La Cina il Tibet e il Dalai Lama
di Domenico Losurdo
su L'ERNESTO 6/2003 del 01/11/2003
Chi è, in verità, il Dalai Lama? Perché tanta parte della sinistra italiana
tende ad accettarne la “santificazione” e non vederne l’essenza reazionaria?
Celebrato e trasfigurato dalla cinematografia di Hollywood, il Dalai Lama
continua indubbiamente a godere di una vasta popolarità: il suo ultimo viaggio
in Italia si è concluso solennemente con una foto di gruppo coi dirigenti dei
partiti di centro-sinistra, che hanno voluto così testimoniare la loro stima o
la loro riverenza nei confronti del campione della lotta di “liberazione del
popolo tibetano”.
Ma chi è realmente costui? Tanto per cominciare, egli non è nato nel Tibet
storico, ma in territorio incontestabilmente cinese, per l’esattezza nella
provincia di Amdo che, nel 1935, l’anno della nascita, era amministrata dal
Kuomintang. In famiglia si parlava un dialetto regionale cinese, sicché il
nostro eroe impara il tibetano come una lingua straniera, ed è costretto a
impararla a partire dall’età di tre anni, e cioè dal momento in cui,
riconosciuto come l’incarnazione del 13° Dalai Lama, viene sottratto alla sua
famiglia e segregato in un convento per essere sottoposto all’influenza
esclusiva dei monaci che gli insegnano a sentirsi, a pensare, a scrivere, a
parlare e a comportarsi come il Dio-Re dei tibetani ovvero come Sua Santità.
Desumo queste notizie da un libro (Heinrich Harrer, Sette anni nel Tibet,
Mondadori, Oscar bestsellers, 1999), che pure ha un carattere di
semi-ufficialità (si conclude con il “Messaggio” in cui il Dalai Lama esprime la
sua gratitudine all’autore) e che ha contribuito moltissimo alla costruzione del
mito hollywoodiano. Si tratta di un testo a suo modo straordinario, che riesce a
trasformare in capitoli di storia sacra anche i particolari più inquietanti.
1. Un “paradiso” raccapricciante
Nel 1946, Harrer incontra a Lhasa i genitori del Dalai Lama, dove si sono
trasferiti ormai da molti anni, abbandonando la natia Amdo. E, tuttavia, essi
non sono ancora divenuti tibetani: bevono il tè alla cinese, continuano a
parlare un dialetto cinese e, per intendersi con Harrer, che si esprime in
tibetano, hanno bisogno dell’aiuto di un “interprete”. Certo, la loro vita è
cambiata radicalmente: “Era un grosso salto quello dalla loro piccola casa di
contadini in una lontana provincia al palazzo che ora abitavano e ai vasti
poderi che erano adesso di loro proprietà”. Avevano ceduto ai monaci un bambino
di tenerissima età, che poi riconosce nella sua autobiografia di aver molto
sofferto per questa separazione. In cambio, i genitori avevano potuto godere di
una prodigiosa ascesa sociale. Siamo in presenza di un comportamento
discutibile? Non sia mai detto. Harrer si affretta subito a sottolineare la
“nobiltà innata” di questa coppia (p. 133): come potrebbe essere diversamente,
dato che si tratta del padre e della madre del Dio-Re?
Ma che società è quella su cui il Dalai Lama è chiamato a governare? Sia pure a
malincuore, l’autore del libro finisce col riconoscerlo: “La supremazia
dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una
severa dittatura. I monaci diffidano di ogni influsso che possa mettere in
pericolo la loro dominazione”. Ad essere punito non è soltanto chi agisce contro
il “potere” ma anche “chiunque lo metta in dubbio” (p. 76). Diamo ora uno
sguardo ai rapporti sociali. Si direbbe che la merce più a buon mercato sia
costituita dai servi (si tratta, in ultima analisi, di schiavi). Harrer descrive
giulivo l’incontro con un alto funzionario: anche se non è un personaggio
particolarmente importante, egli può comunque disporre di un “seguito di trenta
servi e serve” (p. 56). Essi vengono sottoposti a fatiche non solo bestiali ma
persino inutili: “Circa venti uomini erano legati alla cintura da una corda e
trascinavano un immenso tronco, cantando in coro le loro lente nenie e avanzando
di pari passo. Ansanti e in un bagno di sudore non potevano soffermarsi per
pigliare fiato, perché il capofila non lo permetteva. Questo lavoro massacrante
rappresenta una parte delle loro tasse, un tributo da sistema feudale”. Sarebbe
stato facile far ricorso alla ruota, ma “il governo non voleva la ruota”; e,
come sappiamo, contrastare o anche solo mettere in discussione il potere della
casta dominante poteva essere assai pericoloso. Ma, secondo Harrer, non ha senso
versare lacrime sul popolo tibetano di quegli anni: “forse così era più felice”
(pp. 159-160).
