Intervento di Franco Giordano alla Camera il 28 settembre
Intervento di Franco Giordano alla Camera dei Deputati il 28
settembre sull'Informativa urgente del Governo sulle politiche nel settore
delle telecomunicazioni, con particolare riferimento alla vicenda Telecom
"Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, in questi giorni sulla
vicenda Telecom abbiamo assistito per lungo tempo ad una discussione surreale.
Quella vicenda, come lei qui ci ha spiegato, ci parla della politica
industriale del nostro paese, ci parla del possibile interesse di intervento
pubblico su un'azienda di rilievo strategico, ci parla del futuro di una
consistente parte del mondo del lavoro.
Signor Presidente, sono circa 84 mila i lavoratori che il 3 ottobre
sciopereranno, perché sono fortemente preoccupati per il loro futuro, e 200
mila quelli che lavorano per l'indotto. Per questo, è giusto che il Parlamento
ne discuta con grande rilievo e ai massimi livelli. È di loro che noi ci
stiamo occupando in questo preciso momento!
Ma dall'opposizione abbiamo avuto chilometri di polemica, tutta interna alla
separatezza di una certa politica. Anche qui ne abbiamo avuto qualche assaggio
nelle ripetute interruzioni, ma una politica tutta tesa a guardare dal buco
della serratura è una politica che non ci fa fare un passo in avanti nelle
scelte di fondo del nostro paese; peraltro, era tesa a guardare dal buco della
serratura mentre emergeva un sistema di controllo che inquinava le nostre vite
e la nostra stessa democrazia.
Torna alla mente, signor Presidente del Consiglio, la vecchia massima di
Confucio: «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Eppure
sarebbe meglio per tutti noi, per tutti noi che siamo in questo Parlamento,
smettere di osservare ossessivamente il dito, perché emergono questioni che
investono la nostra responsabilità collettiva.
Qualche giorno fa, signor Presidente del Consiglio dei ministri, Tronchetti
Provera ha parlato in una conferenza stampa di una zona grigia, molto larga,
che coinvolge la politica tutta, non una parte di essa. Ha parlato di un
coinvolgimento del Parlamento, non solo del Governo; ha parlato di un
coinvolgimento di tutta la magistratura, un carico di responsabilità rigettate
inquietantemente su noi tutti, al fine di un'autoassoluzione che non risponde
al seguente quesito: perché le dimissioni?
È bene dirlo subito: questa è una grande azienda ad interesse nazionale
(esattamente come lei si espresse, signor Presidente del Consiglio dei
ministri); un bene comune l'abbiamo definita noi nel programma dell'Unione.
Essa investe un settore nevralgico e strategico per il paese, parla del nostro
domani produttivo. Non dovremmo occuparcene? Dovremmo disinteressarci di quei
lavoratori che il 3 ottobre sciopereranno? Dovremmo stare alla larga e
lasciare fare al mercato, come da qualche parte, insistentemente, abbiamo
ascoltato in questi giorni, a cominciare dal presidente della Confindustria
(Una voce dai banchi dei deputati del gruppo di Forza Italia: Da Prodi!)? Il
che non significa sostituirci, come qui è stato detto, alle scelte, singole e
specifiche, dell'azienda.
In Europa, colleghi, la presenza pubblica nel settore è più rilevante che in
Italia: Francia e Germania hanno il 33 per cento di presenza pubblica, la Gran
Bretagna di Tony Blair, che tanto piace al capitalismo nostrano, ha il governo
e l'indirizzo pubblico delle reti; non può che essere così!
Noi stiamo ai fatti e i fatti ci dicono che il piano dell'11 settembre - data
nevralgica, diciamo così - del consiglio di amministrazione è stato respinto,
ed è stato respinto dai mercati, dagli investitori, ma anche dai lavoratori,
che si sentono minacciati nella loro stabilità occupazionale.
La vendita di TIM - la cui complementarietà con Telecom un anno fa era sta
ritenuta strategica dalla direzione dell'azienda - è stata ora sconfessata
dallo stesso Guido Rossi.
Signor Presidente, penso che oggi siamo al saldo di una modalità della
politica delle privatizzazioni nel nostro paese. Assieme al mio gruppo e al
mio partito, ritengo che quelle modalità non abbiano garantito l'occupazione,
la qualità dei servizi, la riduzione dei costi ed un'adeguata competizione
nello scenario globale (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione
Comunista-Sinistra Europea).
