La resistenza, il PCI e il ruolo delle masse nella ricostruzione
intellettuale e morale del Paese

di Gianni Fresu
In occasione dei preparativi per formare l'opinione pubblica alla guerra in
Iraq, una delle argomentazioni più ricorrenti a sostegno della posizione
bellicista anglo-americana, faceva affidamento sul ruolo di liberatori e
esportatori di democrazia che questi eserciti alleati avrebbero svolto sin dalla
seconda guerra mondiale, e dunque sull'infinita riconoscenza che gli europei, e
gli italiani in primo luogo, dovrebbero a questa progenie armata di liberatori
dei popoli dai regimi autoritari. Questa argomentazione a sua volta, si basava
sull'orientamento prevalente nella storiografia revisionista, che tende a
considerare la liberazione dal nazifascismo come un'opera esclusiva
dell'intervento anglo-americano nel secondo conflitto mondiale, quasi che il
peso dell'offensiva dell'Armata Rossa - che seppellì il regime nazista sotto le
macerie del Reichstag, consentendo alle truppe alleate, per un lungo periodo
impantanate sul fronte occidentale, di riprendere l'avanzata, - e della lotta di
liberazione nazionale - che riuscì a liberare con le proprie sole forze gran
parte dell'Italia settentrionale prima dell'arrivo dei liberatori- fosse
trascurabile o per meglio dire ininfluente.
Tralasciando, per sole ragioni di tempo, di occuparci dell'importanza
dell'Unione Sovietica nella liberazione dal nazifascismo, dato che solo questo
argomento meriterebbe una relazione a parte, con questo mio intervento vorrei
provare a svolgere qualche riflessione sul ruolo della Resistenza, del PCI e
della partecipazione popolare, nello sviluppo di questa grande ed epica pagina
della storia d'Italia, all'interno della quale assume importanza e merita di
essere indagato, proprio l'atteggiamento assunto dagli eserciti alleati nei
confronti dell'Italia. Essendo la mia attenzione incentrata sul ruolo del
Partito comunista, in questa relazione farò più volte riferimento alle
riflessioni di alcuni dei suoi dirigenti più rappresentativi negli anni della
Resistenza.
Tra questi, Pietro Secchia e Filippo Frassati si sono occupati di raccogliere
tutte le informazioni e i documenti relativi ai rapporti tra alleati e
Resistenza utilizzando non solo gli archivi del CLNAI, dell'Istituto per la
Storia del Movimento di Liberazione in Italia, dell'Istituto Gramsci, degli
Istituti storici della Resistenza, ma anche delle collezioni del Foreign
relation of the United States tra 1939 e 46, oltre a numerose lettere,
memorandum e note di corrispondenza tra i rappresentanti diplomatici e militari
delle forze alleate e i principali dirigenti del CLN.
In questo studio hanno trovato ampi riscontri alcune tesi - sostenute da vari
storici e militari che si sono occupati della questione negli anni
immediatamente successivi alla fine del conflitto - le quali concordano nel
ritenere che gli alleati, al di là delle dichiarazioni ufficiali, avessero
obiettivi ben diversi da quelli della Resistenza, poiché, in ultima analisi,
intendevano mantenere l'Italia nella condizione di paese vinto, costretto alla
resa senza condizioni; un paese a sovranità limitata posto sotto uno stretto
protettorato anglo-americano. Ci si potrebbe aspettare che questo atteggiamento
degli anglo-americani [o di una loro parte significativa] fosse dovuto alle
paure nei confronti delle componenti di sinistra dell'antifascismo e
dell'intervento popolare, ed invece dalla lettura di questi documenti emerge che
i propositi iniziali degli alleati prescindevano da qualsiasi valutazione su
quale sarebbe potuta essere la nuova classe dirigente in Italia, ed erano dovute
solo a ragioni di controllo strategico politico per gli equilibri post-bellici.
Per questa ragione gli alleati da principio furono contrari alla costituzione di
un esercito italiano di liberazione e cercarono di ostacolare e frenare il
movimento partigiano. Questa divergenza di obiettivi tra Resistenza ed alleati,
trovò la sua espressione nella strategia militare perseguita da questi ultimi,
che non favorì assolutamente il rafforzamento della lotta partigiana, nel timore
che l'Italia si trovasse poi nella situazione di rivendicare condizioni di pace
più favorevoli in quanto nazione auto liberatasi dal nazifascismo.
Ma oltre all'atteggiamento inizialmente non certo favorevole degli alleati, i
problemi che il nascente esercito di liberazione nazionale dovette superare
furono anche altri. Va infatti ricordato che il compito di far accettare alle
diverse componenti dell'antifascismo l'esigenza della Resistenza e
dell'insurrezione popolare, fu estremamente complesso e dovette superare
numerose difficoltà, perché i vecchi gruppi dirigenti liberali e cattolici che
si ponevano al di fuori del fascismo, non accettarono mai fino in fondo tale
necessità, e perché nelle loro prospettive la professione di antifascismo non
andava oltre il porsi come semplice alternativa al vecchio personale politico
fascista, nella rappresentanza di quegli stessi interessi economici e sociali
che il fascismo aveva tutelato nel corso del ventennio.
