La Palestina e i media. Un caso esemplare di IGM (informazione geneticamente modificata)

di Mila Pernice *
Ringraziamo naturalmente Infopal per averci invitato oggi. E’ inutile
sottolineare quanto sia importante una riflessione e un confronto sul modo in
cui l’informazione “reticente” ci racconta la Palestina e sul modo in cui
l’informazione veritiera debba raccontarci le vicende che si susseguono in un
fazzoletto di terra sotto occupazione da quasi 60 anni. Ecco, l’omissione di
questo dato, tutt’altro che irrilevante quando ci si deve riferire alla
Palestina, appartiene all’atteggiamento reticente di tanti media di massa nel
nostro paese. Da qualche hanno la locuzione “Territori Palestinesi Occupati” si
è assottigliata in “Territori”, e non è per la carenza di inchiostro nelle
tipografie.
Permettetemi di partire da un ragionamento sul modo in cui l’informazione
cosiddetta ufficiale ha raccontato la manifestazione del 18 novembre a Roma, una
giornata che ha visto concentrarsi nelle vie del centro associazioni, comitati,
strutture politiche e sindacali, singoli, che venivano a ribadire da tutta
Italia dei contenuti precisi e pregnanti rispetto al coinvolgimento, o piuttosto
alla complicità, come denunciavano i manifestanti stessi, del nostro paese alla
politica israeliana di oppressione politica e militare nei confronti del popolo
palestinese in lotta per l’indipendenza: parliamo dell’accordo di cooperazione
militare Italia-Israele, per la cui revoca sono state già raccolte migliaia di
firme, parliamo delle relazioni economiche tra gli enti locali italiani e le
istituzioni israeliane, parliamo dell’embargo dell’UE, cui partecipa anche
l’Italia, nei confronti dell’Anp e quindi di un popolo già ridotto alla fame. A
chiedere la rottura di queste relazioni evidentemente sbilanciate a favore di
Israele, a un governo che è pronto a definirsi equidistante finché non sente il
bisogno di rettificare affermando, come ha fatto il Min. degli Esteri D’Alema,
che il governo italiano è filo-israeliano in quanto anti-Hamas, c’erano in
piazza a Roma migliaia di persone. Migliaia di persone scomparse insieme a
questi contenuti per lasciare spazio sulle pagine di tutti i giornali, sui
notiziari di tutte le reti televisive, e ribadisco tutti, ad episodi marginali,
il rogo dei fantocci e gli slogan antimilitaristi. Vladimiro Giacchè, in un
articolo (pubblicato sulla rivista “La contraddizione”) lo ha definito “il
metodo della sineddoche indebita”, attraverso cui, nell’informazione, la “parte
per il tutto” diventa “il tutto”.
Concentrare l’attenzione su questi episodi ha permesso all’informazione di
affrontare in modo fuorviante i motivi per cui il Forum Palestina aveva indetto
quella manifestazione e ha indotto la nostra redazione ad avviare un
ragionamento, attraverso i nostri microfoni, sulla manipolazione mediatica di
eventi che costringerebbero l’opinione pubblica ad un approccio critico nei
confronti delle realtà che ci vengono raccontate. Ci siamo quindi messi in
contatto con Paolo Serventi Longhi, il segr. della Fed. Naz. della St. Ita., che
ha parlato di “impazzimento dell’informazione”, di “interessi politici ed
economici delle testate, dei proprietari delle testate e degli amici dei
proprietari delle testate”, dichiarazioni per cui Serventi Longhi ha subito
degli attacchi, come quello caratterizzato dall’ironia di basso livello a firma
Mario Giordano del Giornale. Ci siamo messi in contatto con Mariano Benni, il
direttore dell’agenzia internazionale Misna, che ha parlato di “Informazione
Geneticamente Modificata”.
