INDAGINE
STORICO-FILOSOFICA SUL MARXISMO
Risposta alle obiezioni da sempre mosse al marxismo e alla sua
concretizzazione storica.
INDICE
IL COMUNISMO E' UNA DITTATURA?
PERCHE' ABOLIRE LA PROPRIETA' PRIVATA?
PERCHE' ABBATTERE IL SISTEMA CAPITALISTICO?
COMUNISMO VUOL DIRE TORNARE AL PRIMITIVO STATO DI NATURA?
IL COMUNISMO SI SCAGLIA CONTRO LA RELIGIONE ?
QUALE E’ LA DIFFERENZA TRA COMUNISTI E SOCIALISTI?
LE PREVISIONI DI MARX NON SI SONO AVVERATE?
PERCHE’ LA RIVOLUZIONE PROPRIO IN RUSSIA?
PERCHE’ IL MATERIALISMO?
COME POTRA’ L’UOMO CESSARE DI MIRARE AI PROPRI INTERESSI PERSONALI?
IL COMUNISMO E' UNA DITTATURA?
Una delle accuse più infamanti da sempre mosse al comunismo è di
essere una dittatura, avversa ad ogni forma di democrazia e di libertà: Marx
stesso parla di “dittatura del proletariato” con l’idea che il movimento operaio
debba imbracciare le armi e scendere sulle piazze per abbattere il sistema
capitalistico e instaurare un governo dittatoriale capeggiato dal movimento
operaio stesso. Tuttavia, la “dittatura del proletariato” delineata da Marx non
è il fine ultimo a cui aspira il comunismo, ma è, piuttosto, una fase
transitoria che, nel tempo, verrà superata. Marx è infatti convinto che le idee,
da sole, non siano in grado di mutare la realtà: viceversa, si tratta di
cambiare la realtà per far mutare le idee, giacchè esse sono un prodotto della
realtà stessa ( “ non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che
determina la coscienza ”); e una volta cambiato l’assetto della realtà
attraverso la rivoluzione, e dunque instaurato dittatorialmente il regime
comunista, muteranno necessariamente anche le idee dominanti, proprio perché
esse “ non sono altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali dominanti,
sono i rapporti materiali dominanti presi come idee ”. Le nuove idee dominanti
verranno così ad adattarsi alla nuova realtà storica: nel momento in cui nelle
coscienze regnerà l’ideologia comunista e sarà stata abbattuta la divisione in
classi degli uomini (e lo sfruttamento che la caratterizza), allora anche lo
Stato perderà di significato e dovrà inevitabilmente estinguersi; esso, infatti,
altro non è se non lo strumento con cui, nella storia, una classe ha di volta in
volta dominato le altre ed è naturale che con l’abolizione delle classi scompaia
anche lo strumento mediante il quale esse si dominano a vicenda. Venute meno le
classi e, con esse, lo Stato, cesserà di esistere anche la dittatura del
proletariato sulle altre classi, proprio in virtù del fatto che non ci saranno
altre classi: si esce così dalla fase di dittatura del proletariato per passare
a quella ultimale di anarchia, vero obiettivo del comunismo; con l’anarchia
torneranno a pulsare con vigore la libertà e la democrazia diretta e l’intera
macchina statale finirà “ nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel
museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all'ascia di bronzo ”
(Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”). Si
possono anche fare altre considerazioni in merito: in primo luogo, è
storicamente accertato che nessun Paese comunista sia mai riuscito a passare
dalla fase a quella anarchica; proprio in questo (oltre al fatto che non si è
riusciti a far dilagare la rivoluzione nel resto dell'Europa) risiede il grande
limite della Rivoluzione Russa, che, dopo aver eliminato la divisione in classi
e lo sfruttamento di matrice capitalistica, si è sempre più cristallizzata in un
rigido e statico apparato dittatoriale che, con Stalin, è giunto al culmine.
Altra considerazione, rivolta in particolar modo a tutti quelli che
inorridiscono di fronte al comunismo per il suo carattere dittatoriale: ogni
forma di governo, anche se può sembrar strano, è una dittatura di una classe
sulle altre, giacchè lo Stato è sempre, come abbiamo detto, lo strumento di cui
una determinata classe si serve per reprimere gli appetiti delle altre e per
esprimere la propria egemonia. Per ciò dittature sono il fascismo, il nazismo,
il comunismo (nella sua fase di “dittatura del proletariato”) ma anche la
repubblica democratica, intesa come forma di tirannide ordita dalla borghesia a
discapito di tutti gli altri ceti; a questo punto si obietterà che, nell’ambito
della repubblica democratica, ciascuno è libero ed uguale di fronte alla legge.
A queste obiezioni si può, molto semplicemente, rispondere che non ci sarà mai
una reale uguaglianza giuridica e politica finchè non vi sarà anche
l’uguaglianza sociale. Nella repubblica democratica, infatti, la disuguaglianza
tra il lavoratore e il datore di lavoro non sussiste solo malgrado l’esistenza
della libertà giuridica, ma, anzi, sussiste in virtù di essa, che consente al
datore di lavoro di sfruttare i suoi operai. E’ vero che l’operaio è libero (e
non costretto da sanzioni giuridiche) a vendere la propria forza-lavoro, ma se
non la vendesse che cosa farebbe? Morirebbe di fame. L’operaio è dunque libero
di scegliere il padrone che lo sfrutterà, è libero di non lavorare, cioè di
morir di fame, è libero di lavorare 12 ore al giorno, cioè libero di morir di
fatica. Allo stesso modo, di fronte alla legge, l’operaio e il capitalista sono
uguali solo formalmente: il capitalista che vanta la possibilità di avvalersi
dell’avvocato più costoso trionferà sempre e comunque sull’operaio che si vede
costretto dalle ristrettezze economiche a schierare un avvocato d’ufficio. Se ne
evince che la libertà della repubblica democratica e liberale, tanto acclamata,
è solo fittizia: ma, nonostante ciò, non si tratta di aggiungere all’uguaglianza
politica e giuridica quella sociale, come credono alcune frange socialiste. Al
contrario, per via delle contraddizioni eclatanti affiorate dalle prime due
forme di “libertà”, si tratta di abbattere con le armi la repubblica democratica
e liberale, perché infetta da ferite insanabili, e sostituirla con la dittatura
del proletariato, caratterizzata dalla spiccata uguaglianza sociale. Per
ricorrere ad un’immagine alquanto efficace, occorre abbattere l’edificio della
repubblica democratica, poggiante su fondamenta instabili, per costruirne uno
nuovo: quello comunista. Si può poi far notare che il comunismo, nella sua fase
transitoria di dittatura, è sì una dittatura, ma è una dittatura democratica,
perché instaurata dalla stragrande maggioranza degli uomini a vantaggio della
stragrande maggioranza degli uomini. E si differenzia dalle altre dittature
(tipo quella nazista e fascista) non solo perché è temporanea, ma anche per gli
obiettivi a cui aspira: si propone infatti di liberare l’uomo dalle catene della
servitù e dello sfruttamento; e come di una cura medica si è soliti guardare non
tanto alle modalità, quanto piuttosto ai risultati, allo stesso modo è bene non
guardare alle modalità con cui il comunismo si realizza, ma ai risultati cui
esso conduce. E nel nostro caso, la posta in palio, ovvero la libertà reale del
genere umano e il debellamento di ogni forma di schiavitù, è così alta da
meritare di essere ottenuta con qualsiasi terapia, anche con le armi. E che si
arrivi alla rivoluzione non dipende tanto dalla volontà delle classi subalterne,
sfruttate all’esasperazione, quanto piuttosto dalle stesse condizioni generate
dal sistema capitalistico.
PERCHE' ABOLIRE LA PROPRIETA' PRIVATA?
Che diritto possono arrogarsi i comunisti di abolire la proprietà privata? Tutto
risulta più chiaro se ci chiediamo preventivamente: che diritto si ha di avere
una proprietà privata? In base a quale norma si può dire che una cosa è nostra e
solo nostra, precludendola a tutti gli altri uomini? Quale è il diritto che sta
alla base e legittima l’appropriarsi di terre, di frutti e, in ultima analisi,
dei mezzi di produzione? Marx fa notare, in un passo de “L’ideologia tedesca”,
che “ l’economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Non ce la
spiega. ” Ciò significa che la proprietà è sempre stata considerata alla stregua
di un postulato, ovvero la si è sempre accettata acriticamente, come un qualcosa
che non necessita di spiegazioni. Proprio come la religione poggia sul postulato
dell’esistenza di Dio, così l’economia si è, da sempre, fondata sul postulato
della legittimità della proprietà privata e, in modo analogo alla religione, il
postulato costitutivo su cui poggia è sempre più andato circondandosi di un
alone mistico e solenne , a tal punto che nella società borghese vigente non vi
è alcun reato più sacrilego che mettere in discussione la proprietà privata. Se
tuttavia conduciamo un’analisi storica, non possiamo non pervenire allo
sconcertante risultato che la proprietà privata nasce come vero e proprio furto
con cui ci si appropria indebitamente di ciò che in origine era un bene
collettivo, ovvero non era di nessuno o, se preferiamo, era di tutti. Possiamo
avvalorare questa tesi, per smentire coloro i quali la riterranno una mera
aberrazione mentale, adducendo un esempio particolarmente significativo:
nell’Inghilterra del Cinquecento, si verificò in tutta la sua drammaticità il
fenomeno delle “enclosures”, delle recinzioni delle terre, che venivano
sottratte al regime dell’ “openfield” con le sue pratiche comunitarie; talvolta
le recinzioni (che avvenivano quasi sempre con metodi violenti e brutali)
investirono anche le terre incolte considerate dai villaggi, da tempo
immemorabile, come proprietà collettiva per i pascoli. A questo punto qualcuno
obietterà che, pur ammettendo che la proprietà privata affondi le sue radici in
un furto, resta pur sempre vero che solamente quando si è proprietari a pieno
titolo di una terra la si lavora al massimo per farla fruttare il più possibile,
producendo in tal modo più cibo e benessere per tutti; quando invece manca la
proprietà effettiva, viene anche meno l’interesse a far fruttare al meglio una
terra che non è propria. Ma quest’osservazione non fa fronte al problema di
fondo: si tratta sempre e comunque di un furto, produttivo o non produttivo che
sia. In modo lucido e brillante, Marx stesso, nel “Manifesto del partito
comunista”, risponde a questa critica: “ è stato obiettato che, con la
soppressione della proprietà privata, cesserà ogni attività e si diffonderà una
pigrizia generale. Se così fosse, la società borghese sarebbe da parecchio tempo
andata in rovina a causa dell'indolenza, dal momento che in essa chi lavora non
guadagna e chi guadagna non lavora. ” Altra accusa che viene sprezzantemente
mossa ai comunisti è di voler sottrarre la proprietà ai più ricchi per poi,
anziché ridistribuirla ai più poveri, tenersela: quest’accusa, che ignora
totalmente i princìpi marxisti che alimentano il comunismo, non tiene conto che
i comunisti non si propongono di realizzare una distribuzione più equa della
proprietà privata (come invece ha ritenuto più volte giusto fare la borghesia),
poiché così facendo si resterebbe sempre nell’alveo della tradizione borghese e
della sua convinzione della sacralità della proprietà privata. Si tratta,
viceversa, non di redistribuire, bensì di eliminare la proprietà privata, anche
perché, limitandosi a redistribuirla, essa continuerebbe ad esistere nella sua
forma di furto. In conclusione, alla domanda “che diritto si ha di abolire la
proprietà privata?” si può rispondere che il diritto a cui si fa appello è lo
stesso a cui si richiamano coloro ai danni del quale è stato perpetrato un furto
e che chiedono che ad esso venga posto un riparo. E come si fa ad abbattere la
proprietà privata? Con la rivoluzione: e a tal proposito Marx dice che “ per
trasformare la proprietà privata e spezzettata, oggetto del lavoro individuale,
in proprietà capitalistica, occorsero naturalmente più tempo, sforzi e
sofferenze di quanto non ne esigerà la metamorfosi in proprietà sociale della
proprietà capitalistica, che di fatto si basa già su un modo di produzione
collettivo. Là si trattava della espropriazione della massa da parte di alcuni
espropriatori; qui si tratta dell'espropriazione di alcuni usurpatori da parte
della massa ”. Per citare le parole che Marx spende in merito nel celebre
“Manifesto del partito comunista”: “ Voi inorridite perché noi vogliamo
eliminare la proprietà privata. Ma nella vostra società esistente la proprietà
privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; anzi, essa esiste proprio
in quanto non esiste per quei nove decimi. Voi ci rimproverate dunque di voler
abolire una proprietà che ha per condizione necessaria la mancanza di proprietà
per la stragrande maggioranza della società. ”
PERCHE' ABBATTERE IL SISTEMA CAPITALISTICO?
