La lunga strategia dei depistaggi
La pista nera,
quella di Ustica e adesso quella mediorientale. Nessuna ricostruzione sinora
tentata della più grave strage nella storia della repubblica sembra davvero
convincente. Ancora una volta il passato viene usato da tutti soprattutto per la
lotta politica presente. Senza grande interesse per la verità
Dopo 25 anni restano molti dubbi, anche a sinistra,
sulla colpevolezza degli ex terroristi dei Nar, condannati sulla base di un
impianto accusatorio fragile, contraddittorio e pieno di episodi inspiegabili,
dalla falsa malattia del principale teste d'accusa al ruolo di Angelo Izzo.
Tra
i tanti misteri, veri o presunti, che costellano la sanguinosa storia italiana
negli anni tra il 1969 e il 1980, il più misterioso di tutti è anche il più
tragico: la strage di 25 anni fa alla stazione di Bologna. Che quel crimine sia
ancora irrisolto lo hanno ripetuto negli ultimi due giorni tutti: politici e
giornalisti, rappresentanti delle istituzioni e parenti delle vittime. Intendono
dire che le motivazioni della strage sono ancora avvolte dal mistero, e così i
mandanti della stessa. Confermano invece in coro la loro assoluta certezza
nell'identificazione degli esecutori materiali: gli ex terroristi neri Valerio
Fioravanti e Francesca Mambro (condannati con formula definitiva dopo cinque
processi) e Luigi Ciavardini (in attesa della seconda sentenza di cassazione in
quello che, anche per lui, sarà il quinto processo). La colpevolezza degli ex
Nar e in generale la pista nera sono dogmi che quasi non si possono mettere in
discussione senza sentirsi accusare di leso antifascismo o peggio. In realtà,
negli ultimi 15 anni, dubbi e perplessità sulla responsabilità effettiva dei Nar
sono stati sollevati in quantità non solo dalla destra politica ma anche, e
forse soprattutto, da personalità provenienti dalla sinistra come Rossana
Rossanda e Adriano Sofri o da giornalisti di sinistra come Gianluca Semprini,
autore dell'ottima controinchiesta sul caso Ciavardini
La strage di Bologna e il
terrorista sconosciuto.
A
indicare con assoluta certezza la pista nera fu per primo l'allora presidente
del consiglio Francesco Cossiga, pochi giorni dopo la strage. Come ammesso più
tardi dallo stesso Cossiga, la convinzione che i colpevoli andassero cercati
nell'estrema destra non poggiava su alcun elemento concreto. Era un assioma
privo di fondamenti probatori, ma non di consguenze precise. Le indagini si
volsero subito verso l'eversione nera, trascurando ogni altra eventuale pista, e
inevitabilmente si concentrarono sui protagonisti principali del terrorismo nero
dei tardi '70. Dunque sui Nar, anche se questi erano in realtà profondamente
diversi dai fratelli maggiori di Avanguardia nazionale o di Ordine nero. Nei Nar
la componente imitativa nei confronti dei gruppi armati di sinistra era forte e
palese, i rapporti con i servizi segreti, deviati o meno, inesistenti (non se ne
trova traccia in alcuna processo né in alcuna inchiesta). L'ostilità verso le
forze dell'ordine arrivava spesso all'omicidio e doveva servire, nelle
intenzioni dei fondatori dei Nar, proprio a prendere le distanze dalla
generazione neofascista precedente, accusata di essersi fatta proteggere e
insieme strumentalizzare dagli apparati dello stato.
La
svolta nelle indagini arriva otto mesi dopo la strage. L'11 aprile 1981 Massimo
Sparti, un malavitoso romano vicino alla banda della Magliana e arrestato due
giorni prima, parla ai giudici di un colloquio con Valerio Fioravanti avvenuto
il 4 agosto dell'anno precedente. Fioravanti chiedeva con urgenza un documento
falso per Francesca Mambro, perché questa, secondo la testimonianza di Sparti,
rischiava di «essere riconosciuta». Prodigo di particolari, Fioravanti avrebbe
aggiunto che lui e la Mambro erano nei pressi della stazione di Bologna il
giorno dell'attentato, «vestiti da tirolesi», concludendo con un cinico: «Hai
sentito che botto!».
La
testimonianza di Sparti è quella che inchioda i due fondatori dei Nar. Senza di
questa tutti gli altri elementi a carico raccolti dagli inquirenti, vaghi e
puramente indiziari, avrebbero avuto ben poco valore. Senza bisogno di scomodare
i valori sacri dell'antifscismo, esistono tuttavia motivi in quantità
industriale per dubitare di quella testimonianza.
Il
falsario a cui si era rivolto Sparti per il documento falso, Fausto De Vecchi,
arrestato l'8 dicembre `81 esclude nel primo interrogatorio «che le foto
consegnatemi dallo Sparti riproducessero sembianze femminili». Conferma la
versione qualche mese dopo. La cambia a distanza di qualche settimana,
assicurando di non poter né confermare né smentire che le foto per il documento
falso fossero di una donna: non le aveva guardate. Modifica ulteriormente la
testimonianza un anno dopo, quando afferma di aver sì guardato le foto in
questione, ma senza poter riconoscere il soggetto ritratto. Ci ripensa per
l'ultima volta, con un vero colpo di scena, nel 1990, in aula nel corso del
processo contro Mambro e Fioravanti: qui infatti gli torna alla memoria un
particolare, non proprio secondario, dimenticato nei numerosi interrogatori.
