La città ferita

Le stragi di Stato sono uno dei periodi più cupi della nostra stroria, periodi sui quali non si è ancora riusciti a fare piena luce. Solo l'azione costate delle associazioni dei parenti delle vittime ha reso possibile costruire una memoria collettiva, una memoria che chi non c'era ha bisogno di recuperare per poter vivere consapevolmente il presente.


Ferruccio Capelli
È importante avere momenti in cui tornare a riflettere intorno a pagine così importanti della storia d'Italia come il periodo delle stragi. Questo libro ci consente di farlo riattualizzando il ragionamento su questa vicenda. Il 12 dicembre 1969, giorno della strage di piazza Fontana, segna l'inizio del periodo stragista. Nel libro Il paese mancato di Guido Crainz, il tema viene affrontato con ampiezza; l'autore parla di quell'evento come di un "affaire Dreyfuss" all'italiana. Quello infatti su lo strumento usato per imporre una svolta a destra al paese e poi, attraverso una straordinaria mobilitazione per svelare la trama vera che aveva portato a quella strage, è diventato il momento in cui si è smontata quel tentativo di svolta a destra e si è messo in moto un importante movimento di democratizzazione del paese. Quella vicenda ha cambiato intere generazioni, ne ha determinati gli umori e gli orientamenti, è rimasta come una cappa pesantissima nei rapporti tra una generazione intera e lo Stato. Il tema della memoria, della città e del suo rapporto con la memoria è per noi particolarmente importante: sentiamo il peso di essere troppo schiacciati sul presente. Spesso quando si parla di Milano si parla della sua crisi d'identità, ebbene per noi se una ragione c'è questa è sicuramente l'aver perso il legame con la sua memoria storica, con la sua identità storica.

Aldo Aniasi
In Italia oggi non c'è nessuna coscienza di quanto sia fondamentale conservare una memoria storica, di quanto questa possa influire sulle vicende di oggi e sul futuro. La stagione del terrorismo è dimenticata. Molti fatti lo dimostrano. In questi giorni si sta concludendo il processo d'Appello per la strage di Milano, ma non è seguito da nessuno, non c'è pubblico, non ci sono giornalisti.
Ma quando e come un lutto privato diventa un lutto pubblico, memoria condivisa?

La strage di Milano, quella di Bologna, ma ci sono altre stragi dimenticate, per esempio la strage di Brescia del 1974. Qualche anno fa fecero una trasmissione in Tv intervistando dei ragazzi di Brescia, la loro ignoranza sull'argomento era totale. Non sapevano nulla circa quell'evento. "Non ero ancora nata" rispose una ragazza, mentre altri, a domanda diretta, hanno dato la responsabilità alle Brigate Rosse, senza però sapere nulla di quel fatto.
Noi chiediamo da sempre l'abolizione del segreto di Stato. La legge 811 afferma che solo le stragi che non sono indirizzate a sovvertire l'ordine costituzionale sono coperte dal segreto di Stato, ma è il presidente del Consiglio a decidere se e quali di queste stragi hanno questa finalità e lui ad avere la possibilità di secretare i documenti. Io credo che il segreto di Stato andrebbe abolito per qualunque strage, ma in ogni caso che sia lasciato ai giudici di stabilire di quale sia la finalità.

La strage di Piazza Fontana dà inizio alla strategia della tensione che è poi la strategia del terrore. C'era già stata un'avvisaglia: il 25 aprile dello stesso anno erano scoppiate delle bombe alla Fiera; anche in quel caso si disse subito che erano stati gli anarchici. In agosto furono messe delle bombe sui treni e, di nuovo, la responsabilità venne attribuita a questo gruppo. Nel mese di novembre, ancora, un agente era rimasto ferito nel corso di una manifestazione di sindacati e pensionati per la casa. La presenza delle forze dell'ordine non era in quel caso assolutamente necessaria, erano tentativi di provocazione nei confronti di manifestazioni democratiche, mentre a Milano i fascisti presidiavano piazza San Babila, a poche decine di mesi dalla prefettura. Ma chi erano i rappresentanti delle istituzioni all'epoca? Il prefetto era Libero Massa, ex capo di gabinetto di Tambroni; questore era Guida, che era stato a Ventotene, carceriere anche di Pertini; il comandante dei carabinieri era il generale Palumb, uomo di estrema destra e iscritto alla P2…
I funerali delle vittime furono funerali fascisti: si presentarono allo scoperto, per la prima volta a Milano, città medaglia d'oro della resistenza, con i loro gagliardetti, con le loro divise, quelli della Nas, quelli delle Brigate Nere. Era chiaro il desiderio di cercare un incidente.