Ciò che rivela delle contraddizioni a cui non è possibile far fronte e che non
può in alcun modo essere salvato, va abbattuto, proprio come un corpo
agonizzante privo di ogni speranza di salvezza. E come nel caso di una
costruzione vacillante, non solo si ha la certezza matematica che cadrà, ma ci
si deve anche adoperare affinchè crolli al più presto, in modo tale da
sostituirla con un edificio solido e dalle fondamenta stabili. Così si presenta
oggi il capitalismo agli occhi dei comunisti: come un edificio pericolante che
non deve essere aggiustato (perché ha troppe contraddizioni) ma abbattuto, in
modo tale da accelerare la sua caduta. Quali sono, dunque, le contraddizioni che
viziano il sistema capitalistico? Marx ne individua parecchie, prima fra tutte
la concorrenza. Il capitalismo, come è noto a tutti, si fonda sull’idea
concorrenziale secondo cui ciascuno gode della possibilità di inserirsi sul
mercato, di contrattare in assoluta libertà e di vincere la concorrenza tenendo
i prezzi più bassi o offrendo merci più pregiate. E tuttavia, se letta in
trasparenza, la storia insegna che la concorrenza stessa, per sua inclinazione
naturale, tende a ridursi sempre più, fino a sfociare nell’oligopolio o, nel
peggiore dei casi, nel monopolio. Questo avviene grazie ad accordi, a truffe, a
raggiri che portano all’eliminazione delle parti deboli e all’affermarsi sempre
maggiore delle grandi aziende, che si accordano tra loro per rimuovere dal
mercato i concorrenti. Ne consegue che, paradossalmente, vien meno la
concorrenza, ossigeno del capitalismo: per un assurdo meccanismo, la logica
capitalistica, imperniata appunto sul sistema concorrenziale, nega se stessa,
capovolgendosi in oligopolismo, ovvero negazione della concorrenza. Alla domanda
“dove porta la concorrenza?” si può tranquillamente rispondere: alla negazione
della concorrenza. Un’altra insuperabile contraddizione che inquina il sistema
capitalistico consiste nel fatto che, a partire dalla nascita delle industrie
con l’avvento della rivoluzione industriale, il lavoro in fabbrica è diventato
sempre più, con il passare degli anni, cooperativistico, mentre il frutto di
tale lavoro è diventato in misura via via crescente proprietà privatistica: come
a dire che, nel sistema capitalistico, sono sempre in di più a produrre,
attraverso forme di collaborazione, ma il frutto di tale lavoro è appannaggio di
sempre meno individui privilegiati. Ciò implica che si apra sempre più la
forbice tra modo di produzione e distribuzione della ricchezza: Marx dice
testualmente, nel “Manifesto del partito comunista, che nella società
capitalistica, man mano che passa il tempo, “ chi lavora non guadagna e chi
guadagna non lavora ”, e questa contraddizione lampante dovrà portare, nella
prospettiva marxista, all’abbattimento del sistema capitalistico, rigurgitante
di una miriade di errori. Spostiamo ora la nostra attenzione su come vivono gli
operai il capitalismo: secondo Marx, strenuo difensore del materialismo, non c’è
nulla che meglio del lavoro realizzi l’essenza umana. Grazie ad esso, l’uomo
trasforma la natura, imprime su di essa il proprio suggello, scavalca
materialmente quella distinzione tra soggetto e oggetto superata solo idealmente
da Hegel, domina la natura e la soggioga ai suoi interessi. Ne dovrebbe
conseguire, stando le cose in questi termini, che l’operaio si trova in una
situazione privilegiata, poiché trascorre quasi tutta la giornata al lavoro. Ma
non ogni forma di lavoro realizza l’essenza umana; più precisamente, il lavoro
inquadrato nella struttura dello sfruttamento capitalistico non solo non
realizza l’essenza umana dell’operaio, ma anzi la mortifica. Infatti, l’operaio
non concepisce più il lavoro come uno strumento per dominare la natura, ma,
viceversa, come uno strumento con cui la natura lo domina: egli non è libero di
appropriarsi del frutto del suo lavoro, che gli viene brutalmente strappato,
sicchè arriva a concepirlo come un mostro a lui avverso, come un feticcio. E
poi, non potendo più trovare la propria realizzazione nel lavoro, l’operaio la
cerca altrove: nell’alcol e nella prostituzione, ovvero nelle sue funzioni più
bestiali e disumane, cosicchè “ il bestiale diventa l'umano e l'umano il
bestiale ” (Marx, “Manoscritti economico-filosofici del 1844”). Con l’avvento
delle macchine, poi, gli sono richieste competenze sempre minori e più
dequalificate, tant’è che con la catena di montaggio si riduce a dover compiere
singoli passaggi automatici che, oltre a rendergli insostenibilmente tedioso il
lavoro, lo abbruttiscono perfino: l’operaio diventa un accessorio della
macchina, quasi un suo prolungamento. Se ne conclude che: “ il lavoro alienato
[=sottratto all’operaio] 1) aliena all'uomo la natura ; 2) aliena all'uomo se
stesso, la sua attiva funzione, la sua attività vitale, aliena così all'uomo il
genere; (---) il lavoro alienato fa dunque 3) della specifica essenza dell'uomo,
tanto della natura che dello spirituale potere di genere, un'essenza a lui
estranea, il mezzo della sua individuale esistenza; estrania all'uomo il suo
proprio corpo, come la natura di fuori, come il suo spirituale essere, la sua
umana essenza; 4) che un'immediata conseguenza, del fatto che l'uomo è
estraniato dal prodotto del suo lavoro, dalla sua attività vitale, dalla sua
specifica essenza, è lo straniarsi dell'uomo dall'uomo. Quando l'uomo sta di
fronte a se stesso, gli sta di fronte l'altro uomo. ” Un altro fattore che
inficia il sistema capitalistico e che, secondo le previsioni marxiste, lo
porterà inevitabilmente a crollare consiste in quella che Marx definisce, con
un’espressione divenuta celebre, “legge della caduta tendenziale del saggio di
profitto”. Per non soccombere alla concorrenza, il capitalista deve investire in
misura crescente il profitto ricavato in macchinari, ovvero in capitale
costante, e per non diminuire i propri profitti deve cercare di tenere sempre
più basso il capitale variabile (gli stipendi). Ciononostante, Marx é convinto
dell'esistenza di una legge tendenziale di caduta del saggio di profitto , con
la conseguente progressiva concentrazione del capitale in poche mani. E questo,
a sua volta, forma un binomio indisgiungibile con l' immiserimento crescente
degli operai : con l'avvento delle macchine, che possono sostituire il lavoro di
molti operai, aumentano i disoccupati e, quindi, anche l'offerta di forza-lavoro
sul mercato, cosicchè anche per questo aspetto i salari tendono a diminuire:
aumenta la povertà e il numero dei disoccupati, di conseguenza il capitalista
può tenere più bassi i prezzi dei salari e guadagnarci di più. In questa
situazione si genera la massima contraddizione tra il carattere privato della
proprietà dei mezzi di produzione e il carattere sociale sempre più rilevato
della produzione, tra lo sviluppo delle forze produttive (il proletariato) e il
numero sempre più ristretto di capitalisti: e Marx può affermare che “ la
produzione capitalistica genera essa stessa, con l'inevitabilità di un processo
naturale, la propria negazione ”. Infine, sull’inadeguatezza del sistema di
produzione capitalistico, si possono ricordare le due crisi economiche che
l’hanno travolto, rispettivamente, negli anni ’70 dell’Ottocento (“grande
depressione”) e nel 1929: a differenza di tutte le altre crisi che si erano
precedentemente verificate nella storia, le due poc’anzi citate sono state
generate non dalla sottoproduzione ma, viceversa, dalla sovrapproduzione che
caratterizza il sistema capitalistico. Il che vuol dire che la loro causa
scatenante non è rintracciabile nella carenza di prodotti, ma nella loro
sovrabbondanza, per via della quale non li si riesce a smerciare; e questo
avviene anche in virtù del fatto che i produttori, per non essere travolti dal
turbine della concorrenza, si vedono costretti a tenere sempre più bassi gli
stipendi, cosicchè gli operai non possono acquistare i prodotti del sistema
capitalistico: e questi ultimi si depositano invenduti nei magazzini. Per far
fronte all’eccessiva produzione, non resta altro da fare che licenziare una
nutrita schiera di operai affinchè cali la produttività e tutto torni alla
normalità. Ma gli operai che si vedono privati del loro lavoro muoiono
letteralmente di fame, poiché, se in una situazione campagnola, dove abbondano i
campi e vi è un’esosità di prodotti agricoli, ci si può in qualche modo
arrangiare, la città, dal canto suo, non perdona. Sintetizzando molto, il succo
delle due crisi è che, per non soccombere alla concorrenza, si cerca di produrre
il più possibile e ai costi più bassi e per fare questo si ricorre sempre più
alle macchine, lasciando a casa parecchi operai e quelli che conservano il loro
posto li si remunera sempre più scarsamente, con la paradossale conseguenza che
non vi sono più acquirenti: la povertà è così generata dalla ricchezza o, se
preferiamo, dal sistema capitalistico. Queste due crisi tipicamente “moderne”,
divampate con una violenza senza precedenti, mettono, fra le altre cose, in luce
l’illusorietà di quelle tesi propugnate dai liberisti, tesi secondo le quali
ciascuno, perseguendo il proprio interesse privato, sta in realtà perseguendo
gli interessi di tutti: il perseguimento dei propri interessi da parte dei
singoli capitalisti ha invece portato ad un immiserimento crescente per il resto
della società. Da queste considerazioni si evince la necessità di sancire la
fine del capitalismo e dei suoi orrori e di sostituirlo con il comunismo: e non
è un caso che, proprio mentre in America e nell’Europa capitalistica, dilagava
la crisi del ’29, nell’Unione Sovietica si verificava un irresistibile sviluppo
economico dovuto in buona parte all’isolamento di quel Paese dall’economia
mondiale e ai processi di industrializzazione forzata che vi erano stati
avviati. Da tutte queste considerazioni, possiamo evincere la necessità di
abbattere il sistema capitalistico, tanto più che, come dice Marx nel
“Manifesto”, con parole vibranti, “ i proletari non hanno da perdervi altro che
le proprie catene. Da guadagnare hanno un mondo. ”
COMUNISMO VUOL DIRE TORNARE AL PRIMITIVO
STATO DI NATURA?
