di questa sera nei titoli, "pochi intolleranti chic e goliardici".
Vittimismo da quattro soldi, che non fa onore al giornalismo, che deprime il
libero giudizio delle persone su quanto accaduto. Ma quando si ha paura, si cade
in queste trappole, si scivola sul bagnato, e non si rende un servizio pubblico
al Paese, ma ancora una volta piegato al timore di offendere chi quel Tg lo
guarda ogni sera dai suoi appartamenti regali. Il romano pontefice contro
cinquanta milioni di italiani. Loro il canone tv lo pagano. E il Papa?