Quel giorno, all'inizio mi dissero che era scoppiata la caldaia, voce che circolò del resto anche a Bologna, se non erro. Quando io arrivai alla Banca dell'agricoltura, le autorità erano già arrivate tutte - il prefetto, il questore - subito il prefetto mi disse che erano stati gli anarchici, e mi ricordò un episodio del 1921, quando scoppiò una bomba nel cinema Diana di Milano e la responsabilità, forse anche giustamente, venne attribuita agli anarchici. Tornando verso palazzo Marino, mi domandai com'era possibile che sapesse già, senza avere fatto indagini, di chi era la responsabilità dell'attentato?
Riunii subito la giunta, feci dichiarare il lutto cittadino, feci togliere tutte le luminarie per le festività imminenti, vietai le manifestazioni. Volevo far fare un manifesto in cui si indicavano come responsabili i fascisti; venni additato come fazioso, una parte della giunta lo bocciò e il manifesto non si fece. Qual era il clima a Milano? Andai con mia figlia a trovare i feriti all'ospedali, ma fui accolto in maniera gelida: era l'indicazione della responsabilità morale della nostra parte politica. Devo dire che durò poco.
Organizzammo una mobilitazione per dimostrare che Milano non aveva paura. La folla davanti al Duomo era immensa: non ho mai visto una folla simile, una folla silenziosissima che si apriva al passaggio delle autorità. Nenni mi disse: "Milano è sempre stata protagonista nel bene e nel male. Questa gente è la garanzia di democrazia. Il movente di questa strage è certamente antidemocratico, dovete respingere le provocazioni e sostenere la democrazia. Sicuramente ci saranno speculazioni dei reazionari, i fascisti speculeranno".

I giorni successivi furono altrettanto drammatico. I presunti colpevoli, Pinelli e Valpreda, sbattuti come mostri in prima pagina. E la televisione. Bruno Vespa, perché nessuno mai ricorda che si trattò di lui, disse "hanno arrestato i mostri". Pinelli era conosciuto come un anarchico, un democratico, una persona per bene: non c'era dubbio da parte di nessuno e io fui tra i primi a firmare una petizione in suo favore.
Milano non cedette alla paura: questa fu la carta vincente. Se la risposta fosse stata un'altra, la nostra storia sarebbe stata un'altra.

Certo ci sono fatti non del tutto chiari ancora, per esempio la questione della bomba inesplosa, ma fatta scoppiare dagli artificieri, perdendo così informazioni fondamentali per individuare i reali colpevoli. Le bombe scoppiate a Roma all'altare della Patria. Alla commissione stragi, Taviani disse: "È stato organizzato da persone troppe serie per dire che volessero ottenere veramente una strage. Me lo disse il capo dell'antiterrorismo, quando io fui per la seconda volta ministro dell'Interno. Un capitano dei carabinieri era stato incaricato di correre a Milano per dire che non si doveva far scoppiare quella bomba". Il capitano è stato individuato, abbiamo nome e cognome; oggi è morto, ma la figlia ha confermato e ha indicato la persona che sarebbe stata destinataria del messaggio. Un personaggio politico noto, fra gli imputati anche per la strage di Brescia.
Il contesto sociale era quello dell'autunno caldo: scioperi, manifestazioni, occupazioni per la casa, per il lavoro, per la scuola. C'era allarme per la situazione politica, c'era la convinzione che ci fosse un'apertura verso il partito comunista e c'era Moro, la cui linea politica era diversa da quella della destra della DC.
Oggi sappiamo anche che la pista degli anarchici era già stata indicata precedentemente dall'Ufficio Affari Riservati del ministero degli Interni.