Come abbiamo spiegato in precedenza, agli albori della storia non vi erano
proprietà private né divisioni in classe, non si era ancora attuato il dominio
dell’uomo sull’uomo che caratterizza la società moderna. Sembra che dunque, i
comunismi, volendo abolire la proprietà privata e la suddivisione degli uomini
in classi, intendano regredire dall’era moderna alla preistoria. In realtà le
cose non stanno così. Occorre in primo luogo chiedersi che cosa ha fatto
scaturire il passaggio dalla collettività delle proprietà alla divisione delle
proprietà e degli uomini in classi. Marx sostiene che l'uomo è un prodotto
dell’ambiente materiale in cui vive, sicchè, in qualche misura, non è scorretto
dire (come aveva fatto Feuerbach) che “ l’uomo è ciò che mangia ”, ma egli non
si accontenta di mangiare esclusivamente ciò che gli offre la natura e così la
modifica per mangiare ciò che egli stesso produce. Ecco perchè man mano che si
procede nella storia, per via del crescere della cultura, i bisogni umani
diventano sempre più complessi e per poterli soddisfare occorre un lavoro sempre
più sofisticato, che può essere attuato solo attraverso la divisione del lavoro
e, con essa, la divisione in classi, che è il motore della storia: e con essa
nasce la società moderna. Essa genera ricchezza e progresso ma nello stesso
tempo provoca divisioni di classe e disuguaglianze, suddivide gli uomini in
sfruttati e sfruttatori, il lavoro in lavoro intellettuale e lavoro manuale. E
così come la fase di “comunismo primitivo” è stata sorpassata perché inadeguata
e ricca di contraddizioni, così anche la fase dell’età moderna va superata, per
i motivi e le contraddizioni che abbiamo sottolineato nel paragrafo precedente.
E la società moderna giunge al culmine proprio con il sistema capitalistico, in
cui il dominio dell’uomo sull’uomo non è più mascherato da norme giuridiche che
di fatto sanciscono l’inferiorità di determinati gruppi sociali (come di fatto
era nel Medioevo o ai tempi dei Greci), ma si manifesta in virtù di quella
libertà meramente fittizia che è la libertà giuridica: non vi è alcuna regola
che sancisca la subordinazione di alcune classi sociali rispetto ad altre, ma,
di fatto, grazie alla libertà in vigore, si arriva al punto in cui lo
sfruttamento è permesso dalla legge. Ma i comunisti, volendo superare la fase
dell’età moderna, non per questo intendono regredire al comunismo preistorico
della povertà: il comunismo venturo sarà, hegelianamente, il superamento del
capitalismo e la riproposizione del comunismo primitivo ad un livello
incommensurabilmente superiore; non sarà più comunismo della povertà, ma della
ricchezza, in quanto sintesi dei due momenti storici ad esso precedenti. E in
quanto sintesi, mutuerà gli aspetti più efficaci dei due momenti che lo
precedono, depurandosi di quelli inadeguati: più precisamente, dal primo momento
(comunismo della povertà) desume la forma di proprietà collettiva dei mezzi di
produzione e dal secondo (società moderna) l’ evoluto apparato di produzione
industriale. In sintesi, instaurando il comunismo, non solo non si ritorna alla
preistoria, ma, anzi, si supera addirittura la forma di produzione e di società
attualmente in corso.
IL COMUNISMO SI SCAGLIA CONTRO LA
RELIGIONE ?
Il comunismo è nemico di ogni religione e della libertà di culto: questa è la
tesi di fondo con cui da generazioni e generazioni si attacca il comunismo,
etichettandolo come ateo e anticlericale. La questione merita di essere meglio
analizzata: il comunismo di cui Marx è vessillifero non si propone affatto
l’abbattimento violento della religione e della libertà di culto, come in quegli
stessi anni intendeva fare Feuerbach, le cui considerazioni religiose si
intrecciavano con quelle politiche. Egli sottolineava, infatti, il carattere
pericolosamente conservatore della religione, sottolineando come in essa, l'uomo
tenda a diventare schiavo di un'entità superiore, e uno schiavo incatenato nel
"mondo delle idee", diceva Feuerbach, diventa inevitabilmente anche schiavo
nella realtà materiale, quasi come se oltre ad essere schiavo di Dio diventasse
anche schiavo di un padrone reale. Ne consegue che per Feuerbach la liberazione
politica dell'uomo dovrà passare per l'eliminazione della religione: infatti,
solo dopo la scomparsa della religione l'uomo cesserà di essere schiavo di Dio
e, successivamente, dei padroni materiali. Diametralmente opposta è, invece, la
concezione di Marx, secondo la quale “ la religione è l'oppio del popolo ” :
secondo Marx, infatti, l'uomo ricorre alla religione perchè materialmente
insoddisfatto e trova in essa, quasi come in una droga, una condizione
artificiale per poter meglio sopportare la tragica situazione materiale in cui
vive. Per Marx, dunque, non è la religione che fa sì che si attui lo
sfruttamento sul piano materiale, ma, al contrario, è lo sfruttamento
capitalistico sul piano materiale che fa sì che l'uomo si crei, nella religione,
una dimensione materiale migliore, nella quale poter continuare a vivere e a
sperare: “ questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza
capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto ”, dice Marx nella
“Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico”. Ne consegue che se per
Feuerbach per far sì che cessi l'oppressione materiale occorre abolire la
religione, per Marx, invece, una volta eliminata l'oppressione, crollerà anche
la religione, poichè l'uomo non avrà più bisogno di "drogarsi" per far fronte ad
una situazione materiale invivibile. E’ dunque del tutto inutile scatenarsi in
una feroce lotta contro la religione, poiché essa altro non è se non il
necessario derivato della insostenibile condizione capitalistica che travaglia
il mondo, è “ il suo punto d’onore spiritualistico ”, “ la realizzazione
fantastica dell’essenza umana ”, “ il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il
suo solenne completamento ”. Ma questo non toglie che la religione debba essere
aspramente criticata, visto che, come spiega Marx in un linguaggio scintillante
di metafore, “ l’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è
l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica
della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui
la religione è l'aureola. La critica ha strappato dalla catena i fiori
immaginari, non perché l'uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma
affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi. La critica della
religione disinganna l'uomo affinché egli pensi, operi, dia forma alla sua
realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione, affinché egli si muova
intorno a se stesso e, perciò, intorno al suo sole reale. La religione è
soltanto il sole illusorio che si muove intorno all'uomo, fino a che questi non
si muove intorno a se stesso. ” La religione, pur essendo l’esalazione
spirituale dello sfruttamento capitalistico, la speranza in una felicità futura
contrapposta alla miseria presente, deve essere superata e sostituita dalla
felicità reale, cosicchè la critica della religione smonta la tesi secondo cui
l’essenza eccelsa per l’uomo è Dio o il denaro e ad essa contrappone quella
imperniata sulla convinzione secondo la quale “ l'uomo è per l'uomo l'essere
supremo ”. Alla fede in Dio subentra quella nell’uomo e nel partito: per usare
un’espressione di Gramsci, “ il partito prende il posto, nella coscienza, della
divinità e dell’imperativo categorico ”; il partito del movimento operaio si
configura pertanto esso stesso come una sorta di religione avente i suoi dogmi e
i suoi riti: “ religione, nel senso che anch’esso è una fede, che ha i suoi
martiri e i suoi pratici; religione perché ha sostituito nelle coscienze al Dio
trascendentale dei cattolici la fiducia nell’uomo e nelle sue energie migliori
come unica realtà spirituale ” (Gramsci, “Sotto la mole”). Quest’idea che alla
religione basata sulla venerazione di un Dio al di là del mondo se ne debba
sostituire una incentrata sulla fede nel partito e nelle capacità dell’uomo è
costante nel marxismo: nell’incipit di “ In memoria del manifesto dei comunisti”
(1895) di Antonio Labriola leggiamo un forte e sarcastico richiamo ai riti della
tradizione cristiana: “ di qui a tre anni noi socialisti potremo celebrare il
nostro giubileo. La data memorabile della pubblicazione del Manifesto dei
comunisti (febbraio 1848) ci ricorda il nostro primo e sicuro ingresso nella
storia ”. Riassumendo: non si deve eliminare la religione per far sì che lo
sfruttamento materiale si sgretoli, bensì si deve distruggere lo sfruttamento
materiale (=capitalistico) e, una volta caduto, anche la religione perderà la
sua ragion d’essere e l’uomo tornerà a riporre le sue speranze nel mondo reale,
senza proiettarle in un fantasmagorico aldilà. Il problema consiste
nell'abolire, più che la religione, le condizioni storiche che la rendono
possibile.
QUALE E’ LA DIFFERENZA TRA COMUNISTI E SOCIALISTI?