Tra i protagonisti assoluti nell'organizzazione della lotta di liberazione
nazionale, Luigi Longo ebbe modo di ritornare più volte su quella esperienza con
diversi articoli e saggi che risultano estremamente utili per ricostruirne gli
aspetti essenziali. Questi scritti ci confermano quanto, ciò che dominò più di
ogni altra cosa l'operare dei gruppi dirigenti liberali e cattolici, fu la paura
dell'intervento diretto delle grandi masse popolari nel processo di liberazione
nazionale. Quando poi questo intervento di massa, nonostante tutto, si determinò
comunque, fecero ogni sforzo per ridimensionarlo.
Nello spiegare questa posizione, e rifacendosi ad un articolo di Marx, Longo
avanza un interessante parallelo tra il Risorgimento e il 1943. Nel commentare
la disfatta dei Piemontesi a Novara nel 1849 Marx [1] aveva sottolineato come
l'errore più grosso compiuto dai Savoia fosse stato proprio quello di aver
contrapposto agli austriaci solo un esercito regolare, mentre la storia
dimostrava che un popolo impegnato in un processo di liberazione nazionale teso
all'indipendenza, se voleva ottenere dei risultati, doveva sapersi servire anche
di mezzi che vanno ben oltre la guerra ordinaria, come l'insurrezione di massa,
la guerra rivoluzionaria, la guerriglia. Questi per Marx erano infatti gli unici
mezzi con i quali un piccolo popolo poteva sperare di vincere un esercito più
forte e meglio organizzato. Ma i Savoia ebbero paura di coinvolgere le masse in
questo processo e piuttosto che allearsi con il popolo preferirono concludere la
pace con il loro peggior nemico, «ma uguale per origine».
Allo stesso modo, un secolo dopo, i rappresentanti della borghesia antifascista
aspiravano alla liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo, ma a patto che questo
compito venisse assolto dalle truppe regolari dell'esercito alleato, non certo
da una guerra di popolo. Ben rappresentativa di quest'aspirazione risulta una
testimonianza di Luigi Longo: «De Gasperi, dopo il 25 luglio, osò persino
sostenere che i ricostituiti partiti democratici non dovevano ancora
compromettersi assumendo responsabilità di governo. Bisognava, disse, lasciare
ai superstiti responsabili e complici della catastrofe il compito di liquidare
la pesante eredità fascista. Con quest'animo, dopo si alimentò l'attesismo, cioè
la posizione di coloro che aspettavano che gli alleati, con le loro divisioni,
venissero a liquidare il risorto fascismo e l'occupazione tedesca e investirli
del governo della nazione»[2].
Fu merito principale dell'azione dei comunisti, se i democristiani e i liberali
accettarono e a malincuore, l'intervento diretto delle masse nella resistenza, e
si schiodò l'opposizione antifascista da quello stesso attesismo inerte che
contraddistinse l'«Aventino».
Ma le difficoltà per l'avvio della Resistenza non riguardavano solo la parte
moderata dell'antifascismo. Nel suo saggio scritto sul numero speciale di
Quaderni di Rinascita[3], pubblicato in occasione del trentesimo anniversario
del PCI, Mario Alicata rileva che anche nei i vari tronconi socialisti, tra gli
azionisti, nel gruppo Democrazia del Lavoro e via dicendo, regnava un
disorientamento che induceva questi gruppi più all'attesa che all'azione, ad
atteggiamenti settari che mal si addicevano alla situazione. Pertanto le
proposte di costituire un fronte unitario ampio, comprendenti anche monarchici e
cattolici, dovettero scontrarsi con la pregiudiziale repubblicana e furono
inizialmente osteggiate.
Per quanto riguarda invece la destra dello schieramento antifascista, anche
Mario Alicata sottolinea come i cattolici, che subivano attraverso il Vaticano
la direzione degli anglo-americani, opposero una strenua resistenza alla
possibilità che l'azione passasse al popolo in un quadro di unità d'azione fra
tutte le forze antifasciste; i liberali a loro volta, forse anche nella speranza
di poter salvare la monarchia, non rifuggivano dall'idea del Fronte nazionale,
ma da un lato subivano i rigurgiti di anticomunismo di alcuni dei loro leader
storici come Benedetto Croce, e dall'altra si opponevano con ogni forza all'idea
di attribuire un ruolo centrale alle masse nella lotta di liberazione nazionale.
Già nei primi comitati delle opposizioni da cui scaturirono i CLN, i
rappresentanti di quelle forze borghesi, pur ponendo nuovamente in discussione
l'opportunità di far partecipare i comunisti e le masse, dovettero capitolare di
fronte alla capacità politica, organizzativa e di mobilitazione del PCI che
venne riconosciuta in tutti gli organismi sia politici che militari, quale
rappresentate più autorevole e influente delle forze popolari.
Rispetto alle voci sempre più insistenti di un intervento del Re e
dell'Esercito, Il PCI pensava che le forze antifasciste non dovessero opporsi ad
un colpo di Stato teso a rovesciare Mussolini, anche se questo tentativo nasceva
da quegli stessi ambienti che ne avevano reso possibile l'ascesa, ma riteneva
altresì che l'azione spettasse alle forze antifasciste e alle masse popolari.