Sono gli anni del tentativo Borghese, che non è stato una farsa, come si vuol far credere, ma un tentativo serio. Poi ci fu la bomba alla questura, la bomba di Brescia, preceduta dalle esercitazioni armate sulle montagne intorno la città, la bomba alla sede del PSI, i moti d'insurrezione di Reggio Calabria, l'invasione all'Aquila della sede della federazione del PCI, il tentativo di sequestro di Saragat…
Sul piano giudiziario non esiste un'indicazione dei mandanti, ma sappiamo che dietro c'erano i servizi segreti dello Stato italiano. I finanziamenti venivano dalla CIA. Anche noi all'inizio pensavamo alla strage fascista, invece i fascisti non furono che la manovalanza. La responsabilità di una parte degli uomini di governo è certa: per paura, per vigliaccheria, per incapacità per omissione, per sottovalutazione del pericolo… Di tutto questo bisogna discutere.

Di tutto questo c'è coscienza?
Perché non si aprono gli archivi? Gli Stati Uniti l'hanno fatto, hanno aperto gli archivi da cui risulta chiaramente che gli USA finanziarono il golpe di Pinochet. Perché da noi non avviene?
Credo poi che sia necessario accertare l'affidabilità democratica delle massime cariche dei servizi, come succede in America, dove sono sottoposti alla verifica del Senato.
C'è una verità storica, ma c'è anche una verità giudiziaria. Bisogna infine abolire il segreto di Stato.
Ancora nel 1993 Andreotti diceva: "Sono sempre stato convinto che a mettere le bombe furono criminali comuni che non perseguivano alcun obiettivo politico". A dirlo è un uomo che è stato sette volte presidente del Consiglio. Amato, anche egli presidente del Consiglio, nel 1990 disse: "Fino a quando queste ombre lunghe del passato si proietteranno su noi e sul nostro passato, la nostra democrazia sarà in pericolo". Ecco perché è indispensabile far vivere la memoria di questa lunga tragedia che ha vissuto il nostro paese, perché bisogna impedire che persistano alibi per chi vuole contestare la verità.