Tra comunisti e socialisti è sempre intercorso un rapporto di amore e odio: ciò
che li distingue è, essenzialmente, il rapporto con la rivoluzione. Per i
socialisti, infatti, non si tratta di abbattere il sistema capitalistico, ma di
governarlo, di renderlo più vivibile e umano. Per usare un’espressione impiegata
da un socialista svedese del Novecento, il capitalismo per i socialisti deve
essere, al pari di una mucca, munto per poter sfamare il maggior numero
possibile di persone; esso non deve essere lasciato in balia di se stesso,
assolutamente libero e senza leggi che lo regolino (come invece credeva quel
liberismo che trovava in Adam Smith il suo eroe), bensì va direzionato e gestito
accuratamente affinchè non si inceppi, come di fatto è avvenuto nel 1929. Per i
comunisti, al contrario, si tratta non già di riformare il capitalismo in senso
sociale, bensì di abbatterlo con la rivoluzione a mano armata. Questa divergenza
di vedute che sta alla base della divergenza e, spesso, della conflittualità tra
le due correnti di pensiero, spiega perché spesso i comunisti arrivarono
addirittura a vedere nei socialisti e nel loro esasperato tentativo di
salvaguardare il capitalismo il loro peggior nemico, addirittura più pericoloso
rispetto ai liberali: infatti, se i liberisti, con la loro sfrenata smania di
non imbrigliare minimamente il capitalismo, lo difendono in maniera piuttosto
ingenua, i socialisti invece, proponendosi di governarlo con ponderatezza, ne
frenano la caduta. Ed è per questo motivo che i comunisti italiani videro
nell’avvento del fascismo l’ultima mossa, marcatamente violenta e reazionaria,
di un capitalismo ormai agonizzante che stava per cadere; si dovettero però
ricredere nel momento in cui il fascismo si alleò con la Germania di Hitler. Ma
l’antipatia non è univoca: spesso, anche i socialisti hanno nutrito una cordiale
avversione per i comunisti e per le loro velleità rivoluzionarie. Come prova
lampante di questa asserzione, potremmo ricordare la tragica repressione
perpetrata in Germania, nel 1919, dai socialisti ai danni dei comunisti della
“Lega di Spartaco”: essa si concluse in un bagno di sangue e persero la vita,
tra gli altri, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, barbaramente trucidati. Che i
socialisti guardassero con sospetto alla volontà comunista di sopprimere la
società borghese è anche testimoniato dalle vicende italiane degli anni ’20 del
Novecento: quando, all’indomani del feroce assassinio del leader socialista
Giacomo Matteotti, tutti i partiti di opposizione al fascismo abbandonarono il
parlamento e si ritirarono, in segno di protesta, sull’Aventino, di fronte alle
pressanti richieste dei comunisti di scendere sulle piazze per abbattere, finchè
si era ancora in tempo, il regime fascista, i socialisti e i liberali
preferirono restare arroccati sull’Aventino a proseguire la loro opposizione
puramente formale, poiché temevano vivamente che dal fascismo si sarebbe potuti
passare al comunismo di ispirazione sovietica. A tal proposito, sul giornale
socialista “Giustizia” si potè testualmente leggere: “ noi non vogliamo mettere
in movimento le masse perché quando sono scatenate non si è sicuri se si
fermeranno a Kerenskij, andranno sino a Lenin o oltrepasseranno anche Lenin ”
Dopo aver delineato le motivazioni che fanno del socialismo e del comunismo due
movimenti se non del tutto inconciliabili, per lo meno molto distanti, è bene
chiedersi come sia nata tale divergenza di prospettive. In realtà, essa, latente
o manifesta a seconda dei casi, è sempre esistita e si spiega con la fondazione,
nel 1875, del Partito della Socialdemocrazia tedesca (SPD): esso nacque, con il
congresso di Gotha, dalla fusione di due correnti dalle idee alquanto
contrastanti. Da una parte, vi era infatti l’ala marxista, rappresentata da Marx
ed Engels in persona, che trovava nella rivoluzione e nell’abbattimento del
sistema capitalistico i suoi princìpi ispiratori; dall’altra parte, vi era una
corrente che trovava in Lassalle il suo maggior rappresentante e che, piuttosto
che sulla rivoluzione, faceva leva su una tenace battaglia parlamentare ed era
anche disponibile a scendere a compromessi con le frange più reazionarie pur di
scalzare i borghesi dalla loro posizione egemonica (Lassalle stesso intrattenne
una fitta corrispondenza epistolare con Bismarck, l’antidemocratico e
reazionario cancelliere tedesco che aveva portato alle stelle il militarismo più
fervente). Marx non esitò, fin da principio, a mettere alla berlina la posizione
lassalliana, criticandone soprattutto l’inattualità dell’alleanza coi ceti
reazionari che essa si proponeva al fine di neutralizzare i borghesi: allearsi
con l’aristocrazia per spazzar via la borghesia altro non era, secondo Marx, che
fare un salto indietro in quel passato in cui a dominare la società era
l’aristocrazia. Viceversa, sosteneva Marx, il merito della borghesia era stato
quello di distruggere con la Rivoluzione francese quei residui aristocratici che
inquinavano l’era moderna e di aver aperto la strada al moderno scontro di
classe tra borghesi e proletari. Quest’opposizione di idee non impedì però la
fusione dei due movimenti (lassalliano + marxiano) in un sol partito, la SPD,
che visse fin dall’inizio in un’invalicabile ambiguità: si doveva aspirare alla
rivoluzione, secondo i princìpi di matrice marxiana, o ci si doveva limitare al
riformismo, cercando di far passare leggi che fossero favorevoli alla classe
operaia, come invece suggerivano le tesi lassalliane? Marx si accorse subito del
paradosso e scagliò i suoi velenosi strali (nell’opera “Critica del programma di
Gotha”) all’appena nato partito, sottolineando l’assurdità dell’ambiguità poc’anzi
tratteggiata e avanzando la tesi che prima o poi il problema sarebbe dovuto
esplodere. E Marx aveva ragione: dopo la sua morte, la situazione all’interno
della SPD non tardò a degenerare, a tal punto che non si fu più in grado di
tenere le varie correnti che la costituivano. Come inevitabile conseguenza, si
andò incontro ad u rapido scorpamento del partito: vi fu chi, come Rosa
Luxemburg e Karl Liebknecht, si sganciò dalla SPD perché, fedele fino in fondo
all’ideologia marxista, non volle rinunciare alla prospettiva rivoluzionaria e
alla nuova società che ne sarebbe scaturita; vi fu poi chi, come Bernstein,
arrivò a sostenere l’esigenza impellente di revisionare la dottrina marxista
(anche perché le profezie di Marx sembravano ogni giorno più lontane dal
concretizzarsi), espungendo la possibilità di una rivoluzione. In “I presupposti
del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” Bernstein afferma che la
rivoluzione altro non è se un’idea, nel senso kantiano del termine, ovvero è un
modello da imitare pur nella consapevolezza che resterà sempre irrealizzabile.
Infine, vi fu uno stuolo di pensatori, capeggiato da Bebel e da Kautsky, presso
i quali continuava a sopravvivere la convinzione dell’assoluta necessità della
rivoluzione, ma che di fatto continuavano ad operare pragmaticamente nella vita
sociale e politica (e per questo motivo furono detti “ortodossi”), poiché, sulle
orme dell’ultimo Engels, concepivano la rivoluzione come una spallata finale al
sistema capitalistico. Dalle posizioni dei “revisionisti” muoveranno quelli che
siamo soliti definire “socialisti”, mentre da quelle dei “rivoluzionari”
prenderanno spunto i “comunisti”. Similmente, verso la fine dell’Ottocento e il
principio del Novecento, maturavano in Russia, con impeto sempre maggiore, i
fermenti rivoluzionari e la soluzione prospettata dai bolscevichi (così detti
perché maggioritari all’interno del partito) si scontravano apertamente con
quelle dei menscevichi (minoritari nel partito): i primi, sulla scia del
marxismo più coerente, si sbizzarrivano in celebrazioni fantastiche della
rivoluzione, i secondi guardavano con simpatia alla SPD tedesca che andava
sempre più incanalandosi in posizioni riformiste. Il fronte sul versante di
Sinistra, in Russia, era ulteriormente frammentato dalla presenza di un terzo
movimento (i “social-rivoluzionari”), il cui consenso poggiava soprattutto sul
mondo contadino, e se alla fine, con la Rivoluzione russa, prevalsero i
bolscevichi fu soprattutto in virtù del fatto che in quel Paese spazio per la
democrazia non ce n’era e lo zarismo soffocava senza mezzi termini ogni forma di
organizzazione anche lontanamente “sovversiva”, rendendo in tal modo impossibile
una prospettiva riformista. E i bolscevichi sono quelli che comunemente
identifichiamo con i comunisti, mentre i menscevichi rappresentano quelli che
siamo soliti definire socialisti. Per concludere questa carrellata di
avvenimenti e di motivazioni per cui i comunisti e i socialisti si sono
allontanati, si può ricordare come anche in Italia si siano sentiti gli influssi
di quei dibattiti teorici che avevano portato un po’ in tutta Europa alla
spaccatura tra i due movimenti: e fu sull’onda di tali tensioni che, nel 1921,
con il Congresso di Livorno, i comunisti italiani si staccarono dal partito
socialista.
LE PREVISIONI DI MARX NON SI SONO AVVERATE?
Marx aveva profeticamente pronosticato che la società avrebbe ineluttabilmente
sempre più assunto le sembianze di una piramide al cui vertice vi sarebbe stato
un ristretto numero di individui ricchi e alla cui base, invece, una miriade di
operai diseredati e destinati a vivere in condizioni di povertà insostenibile.