Nonostante il fatto che negli anni della clandestinità il PCI avesse gran parte
dei suoi migliori uomini al confino o in carcere e disponesse di forze molto
limitate, e nonostante che la repressione poliziesca scompaginasse di continuo
le fila dell'organizzazione clandestina, il PCI a partire dal 1941 seppe
compiere passi estremamente importanti, come stava a dimostrare la clamorosa
ondata di scioperi che il partito scatenò nel marzo 43, contribuendo a smuovere
certi atteggiamenti attesisti. Scriveva Alicata: «gli scioperi di marzo,
infatti, costrinsero la monarchia e i gruppi reazionari borghesi a rompere gli
ultimi indugi e ad agire, facendo loro comprendere come il movimento popolare
antifascista avesse oramai raggiunto un tale grado di maturità e robustezza che
non si poteva più considerare il problema italiano come risolvibile nel momento
e nei modi da loro ritenuti più opportuni»[4].
Ma le ragioni del successo dell'azione comunista andavano ricercate anche
nell'approccio dinamico che il PCI seppe assumere rispetto alla costruzione
della Resistenza - che Longo ha esemplificato efficacemente con il principio «il
moto si prova camminando e la lotta si elabora combattendo» - che lo tenne
lontano dall'illusione di poter preparare in segreto l'esercito di liberazione
nazionale e di farlo venir fuori nella fatidica ora x[5], così come lo tenne
lontano da tutte le dissertazioni di scuola sull'arte militare. Questo approccio
del resto, era anche il frutto dell'esperienza delle brigate internazionali in
Spagna che fu determinante nel formare, tanti quadri pronti alla lotta armata e
nel comprendere le necessità tattiche e strategiche di una guerra di
guerriglia[6]. Ma oltre a questi fattori ciò che si rilevò più importante, nello
sviluppo della lotta di liberazione nazionale, era stato che il PCI, pur
combattendo risolutamente contro tutti coloro che frapponevano intralci o
tentavano di imbrigliare la Resistenza con l'attesismo, lottò vivacemente per
collegare le diverse formazioni nate agli inizi del 44 sul terreno della
Resistenza, sulla base di quel comune denominatore che univa tutti i gruppi
politici antifascisti. I comunisti italiani lottarono tenacemente «per l'unità
d'azione patriottica; beninteso: per l'unità dell'azione, non dell'attesa».
È a partire da queste premesse che Longo registra un progresso impetuoso della
Resistenza italiana tra l'8 settembre 43 e il marzo 44: così se nelle prime
settimane successive all'8 settembre tra le file dell'opposizione regnavano
ancora lo smarrimento, la confusione i contrasti, appena sei mesi dopo, la
Resistenza aveva già assunto una estensione e ramificazione nazionale di massa,
una organizzazione e una fisionomia che resterà sostanzialmente identica fino
all'insurrezione.
Si partì dalle prime due Brigate Garibaldi nel novembre 43, e poi via, fino ad
arrivare alle varie centinaia di nuclei, distaccamenti, divisioni, unità di
manovra, gruppi di divisione ecc.; si cominciò con le forme più elementari della
guerriglia e della organizzazione della lotta partigiana, facendo riferimento
agli esempi della storia: «con i pochi mezzi a disposizione, ci proponevamo di
dare l'impressione che migliaia di nemici erano sul posto, benché non se ne
vedesse nemmeno uno; volevamo impegnare i tedeschi contro un nemico che, sempre
in fuga, riappariva sempre, che era dappertutto e che non si vedeva mai, che
attaccato si sperdeva nella massa del popolo, per riapparire immediatamente
dopo, con nuove forze»[7].
Per Longo i partigiani dovevano portare le loro basi in sé, in modo tale che
ogni operazione di guerriglia si concludesse con la sparizione del bersaglio.
Proprio sulla base di questo principio si evitarono i grandi assembramenti
iniziali [spesso composti più di sbandati che di combattenti] e si rifiutò anche
l'idea iniziale di resistere sul posto, che rendeva «schiavi delle comodità e di
alcuni accantonamenti», ma non appena le condizioni di sviluppo della lotta
popolare e i livelli raggiunti dall'organizzazione militare lo consentirono, si
procedette ad un'evoluzione sempre più elevata di organizzazione militare, senza
però mai dimenticare che caratteristica della guerra partigiana è il movimento,
non il presidio, è l'attacco, non la difesa. Come già accennato l'organizzazione
della lotta di liberazione fece inizialmente riferimento ai vari esempi storici
di guerra partigiana, ma alla fine la Resistenza italiana arricchì enormemente
le esperienze del passato, giungendo a suoi tratti nuovi e caratteristici. Longo
individua questi tratti in due aspetti principali: in primo luogo la Resistenza
italiana seppe portare la guerriglia fin dentro le grandi città e tra le
campagne densamente popolate, superando l'idea che la lotta partigiana può
svilupparsi solo in luoghi scarsamente abitati e poveri di risorse e
comunicazione, come i boschi e le montagne;
in secondo luogo - e qui sta la novità più significativa sulla quale è opportuno
soffermarsi – la Resistenza in Italia si contraddistinse da subito per il suo
carattere di massa, per la partecipazione delle grandi masse popolari sia nelle
città industriali, come Milano, Genova e Torino, che nelle campagne. Questa
innovazione fu probabilmente il più grosso risultato che il PCI poté
raggiungere, perché seppe indicare con chiarezza, sin da principio, come già
dalla partecipazione alla Resistenza delle classi subalterne si potesse avviare
la ricostruzione nazionale su basi sociali e politiche completamente diverse non
solo rispetto al fascismo, ma anche al regime monarchico-liberale tanto
ingloriosamente crollato di fronte alla marcia su Roma. Questo processo di
partecipazione collettiva e popolare alla lotta di liberazione nazionale, di cui
il PCI fu indiscutibile protagonista, era stato uno dei principali pilastri su
cui iniziò a strutturarsi la democratizzazione sociale del paese avviata con la
Costituzione repubblicana, e al di là degli opportunismi di tanti intellettuali
di corte, nessun revisionismo storico e nessuna stolta equiparazione tra vittime
e carnefici, tra oppressi e oppressori, potrà mai cancellare questo dato
storico.