Proprio con Benni, che nei giorni immediatamente successivi alla manifestazione
di sabato 18 aveva espresso dalle pagine web della Misna il bisogno di un
dibattito urgente sull’informazione geneticamente modificata, tentavamo di
allargare il campo del nostro ragionamento chiedendoci: se la manipolazione
mediatica agisce in un modo così sfacciato su ciò che è sotto i nostri occhi,
come la numerosa partecipazione alla manifestazione del 18 e la decisa adesione
ai suoi contenuti, possiamo effettivamente fidarci di come ci viene raccontato
ciò che è lontano dalla nostra portata, come i conflitti e in genere le
questioni internazionali? “Assolutamente no – ci ha risposto Benni, che ha
aggiunto -i grandi mezzi d’informazione rispondono a interessi politici, e
spesso prima ancora che politici, finanziari; in un mondo globalizzato, la
globalizzazione dei poteri a difesa di certe situazioni di tipo coloniale,
neocoloniale, paracoloniale, si è fatta particolarmente sottile, marcata ed
efficiente”.
Da questa condivisibile constatazione, veniamo alla nostra esperienza
quotidiana. Da anni Radio Città Aperta dedica al conflitto israelo - palestinese
un’attenzione che non si limita al bisogno e all’urgenza di evidenziare la
cronaca dei fatti che arriva dalle veline d’agenzia, perché il modo in cui quei
fatti ci vengono raccontati registra uno squilibrio a favore di un punto di
vista, che ci porta ogni volta a dover leggere tra le righe. Benni stesso, dalla
sua pluridecennale esperienza di giornalista, parlava di un approccio, di un
metodo, che chi vuole proporre un’informazione veritiera deve seguire: integrare
e correggere. Ci troviamo oggi a confrontarci con giornalisti da cui abbiamo da
imparare molto sul modo di fare informazione, per cui è inutile sottolineare
come un semplice lemma possa dare ad una frase un senso piuttosto che un altro.
Faccio alcuni esempi concreti:
dal Corriere della Sera on line del 25 novembre scorso:
25 nov 15:17 Medio Oriente: Cisgiordania, israeliani scoprono officina d'armi
GERUSALEMME - Un'unita' speciale dell'esercito israeliano ha scoperto una grande
officina a Nablus, in Cisgiordania, utilizzata dai militanti palestinesi per
preparare esplosivo. Lo ha dichiarato la portavoce dell'esercito israeliano, Noa
Meir. (Agr)
Escono parecchie notizie di questo genere che potrebbero provocare diverse
reazioni in chi legge. Le semplifichiamo in due possibili ragionamenti: 1) i
palestinesi sono terroristi, e chissà quanti israeliani avrebbero ucciso con
quelle armi. 2) i palestinesi si dotano di armi per condurre una legittima
resistenza contro l’oppressore. A fare la differenza potrebbe essere il non
detto: l’occupante ha un esercito, l’occupante possiede centinaia di testate
atomiche e non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare,
l’occupante nell’ultima aggressione dell’estate nella Striscia di Gaza ha
sperimentato delle armi non convenzionali, le cosiddette “armi a letalità
focalizzata”, come hanno documentato Maurizio Torrealta e Flaviano Masella. E
sappiamo cosa ha subito chi, come Mordecai Vanunu, ha tentato di fare
informazione veritiera, essendo un testimone diretto, rivelando al mondo
l’esistenza delle testate nucleari nella base di Dimona. Forse queste
informazioni sposterebbero una parte dell’opinione pubblica verso il secondo dei
due possibili punti di vista che ho elencato prima? Non c’è in questo conflitto
la simmetria che i media vorrebbero farci credere.