Il fatto che lo sviluppo delle forze produttive stesse crescendo, ma al tempo
stesso non accennasse a diminuire la miseria del proletariato, appariva a Marx,
insieme ad un' accresciuta coscienza di classe da parte degli operai, la
condizione per il sovvertimento dell'assetto capitalistico e la transizione ad
una nuova formazione economico-sociale. Il pensatore tedesco era pervenuto a
queste conclusioni basandosi sul fatto che, con il sopravvento delle macchine e
del lavoro dequalificato tipico della realtà industriale, gli strati del ceto
medio costituenti la borghesia sarebbero gradualmente scivolati ad ingrossare le
fila del proletariato. Con il senno di poi, si può essere indotti a pensare che
l'analisi marxiana, secondo la quale la società sarebbe andata sempre più
polarizzandosi al punto da far esplodere la rivoluzione, non si sia avverata (e
anche con la Rivoluzione russa il sistema capitalistico ha scricchiolato senza
però cedere): infatti, dopo la morte di Marx, si è affermata una sempre più
variegata composizione sociale, tant'è che la società si è dimostrata
rappresentabile non già a forma piramidale (come credeva Marx), ma a forma
romboidale. Non è vero, cioè, che ci sono pochissimi ricchi al vertice, pochi
borghesi nel mezzo e una miriade di poveracci alla base; al contrario, vi sono
pochi ricchi al vertice, pochi poveri al fondo, e una caterva di borghesi che
occupano la parte centrale. La teoria marxiana sembra dunque aver clamorosamente
fallito ma, in realtà, i marxisti più ferventi, sono riusciti a correre ai
ripari, cercando di sostenere che la polarizzazione, contrariamente a quel che
sembrerebbe, c'è stata. Si fa infatti notare che gli operai di oggi vivono
senz'altro meglio rispetto a quelli di duecento anni fa, ma ciononostante il
reddito medio dell'operaio di oggi è di gran lunga più distante da quello del
capitalista rispetto a quanto non fosse per gli operai del passato. In altri
termini, l'operaio oggi sta meglio di duecento anni fa, ma in sostanza il
divario con il capitalista si è accentuato: si è cioè aperta nettamente la
forbice tra il guadagno dell’operaio e quello del “padrone”. E bisogna poi
tenere in considerazione il fatto che, nell'ottica marxiana, il capitalismo è un
fenomeno mondiale, che con l'età dell'imperialismo si spinge ad invadere
l'intero pianeta. Dunque, se ragioniamo sul piano mondiale, la distanza tra
ricchi e poveri è sicuramente cresciuta, come aveva previsto Marx; semmai, si
può notare che è cambiato il fronte della lotta di classe, ovvero il confine tra
sfruttati e sfruttatori non è più tra operai e capitalisti dell'evoluta società
europea, ma fra abitanti dei Paesi ricchi (operai compresi) e abitanti dei Paesi
poveri, il che significa che oggi anche l'operaio europeo sta dalla parte dei
capitalisti che sfruttano il terzo mondo, giacchè acquista e vive grazie al
benessere acquisito sulle spalle dei Paesi poveri. Ne consegue un progressivo
depotenziamento della spinta rivoluzionaria del proletariato europeo, in quanto
anch'esso siede al tavolo degli sfruttatori del "mondo civile", pur
accontentandosi delle sole briciole. Dunque la carica rivoluzionaria in ambito
europeo si è attenuata nella misura in cui i proletari prendono parte alla
spartizione dei beni del terzo mondo, sentendosi appagati e dimenticandosi della
rivoluzione esaltata da Marx. Naturalmente questo tentativo di difendere il
marxismo dall'accusa che, almeno in apparenza, la polarizzazione profetizzata da
Marx non c'è stata, spiegando che in realtà c'è stata ma in modo diverso dal
previsto, poteva costituire per Popper un fulgido esempio di teoria non
scientifica perchè non falsificabile. Infatti, la teoria della polarizzazione è
il classico esempio di teoria non falsificabile, poichè si può sempre trovare il
modo di rispondere a qualsiasi obiezione le venga mossa: e una teoria, dice
Popper, è scientifica non quando è verificabile, ovvero quando può appellarsi a
dati di fatto che la avvalorino, poichè altrimenti anche la teoria secondo la
quale Dio esiste potrebbe essere scientifica, in quanto provata da molteplici
dati di fatto. Viceversa, una teoria può dirsi scientifica, prosegue Popper, se
è falsicabile, ovvero se vi sono dati di fatto che possono smentirla: la teoria
galileiana della caduta dei gravi è scientifica perchè sarebbe potuta essere
smentita dai dati di fatto. Il marxismo, dal canto suo, non è agli occhi di
Popper una teoria scientifica (come invece vuole presentarla Marx) perché di
fronte ad ogni critica o accusa può sempre essere in qualche maniera aggiustata.
Marx sembra dunque, entro certi limiti, aver sbagliato, anche se egli sapeva
benissimo che la società tende sempre a generare nuovi ceti medi: tuttavia, era
convinto che il processo ai suoi tempi in atto creasse sì nuovi ceti medi, ma ne
smantellasse, in misura notevolmente maggiore, di vecchi, sicchè sarebbero stati
più i ceti medi a sparire che non a nascere. E il pensatore tedesco aveva
soprattutto in mente i contadini e gli operai, che, di fronte alla tecnologia
pulsante delle fabbriche, erano costretti a soccombere e a finire nelle
compagini del proletariato. E qui si può effettivamente sostenere che le
convinzioni marxiane fossero parzialmente sbagliate: il ceto medio è cresciuto
esponenzialmente; certo, i vecchi ceti medi sono, per lo più, spariti, ma quelli
nuovi sono cresciuti in modo ragguardevole, contro ogni aspettativa marxiana.
L’errore di Marx nasce dal fatto che egli, nella foga del suo materialismo
storico, ha finito per dare troppo peso all’economia (che infatti spingeva verso
la scomparsa dei piccoli borghesi) e non ha preventivato che la politica potesse
frenare l’inarrestabile crisi dei ceti medi: e infatti nel Novecento,
soprattutto negli anni successivi alla grande crisi del ’29, saranno sempre più
frequenti le scelte politiche che tenderanno ad evitare il decadimento dei ceti
medi; il fascismo e il nazismo, ad esempio, faranno di tutto per salvarli,
proprio perché ne erano espressione politica. La politica prevalente negli anni
’30 del Novecento sarà dunque, in generale, volta a mantenere in vita i ceti
medi perché essi costituivano un irrinunciabile serbatoio di consensi.
PERCHE’ LA RIVOLUZIONE PROPRIO IN RUSSIA?
Perché la rivoluzione tanto agognata dai comunisti di tutto il mondo doveva
esplodere in una realtà così arretrata e periferica come la Russia del 1917?
Perché la sovversione del sistema capitalistico doveva avvenire in un Paese che
ne era quasi del tutto sprovvisto e in cui la stragrande maggioranza della
popolazione era dedita ad attività agricole, lungi dal coinvolgimento in
attività industriali di qualsiasi genere? Queste domande mettono bene in
evidenza la stranezza che sta apparentemente alla base della Rivoluzione russa,
quello che forse era il Paese più arretrato d’Europa e in cui lo sviluppo
industriale non aveva ancora avuto modo di penetrare in maniera massiccia o, per
lo meno, paragonabile alla vicina Germania, dotata di un proletariato
all’avanguardia con una vivissima coscienza di classe. E, come aveva insegnato
Marx, perché potesse esservi una rivoluzione operaia occorreva prima instaurare
un apparato industriale dal quale potesse muovere i suoi passi un moderno
proletariato in grado di abbattere il sistema capitalistico: la rivoluzione
proletaria si sarebbe dunque dovuta configurare come figlia e parricida del
capitalismo. Ma in Russia, a differenza della moderna Germania, mancavano
entrambe le cose. E i menscevichi intendevano appunto, in piena sintonia con i
princìpi marxisti, aspettare che si sviluppasse un sistema capitalistico
avanzato prima di lanciare la parola d’ordine della rivoluzione ed erano
comunque convinti che la rivoluzione operaia avrebbe avuto il suo epicentro in
Germania. Di tutt’altro avviso erano i bolscevichi, che volevano un passaggio
diretto dalla guerra mondiale che stava in quegli anni sconvolgendo l’Europa
alla rivoluzione proletaria in Russia, bruciando la tappa dello sviluppo
industriale e saltando direttamente dall’arretratezza contadina (la servitù
della gleba era stata abolita solo nel 1861) alla modernità di un regime
comunista. E questo non era il solo aspetto in aperto contrasto con le tesi
marxiste: i bolscevichi, infatti, erano anche favorevoli ad una riforma agraria
che redistribuisse ai contadini le terre; quest’idea bolscevica, però, era molto
più vicina alle tesi borghesi affiorate già con la Rivoluzione francese che non
ai princìpi marxisti secondo cui la terra non deve essere redistribuita, ma
collettivizzata. Perché dunque i bolscevichi seguirono una linea divergente da
quella tracciata a suo tempo dal padre del marxismo? Tutto si spiega se teniamo
presente che la situazione russa era estremamente arretrata e diversa rispetto a
quella in cui aveva operato Marx: e il merito dei bolscevichi risiede appunto
nell’aver adattato le tesi marxiste alla particolarissima situazione russa,
dando un grande peso (che Marx non aveva mai dato) ai contadini per poterne così
conquistare la piena fiducia. Il programma bolscevico, in origine, era molto
semplice: bloccare la guerra ed effettuare la riforma agraria. Intanto, lo zar
aveva abdicato e il potere era stato raccolto dal partito di ispirazione
liberale: si trattava però di un potere instabile, poiché il nuovo governo
gestiva un potere che non si era conquistato e pertanto le leggi che varava
venivano applicate solamente se i soviet (i consigli operai) erano d’accordo. In
questa paradossale ambiguità di potere caratterizzata da un governo
semiesautorato, si innestò la riflessione di quello che fu il leader e l’eroe
della Rivoluzione russa: Lenin. Tornato in Russia dall’esilio svizzero nel 1917,
godendo dell’appoggio del governo tedesco, che ha astutamente capito che nel
partito bolscevico (favorevole alla pace) può sperare una breve uscita della
Russia dallo scacchiere bellico., Lenin trova un partito bolscevico dalle idee
confuse e decide di stabilizzarlo sfruttando la propria abilità di teorico
marxista. Ed è per questo che egli pubblica le celeberrime “Tesi d’aprile”. In
esse si affrontano molti dei problemi che travagliavano la Russia: in primo
luogo, come effettuare una rivoluzione in un paese tanto arretrato quale era la
Russia. Secondo Lenin, urgeva una rivoluzione immediata, senza passare per il
capitalismo, il che sembra assurdo poiché non ha senso fare la rivoluzione
socialista in un paese dove non c’è il capitalismo. Ma Lenin sosteneva
l’esigenza della rivoluzione proprio per questo: in un paese che di più
arretrati non ce n’erano, non aveva senso alcuno che a governare fosse la
borghesia. Ne venne fuori una situazione paradossale, in disaccordo con le
previsioni di Marx: la piena industrializzazione russa doveva essere gestita non
dalla borghesia (come era avvenuto in tutti i paesi europei), bensì dal
proletariato. Lenin ci tiene a precisare che il capitalismo non è un fatto di un
singolo paese, bensì è un processo di portata mondiale, sicchè non ci si deve
aspettare la rivoluzione da paesi capitalisticamente progrediti (quali la
Germania o l’Inghilterra), ma dal più arretrato e feudale di tutti (la Russia
appunto), poiché essa è “ l’anello debole ” della catena del capitalismo
mondiale. La rivoluzione sarebbe dunque divampata in Russia (il paese più
arretrato) per poi coinvolgere l’intero mondo, trovando il suo epicentro in
paesi progrediti quali la Germania o l’Inghilterra: non è dunque corretto
parlare di tante e singole rivoluzioni, bensì vi è una sola grande rivoluzione,
destinata ad abbattere l’unico capitalismo che infesta il mondo. E del resto,
notava Lenin, se la rivoluzione avesse attecchito solo in Russia, una volta
terminata la guerra, le grandi potenze reazionarie europee si sarebbero
coalizzate per estinguerla brutalmente. Questo ci permette di capire come il
Lenin delle Tesi d’aprile avesse in mente un’idea che verrà poi meglio
esplicitata da Trotsky : l’idea di ‘rivoluzione permanente’, che altro non era
che la convinzione che la rivoluzione dovesse svilupparsi in tutto il mondo per
annientare in esso il capitalismo. Una delle grandi novità proposte da Lenin
nelle Tesi d’aprile fu la parola d’ordine “ tutto il potere ai soviet ”: aveva
dichiarato aperta ostilità al governo provvisorio di Kerenskij, in nome della
lotta intransigente contro la guerra, definita come imperialista
indipendentemente dall’assetto politico del paese e aveva espresso la volontà di
trasformare il partito di forza minoritaria in forza di maggioranza, guida di
una nuova rivoluzione, quella appunto destinata a conseguire il potere ai
soviet. Una parola d’ordine che comportava il massimo di democrazia diretta e di
autogoverno per le masse popolari veniva così sostenuta attraverso l’esaltazione
del ruolo del partito, posto implicitamente al di sopra delle masse stesse, alle
quali doveva insegnare a vincere. L’iniziativa spontanea delle masse, che aveva
portato ai soviet (Lenin riconobbe sempre il carattere spontaneo delle nuove
organizzazioni), doveva assoggettarsi alla direzione del partito: le masse
potevano sbagliare, anzi il loro cammino era disseminato di errori, mentre il
partito era infallibile. La concezione di Lenin sulla rivoluzione era nettamente
diversa da quella di tutte le altre forze socialiste, poiché infatti Lenin, come
accennavamo, voleva arrivare immediatamente al regime socialista, senza passare
per il capitalismo. In una delle prime Tesi d’aprile egli dice che “
l’originalità dell’attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima
fase della rivoluzione, che ha dato il potere alla borghesia a causa
dell’insufficiente grado di coscienza del proletariato alla seconda fase che
deve dare il potere al proletariato e agli strati più poveri dei contadini ”.