Così nel rapporto politico presentato da Luigi Longo alla conferenza dei
triunvirati insurrezionali del PCI, si indicava che all'interno della lotta di
liberazione nazionale, la preoccupazione più forte dei comunisti doveva essere
rivolta a comprendere la situazione delle masse popolari, i loro bisogni, le
loro rivendicazioni più urgenti.
Se si intendeva ampliare quella partecipazione popolare alla Resistenza, di cui
gli scioperi delle città industriali erano il miglior esempio, era necessario
organizzare la combattività delle masse, renderle capaci di difendersi dalla
fame, dal freddo dal terrore nazifascista.
Bisognava allargare le lotte economiche di operai, contadini, lavoratori in
genere, fino a renderle movimento di massa, scioperi, manifestazioni di strada e
per far ciò si dovevano far sorgere dappertutto ed in ogni categoria i comitati
d'agitazione.
Ancora nel 1973 Longo ritorna sulla questione, affermando che per i comunisti fu
da subito chiaro che, attraverso la Resistenza, si doveva aprire una strada
nuova alla partecipazione delle masse popolari fino ad allora violentemente
escluse dalla vita politica e dalla direzione del paese e tenute in un perenne
stato di soggezione politica e sociale, e questa lotta per conquistare alla
stragrande maggioranza del popolo quel ruolo che le spettava nella vita del
paese, faceva tutt'uno con la decisa lotta verso quelle tendenze attesiste che
intendevano mantenere le masse in quella condizione amorfa e disgregata di
soggezione. L'atteggiamento disfattista, rinunciatario e attesista di una parte
dello schieramento antifascista si spiegava proprio con la scarsa fiducia che
essa aveva nei confronti delle masse.
Se al nord l'azione antifascista si misurava con la lotta armata e con un
processo di profondo coinvolgimento delle masse, al sud la situazione era ben
diversa. Lo stato di miseria e disorientamento era imperante, la condizione
delle forze antifasciste a dir poco penosa e a tutto ciò si aggiungeva il fatto
che, come si è già in parte visto, gli alleati avevano tutto l'interesse a
mantenere l'Italia in quella condizione di prostrazione. Una serie di fattori,
come la vergognosa fuga a Brindisi della casa Reale, il ritardo nella
dichiarazione di guerra alla Germania, gli intrighi monarchici e la condotta
militare assai strana degli alleati, sembravano concorrere alla precipitazione
del paese nello sfacelo più completo.
In un altro saggio contenuto sul numero speciale dei Quaderni di rinascita,
Velio Spano tratteggia con acutezza la condizione sociale del mezzogiorno dopo
l'8 settembre: la fame, la mancanza di qualsiasi forma di sostentamento per le
classi popolari, l'atteggiamento individualistico, ben esemplificato dal «si
salvi chi può», che contraddistinse in blocco tutte vecchie le classi dirigenti
meridionali; ma Spano si sofferma anche sull'atteggiamento degli alleati, quelli
che oggi, ad ogni piè sospinto sentiamo definire come i nostri unici e soli
liberatori: «gli alleati anglosassoni [scrive Spano] non nascondevano il loro
disprezzo per gli alleati italiani e non riuscivano nemmeno a nascondere il loro
desiderio che il caos continuasse a regnare. Finché l'Italia avesse continuato a
vegetare allo stato molecolare, senza nessuna forza interna di coesione, gli
alleati non si sarebbero trovati di fronte a una nazione partecipe di doveri e
dei diritti di ogni popolo libero, ma ad un paese in isfacelo, esautorato e
forzatamente docile. (…) gli anglosassoni, padroni in Italia, volevano mantenere
il nostro paese fuori della comunità internazionale; desideravano soprattutto
che l'Italia restasse [secondo una celebre definizione che in quel periodo
Churchill diede dell'Italia] una caffettiera senza manico »[8].
Per questa ragione Velio Spano sostiene che gli alleati [pur fingendosi
repubblicani gli americani, e monarchici gli inglesi] cercarono da un lato di
approfondire il fossato tra la monarchia e il popolo e di aprire contraddizioni
tra il governo Badoglio e il CLN, e dall'altra cercavano di paralizzare il
movimento di liberazione nazionale. L'obiettivo era chiaro: esautorare le entità
politiche che, in un modo o nell'altro, potevano concorrere a restituire
un'autonoma soggettività all'Italia.
Oltre a ciò gli stessi gruppi dirigenti del CLN nel mezzogiorno si erano
costituiti sulla base di una amalgama che Spano sintetizza nella «speranza
astratta della successione collettiva al potere», ma che non aveva né una base
programmatica comune per un governo del CLN, né una tattica idonea a
raggiungerla.