Incolmabile era l’abisso che separava i servi dai padroni. Per la gente comune,
al Dio-Re non era lecito rivolgere né la parola né lo sguardo. Ecco cosa avviene
nel corso di una processione: “Le porte della cattedrale si aprirono e
lentamente uscì il Dalai Lama […] Devota la folla si inchinò immediatamente. Il
cerimoniale religioso esigerebbe che la gente si gettasse per terra, ma era
impossibile farlo a causa della mancanza di spazio. Migliaia di persone
curvarono invece la schiena, come un campo di grano sciabolato dal vento.
Nessuno osava alzare gli occhi. Lento e compassato il Dalai Lama iniziò il suo
giro intorno al Barkhor […] Le donne non osavano respirare”.
Finita la processione, il quadro cambia in modo radicale: “Come ridestata da un
sonno ipnotico la folla in quel momento passò dall’ordine al caos […] I
monaci-soldato entrarono subito in azione […] All’impazzata facevano mulinare i
loro bastoni sulla folla […] Ma nonostante la gragnuola di colpi, i battuti
ritornavano come fossero posseduti da demoni […] Adesso accettavano colpi e
frustate come una benedizione. Fiaccole di pece fumosa cadevano sulle loro
teste, urla di dolore, qui un volto bruciato, là i gemiti di un calpestato!”
(pp. 157-8).
Vale la pena di notare che questo spettacolo viene seguito dal nostro autore in
modo ammirato e devoto. Non a caso, il tutto è contenuto in un paragrafo dal
titolo eloquente: “Un dio alza, benedicendo, la mano”. L’unico momento in cui
Harrer, assume un atteggiamento critico si verifica allorché egli descrive la
condizione igienica e sanitaria del Tibet del tempo. Infuria la mortalità
infantile, la durata media della vita è incredibilmente bassa, le medicine sono
sconosciute, in compenso circolano farmaci assai singolari: “spesso i lama
ungono i loro pazienti con la propria saliva santa; oppure tsampa e burro
vengono mescolati con l’urina degli uomini santi per ottenere una specie di
emulsione che viene somministrata ai malati” (p. 194). Qui si ritrae perplesso
anche il nostro autore devoto e bacchettone: se pure dal “Dio-Ragazzo” è stato
“persuaso a credere nella reincarnazione” (p. 248), egli tuttavia non riesce a
“giustificare il fatto che si bevesse l’urina del Buddha Vivente”, e cioè del
Dalai Lama. Solleva il problema con quest’ultimo, ma con scarsi risultati: il
Dio-Re “da solo non poteva combattere tali usi e costumi, e in fondo non se ne
preoccupava troppo”. Ciò nonostante il nostro autore, che si accontenta di poco,
messe da parte le sue riserve, conclude imperturbabile: “In India, del resto,
era uno spettacolo giornaliero vedere la gente bere l’urina delle vacche sacre”
(p. 294).