Lenin voleva arrivare al socialismo bruciando le tappe del capitalismo per
diversi motivi: uno di questi consisteva nella convinzione che la guerra avesse
creato una crisi profonda degli equilibri politici e dei rapporti di forza nella
società in tutta Europa. La Russia sarebbe stato il punto di partenza della
rivoluzione che avrebbe presto (secondo Lenin) raggiunto tutto il pianeta
proprio perché essa era l’anello debole della catena imperialista, ovvero era il
paese in cui il rovesciamento del potere esistente era più facile e rapido.
Questa tesi era già stata sostenuta con grande precisione da Lenin, nel marzo
1917, dall’esilio svizzero: “ la Russia è un paese contadino, uno dei paesi più
arretrati d’Europa. Il socialismo non vi può vincere direttamente e
immediatamente. Ma il carattere contadino del paese […] può dare alla
rivoluzione democratica borghese in Russia un’ampiezza formidabile e far sì che
la nostra rivoluzione sia il prologo della rivoluzione socialista mondiale, sia
un passo verso di essa ”. Giocava poi a favore della Russia un altro fattore,
notava Lenin: la rivoluzione in Russia non avrebbe assunto il carattere di
rivoluzione proletaria (come nel resto d’Europa), non sarebbe cioè stata una
ribellione di una sola classe sociale (gli operai), ma della stragrande
maggioranza della società (operai e contadini), all’interno della quale il
partito bolscevico doveva avere un ruolo di guida. Considerando il nuovo stato
come il potere della stragrande maggioranza del popolo, contrapposto ad
un’esigua minoranza (sia pure la minoranza degli ex privilegiati), Lenin vedeva
nel parlamentarismo un inutile orpello, reso oltre tutto antiquato dalle
trasformazioni politiche in tutto il mondo. La formula “ dittatura democratica
degli operai e dei contadini ” riassumeva bene il concetto: si sarebbe dovuto
trattare di una dittatura, poiché non avrebbe lasciato alla minoranza borghese e
aristocratica il diritto di opporsi, ma democratica poiché avrebbe comunque
rappresentato la stragrande maggioranza della popolazione. Di questa dittatura
democratica i soviet sarebbero stati la migliore espressione ed è per questo che
nelle “Tesi d’aprile” campeggia il motto ‘il potere ai soviet’. E quando Lenin
dice che bisogna conferire tutto il potere ai soviet, intende soprattutto dire
che è opportuno uscire, il più presto possibile, da quella strana ambiguità di
potere per cui il potere effettivo è in mano al governo democratico-liberale ma
senza il consenso dei soviet non può fare nulla. La soluzione arriverà quando i
bolscevichi attueranno la Presa del Palazzo d’Inverno, attuando così la
Rivoluzione russa vera e propria. Tuttavia l’idea leniniana di estendere la
rivoluzione all’intera Europa e, successivamente, all’intero pianeta, sembrò
sempre più sfumare: dopo i gloriosi anni che vanno dal 1918 al 1920 e che si
connotano per un acceso fervore rivoluzionario su scala europea, la situazione
precipitò nel momento in cui vi fu un brusco riflusso reazionario che dissipò
ogni velleità rivoluzionaria e permise l’affermarsi di governi spiccatamente
autoritari, tra cui il fascismo e, successivamente, il nazismo. Dopo che Lenin
fu morto, nel 1924, le problematiche della rivoluzione furono ereditate dai suoi
successori: in particolare, scoppiò un vivacissimo dibattito tra chi sosteneva,
come Trotzky, che la rivoluzione, per non morire, dovesse assolutamente
coinvolgere il resto del mondo e chi, come Stalin, propugnava l’idea del
“socialismo in solo Paese”. Alla fine prevalsero le posizioni staliniane e
l’Unione Sovietica, da quel momento in poi, rimase isolata dal resto del mondo e
ripiegò sempre più verso una dittatura.
PERCHE' IL MATERIALISMO?
Perché il marxismo aderisce alle tesi materialistiche e respinge quelle
idealistiche? Marx ed Engels, all’inizio della loro formazione filosofica,
abbracciarono entrambi l’idealismo hegeliano all’epoca imperante. In
particolare, si accostarono alla Sinistra hegeliana, particolarmente attenta
alla realtà concreta e propensa a concepire la filosofia come critica razionale
della situazione esistente. Mostrando l'inadeguatezza della realtà rispetto a
ciò che é razionale, la teoria diventa prassi che migliora la situazione reale
esistente. Nella sua tesi di laurea sulla “Differenza tra la filosofia della
natura di Democrito e quella di Epicuro” (1841), Marx interpreta la situazione
della filosofia dopo Hegel in analogia con la situazione delle filosofie
ellenistiche dopo Platone e Aristotele, chiedendosi se sia possibile un nuovo
cominciamento filosofico dopo il compimento della filosofia nelle grandi sintesi
sistematiche. Dopo Hegel, la filosofia riprende la sua funzione illuministica di
critica della realtà; così come, dopo Aristotele, Epicuro, “ il più grande
illuminista greco ”, aveva portato fino in fondo la critica della religione,
combattuto il fatalismo e rivendicato la libertà dell'autocoscienza umana; Marx,
in piena sintonia con la Sinistra hegeliana, è ancora pienamente convinto che le
idee possano mutare la realtà. Verso la fine del 1843, però, egli si convince
che per modificare la realtà occorre la forza, ma considera la teoria anch’essa
una forza, quando s’impadronisce delle masse: “ l’arma della critica non può
sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere abbattuta per
mezzo della forza materiale, ma la teoria diventa, essa pure, una forza
materiale, quando s’impadronisce delle masse ”. Già dalla tesi di laurea,
tuttavia, traspare un marcato interessamento per il materialismo, simboleggiato
appunto dalle personalità di Democrito e di Epicuro; nello stesso tempo, però,
com'egli stesso afferma, non riesce a passare indenne dalle ammalianti sirene
dell'hegelismo: e la sfera materialistica convive in Marx con quella
idealistica, tant'è che egli si propone come sintesi delle due tradizioni. Dalla
concezione materialistica desume la convinzione che l'elemento di base della
realtà sia la materia, da quella idealistica, invece, mutua il procedimento
dialettico elaborato da Hegel. Marx nota infatti, con straordinaria acutezza,
come il limite di ogni materialismo sia sempre stata la scarsa attenzione
rivolta alla storia, attenzione che invece è centrale nella filosofia hegeliana:
ed è per questo che il pensatore di Treviri intende prendere il meglio dal
materialismo e dall'hegelismo, scartando invece quegli aspetti ritenuti
inadeguati. E mettendo insieme le due teorie, così diverse tra loro, nasce un
ibrido esplosivo: un materialismo letto in chiave storica e dialettica , con il
quale Marx dà una giusta sistemazione alla dialettica hegeliana, facendola
poggiare dove è giusto che poggi. Hegel ha infatti avuto il merito di elaborare
il celebre procedimento dialettico (tesi, antitesi, sintesi), ma la dialettica
da lui intesa è una dialettica capovolta, che poggia sulla testa, ovvero sulle
idee: e Marx, mantenendola invariata ma basandola sulla materia, la fa poggiare
sui piedi, ponendo fine al suo stare a testa in giù. Come abbiamo detto, Marx
muove i suoi primi passi nel contesto della Sinistra hegeliana, costituita da
quei sostenitori di Hegel che del suo pensiero privilegiavano la faccia
rivoluzionaria, convinti cioè che fosse opportuno realizzare anche in modo
rivoluzionario ciò che si configurava come giusto e frutto di una certa
razionalità. Ed è per questo che il giovane Marx, durante la sua provvisoria
adesione alla Sinistra hegeliana, vede nell'hegelismo uno sforzo per cambiare la
realtà verso un ampliamento dei diritti politici in senso democratico-borghese.
In un secondo tempo, però, (dal 1843 in poi) si accorge dell’impotenza delle
idee rsipetto alla materialità e ipotizza un vero e proprio capovolgimento
dialettico, poichè è convinto che con una semplice trasformazione dialettica di
idee non si possa cambiare la realtà (come invece credeva la Sinistra), ma al
contrario è cambiando dialetticamente la realtà, ovvero passando dalle “ armi
della critica ” alla “ critica delle armi ”, che cambiano anche le idee ed è
proprio questo il succo del materialismo marxiano: “ per sopprimere il pensiero
della proprietà privata è del tutto sufficiente il comunismo pensato; per
sopprimere la proprietà privata effettiva, reale, occorre una effettiva, reale
azione comunista ” . Se la dialettica tratteggiata da Hegel era una dialettica
di idee, che si svolgeva precipuamente sulle pagine dei libri, la dialettica di
Marx, viceversa, poggia sulla realtà materiale e si svolge nelle piazze come
rovesciamento rivoluzionario della situazione materiale: non si tratta di
cambiare le idee affinchè cambi la realtà, ma di cambiare la realtà perché
cambino anche le idee. Come già accennato, si tratta di un materialismo storico,
ovvero di una sintesi tra il materialismo di Feuerbach e la storicità di Hegel.