In un simile contesto il Primo Congresso del CLN, tenutosi a Bari agli inizi del
44, fu un campionario di velleitarismi e ragionamenti opportunistici che
mettevano spezzoni del vecchio modo intellettuale liberale insieme a esponenti
cattolici residuati dal fascismo, socialisti riformisti inclini ai discorsi più
estremistici con intellettuali azionisti ricchi più di ambizioni che di
esperienza politica, il tutto nella confusione più assoluta sulle minime basi
comuni per l'azione o le ipotetiche finalità da perseguire insieme. «A Bari
c'era di tutto, fuorché il buon senso e in definitiva il Congresso non aveva
fatto altro che approfondire il dissidio tra i CLN, il governo e il re, aveva
reso più solido il dominio degli anglo-americani, aveva lasciato l'antifascismo
più diviso di prima».
Si capisce da tutto ciò quanto fosse arduo il compito di mettere in campo una
strategia della Resistenza in grado di superare tutti questi ostacoli e compiere
un balzo in avanti, cosa che accadde con l'arrivo di Togliatti e l'enunciazione
dei quattro punti che sono passati alla storia come la svolta di Salerno[9]. Sul
ruolo di direzione politica svolto da Togliatti e sulla svolta di Salerno, che
consentirono l'unificazione della lotta di liberazione nazionale, evitando di
rinchiuderla in recinti minoritari, e che soprattutto evitarono esiti greci alla
lotta partigiana italiana, sarebbe opportuno dedicare non solo un intero
intervento, ma una vera e propria conferenza ad hoc, specie in anni come questi
nei quali la figura di Togliatti è rappresentata con tratti caricaturali e
grotteschi.
La lotta dei comunisti per l'allargamento della base popolare della Resistenza e
la convinzione che solo a partire dal diretto coinvolgimento e dal protagonismo
delle masse si sarebbe potuta determinare una reale trasformazione degli assetti
sociali di dominio che da sempre imbrigliavano la società italiana,
rappresentavano per certi versi la verifica concreta ad una lunga fase di
elaborazione politica, che andava dalla grande stagione de L'Ordine Nuovo, alla
riorganizzazione del partito delle Tesi di Lione, alle riflessioni di Gramsci
sul blocco storico che dominava la società italiana contenuti nella Questione
meridionale, alle indicazioni del VII Congresso dell'IC, che consentirono il
superamento degli errori che il movimento comunista internazionale fece negli
anni dominati dalla categoria del socialfascismo[10].
Il cosiddetto miracolo del PCI - diventato proprio nel corso della Resistenza da
piccolo partito minoritario grande partito di massa – era dovuto ad una linea
politica che si nutriva di una lunga gestazione teorica e dalla sua attuazione
nelle difficoltà della lotta clandestina.
Non è superfluo quindi ricordare, almeno brevemente, alcuni ragionamenti svolti
da Gramsci sulla ricostruzione morale ed intellettuale del paese e sui limiti di
un Risorgimento realizzatosi come una mera conquista regia, dato che le
preoccupazioni delle élites conservatrici presenti anche in parte del fronte
antifascista, in merito al coinvolgimento delle masse, segnarono nuovamente lo
scontro non solo tra due concezioni politico-sociali opposte, ma piuttosto tra
due blocchi sociali alternativi, quasi una prefigurazione dell'esplodere - a
tratti anche violento - del conflitto tra capitale e lavoro in Italia
nell'immediato secondo dopo guerra.
Per Gramsci una volontà collettiva nazionale-popolare e una profonda riforma
intellettuale e morale, potevano infatti ottenersi solo con l’irrompere sulla
scena delle grandi masse. In questo senso per Gramsci, Machiavelli intendeva la
riforma della milizia, in questo senso i Giacobini incorporarono nella loro
politica la questione agraria, in questo senso andava inteso il fallimento delle
prospettive democratiche del Risorgimento italiano: «Tutta la storia dal 1815 in
poi mostra lo sforzo delle classi tradizionali per impedire la formazione di una
volontà collettiva di questo genere, per mantenere il potere
economico-corporativo in un sistema internazionale di equilibrio passivo»[11].
Proprio per la mancata partecipazione delle masse al processo risorgimentale,
proprio per la mancata formazione di una volontà collettiva nazionale-popolare,
e dunque per lo svilupparsi delle dinamiche politiche, esclusivamente
all’interno di ristrette élites, il Risorgimento assume, come processo storico,
un valore paradigmatico per Gramsci anche sul piano ideologico. Così ad esempio
tutta l’analisi del passato d’Italia, dall’epoca romana a quella risorgimentale
e post-unitaria, nella storiografia italiana, era volta a trovare nel passato
una unità nazionale di fatto, quindi a giustificare il presente con il passato
storico. Questa operazione ideologica era dovuta alla necessità di fanatizzare i
volontari della nazione, con le glorie presunte della storia d’Italia,
compensando in questo modo le manchevolezze e i limiti di un Risorgimento
realizzato da piccole élites borghesi, con la totale assenza delle masse
popolari. Si era cercato cioè di sostituire, attraverso questa mitologia
nazionale, l’adesione organica delle masse popolari allo Stato, che non vi fu,
con la selezione di volontari di una nazione concepita astrattamente. Questo
dimostra in sostanza che nessuno seppe cogliere il problema posto dal
Machiavelli, cioè quello di sostituire i mercenari con una milizia nazionale, in
modo da far subentrare l’elemento nazionale-popolare in alternativa al
volontarismo, poiché il volontarismo rappresenta una soluzione equivoca e
pericolosa quanto il mercenarismo.