Renzo Imbeni
Le due parole chiave che noi abbiamo sempre usato, dopo le stragi e le conseguenze di questa strategia pensata da criminali politici, sono verità e giustizia e verità e giustizia sono le due parole che titolarono il j'accuse Emile Zola chiede per il caso Dreyfuss.
L'intento esplicito era quello di denunciare una strage che aveva sicuramente un mandante in alcuni gangli dello Stato e chiedendo verità e giustizia non si voleva solo fare riferimento a una necessità democratica e umana ma anche all'obiettivo attraverso il quale si potesse riprendere un cammino democratico indebolito da queste stragi.
In parte, queste stragi hanno ottenuto il loro obiettivo, nonostante la risposta forte che le due città hanno saputo dare. L'obiettivo era indebolire il tessuto democratico, la voglia di protagonismo, di essere portatori attraverso il proprio senso civico di un sistema democratico non fondato soltanto sulla partecipazione al voto, ma di essere protagonisti di una vita civile ricca.
Se penso che subito dopo la strage di Bologna, l'MSI propose una raccolta di firme per reintrodurre la pena di morte in Italia e che molti l'hanno firmata, e che questa petizione fu firmata anche in una città come Bologna, tradizionalmente aperta, forte, democratica, da qualche decina di migliaia di persone, allora mi rendo conto della forza con la quale la sensibilità delle persone è stata colpita con queste stragi. Ricordiamoci che la strage di Bologna fu la strage di Bologna fu il più grave attentato terroristico in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.
E questo, per inciso, dovrebbe anche aiutarci a capire le reazioni degli americani di fronte all'11 settembre. Non comprendendo la loro reazione, facciamo lo stesso errore che facemmo allora: fummo toccati profondamente nel nostro essere cittadini. Anche allora alcuni sottovalutarono l'effetto perverso di quella strage, un effetto assolutamente destabilizzante.
Tramandare la memoria non significa soltanto non dimenticare, significa anche continuare a chiedersi perché, ed è questo quello che noi facciamo, perché per la strage di Bologna una motivazione precisa e chiara non è ancora stata data. Per piazza Fontana sappiamo che l'idea era quella di bloccare un processo politico, colpire un movimento di giovani, di cittadini, spostare l'asse politico a destra.
Anche le stragi del 1974 (l'Italicus e Brescia) trovano il loro perché nella fase storica che si stava vivendo. La società civile era cresciuta, cresceva, aveva ritrovato la forza, aveva reagito alla prima fase della strategia della tensione, aveva superato Piazza Fontana, tanto da far pensare ad una modifica rapida degli equilibri politici scaturiti dalle elezioni politiche del 1972. Nel 1973/74 ci sono moltissime manifestazioni antifasciste in risposta ad uno stillicidio di avvenimenti che precedono le stragi del 1974.
Ma Bologna perché? Il 1980 segue anni drammatici che hanno visto l'uccisione di Moro, il terrorismo brigatista, per Bologna, l'uccisione di Lorusso e la spaccatura tra la città e una parte consistente dei giovani. Una spaccatura che non si è mai più risanata del tutto. Il movimento del 1977 è stato decisamente più ambiguo di quello del 1968: denunciava l'assenza di sbocchi occupazionali, di affermazione individuale di decine di migliaia di giovani che vivevano la disoccupazione qualificata, ma si manifestava, nelle sue forme più appariscenti, in forme violente. La sinistra storica non poteva condividere queste forme di espressione violenta. La città era dunque già stata ferita.
Perché quella bomba nel 1980? Ho solo una risposta generale e non specifica: colpire la democrazia italiana, in un luogo simbolo di questa democrazia. Far paura, intimorire, far arrivare il messaggio che chiunque poteva essere colpito in qualunque momento. "Io ti posso colpire quando e come voglio". Queste stragi inoltre non sono rivendicate: il buio. Instillano paura. La straordinarietà della risposta sta proprio nell'aver saputo ripetere ogni anno, da 23 anni a questa parte, che non si può dimenticare, che verità e giustizia non sono state ottenute. Siamo diventati 'imprenditori morali della memoria', come dice Annalisa Tota.
Bisogna poi tener presente che questo ricordare non vuol dire ripetere le stesse cose alle stesse persone, perché la popolazione della città è profondamente cambiata in questi anni, non soltanto in termini di età, ma anche per il fatto che molti si sono spostati e molti altri sono venuti a vivere a Bologna, e non mi riferisco soltanto agli immigrati di recente arrivo, ma a movimenti interni. Siamo passati da 495.000 a 370.000. Il lavoro di costruzione della memoria si rivolge a soggetti diversi, a persone nuove.