A questo punto, Harrer può procedere senza più impacci nella sua opera di
trasfigurazione del Tibet pre-rivoluzionario. In realtà, esso è carico di
violenza e non conosce neppure il principio della responsabilità individuale: le
punizioni possono essere anche trasversali e colpire i parenti del responsabile
di una mancanza anche assai lieve o persino immaginaria (p. 79). Ma cosa avviene
per i crimini considerati più gravi? “Mi raccontarono di un uomo che aveva
rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato
colpevole del reato, e quella che noi avremmo considerato una sentenza disumana
fu portata a compimento. Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo
corpo mutilato ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando
smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio” (p. 75). Ma anche reati
minori, ad esempio “il gioco d’azzardo”, possono essere puniti in modo spietato
se commessi nei giorni di festività solenni: “i monaci sono a tale riguardo
inesorabili e molto temuti, perché più di una volta è avvenuto che qualcuno sia
morto sotto la rigorosa flagellazione, la pena usuale” (pp. 153-3). La violenza
più selvaggia caratterizza i rapporti non solo tra “semidei” e “esseri
inferiori”, ma anche tra le diverse frazioni della casta dominante: ai
responsabili delle frequenti “rivoluzioni militari” e “guerre civili” che
caratterizzano la storia del Tibet pre-rivoluzionario (l’ultima si verifica nel
1947), vengono fatti “cavare gli occhi con una spada” (pp. 224-5). E, tuttavia,
il nostro zelante convertito al lamaismo non si limita a dichiarare che “le
punizioni sono piuttosto drastiche, ma sembrano essere commisurate alla
mentalità della popolazione” (p. 75). No, il Tibet pre-rivoluzionario è ai suoi
occhi un’oasi incantata di non violenza: “Dopo un po’ che si è nel paese, a
nessuno è più possibile uccidere una mosca senza pensarci. Io stesso, in
presenza di un tibetano, non avrei mai osato schiacciare un insetto soltanto
perché mi infastidiva” (p. 183). In conclusione, siamo in presenza di un
“paradiso” (p. 77). Oltre che di Harrer, questa è l’opinione anche del Dalai
Lama, che nel suo “Messaggio” finale si abbandona ad una struggente nostalgia
degli anni vissuti da Dio-Re: “ricordiamo quei giorni felici che trascorremmo
assieme in un paese felice” (happy) ovvero, secondo la traduzione italiana, in
“un paese libero”.
2. “Invasione” del Tibet e tentativo di smembramento della Cina
Questo paese “felice” e “libero”, questo “paradiso” viene trasformato in un
inferno dall’”invasione” cinese. Le mistificazioni non hanno mai fine. Ha
realmente senso parlare di “invasione”? Quale paese aveva riconosciuto
l’”indipendenza” del Tibet e intratteneva con esso relazioni diplomatiche? In
realtà, ancora nel 1949, nel pubblicare un libro sulle relazioni Usa-Cina, il
dipartimento di Stato americano accludeva una mappa di per sé eloquente: con
tutta chiarezza sia il Tibet che Taiwan vi figuravano quali parti integranti del
grande paese asiatico, impegnato a porre fine una volta per sempre alle
amputazioni territoriali imposte da un secolo di aggressioni colonialiste e
imperialiste. Naturalmente, con l’avvento dei comunisti al potere, cambia tutto,
comprese le carte geografiche: ogni falsificazione storica e geografica è lecita
se essa consente di ridare slancio alla politica a suo tempo iniziata con la
guerra dell’oppio e di avanzare cioè in direzione dello smembramento della Cina
comunista.
È un obiettivo che sembra sul punto di realizzarsi nel 1959. Con un cambiamento
radicale rispetto alla politica seguita sino a quel momento, che l’aveva visto
collaborare col nuovo potere insediatosi a Pechino, il Dalai Lama sceglie la via
dell’esilio e comincia ad agitare la bandiera dell’indipendenza del Tibet. Si
tratta realmente di una rivendicazione nazionale? Abbiamo visto che il Dalai
Lama stesso non è di origine tibetana ed è costretto ad imparare una lingua che
non è la sua lingua materna. Ma concentriamo pure la nostra attenzione sulla
casta dominante autoctona. Per un verso questa, nonostante la generale ed
estrema miseria del popolo, può coltivare i suoi raffinati gusti cosmopoliti: ai
suoi banchetti si scialacquano “squisitezze di tutte le parti del mondo” (pp.
174-5). A degustarle sono raffinati parassiti che, nell’ostentare il loro
sfarzo, non danno certo prova di ristrettezza provinciale: “le volpi azzurre
vengono da Amburgo, le perle coltivate dal Giappone, le turchesi via Bombay
dalla Persia, i coralli dall’Italia e l’ambra da Berlino e Königsberg” (p. 166).