Interrogato dal giudice racconta che era stato lo stesso Sparti a dirgli che il
documento incriminato era stato chiesto da Fioravanti per la Mambro. Definitivo.
Nel frattempo Sparti e De
Vecchi erano stati fermati e condannati, nel 1986, per furto con scasso. Il
medesimo Sparti, infatti, era uscito di prigione nel maggio '82 in seguito alla
diagnosi di un tumore in stato terminale al pancreas. Una vicenda tormentata.
Sparti aveva accusato i primi malori subito dopo la testimonianza chiave,
nell'estate `81, ma le analisi non avevano riscontrato alcuna malattia grave.
Verdetto medico capovolto nel marzo dell'anno seguente, dopo una provvidenziale
quanto inspiegata sostituzione del direttore sanitario del carcere di Pisa,
Francesco Ceraudo.
Scarcerato perché in fin di vita, Sparti sopravviverà per oltre 20 anni.
Impossibile procedere con ulteriori accertamenti sulle sue cartelle cliniche di
Sparti. Sono state distrutte in un incendio nel '95, pochi giorni prima che ne
prendesse visione il giornalista del
Tg1
Ennio Remondino, lo stesso che aveva portato alla luce la vicenda della falsa
malattia.
I
pezzi grossi entrano nell'inchiesta in seguito al ritrovamento sull'espresso
Taranto-Milano, il 13 gennaio '81, di una valigetta piena di esplosivo dello
stesso tipo adoperato a Bologna, ma contenente anche un mitra, un fucile,
biglietti aerei, riviste straniere. E' un depistaggio, per il quale verranno
condannati il venerabile Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza e due
alti ufficiali del Sismi: il generale Musumeci e il colonnello Belmonte. Sfugge
alla condanna, ma solo perché deceduto prima del processo, l'organizzatore della
trama, il direttore del Sismi generale Santovito. Secondo la «verità
processuale» il depistaggio avrebbe dovuto allontanare gli inquirenti da
Fioravanti e Mambro. Forse per imperizia, però, gli elementi accatastati nella
valigetta riconducevano tutti, in un modo o nell'altro, proprio ai due
terroristi dei Nar.
A
chiamare in causa il terzo terrorista nero, Luigi Ciavardini, è stato invece
Angelo Izzo, già massacratore del Circeo, autore qualche mese fa di un altro
duplice omicidio. Izzo non era un pentito propriamente detto, anche perché con
l'eversione nera aveva avuto assai poco a che spartire. Era una sorta di
mallevadore di pentiti, si occupa di convincere i neofascisti in carcere a
pentirsi, ne coordinava le testimonianza.
In
questa veste, che nel carcere di minima sicurezza di Palliano gli garantiva una
condizione di assoluto privilegio, Izzo convinse nell'86la giovane neofascista
torinese Raffaella Furiozzi a rivelare quanto appreso dal suo ex fidanzato,
Diego Macciò, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia: a deporre
materialmente la bomba a Bologna erano stati due militanti di Terza posizione,
Nanni DeAngelis e Massimilano Taddeini, con Fioravanti e Mambro di copertura.
Izzo aggiunse che se c'erano quei due, doveva per forza aver partecipato
all'attentato anche Ciavardini, il terzetto essendo inseparabile.
L'accusa a carico di DeAngelis e Taddeini si rivelerà poi infondata al di là di
ogni dubbio e tuttavia, sulla base delle parole di Izzo, Ciavardini resterà
accusato della strage. A suo carico sarà possibile rintracciare solo un altro
«indizio». La sua fidanzata, Elena Venditti, avrebbe dovuto raggiungerlo a
Venezia partendo nella notte tra l'1 e il 2 agosto 1980. Il viaggio fu però
rinviato di due giorni, forse dopo una telefonata (mai effettivamente appurata)
di Ciavardini, che sconsigliava la partenza immediata.
Sulla base di simili elementi probatori era inevitabile che anche nei più
convinti antifascisti sorgessero dubbi sia sulla colpevolezza degli ex Nar che
sulla matrice neofascista della strage. In questi anni hanno avuto larga
circolazione ipotesi alternative, a volte suggerite dagli stessi protagonisti
delle vicenda dell'epoca. Secondo la più diffusa, la strage andrebbe messa in
correlazione con l'abbattimento del Dc 9 di Ustica pochi giorni prima: un
tentativo di sviare l'attenzione, una vendetta libica, o forse una rappresaglia
americana contro l'Italia colpevole di aver avvertito Gheddafi dell'agguato
aereo. Molte teorie, nessun elemento probatorio affidabile.
Altrettanto dicasi della cosiddetta «pista mediorientale» indicata recentemente
da Cossiga e subito abbracciata dalla stampa di destra. In questo caso gli
indizi si riducono alla presenza a Bologna nei giorni preceenti la strage di due
terroristi tedeschi considerati vicini al gruppo di Carlos e alle informative
dell'Ucigos che mettevano in guardia da possibili rappresaglie palestinese in
seguito all'arresto, nel 1979, di un militante del Fronte popolare per la
liberazione della Palestina. Su questa base, anche la pista mediorientale sembra
rappresentare l'ennesimo capitolo del turpe gioco italiano che dilaga a destra
come a sinistra e consiste nell'adoperare i misteri del passato solo a fini di
lotta politica presente. Con ben poco interesse per una verità ancora
sconosciuta, e non solo per quanto riguarda i mandanti della strage.
Il Manifesto