Cosa abbiamo fatto? Le iniziative sono state tante: i quartieri di Bologna hanno adottato i famigliari delle vittime, di seguire i bambini fino al raggiungimento della maggiore età; i luoghi della memoria sono vie, piazze, asili, giardini, scuole, centri sociali che portano il nome delle vittime, i nomi individuali delle vittime; un anno abbiamo deciso di recitare l'Antigone in diverse piazze della città: la partecipazione emotiva in quel caso fu enorme. Non avere verità e giustizia è come lasciare insepolto il morto. Le vittime della strage erano ancora non sepolti: questo era il messaggio che volevamo mandare, scegliendo quella forma per ricordare la strage. Qualche anno dopo decidemmo di far parlare un ragazzo palestinese e un ragazzo israeliano, lì, alla stazione, per dire che la nostra ferita come la loro si sarebbe chiusa solo quando avessimo condiviso un discorso completo e condiviso di verità; anche in quel caso l'adesione della città fu notevole. Abbiamo invitato il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e, devo dire, che quest'iniziativa suscitò parecchie polemiche.
Poi c'è la vicenda del monumento. Là dove si forma il corteo il 2 agosto, sul muro di palazzo di Accursio, c'è il monumento ai caduti per la libertà contro il nazifascismo (val la pena ricordare che quel monumento nacque in maniera autonoma, perché proprio lì i familiari andavano ad attaccare le foto dei loro ragazzi. Così nacque l'idea di quella teca e di quelle centinaia di fotografie dei combattenti per la libertà dal 1943 al 1945), accanto a quella lapide c'è oggi una stele di vetro che ricorda le vittime delle stragi fasciste: 1974, 180, 1984. In questo caso la memoria è quasi completamente condivisa dalla città, è contesa solo a livello partitico, neanche politico. Noi abbiamo usato questo termine prima ancora di sapere quali sarebbero stati gli esiti processuali, ma perché una strage di questo tipo non può che essere definita così. Chiunque l'abbia compiuta non può che avere una mente fascista, una mente che si richiama al male assoluto, come ha avuto modo di dire recentemente Gianfranco Fini. Come altro possiamo definire atti come questi?
Quando Andreotti ebbe a dire che si augurava che venisse tolto l'aggettivo fascista da quei monumenti, la nostra risposta fu proprio questa: un crimine del genere non può che venire da una mente fascista. Per il risultato che hanno ottenuto, per i fini che si ponevano, per le vittime che hanno fatto, vittime "tutte innocenti" come spesso ha ripetuto Torquato Secci, primo presidente dell'associazione.
Le manifestazioni attorno al due agosto però vogliono commemorare anche le altre stragi, come Ustica, per esempio. Quella venne in seguito definita la "strage dimenticata", perché nessun familiare pensò da subito che potesse essere altra cosa da un tragico incidente: la vicenda era talmente grave che fu terribilmente faticoso immaginare, pensare che potesse essere una starge. I primi a fare collegamenti tra le due stragi, dicendo che si trattava di un depistaggio - la strage della stazione di Bologna era un depistaggio per non far parlare di Ustica - furono quelli di destra, l'MSI.
Noi ancora oggi non siamo in grado di avere verità, né dalla Francia né dagli USA, su quell'azione di guerra che in un qualche modo si svolse nel cielo di Ustica.
Nel 1991 poi a Bologna ci sono dieci persone ammazzate: carabinieri, nomadi, commercianti, benzinai? Quando dopo l'uccisione dei due nomadi, sostengo con cautela che ci vorrebbe un maggiore coordinamento tra le forze dell'ordine, per capire chi sta operando, vengo accusato dal prefetto di attaccare le forze dell'ordine duramente impegnati sul territorio. Sarà l'esperienza o l'immaginazione, ma dopo alcuni giorni quando vengono uccisi i tre carabinieri io mi convinco che le operazioni non possono essere che condotte da persone che conoscono molto bene il territorio e che hanno una forza e una capacità militare consistente. Non potevo dire queste cose pubblicamente; l'unico errore che feci però era di pensare che si trattasse di ex carabinieri, mentre erano ancora in servizio. La banda della Uno bianca ha lasciato tracce profonde a Bologna, anche perché una delle vittime fu uccisa solo perché aveva visto e voleva parlare.
Di memoria c'è bisogno. Su tutte queste cose dovremmo tentare un giorno di ricostruire una memoria comune.
Per Bologna noi abbiamo la condanna di alcuni esecutori e la condanna di alcuni depistatori. Perché depistavano? Per coprire i mandanti. Ma se i depistatori sono tutti iscritti ad una loggia segreta, la P2, è legittimo pensare che anche i mandanti lo siano. Il fatto che il nostro attuale presidente del Consiglio sia un ex piduista, fa apparire sempre più residuali le possibilità di
scoprire oggi la verità. Dobbiamo continuare ad essere bambini e a chiederci sempre perché.