In questo senso la Resistenza ha rappresentato probabilmente il completamento
vero della stagione risorgimentale, perché se con il Risorgimento le masse più
che contribuire all'edificazione del nuovo Stato lo subirono, con la Resistenza
invece, i primi vagiti – purtroppo quasi subito soffocati – della nuova Italia
repubblicana e antifascista che si veniva a delineare, erano contraddistinti da
un protagonismo nuovo ed inedito delle masse, che per la prima volta nella
storia d'Italia poterono assumere un ruolo nella creazione del nuovo Stato[12].
Come si diceva il PCI investì tutte le sue energie in questo enorme ed ambizioso
progetto teso a fare emergere le masse da un'amorfa ed indistinta condizione
politica, e ciò rese possibile lo sviluppo stesso della Resistenza italiana.
«Noi subito indicammo [sottolinea Longo] che la Resistenza, che la lotta
partigiana non doveva essere solo vista come lotta armata, di formazioni
militari, ma anche come lotta, resistenza delle grandi masse lavoratrici sul
luogo stesso di lavoro, e come combinazione e fusione di queste varie forme di
azione antifascista in un solo e grande movimento popolare di liberazione
nazionale»[13].
Così, gli scioperi operai del marzo 1943 furono i primi assalti ad un regime già
agonizzante, ma ancora in sella, e costituirono la premessa fondamentale al
crollo del 25 luglio. Del resto- dopo un ventennio di oppressione e una guerra
disastrosa - per Longo, erano le condizioni oggettive stesse, contraddistinte da
condizioni di vita e lavoro delle masse intollerabili, ad indicare nelle classi
subalterne e nei lavoratori la nuova classe dirigente della lotta di liberazione
nazionale.
Ma se per i comunisti fu difficile fare accettare ai gruppi dirigenti
democristiani e liberali la partecipazione delle masse alla guerra di
liberazione, lo fu anche di più superare l'ostilità ideologica alle lotte
operaie e del mondo del lavoro in genere, e se non si ottenne la solidarietà
attiva di quei gruppi, quantomeno si riuscì a raggiungere una legittimazione
politica di quelle lotte da parte del CLN, e questo bastò per consentirne lo
sviluppo.
A buon diritto Longo rivendica che i grandi scioperi dell'inverno 43-44
costituirono la premessa più importante allo sviluppo della lotta partigiana
nelle stagioni successive. Furono quegli scioperi, che riuscirono a paralizzare
in varie fasi la stessa produzione bellica per le truppe nazi-fasciste, e
smascherarono i veri fini delle proposte di istituzione delle commissioni
operaie interne da parte della RSI - create al solo scopo di adescare e
arruolare le masse operaie del nord – furono quegli scioperi a consentire il
superamento delle difficoltà e incertezze iniziali, dando un nuovo slancio alla
Resistenza antifascista, e ancora, fu solo grazie a quegli scioperi che la lotta
di liberazione nazionale riuscì a porsi obiettivi più ambiziosi e si trasformò
da fenomeno minoritario a lotta di tutto il popolo. Così già dalla primavera del
44, le tendenze rinunciatarie di quanti tra gli antifascisti intendevano
temporeggiare in attesa degli eserciti alleati, erano state sconfitte e la
liberazione nazionale era oramai un fenomeno popolare che non poteva essere
ignorato.
A quel punto però l'obiettivo delle vecchie classi dirigenti presenti
nell'antifascismo divenne un altro, limitare il più possibile il movimento
popolare per evitare che, a liberazione avvenuta, si potesse determinare un
radicale ricambio sociale delle classi dirigenti, con il pieno coinvolgimento
dei lavoratori e delle masse popolari alla guida del paese. Si era cercato
pertanto di evitare l'allargamento del movimento partigiano, dei CLN, degli
organismi della Resistenza, osteggiando la nascita di entità politiche di
autogoverno che dalla lotta sorgevano a livello di base e spontaneamente ad
amministrare i territori insorti. Il PCI e i socialisti operarono invece in
tutt'altra direzione, cercando di favorire sempre più la mobilitazione e la
partecipazione di massa alla Resistenza, come pre condizione alla edificazione
di una nuova democrazia in Italia, nella quale il popolo, in tutti i suoi strati
e in tutti i suoi orientamenti, non fosse più soltanto oggetto ma parte attiva e
dirigente della vita nazionale.
In tal senso si era affermato che il movimento popolare, l'insurrezione e lo
sviluppo della resistenza creavano da se, quasi fisiologicamente, i propri
organismi di autogoverno e che costituiva un grave errore il tentativo di
arginarne l'evoluzione. «Noi eravamo per CLN che fossero non semplici strumenti
di un organo centrale, burocratico e lontano, ma organismi di mobilitazione e di
autogoverno delle masse, strumenti di democrazia diretta e immediata»[14]. Per
questo il PCI lavorò per la creazione di comitati di lotta ovunque, sui posti di
lavoro come nei quartieri, nelle fabbriche come nelle campagne, e sollecitò la
creazione di vere e proprie giunte di governo che fossero non emanazione degli
organismi centrali del CLN, ma delle reali forze attive locali, con il compito
di amministrare a nome del CLN le zone liberate.
Longo fa notare che lo stesso tipo di conflitto con liberali e democristiani si
era registrata agli inizi, nella definizione dei quadri militari e
nell'assegnazione delle funzioni di comando: «noi volevamo che le forze, i
quadri che si rilevavano nella lotta ne assumessero la direzione, sia in campo
militare che politico; cioè, per noi, il rinnovamento della patria non era una
semplice lustra, ma un'esigenza urgente. Per i massimi esponenti liberali e
democristiani l'esigenza suprema era: innovare il meno possibile, mantenere il
più possibile la continuità non solo giuridica, non solo formale, ma anche
personale del vecchio apparato statale. Erano gelosi conservatori del passato,
del vecchio personale, e dei rapporti di forza realizzati nel CLN»[15].