Ma mentre si sente affine all’aristocrazia parassitaria di ogni angolo del
mondo, la casta dominante tibetana guarda ai suoi servi come ad una razza
diversa e inferiore; sì, “la nobiltà ha le sue leggi severe: è permesso sposare
soltanto chi è dello stesso rango” (p. 191). Che senso ha allora parlare di
lotta di indipendenza nazionale? Come possono esserci una nazione e una comunità
nazionale se, per riconoscimento dello stesso candido cantore del Tibet
pre-rivoluzionario, i “semidei” nobiliari, lungi dal considerare concittadini i
loro servi, li bollano e li trattano quali “esseri inferiori” (pp. 170 e 168)?
D’altro canto, a quale Tibet pensa il Dalai Lama allorché comincia ad agitare la
bandiera dell’indipendenza? È il Grande Tibet, che avrebbe dovuto abbracciare
vaste aree al di fuori del Tibet propriamente detto, annettendo anche le
popolazioni di origine tibetana residenti in regioni come lo Yunnan e il Sichuan,
da secoli parte integrante del territorio della Cina e talvolta culla storica di
questa civiltà multisecolare e multinazionale. Chiaramente, il Grande Tibet
costituiva e costituisce un elemento essenziale del progetto di smembramento di
un paese che, a partire dalla sua rinascita nel 1949, non cessa di turbare i
sogni di dominio mondiale accarezzati a Washington.
Ma cosa sarebbe successo nel Tibet propriamente detto se le ambizioni del Dalai
Lama si fossero realizzate? Lasciamo pure da parte i servi e gli “esseri
inferiori” a cui chiaramente non prestano molta attenzione i seguaci e i devoti
di Sua Santità. In ogni caso, il Tibet pre-rivoluzionario è una “teocrazia” (p.
169): “un europeo difficilmente è in grado di capire quale importanza si annetta
al più piccolo capriccio del Dio-Re” (p. 270). Sì, “il potere della gerarchia
era illimitato” (p. 148), ed esso si esercitava su qualunque aspetto
dell’esistenza: “la vita delle persone è regolata dalla volontà divina, i cui
unici interpreti sono i lama” (p. 182). Ovviamente, non c’è distinzione tra
sfera religiosa e sfera politica: i monaci permettevano “alle tibetane le nozze
con un mussulmano solo alla condizione di non abiurare” (p. 169); non era
consentito convertirsi dal lamaismo all’Islam. Assieme ai rapporti matrimoniali
anche la vita sessuale conosce una regolamentazione occhiuta: “per gli adulteri
vigono pene molto drastiche, ad esempio il taglio del naso” (p. 191). È chiaro:
pur di smembrare la Cina, Washington non esitava a montare in sella al cavallo
fondamentalista del lamaismo integralista e del Dalai Lama.
Ora, anche Sua Santità è costretto a prenderne atto: il progetto secessionista è
sostanzialmente fallito. Ed ecco allora le dichiarazioni per cui ci si
accontenterebbe dell’”autonomia”. In realtà, il Tibet è da un pezzo una regione
autonoma. E non si tratta di parole. Già nel 1998, pur formulando critiche,
Foreign Affairs, la rivista americana vicina al Dipartimento di Stato, con un
articolo di Melvyn C. Goldstein si è lasciata sfuggire riconoscimenti
importanti: nella Regione Autonoma Tibetana il 60-70% dei funzionari sono di
etnia tibetana e vige la pratica del bilinguismo. Naturalmente c’è sempre spazio
per miglioramenti; resta il fatto che, in seguito alla diffusione
dell’istruzione, la lingua tibetana è oggi parlata e scritta da un numero di
persone ben più elevato che nel Tibet pre-rivoluzionario. È da aggiungere che
solo la distruzione dell’ordinamento castale e delle barriere che separavano i
“semidei” dagli “esseri inferiori” ha reso possibile l’emergere su larga base di
un’identità culturale e nazionale tibetana. La propaganda corrente è il
rovesciamento della verità.