Ci sono delle domande che spesso si fanno fuori dal Parlamento, noi vogliamo
farle qui: quanto è costato a Tronchetti Provera l'acquisto di Telecom? Mi
piacerebbe e piacerebbe a tutti noi saperlo. Gli unici dati disponibili, gli
unici che ho trovato, sono quelli di Mucchetti, un economista e collaboratore
di un noto ed importante quotidiano. Egli li propone in un suo libro: le
uniche risorse sono, se non ricordo male, 153 mila euro. Se avessimo fatto una
colletta, avremmo potuto comprare anche noi del nostro gruppo!
Mercato? Concorrenza? Ma quale politica dovrebbe stare alla larga dal mercato?
Quella che fa gli interessi dei lavoratori, quella che fa gli interessi del
paese o quella che permette disinvolte operazioni finanziarie? La cronaca
parla di acquisto della Telecom con 39 miliardi di debito: in questi cinque
anni si vendono partecipazioni e tecnologie in altre aziende telefoniche per
15 miliardi di euro. Oggi mi piacerebbe sapere a quanto ammonta il debito, ma
non è dato saperlo. A 41, a 45 o a 51 miliardi, come qualcuno fa intendere?
Fatto sta che, a debito crescente, si sono ripetutamente divisi i dividendi.
Sono proprio forti, Presidente del Consiglio: a noi chiedono di ridurre il
debito dello Stato, quando tocca a loro aumentano il debito per fare profitti!
Da che pulpito ci viene la predica del rigore (Applausi dei deputati del
gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea e di deputati del gruppo
della Democrazia Cristiana-Partito Socialista)!
Per questo, dobbiamo intervenire non sulla struttura finanziaria piramidale
che sovrasta Telecom, ma, al contrario, nel merito, esprimere la nostra
opinione sul piano industriale, intervenendo, a nostro modo di vedere, signor
Presidente del Consiglio, sul governo, sul controllo, sull'indirizzo pubblico
delle reti. D'altronde, la rete in mano ai privati consente un aumento
esponenziale della possibilità di intrusione nella vita privata e nei gangli
democratici. Non esiste la possibilità di una rete sicura: è a prova di
intrusione o è manipolazione, ma se la rete è in mano ai privati, la tendenza
ad usarla sarà connessa alla sua stessa potenzialità e pervasività
tecnologica. Ci sono atti del Parlamento europeo che parlano di disinvolte
reti di spionaggio che controllano l'intera filiera della comunicazione e
queste informazioni sono archiviate ed usate costantemente, sotto il profilo
economico, alterando la concorrenza, e politico, ma anche sotto il profilo
sociale, controllando il sistema del lavoro e la vita dei lavoratori.
In Italia, una parte consistente di capitalismo si caratterizza per la
brillante capacità di non rischiare capitali propri. Per stare alla Telecom,
Presidente del Consiglio, nel 1997 la FIAT aveva il controllo con l'1 per
cento, nel 1999 Gnutti e Colaninno acquistavano a debito, dei giorni nostri ho
già avuto modo di dire. Recentemente, su altro capitolo delle privatizzazioni,
quello delle autostrade, rischiamo la farsa prima ancora che la beffa.
Benetton acquista la società di gestione delle autostrade, non fa
investimenti, come pure era vincolato a fare, e dopo un po' vuole vendersi la
rete: piccolo particolare, quella roba lì non è roba sua, ma è roba nostra!
Siamo al classico, Totò con la fontana di Trevi (Applausi dei deputati dei
gruppi di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, de L'Ulivo, dell'Italia dei
Valori, dei Verdi e de La Rosa nel Pugno)!
Emerge il bisogno di una svolta nella politica industriale. Inseguendo
l'egemonia persino culturale del profitto dell'impresa, si è rischiato di
portare questo paese in un vicolo cieco, facendolo competere, si fa per dire,
sui prezzi e sulla riduzione del costo lavoro. Bassi salari, bassi livelli
formativi, scarsa innovazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro sinora
sono state la forma concreta della politica industriale di questo paese.
Bisogna cambiare il paradigma, investire sulla ricerca, sull'innovazione, su
produzioni non energivore, compatibili con la valorizzazione del territorio e
dell'ambiente, sulla qualità di processo e di prodotto, su salari dignitosi,
sulle tutele, sui diritti e sulla qualità della vita. Se invece di volgere lo
sguardo in maniera ossessivamente esasperata al profitto d'impresa lo
volgessimo sulle lavoratrici e sui lavoratori, ci accorgeremmo per questa via
di fare gli interessi veri del nostro paese."