L'ospite d'onore e la Palestina lontana

di Ali Rashid

su Il Manifesto del 07/05/2008

 

Sul sito ufficiale della Fiera internazionale del Libro di Torino è comparso questo testo che, all'origine, ha dato il via in Italia alla polemica: «Sarà Israele il Paese ospite d'onore alla Fiera 2008. In occasione della ricorrenza del 60° anniversario della sua fondazione, Israele ha scelto Torino come la vetrina più adatta per far conoscere e discutere la propria identità culturale». Vale a dire che lo stato e il governo israeliano hanno inteso utilizzare la vetrina di una istituzione letteraria internazionale che dovrebbe rappresentare valori universali, per celebrare la fondazione dello stato d'Israele. Una fondazione che è festa per quel popolo legittimato e riconosciuto internazionalmente e rappresenta invece il disastro di un altro popolo, quello palestinese, che chiama nakba (catastrofe) lo stesso periodo, il 1948. È la scissione di una storiografia, l'altra faccia della medaglia di una «storia bifronte» - ha scritto Isabella Camera D'Afflitto - che da una parte segna un trionfo e dall'altra una sconfitta. Ci si chiede. E' un segno di dialogo da parte di Israele l'avere scelto strumentalmente una istituzione letteraria che dovrebbe avere valori universali di riferimento, per autocelebrarsi invece come stato? È una forma di dialogo l'averlo accettato? E come rispondere al tentativo strumentale di Israele di far passare, con l'arruolamento nelle fila del governo di molta parte della sua più positiva letteratura, la legittimazione dell'occupazione militare dei territori palestinesi? Non è questo un uso perverso, da parte del potere, della letteratura che proprio gli scrittori dovrebbero osteggiare? Si denuncia che è in discussione l'esistenza d'Israele, lo stato più protetto e armato del Medio Oriente. Ma non lo fa solo a parole il discorso negazionista dell'iraniano Ahmadinejad. Lo fa anche Israele quando non riconosce concretamente il diritto ai palestinesi a una terra e uno stato, minando così - come ha scritto Grossman - il suo stesso futuro. Quindi Israele è liberissima di celebrare la sua fondazione, ma dovrebbe essere inteso che è altrettanto legittimo contestarla.
La «questione del boicottaggio» è stata sollevata non da «certa sinistra» italiana, ma all'interno d'Israele da scrittori, poeti e critici letterari israeliani. E' stata un'indagine della giornalista israeliana Shiri Lev-Ari nell'agosto 2007 su Haaretz a denunciare l'esistenza di una task force, la «Division Cultural and Scientific Affaire», del ministero degli esteri israeliano che promuove le iniziative degli scrittori all'estero, la cui sezione letteratura è guidata dal capo settore Dan Orian: «Gli scrittori cercano di promuovere il loro lavoro all'estero e il Ministero degli esteri vuole utilizzarli per mostrare la faccia più attraente e sana d'Israele - scrive la giornalista - Dan Orion vede la letteratura israeliana come una parte del lavoro di public relations». E spiega il caposettore Dan Orion alla giornalista di Haaretz: «Siamo percepiti come un paese aggressivo, che impone chiusure sui territori, ma improvvisamente appare una scrittrice che parla di relazioni familiari, con una scrittura molto non politica. Questo può cambiare l'intera percezione della società israeliana». E' stato poi Benny Ziffer, redattore capo del supplemento letterario del quotidiano israeliano Haaretz che, proprio in difesa dell'autonomia della letteratura, si è posto il problema del boicottaggio in occasione del recente Salon du Livre di Parigi, dove è stata fatta una scelta altrettanto politica di invitare Israele come unico ospite d'onore. E infatti subito molti autori e critici israeliani hanno deciso di non andare, di respingere l'invito ricevuto o di giudicare negativamente l'iniziativa di Torino e di Parigi - fra questi Yizhak Lahor, Aaron Shabtai, Gilad Atzmon, Ilan Pappe, Amira Hass, Nurit Peled-Elhanan. Senza dimenticare che la questione palestinese è un fulcro tematico da cui nasce la letteratura israeliana. Come dimostra lo stupendo La rabbia del vento di S. Yizhar (Yizhar Smilanski), che racconta la cacciata dei palestinesi ad opera di un battaglione di giovani soldati israeliani, molti da poco immigrati e di famiglie superstiti della Shoah, la tragedia più grande. E lo dimostrano le opere di grandi scrittori come David Grossman, Amos Oz e perfino quelle di Avraham Yehoshua che però, va ricordato, è stato l'ispiratore del Muro di Sharon, che non è una metafora letteraria ma una colata di cemento e filo spinato che ruba terra ai palestinesi, divide famiglie, persone e ancora una volta i due popoli.
Ha scritto il poeta israeliano Aaron Shabtai declinando l'invito al recente Salon du livre di Parigi: «Quasi quattro milioni di palestinesi stanno vivendo in campi-prigione, come a Gaza. La gente in Europa non sa esattamente cosa succede qui. È molto stupido usare la parola "antisemita" e attribuirla a coloro che invocano il boicottaggio. Sono nato qui, ho qui i miei figli e chiamo al boicottaggio d'Israele». Perché un movimento di contestazione politica e non violenta può avere risultati e fermare le scelte scellerate e controproducenti, impedendo che al capezzale della causa palestinese arrivi il peggiore fondamentalismo integralista.
Abbiamo posto alcune domande che vanno oltre il boicottaggio sì, boicottaggio no. Sapendo che quel che è in discussione non è tanto la strumentalità, sotto gli occhi di tutti, di una celebrazione o una protesta che ad essa si oppone e che, nella sua configurazione «di piazza», rischia la necessaria natura democratica e pacifista. Quanto la possibilità che esista ancora un movimento di critica politica contro la strategia estera d'Israele, in quel Grande Medio Oriente devastato da Bush, dove la pace è cancellata, continua l'occupazione militare dei Territori palestinesi - e non solo - e crescono gli insediamenti. È possibile che esista ancora questo movimento pacifista che chiede la nascita dello Stato di Palestina, condizione di pace reale e concreta per la salvaguardia e il futuro d'Israele stessa? È possibile rifuggire dalla dinamica di scontro suggerita dalla provocazione di Fini - «Torino peggio di Verona» - sapendo che ogni processo di criminalizzazione farebbe arretrare la possibilità di ricostruire questo movimento? Ed è possibile ai tempi della vittoria della destra in Italia, nei quali la ragione dei vinti viene fagocitata da chi si copre ora con posizioni filo-israeliane, come fa Fini, quando a mala pena camuffa un passato recente o mai-passato, antisemita, missino e neofascista?