Vediamo un’altra notizia sempre dal Corriere on line del 26 nov:
26 nov 10:47 Medio Oriente: 453 palestinesi uccisi da rapimento Shalit GAZA -
Sono 453 i palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza dal rapimento del caporale
israeliano Ghilad Shalit da parte di miliziani legati a Hamas il 25 giugno
scorso. Lo ha calcolato Pchr-Gaza, una organizzazione umanitaria palestinese. Di
questi 287 erano civili. (Agr)
Come vedete prendo esempio da notizie che potremmo incontrare tutti i giorni
nelle nostre ricerche. Quest’ultima riguarda un bilancio delle vittime
palestinesi che a un primo sguardo sembrerebbe voler porre l’attenzione
sull’alto numero dei morti. Ma c’è un dato anche qui che fa la differenza: il
dato temporale. Cito da un documento di James Petras del gennaio del 2005:
E’ un luogo comune leggere ogni giorno nei giornali più prestigiosi (Financial
Times, New York Times, Washington Post) qualcosa in merito alle “rappresaglie”
israeliane. Nei servizi giornalistici si menzionano frequentemente gli attacchi
palestinesi alle colonie israeliane in Cisgiordania o in centri urbani di
Israele. L’azione-reazione si situa in un momento preciso. L’azione palestinese
è sempre il detonatore, mentre gli attacchi israeliani sono definiti di risposta
o “rappresaglia” e, di conseguenza, sono presentati come un’operazione difensiva
“giustificabile”. Così ciò che apparentemente è un servizio giornalistico
obiettivo sullo scambio di due azioni militari, di fatto, è un’arbitraria
selezione di alcuni precisi momenti di cui si fornisce un’interpretazione molto
parziale. La propensione filo-israeliana, che risulta evidente nella sequenza
temporale e nei particolari scelti, deriva dall’argomentazione ideologica
comunemente accettata che presenta Israele come una democrazia che si difende
dai terroristi arabi e musulmani, invece di descriverla come una potenza
coloniale espansionista, impegnata in una violenta pulizia etnica e
nell’espulsione della popolazione su vasta scala e a largo raggio.
Ciò che non appare nei servizi giornalistici dei prestigiosi “notiziari” è la
sequenza degli avvenimenti che precedono gli attacchi palestinesi”. Citando le
informazioni provenienti da una fonte autoctona, il Palestinian Center for Human
Rights, Petras elenca una serie di incursioni militari israeliane, bombardamenti
e assassini di civili, esecuzioni sommarie di prigionieri politici, come pure
detenzioni arbitrarie, demolizioni di abitazioni e appropriazioni illegali
(anche per gli standard coloniali) di terre.[…] La costante ripetizione –
conclude Petras - da parte dei mezzi di comunicazione convenzionali della
retorica colonialista della “rappresaglia” può essere interpretata come un’arma
propagandistica per nascondere la pulizia etnica israeliana e la sua espansione
militare, come pure l’obiettivo strategico razzista che ne consegue della
realizzazione uno stato ebraico puro. La scelta delle parole da parte dei mezzi
di informazione – aggettivi e verbi – è parte di una guerra culturale sorretta
dall’egemonia strutturale dei sostenitori di Israele e dei loro seguaci”.
Nella notizia che abbiamo letto prima è sottile il riferimento al rapimento (noi
la chiamiamo “cattura” trattandosi di una guerra,
sì impari, ma pur sempre di una situazione di guerra) del soldato israeliano
come ad un’azione che ha scatenato la reazione.
Questo quando nessuna agenzia, anche prima del 25 giugno, riportava le continue
violazioni da parte israeliana del cosiddetto ritiro dalla Striscia di Gaza, a
cui sono seguite invece continue incursioni, anche queste giustificate dalla
scelta del popolo
palestinese di affidare, con le elezioni del 25 gennaio, il governo ad Hamas,
quasi sempre definito dalla stampa “radicale”, e i cui militanti sono spesso
definiti “terroristi”. E questa impostazione la troviamo altrettanto spesso
nelle veline d’agenzia:
è del 26 novembre scorso la notizia della tregua tra le fazioni palestinesi e il
governo israeliano, e l’AGI ha scritto: “all’alba le truppe israeliane hanno
lasciato Gaza dopo i cinque mesi di offensiva per impedire il lancio di razzi”.
Prima si parlava del cosiddetto rapimento del soldato, ora si parla del lancio
dei razzi Qassam.