Ciò implica che per Marx la realtà fondamentale sia quella materiale, rispetto
alla quale tutte le altre sono derivate: le idee esistono, ma sono derivate
dalla materia ed è per questo che ad essa sono subordinate. Il presupposto di
tale dottrina consiste nel fatto che la storia sia governata essenzialmente da
fattori materiali e che questi fattori siano di carattere economico, cosicchè la
storia è basata sull'economia, mentre tutto il resto (rapporti politici,
giuridici, arte, religione, ecc) costituisce elementi sovrastrutturali. La
struttura della realtà, pertanto, è la materialità economico-sociale e tutto il
resto è una sovrastruttura ideologica: a tal proposito Marx può affermare, in
opposizione alle idee di Hegel e della Sinistra, che " non è la coscienza che
determina la vita, ma la vita che determina la coscienza ", o, come asserisce
nel “Capitale”, “ il movimento del pensiero non è che il riflesso del movimento
reale, trasportato e trasformato nel cervello dell'uomo ”; non sono cioè le idee
a cambiare la realtà, ma è la realtà stessa a cambiare le idee. In questa
prospettiva occorre affrontare il problema del rapporto tra struttura e
sovrastruttura: alcuni interpreti del marxismo hanno letto, forzando un pò il
pensiero marxiano, tale rapporto come meccanico, per cui la struttura dovrebbe
determinare in modo meccanico e deterministico la sovrastruttura; ne consegue
l'inevitabilità di ciò che avviene e questo servì a molti marxisti (tra cui
Engels) per dilazionare nel tempo il momento dello scoppio della rivoluzione,
come a dire che il capitalismo dovrà inevitabilmente cadere prima o poi perchè
le condizioni economico-materiali portano inevitabilmente in quella direzione e
pertanto non bisogna scendere in piazza a fare la rivoluzione. Questa
interpretazione, che, propugnando un rigido meccanicismo, nega ogni forma di
libertà all'uomo, fu adottata soprattutto dalla II Internazionale, ma in realtà
è molto sganciata dal pensiero di Marx: infatti, egli è convinto che, accanto al
rapporto fondamentale struttura-sovrastruttura, vi sia anche un effetto di
rimbalzo per cui se è vero che la vita determina le idee è anche vero che le
idee non sono stagnanti, ma, al contrario, possono trasformarsi in prassi. In
altre parole, il fatto che il proletariato maturi una coscienza di classe è sì
dato dalle condizioni materiali in cui vive, ma è poi necessario per far sì che
esso scenda in piazza a fare la rivoluzione: è necessario che il proletariato
diventi in sè e per sè , ovvero oltre a costituire un movimento (in sè) deve
anche avere coscienza di costituirlo (per sè). Il fatto di esserlo è un elemento
strutturale, ma il fatto di sapere di esserlo è strutturale, ossia ideologico:
se lo fosse senza sapere di esserlo (ovvero se ci fosse la struttura senza la
sovrastruttura) non potrebbe mai fare la rivoluzione. Dunque, è senz'altro vero
e scientificamente provato, dice Marx, che il capitalismo crollerà, ma è
altrettanto vero che non ci si deve limitare ad attendere inerti quel momento,
bensì bisogna maturare una coscienza di classe che porti il movimento proletario
a decidere di abbattere il capitalismo. Marx introduce i concetti di forze
produttive e rapporti di produzione : ogni società è caratterizzata da un
insieme di capacità umane (conoscenze, abilità, ecc) con le quali può sfruttare
la natura e tali capacità vanno appunto sotto il nome di forze produttive. Le
forze produttive, aggiunge Marx, si sviluppano sempre nell'ambito di rapporti di
produzione, ovvero in determinati rapporti sociali (nell'ambito dei quali
rientrano anche le ideologie e, più in generale, le sovrastrutture): vi sono
così state età in cui le forze produttive si sono sviluppate nell'ambito dello
schiavismo e del servilismo, fino a giungere all'era capitalistica. E i rapporti
di produzione vengono determinati dalla forza di produzione caratteristica di
quello specifico momento storico: nell'antichità regnava lo schiavismo perchè in
quel momento tale rapporto di produzione era il migliore che ci potesse essere
per sfruttare in modo ottimale le forze produttive. Ogni forza produttiva,
dunque, si dà il suo rapporto di produzione, sicchè questi ultimi rispecchiano e
sono sempre funzionali alle forze produttive. Tuttavia, può succedere che
all'interno di questo schema generale lo sviluppo vada avanti con eccessiva
rapidità e ci si trovi in una condizione in cui i livelli di rapporti produttivi
si trovano indietro rispetto alle nuove forze produttive emerse a tal punto da
rivelarsi inadeguati: come se le forze produttive si trovassero ingabbiate in
rapporti produttivi che impediscono loro di svilupparsi al meglio. Infatti, le
forze produttive, proprio perchè hanno generarato esse stesse i rapporti
produttivi per potersi sviluppare al meglio, funzionano fin troppo bene e
progrediscono con gran rapidità mentre i rapporti restano immutati e si rivelano
pertanto inadatti per il giusto sviluppo delle nuove forze sviluppatesi.
Un'immagine che può chiarire cosa intendesse Marx può essere quella, di forte
sapore hegeliano, del guscio: è quasi come se i rapporti produttivi fossero il
guscio sociale dentro al quale si sviluppano le forze produttive; quando però si
sono sviluppate, arriva il momento di spaccare il guscio e di prorompere
all'esterno e per far ciò occorre la rivoluzione, intesa come capovolgimento
dialettico in chiave materialistica. Quando i rapporti produttivi si rivelano
ormai inadeguati alle nuove forze produttive, giunge il momento di far saltare
tali rapporti con la rivoluzione: ed è quel che è accaduto in Francia, quando la
borghesia, che si sentiva ingabbiata da rapporti sociali e ideologici che ne
frenavano lo sviluppo, è scesa in piazza a fare la rivoluzione. Abbiam detto che
le idee sono un derivato delle condizioni materiali in cui l’uomo vive: ma, più
nel dettaglio, come nascono? Scrive Labriola in merito: “ le idee non cascano
dal cielo, e anzi, come ogni altro prodotto dell'attività umana, si formano in
date circostanze, in tale precisa maturità di tempi, per l'azione di determinati
bisogni, e pei reiterati tentativi di dare a questi soddisfazione, e col
ritrovamento di tali o tali altri mezzi di prova, che sono come gl'istrumenti
della produzione ed elaborazione loro. Anche le idee suppongono un terreno di
condizioni sociali, ed hanno la loro tecnica: ed il pensiero è anch'esso una
forma del lavoro. Spostare quelle e questo ossia, le idee ed il pensiero, dalle
condizioni e dall'ambito di lor proprio nascimento e sviluppo, gli è svisarne la
natura e il significato ” (“Del materialismo storico”). Anche Marx, come i
colleghi della Sinistra hegeliana, accetta l'idea di una democrazia socialista,
pur restando sempre molto vago sul futuro del socialismo, ma comunque sui regimi
liberal-democratici ha un'idea molto chiara, di netta ispirazione dialettica. Il
processo evolutivo non è lineare, non si passa cioè dal liberalismo alla
democrazia e, infine, al socialismo; al contrario, si tratta di un vero e
proprio processo, in cui vi è una tesi, un'antitesi e una sintesi, sicchè il
socialismo non può essere concepito come una tranquilla trasformazione del
liberalismo e della democrazia, ma come drastico e violento capovolgimento di
essi. Ne consegue che se per un socialista riformista malgrado ci sia la
democrazia il socialismo, come tappa successiva, non c'è ancora, per Marx invece
il socialismo non c'è proprio grazie al fatto che c'è il regime
liberal-democratico, condizione politica dell'esistenza del capitalismo: fin
tanto che ci saranno la democrazia e il liberalismo non potrà esserci il
socialismo, dice Marx, il quale arriverà solo in seguito dell'abbattimento di
entrambi; il regime liberal-democratico, infatti, è la negazione stessa di ogni
socialismo e anzi, in quanto condizione di esistenza del capitalismo,
rappresenta una delle svariate forme in cui si è manifestato nel corso della
storia lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Che Marx abbia preso le distanze
dalla Sinistra hegeliana è anche attestato da una vicenda: in quegli quegli anni
in cui divampavano i moti rivoluzionari del dopo restaurazione, sorge il
problema dell'emancipazione degli Ebrei, fino ad allora privi di diritti pari
agli altri cittadini. Se la Sinistra hegeliana si era scatenata in scritti a
favore dell'emancipazione ebraica, Marx, interessato direttamente in quanto
ebreo, interviene in modo piuttosto originale, sostenendo che il vero problema
da porsi è la trasformazione radicale e rivoluzionaria della realtà in modo tale
che perda di significato ogni differenza basata sulla religione: il problema
consiste nell'abolire, più che la religione, le condizioni storiche che la
rendono possibile. Come per Hegel, anche per Marx la storia è un processo
dialettico, ma si tratta di una dialettica materiale: nel suo complesso, la
storia si articola in tre grandi tappe: comunismo primitivo, lotta di classe,
comunismo maturo. Ma quale è il motore della storia? Marx ed Engels propongono,
soprattutto nel “Manifesto del partito comunista”, la tesi secondo la quale il
motore della storia é la lotta tra le classi : “ a storia di ogni società è
stata finora la storia di lotte di classe .”' La posizione e missione storica
delle classi é determinata dalla loro collocazione all'interno di specifici modi
di produzione. La divisione del lavoro, da cui deriva la proprietà privata,
genera la disuguaglianza sociale e, quindi, i conflitti tra interessi
particolari e interesse collettivo, tra l'attività del singolo e il potere di
chi controlla questa attività: da ciò emerge la lotta di classe. Quando ad un
determinato grado di sviluppo della divisione del lavoro non corrispondono più
rapporti sociali adeguati, allora, come abbiamo già detto, la relazione tra
forze produttive e forme di cooperazione sociale entra in 'contraddizione' e si
produce una crisi e una transizione rivoluzionaria ad un diverso modo di
produzione e al dominio di una nuova classe. Come spiega Labriola in “Del
materialismo storico”: “ la storia è il fatto dell’uomo, in quanto che l’uomo
può creare e perfezionare i suoi istrumenti di lavoro, e con tali istrumenti può
crearsi un ambiente artificiale, il quale poi reagisce nei suoi complicati
effetti sopra di lui, e così com’è, e come via via si modifica, è l’occasione e
la condizione del suo sviluppo. Mancano per ciò tutte le ragioni per ricondurre
questo fatto dell’uomo, che è la storia, alla pura lotta per l’esistenza; la
quale, se raffina ed altera gli organi degli animali, e in date circostanze e in
dati modi occasiona il generarsi e lo svolgersi di organi nuovi, non produce
però quel moto continuativo, perfezionativo e tradizionale che è il processo
umano. Non c’è luogo qui, nella nostra dottrina, né a confondersi col
darwinismo, né a rievocare la concezione di una qualunque forma, o mitica, o
mistica, o metaforica di fatalismo. Perché, se è vero che la storia poggia
innanzi tutto su lo svolgimento della tecnica; e, cioè dire, se è vero, che per
effetto del successivo ritrovamento degli istrumenti si generarono le successive
spartizioni del lavoro, e con queste poi le disuguaglianze, nel cui concorso più
o meno stabile consiste il così detto organismo sociale, gli è altrettanto vero
che il ritrovamento di tali istrumenti è causa ed effetto ad un tempo stesso di
quelle condizioni e forme della vita interiore, che noi, isolandole nella
astrazione psicologica, chiamiamo fantasia, intelletto, ragione, pensiero e cosi
via. Producendo successivamente i vani ambienti sociali, ossia i successivi
terreni artificiali, l'uomo ha prodotto in pari tempo le modificazioni di se
stesso; e in ciò consiste il nocciolo serio, la ragione concreta, il fondamento
positivo di ciò che, per varie combinazioni fantastiche e con varia architettura
logica, dà luogo presso gli ideologisti alla nozione del progresso dello spirito
umano. ”
COME POTRA’ L’UOMO CESSARE DI MIRARE AI PROPRI INTERESSI
PERSONALI?