Mentre gode di un’ampia autonomia, il Tibet, grazie anche agli sforzi massicci
del governo centrale, conosce un periodo di straordinario sviluppo economico e
sociale. Assieme al livello di istruzione, al tenore di vita, e alla durata
media della vita cresce anche la coesione tra i diversi gruppi etnici, come è
confermato fra l’altro dall’aumento dei matrimoni misti tra han (cinesi) e
tibetani. Ma proprio ciò diventa il nuovo cavallo di battaglia della campagna
anticinese. Ne è un esempio clamoroso l’articolo di Bernardo Valli su la
Repubblica del 29 novembre. Mi limito qui a citare il sommario: “L’integrazione
tra questi due popoli è l’ultima arma per annullare la cultura millenaria del
paese sul tetto del mondo”. Chiaramente, il giornalista si è lasciato abbagliare
dall’immagine di un Tibet all’insegna della purezza etnica e religiosa che è il
sogno dei gruppi fondamentalisti e secessionisti. Per comprenderne il carattere
regressivo, basta ridare la parola al cronista che ha ispirato Hollywood. Nel
Tibet pre-rivoluzionario, oltre ai tibetani e ai cinesi “si possono incontrare
anche lhadaki, bhutanesi, mongoli, sikkimesi, kazaki e via dicendo”. Sono ben
presenti anche i nepalesi: “Le loro famiglie rimangono quasi sempre nel Nepal,
dove anche loro ritornano di tanto in tanto. In questo differiscono dai cinesi,
che sposano volentieri donne tibetane, conducendo una vita coniugale esemplare”
(pp. 168-9). La maggiore “autonomia” che si rivendica, non si sa bene se per il
Tibet propriamente detto ovvero per il Grande Tibet, dovrebbe comportare anche
la possibilità per il governo regionale di vietare i matrimoni misti e di
realizzare una purezza etnica e culturale che non esisteva neppure prima del
1949?
3. La cooptazione del Dalai Lama nell’Occidente e nella razza bianca e la
denuncia del pericolo giallo
L’articolo di Repubblica è prezioso perché ci permette di cogliere la sottile
vena razzista che attraversa la campagna anticinese in corso. Com’è noto, nel
ricercare le origini della razza “ariana” o “nordica” o “bianca”, la mitologia
razzista e il Terzo Reich hanno spesso guardato con interesse all’India e al
Tibet: è di qui che avrebbe preso le mosse la marcia trionfale della razza
superiore.
Nel 1939, al seguito di una spedizione delle SS, l’austriaco Harrer giunge
nell’India del nord (oggi Pakistan) e di qui poi penetra nel Tibet. Allorché
incontra il Dalai Lama, subito lo riconosce e lo celebra come membro della
superiore razza bianca: “La sua carnagione era molto più chiara di quella del
tibetano medio, e in qualche sfumatura anche più bianca di quella
dell’aristocrazia tibetana” (p. 280). Del tutto estranei alla razza bianca sono
invece i cinesi. Ecco perché è un evento straordinario la prima conversazione
che Sua Santità ha con Harrer: egli si trovava “per la prima volta solo con un
uomo bianco” (p. 277). In quanto sostanzialmente bianco, il Dalai Lama non era
certo inferiore agli “europei” ed era comunque “aperto a tutte le idee
occidentali” (pp. 292 e 294). Ben diversamente si atteggiano i cinesi, nemici
mortali dell’Occidente. Lo conferma ad Harrer un “ministro-monaco” del Tibet
sacro: “nelle antiche scritture, ci disse, si leggeva una profezia: una grande
potenza del Nord muoverà guerra al Tibet, distruggerà la religione e imporrà la
sua egemonia al mondo” (p. 141). Non c’è dubbio: la denuncia del pericolo giallo
è il filo conduttore del libro che ha ispirato la leggenda hollywoodiana del
Dalai Lama.
Torniamo alla foto di gruppo che ha concluso il suo recente viaggio: fisicamente
assenti ma idealmente ben presenti si possono considerare Richard Gere e gli
altri divi di Hollywood, inondati di dollari per celebrare la leggenda del
Dio-Re venuto dall’Oriente misterioso.
È doloroso ammetterlo, ma bisogna prenderne atto: è ormai da qualche tempo che,
volte le spalle alla storia e alla geografia, una certa sinistra si rivela in
grado di alimentarsi solo di miti teosofici e cinematografici, senza prendere le
distanze neppure dai miti cinematografici più torbidi.