Abbiamo portato alcuni esempi presi davvero quasi a caso, che ci danno un’idea
della necessità di correggere e integrare ciò che ci viene raccontato. Cito
ancora Vladimiro Giacché quando afferma che molto potrebbe cambiare se si
chiamassero le cose con il proprio nome: “Un muro è un muro, soprattutto se è
alto 8 metri e lungo 730 km: non è un “recinto di protezione”. Non è un
“recinto” perché è un muro; e non è “di protezione” perché – anziché essere
costruito sui confini (già illegali) del 1967 – confisca il 43% dei residui
territori palestinesi. Un criminale di guerra è un criminale di guerra: non è
uno statista e tantomeno un “uomo di pace”. Chi resiste a un’occupazione
militare straniera è un resistente – e non un terrorista. Una bugia è una bugia
– e non un “errore”. Le torture sono torture – e non “abusi”. E così via”.
Potremmo elencare ancora altri esempi per comprendere quanto la manipolazione
mediatica sia funzionale agli interessi del potere e alle scelte sulla politica
estera dei paesi occidentali, fino a tornare proprio alla questione che ha dato
l’imput al mio ragionamento di oggi, ossia al fatto che nel rogo dei pupazzi il
18 novembre, l’informazione ha voluto soffocare anche un accordo militare che
l’Italia ha siglato con Israele nel 2005, gli accordi economici dei nostri enti
locali con le istituzioni israeliane, il taglio dei fondi dell’UE destinati al
popolo palestinese, cui anche il governo italiano partecipa mentre parla di
“equidistanza”. Vero è che gli organizzatori di quella giornata non si faranno
tappare la bocca, come è scritto sul comunicato di invito all’assemblea pubblica
di mercoledì prossimo sulla richiesta di revoca dell’accordo di cooperazione
militare.
Alla luce di questa situazione si fa urgente una “controffensiva”, e gli
strumenti ce li abbiamo. Lo dimostra la presenza qui oggi di giornalisti,
redattori di radio, tv, giornali e siti Internet, che testimonia appunto il
bisogno di una strategia, perché no, anche comune, finalizzata ad
un’informazione veritiera. Spesso si parla di fonti “alternative”, anche se
questo aggettivo rischia di insinuare un carattere di subalternità, di
non-attendibilità di questo tipo di fonti che invece tante volte costituiscono
il veicolo della voce di chi vive direttamente e quotidianamente ciò che viene
raccontato e descritto. Esistono tra l’altro realtà che in Palestina operano
nell’informazione: poco fa ho citato il “Palestinian Centre for Human Rights” ma
ce ne sono altri. E’ di pochi giorni fa la notizia del neonato quotidiano
palestinese il lingua inglese, il “Palestine Times” che con una tiratura di
5.000 copie è apparso lunedì scorso per la prima volta nelle edicole in
Cisgiordania e nella Striscia di Gaza (tra l’altro ha anche un sito
www.times.ps); il direttore ha detto che questo quotidiano è nato dall’esigenza
di raccontare la vita in Cisgiordania e Gaza da un’ottica palestinese.
Chiudo con la citazione di chi per tanti anni ha rappresentato qui in Italia
anche l’ottica palestinese, cioè di Giancarlo Lannutti, che ha lasciato un vuoto
nell’informazione veritiera sulla Palestina. Dal Manifesto del 14 Febbraio 2005:
“la ricerca della verità, non quella ufficiale ma quella reale, della gente
semplice ed anonima, degli oppressi e dei diseredati è sicuramente difficile ed
esplicitamente contestata ed ostacolata dai meccanismi con cui oggi si cerca, in
modo palese e metodicamente programmato, di condizionare, di limitare e di
«pilotare» il lavoro - cioè la testimonianza - dei giornalisti. […] La
manipolazione e il condizionamento dell’informazione hanno assunto infatti
caratteri tali e tanto invasivi da farci concludere che i mezzi di comunicazione
di massa sono ormai visti dai comandi militari e dai governi come una vera e
propria arma, da utilizzare in stretto coordinamento con gli altri tipi di armi,
quelle che sparano e uccidono”.
* Intervento al convegno "La Palestina nei media. I media in Palestina" tenutosi
a Roma il 30 novembre