Con l'avvento della nuova società, nota Marx, si espanderà il dominio dell'uomo
sulla natura (e cesserà quello dell'uomo sull'uomo): con l'estinguersi dello
Stato, inoltre, sparirà anche la politica come gioco della lotta di classe e si
passerà al regno dell'anarchia, in cui manca lo Stato, ma non il governo; è
infatti impensabile una società in cui ciascuno faccia ciò che gli pare, tanto
più che anche solo per produrre del cibo che possa sfamare i componenti di tale
società è necessario prendere decisioni. Tuttavia, esse non saranno decisioni
politiche, poichè la politica implicherebbe un confronto di interessi diversi a
seconda della classe sociale in questione (cosa impossibile in una società senza
classi), ma, al contrario, non saranno a favore di certi gruppi sociali e a
discapito di altri, bensì saranno decisioni meramente tecniche, alla stregua di
quelle che vengono prese nelle aziende, in vista non di una classe sociale ma
del funzionamento ottimale dell'azienda stessa. Si tratterà, in altri termini,
di scelte collettive volte al bene della collettività stessa: ne consegue che
dall'amministrazione politica si passa a quella tecnica. Ma come si può pensare
che, con l’avvento della società comunista, ogni singolo uomo cesserà di mirare
esclusivamente ai propri interessi personali e invece baderà a quelli
dell’intera società? Non è forse un’evidente ingenuità pensare che l’uomo possa
estirpare dal proprio carattere quell’egoismo che da sempre lo accompagna? A
quest’obiezione Marx risponde fieramente che l’uomo di cui egli sta parlando è
l’uomo del futuro, radicalmente diverso rispetto a quello ambientato nella
società capitalistica, dove regna quel liberalismo che fa sì che ciascuno
persegua egoisticamente soltanto i propri interessi, trascurando quelli altrui.
A questo proposito, il pensatore tedesco (in “Critica del programma di Gotha”)
suddivide il passaggio dall’attuale società a quella comunista in due tappe ed è
il suo stesso materialismo storico a spingerlo in quella direzione: dopo anni e
anni che si è vissuti nella società borghese, è evidente che le coscienze di
tutti (operai compresi) ne saranno influenzati, quasi come se avessero
assimilato in cuor loro il sistema capitalistico e la sua concezione di fondo
secondo cui a ciascuno bisogna dare a seconda dei meriti. Sarebbe dunque troppo
brusco il passaggio diretto al comunismo, dove non si dà più in base ai meriti,
ma in base ai bisogni: ecco allora che Marx pone come tappa centrale il
socialismo, che del capitalismo mantiene i princìpi (a ciascuno secondo i suoi
meriti) e anzi li realizza concretamente; solo con il passare degli anni potrà
sempre più affermarsi, gradualmente, il comunismo, basato sulla piena
solidarietà. Più nello specifico, Marx fa notare che, crollato il capitalismo,
vi sarà una prima fase di "socialismo" seguita da una seconda fase di
"comunismo"; nella fase del "socialismo" vigerà il motto “ a ciascuno secondo il
suo lavoro ”, ovvero, ridotto all'osso, il socialismo che scaturirà
nell'immediato post-capitalismo realizzerà ciò che il sistema capitalistico si
era sempre proposto di fare senza però mai riuscirci: ciascuno otterrà in base a
quanto avrà effettivamente lavorato e non come nel sistema capitalistico, dove
all'operaio che produce 10 viene dato in busta paga 3. Il socialismo della prima
fase si configurerà dunque come piena realizzazione di quella meritocrazia per
cui ciascuno guadagna in base a quanto produce; meritocrazia che nel capitalismo
era esaltata ma, con immensa ipocrisia, non veniva applicata. Naturalmente poi
una società, per essere davvero socialista, dovrà comunque soddisfare i bisogni
elementari di tutti, indipendentemente dal lavoro compiuto da ciascuno, ma ciò
non toglie che il merito dei singoli verrà premiato secondo giustizia; ecco
dunque che per Marx la società non deve essere egualitaria, ma giusta e una
società in cui tutti prendessero le stesse cose pur producendo chi più e chi
meno sarebbe ingiusta. Questa prima fase in cui imperererà il socialismo verrà
superata da quella del "comunismo", il cui motto sarà “ ciascuno secondo le sue
capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni ”: in tale società ciascuno dà per
quello che può e riceve in base a ciò di cui ha bisogno, il che implica che una
persona possa ricevere di meno rispetto a ciò che produce. Se nel socialismo si
dava a seconda dei meriti, nel comunismo, invece, si dà a seconda dei bisogni,
ma, ciononostante, neanche quella comunistica è una società egualitaria, poichè,
essendo intesa la ricchezza come un bene comune, ciascuno darà alla società il
proprio massimo, sapendo che a sua volta la società gli darà tutto ciò di cui ha
bisogno. Ci sarà chi darà di più e chi darà di meno, ma ciascuno riceverà non in
proporzione a ciò che ha dato (come avveniva nel socialismo), ma in proporzione
a ciò di cui ha bisogno. Viene però spontaneo chiedersi che cosa può mai indurre
una persona ad essere disponibile a dare di più di quel che poi riceve: la
risposta sta nel fatto che la nuova società sarà senza classi e, pertanto,
l'interesse dei singoli o delle parti sarà indisgiungibile da quello della
collettività. Il fatto che l’uomo di oggi sia egoista e interessato
esclusivamente ai propri interessi personali non dipende dalla sua reale
essenza, poiché, dice Marx, “ l’essenza umana non possiede una realtà vera ”,
bensì è connessa alle condizioni materiali in cui vive: il vivere in una società
che esalta il valore del singolo e del denaro e in cui si è continuamente
incitati a perseguire i propri interessi influenza inevitabilmente la coscienza
dell’uomo, riflettendosi su di essa. Quando si sarà realizzata pienamente la
società comunista, priva di divisioni in classi, e si saranno sgretolati i
princìpi che stanno alla base della società capitalistica, allora anche le
coscienze verranno influenzate dalla nuova situazione materiale e verrà meno
l’egoismo tipico dell’uomo del giorno d’oggi. Se ci pare assurdo, oggi, pensare
che l’uomo possa un giorno non badare ai propri interessi personali e invece
interessarsi di quelli altrui, è perché viviamo in una società in cui regna
l’egoismo e l’interesse personale. Al di là dell'obiezione secondo la quale è
impossibile che l'uomo cessi di badare, egoisticamente, al proprio interesse, si
è criticato il fatto che Marx, come tutti i pionieri che scoprono qualcosa di
importante, finisce per dare alla sua scoperta più peso di quel che in realtà ne
abbia. La grande scoperta marxiana in questione consiste nell'aver colto
l'importanza dell'economia per capire la storia (merito riconosciutogli perfino
da un liberale moderato come Croce), ma tuttavia Marx si è lasciato troppo
prendere dalla sua scoperta e non si è accorto che il comportamento umano non è
solamente governato da fattori economici. Marxianamente, infatti, la gelosia (ed
in generale tutti gli altri sentimenti) deve essere letta in senso economico,
riconducendosi all'idea che il matrimonio sia un contratto e che dunque il
tenere legato a sè il coniuge rientri nella sfera economica; però pensare che
tutti i sentimenti siano riconducibili ad un livello economico è, francamente,
molto riduttivo, come ha fatto notare Freud; ed è anche molto riduttivo pensare
che l'eliminazione dei conflitti economici, avvenuta grazie all'abolizione delle
classi, porti all'eliminazione di ogni tipo di conflitto. Infatti, sostenendo
che è la vita a determinare la coscienza, ovvero che il comportamento umano è
influenzato dalle condizioni materiali e che, luteranamente, l’arbitrio
dell’uomo è servo, viene meno la libertà umana. In realtà, è bene ricordare come
per Marx la storia che arriva fino all’epoca del capitalismo non è la vera
storia, ma è una sorta di lunga preistoria in cui l’uomo è stato soggetto alle
forze economiche senza riuscire a dominarle ( il feticismo delle merci ne è la
più fulgida espressione: il prodotto si erge a dominare l’operaio); una volta
che questa fase verrà superata, anche il rigido materialismo potrà in qualche
misura risultare sorpassato e sarà, finalmente, l’uomo a dominare l’economia (e
non viceversa). E del resto, fin dalla sua tesi di laurea “Differenza tra la
filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro”, Marx aveva mostrato
maggior simpatia per il pensiero di Epicuro che, a differenza del rigido
meccanicismo democriteo, lascia un margine di libertà all’agire umano, non
intaccando del tutto il libero arbitrio: come a dire che nell’attuale società
capitalistica l’uomo è schiavo materialmente e quindi anche spiritualmente, ma
quando lo sfruttamento materiale verrà meno, allora egli si riscatterà e
riconquisterà la propria libertà.