Per un altro dirigente comunista di primo piano come Celeste Negarville[16], il
problema che stava di fronte all'antifascismo, vale a dire trovare un terreno
d'azione comune tra tutti i gruppi e partiti antifascisti, giunse a soluzione
solo quando la crisi della guerra e la prospettiva della disfatta avevano già
dato una profonda spallata al regime fascista. Le ragioni di questo ritardo
erano tante ma tra tutte anche Negarville indica la preoccupazione da parte
delle forze più moderate dell'antifascismo per il ruolo che, a guerra cessata,
avrebbero potuto assumere la classe operaia, le masse in genere e soprattutto il
Partito Comunista. In questo si era determinata una continuità con le esitazioni
timorose che, nel giugno 1924, fecero rifiutare al Comitato delle Opposizioni
parlamentari la proposta di sciopero generale avanzata da Antonio Gramsci.
Tuttavia il PCI del 1943 non era più il piccolo partito del 1924 di cui le
opposizioni aventiniane potevano permettersi di fare a meno, perché dopo le
leggi speciali del 1926 il PCI fu l'unica organizzazione a porsi il compito di
un'attività permanente ed organizzata nel paese e che, nonostante la repressione
fascista, l'aveva mantenuta in piedi. Il PCI nel corso del ventennio fascista
seppe ampliare il suo prestigio e i suoi legami di massa attraverso la lotta
clandestina e nel momento del conflitto aperto con il regime agonizzante, non
poteva essere messo da parte come era avvenuto nel quadro dell'Aventino.
Fatte queste considerazioni è però giusto sottolineare che all'interno della
base democristiana e liberale non si registrarono le resistenze e le opposizioni
che abbiamo visto nei loro gruppi dirigenti, e semmai a prevalere era l'impulso
ad approfondire ed estendere l'organizzazione e l'unità d'azione dei comitati.
Ma a liberazione avvenuta tutti quegli elementi di origine liberale,
democristiana o autonoma, che durante la Resistenza lavorarono per la stretta
unità d'azione con comunisti e socialisti vennero emarginati e messi da parte. A
liberazione avvenuta riemersero tra liberali e democristiani tutti gli elementi
più reazionari e conservatori - che [come ricorda Longo] nel corso della
resistenza preferirono rifugiarsi in Svizzera o nei conventi - e operarono per
limitare al massimo le innovazioni democratiche che l'esperienza resistenziale
aveva in sé, per riportare indietro le lancette della storia politica e sociale
del paese al sistema pre fascista. Quando poi questi gruppi dirigenti, assunsero
in via esclusiva il del governo nel paese, rinnegarono e gettarono fango su
quella eroica stagione che riscattò l'Italia dall'ignominia del fascismo, e
contemporaneamente fecero di tutto per non dare attuazione al risultato più
fecondo di quella stagione, vale a dire l'avanzatissimo contenuto di democrazia
sociale contenuto nella Costituzione repubblicana.
In occasione della ricorrenza del 25 aprile nel 1975, Luigi Longo ritornò sulla
Resistenza con un articolo pubblicato su l'Unità[17], nel quale si ribadiva che
la lezione di combattimento e unità di quella pagina storica, aveva lasciato un
segno incancellabile, sulla cui base si erano poi sviluppate, nel corso di tutto
il secondo dopoguerra, le grandi lotte di massa dei lavoratori, la vigilanza
democratica, la mobilitazione popolare antifascista contro i propositi criminosi
e golpisti da parte di quel grumo di interessi rappresentato dai poteri forti,
espressione della parte più reazionaria delle classi dominanti italiane.
Quando Longo scrisse questo pezzo l'Italia viveva una delle fasi più nere della
sua storia Repubblicana, con il pieno divampare della strategia della tensione,
delle stragi di Stato, dei legami strettissimi tra apparati dello Stato e gruppi
dell'eversione neofascista, con i piani di colpo di stato e i progetti
dell'operazione Stay behind. Bene, per comprendere questa stagione nera, per
Longo era opportuno ritornare alla frattura dello spirito unitario della
Resistenza, al tradimento dei suoi ideali di rinnovamento democratico e
progresso sociale, perché i gruppi che nutrivano ora sogni cileni per l'Italia
erano quegli stessi che nel corso della guerra avevano ostacolato in ogni modo
la nascita e lo sviluppo del movimento popolare di liberazione nazionale e che
poi, a liberazione avvenuta, liquidarono rapidamente la stagione unitaria della
Resistenza, innalzarono la bandiera dell'anticomunismo, diffusero a piene mani
fango e menzogne sulla Resistenza partigiana. Così, con la prontezza degna del
più efficiente servilismo, all'immediato indomani dell'enunciazione della
Dottrina Truman del 2 marzo 1947, i gruppi conservatori e reazionari ruppero con
la politica di unità popolare, indossarono nuovamente l'elmetto e arruolarono la
Repubblica nata dalla Resistenza per una nuova grande crociata, la guerra
fredda.