Alessandro Cavalli
I destinatari del messaggio della memoria sono proprio coloro che all'epoca non erano ancora nati e non potevano essere né protagonisti, né spettatori, ma devono comunque far propria una parte di quella memoria perché ne hanno bisogno per orientarsi nel presente per rendersi conto di quanto la democrazia nel nostro paese sia fragile. La democrazia è sempre stata fragile nel nostro paese. È vero che le stragi hanno indebolito il tessuto democratico, ma era già fragile, non ha tradizioni radicate nella nostra coscienza, nella nostra cultura: è un bene da difendere continuamente. L'Italia è stata maestra perché prima di ogni altra nazione in Europa ha dato il via alla stagione dei regimi totalitari: questo è un segnale che non può essere dimenticato. La democrazia è entrata in crisi da noi prima che altrove.
Gli storici devono ancora ricostruire il significato dello stragismo e del nesso, perché nesso c'è, con il terrorismo di sinistra: non possiamo pensare che siano fenomeni che avvengono indipendentemente uno dall'altro. Sono legati in un sistema in mezzo al quale stanno istituzioni democratiche fragili.

Paolo Bolognesi
Nello statuto della nostra associazione lo scopo unico che si indicava era ottenere verità e giustizia, la giustizia dovuta. Per far questo però bisogna toccare con altre forme le coscienze della gente, usare linguaggi diversi, per lanciare un coro di messaggi, diversi nel linguaggio, ma che chiedevano e sensibilizzavano rispetto ad un'identica cosa: verità e giustizia. Ventitre anni di iniziative continue, un centinaio di iniziative l'anno.

Siamo diventati, a livello nazionale e internazionale, un punto di riferimento informativo per ciò che riguarda i diritti, i soprusi, e certe volte non sappiamo proprio come aiutare, perché sono cose di cui noi non sappiamo niente. Ai funerali di Stato nel 1980 c'erano solo 8 bare su 83 (che poi sarebbero diventate 85): gli altri preferirono i funerali privati. Ma l'associazione negli anni è riuscita a recuperare tutti i parenti delle vittime. All'epoca la città sentiva che lo Stato l'aveva tradita. Il 2 agosto è una giornata che la gente vuole passare insieme. In questi ultimi anni sono diventati consiglieri dell'associazione ragazzi che erano bambini all'epoca.

L'orologio fermo è uno dei simboli più noti, e la sua storia è particolarmente interessante. Si era fermato il giorno dell'esplosione segnando le 10,25, ma poi il giorno dopo era ripartito normalmente. Qualche anno dopo si fermò nuovamente e dato che non si avevano i soldi per ripararlo, si pensò di fermarlo alle 10,25 di nuovo. Qualche anno fa sono arrivati i soldi per la riparazione, ma quando l'orologio è ripartito tutti sono rimasti sconvolti, hanno cominciato a telefonare, a scrivere ai giornali, ne hanno parlato addirittura i giornali americani. La gente non voleva farsi sottrarre il suo simbolo.

Il simbolo più forte per noi era la sala d'aspetto che vogliamo funzionante, vogliamo che lì la gente aspetti, come si è sempre fatto e che quella crepa nel muro ricordi cos'era successo e che la gente ci faccia i conti. Poi ci sono gli aspetti processuali che sono durati decenni. Questi sono percorsi dolorosissimi per noi, lo Stato tutela i carnefici, non le vittime. Le vittime chiedono di essere trattate come i terroristi che vengono aiutati a reinserirsi, mentre il figlio di una vittima non è sostenuto in alcun modo.
Con l'ultima fase del processo abbiamo visto condannati gli esecutori materiali, abbiamo visto condannati alcuni personaggi per depistaggio: Gelli, Musumeci, Pazienza…
Però quando sento che per la commissione Telekom Serbia si ritira fuori il nome di Pazienza e quando noto che le leggi che il parlamento sta varando sono prese dal Piano di Rinascita Democratica della P2, i miei dubbi sulla possibilità di avere davvero verità e giustizia non possono che farsi più forti.

Franca Dendena
C'è chi non vuol conoscere e non vuol far conoscere. Il processo di Milano è stato spostato a Catanzaro, una città che non ha neanche un aeroporto. Questo processo d'appello è l'ultima occasione. Se anche ci fosse giustizia, sarebbe ormai tardiva e monca.
Pecorella era il difensore di Delfo Zorzi, che vive in Giappone e gode ancora di un passaporto diplomatico internazionale, e Pecorella è presidente della commissione antimafia; ora deve aver rimesso l'incarico di difensore, ma rimane comunque la persona che dovrebbe chiedere l'estradizione di Delfo Zorzi al Giappone, e non lo fa. Giustizia e verità ci sono dovuti e non dovremmo richiederle così a gran voce.


Annalisa Tota
Quello che intendevo fare scrivendo questo libro era interrompere questa "produzione sociale dell'inconsapevolezza". Un fatto biografico mi ha avvicinata a questa storia. Per un certo periodo ho insegnato a Ferrara e dovevo scenedere e cambiare a Bologna. Nella sala d'aspetto della stazione lo sguardo si ferma sullo squarcio. Mi sono interrogata sull'impossibilità di guardarlo e sull'importanza di avere simboli che ci facilitino il ricordare. La guerra contro il terrorismo si deve fare attraverso pratiche quotidiane, contro l'inconsapevolezza.
La memoria è un bene pubblico ed è un paradosso che se ne debbano fare carico gli unici che avrebbero il diritto di dimenticare: i superstiti delle stragi, i feriti, i parenti delle vittime.