Nonostante tutto questo e nonostante il pesante intervento statunitense nelle
vicende politiche del paese, il quadro costituzionale scaturito dalla lotta di
liberazione nazionale ha consentito un enorme progresso sociale per i lavoratori
e le masse escluse da qualsiasi tipo di diritto o tutela.
Proprio in questi anni però stiamo vivendo una nuova stagione di regresso dei
diritti sociali, che sta conducendo alla rimozione dei principi costituzionali
che si basavano sul riconoscimento della necessità di tutelare il lavoratore
quale soggetto più debole nel rapporto di lavoro e quindi sull'esigenza di
realizzare l'eguaglianza sostanziale per i lavoratori attraverso la limitazione
della libertà dei datori di lavoro di stabilire le condizioni di lavoro. Insieme
a questo assistiamo costantemente agli attacchi ai valori fondamentali della
Resistenza, alle istituzioni democratiche, il tutto accompagnato da una
riabilitazione, indegna per un paese che abbia fatto i conti con la sua storia,
degli aguzzini fascisti di ieri. Troppe ragioni per non far lasciar cadere i
principi, i valori, gli insegnamenti della lotta di liberazione nazionale
nell'oblio dei ricordi rimossi.
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[1] Karl Marx – Friedrich Engels, Sul Risorgimento italiano, Editori Riuniti
Roma 1959
[2] Luigi Longo, Continuità della resistenza, Einaudi Torino 1977 pag. 5
[3] Mario Alicata, Partiti e movimento popolare intorno al 25 luglio, pag. 163,
[4] Mario Alicata cit., pag. 164
[5] Nello schema del rapporto politico presentato alla Conferenza dei
triunvirati insurrezionali del PCI, pubblicata su La nostra lotta nel novembre
del 1944, Longo scrive: <<l'insurrezione per cui noi ci battiamo e che vogliamo
potenziare sempre più non è una misteriosa ora X, ma è la guerriglia di ogni
giorno che deve colpire permanentemente e con tutte le armi il nemico, ovunque
si trovi>>.
[6] <<in fondo [diceva Longo] era la stessa lotta armata contro il fascismo,
iniziata in Spagna, che noi garibaldini continuavamo in Italia. Molte delle
esperienze politiche, organizzative, militari raccolte nelle file delle brigate
internazionali ci furono di prezioso aiuto per capire e risolvere nelle
particolari condizioni della nostra lotta liberatrice, tutti i problemi che ci
si presentarono poi in Italia>>. La continuità della resistenza cit., pag. 72
[7] Luigi Longo, cit., pag. 12
[8] Velio Spano, La classe operaia alla testa della nazione, tratto da I
quaderni di Rinascita, numero speciale per i Trenta anni del PCI, 1951 Roma, pag.,
169
[9] Risoluzione del CN del PCI, Napoli 31 marzo 1844: <<1) mantenere intatta e
consolidare l'unità del fronte delle forze democratiche e liberali antifasciste;
2) assicurare formalmente il paese che il problema istituzionale verrà risolto
liberamente da tutta la nazione attraverso la convocazione di una Assemblea
costituente, eletta a suffragio universale, diretto e segreto, subito dopo la
fine della guerra; 3) creare un nuovo governo, di carattere transitorio ma forte
e autorevole per l'adesione dei grandi partito di massa; un governo capace di
organizzare un vero e grande sforzo di guerra di tutto il paese e in primo luogo
di creare un esercito forte che si batta sul serio contro i tedeschi; un governo
capace, con l'aiuto delle grandi potenze democratiche alleate, di prendere delle
misure urgenti per alleviare le sofferenze delle masse e far fronte con
efficacia ai tentativi di rinascita della reazione; 4) assicurare a tutti gli
italiani, qualunque sia la loro convinzione o fede politica, sociale e
religiosa, che la nostra lotta è diretta a liberare il paese dagli invasori
tedeschi, dai traditori della patria, dai responsabili della catastrofe
nazionale, ma che nel fronte della nazione c'è posto per tutti coloro che
vogliono battersi per la libertà d'Italia e che domani tutti avranno la
possibilità di difendere davanti al popolo le loro posizioni>>
[10] Luigi Longo cit., pag.99, : <<Si può dire che, proprio nell'arco di tempo
fra il 1943 e il 1945 si compie e giunge a felice conclusione il processo di
unificazione ideologica e dei suoi quadri dirigenti sulla base dell'esperienza
politica già iniziata sotto la guida di Gramsci e che trovò poi organica
sistemazione nelle Tesi di Lione, le quali avevano alimentato per lunghi anni
dibattiti vivaci ed anche aspri tra i compagni incarcerati o emigrati. Quelle
Tesi, ora, dovevano essere messe alla prova del fuoco nelle condizioni create
dalla caduta di Mussolini>>.
[11] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi Torino 1977, p. 1560
[12] Certo va sempre precisato che dopo la guerra, il prevalere dei rapporti
sociali di produzione esistenti riportò gli assetti di dominio politico allo
statu squò precedente, ma comunque i risultati della lotta di liberazione
nazionale, in termini di avanzamento sociale e politico dei lavoratori e delle
masse escluse, fu enorme.
[13] Luigi Longo, Continuità della Resistenza, cit., pag. 14
[14] Ibid., pag. 20
[15] Ibid., pag. 22
[16] Celeste Negarville, L'origine del CLN, in Quaderni di Rinascita, cit., pag.159
[17] Luigi Longo, Resistenza oggi, L'Unità, 25 aprile 1975