In Libano un pericoloso «nuovo diritto umanitario»
di Raffaele K. Salinari
su Il Manifesto del 05/08/2006
Guerra e aiuti Le parole «corridoi» e «umanitario» sono stravolte dalla logica della guerra globale al terrorismo
In Libano è in atto una
drammatica emergenza umanitaria. Il numero di sfollati raggiunge le migliaia e
mancano generi di prima necessità e acqua. Nonostante questa situazione né le
Nazioni unite ne le Ong umanitarie riescono a veicolare gli aiuti necessari
perché nessun corridoio umanitario è aperto in modo stabile. L'azione
dell'esercito israeliano ha trasformato il rapimento di due soldati nel massacro
di un popolo inerme. In questa situazione è però normale che il portavoce del
governo israeliano dichiari che i corridoi umanitari verso il Libano sono
aperti, mentre l'Onu e le organizzazioni umanitarie denuncino il contrario.
Chi ha ragione? Ovviamente dipende dai punti di partenza, e questo delinea già
di per se l'indebolimento del diritto internazionale umanitario, evenienza che
si era configurata all'indomani della «guerra umanitaria» del Kosovo e
dell'invasione afgana. Forse vale la pena ricordare, a quanti oggi si
accontentano di parole come appunto aiuto umanitario e relativi corridoi, che
oramai queste definizioni sono state totalmente stravolte dalla logica della
guerra permanente al terrorismo, della quale la «guerra umanitaria» è appunto
solo una delle funzioni portanti. A maggior ragione, se si parla di aiuti
umanitari senza definirne accuratamente la fonte di legittimità, in questo caso
le convenzioni di Ginevra, si corre il rischio di fare degli aiuti stessi una
funzione della guerra. Se infatti sia i corridoi umanitari sia gli aiuti che
dovrebbero transitarci, vengono decisi da una o più fazioni in lotta, in questo
caso dall'esercito di occupazione isreaeliano, questi non risponderanno ai
criteri di neutralità, imparzialità e indipendenza previsti dalle convenzioni,
ma saranno «diretti» o strumentalizzati verso chi pare più opportuno o per
giustificare il proseguimento delle attività militari «sotto copertura»
umanitaria. Questo caso si è verificato in Afghanistan, dove all'inizio
dell'invasione gli Usa e la Gran Bretagna «aiutavano umanitariamente» solo le
popolazioni collegate all'Alleanza del nord.
E' dunque chiaro che esiste un nesso stretto tra cessate il fuoco ed efficienza
degli aiuti umanitari e che senza di questo anche la fornitura degli aiuti non
solo si rivela difficilissima ma altamente inefficace. Ma è altrettanto chiaro
che le convenzioni di Ginevra non sono più la fonte giuridica alla quale gli
stati e i governi che aderiscono allo logica della guerra permanente si rifanno.
Essi hanno da tempo creato un «nuovo diritto umanitario-militare», legato
appunto alla guerra e conseguente a questa logica. Questo è dunque anche il caso
del Libano, nel quale Israele può, coerentemente con questa nuova impostazione,
dire che i corridoi sono aperti, quando e dove pare a lei, che le Nazioni unite
saranno o meno autorizzate a passare a seconda le logiche della loro strategia
militare, e che di conseguenza si negheranno all'Onu o alle ong umanitarie
indipendenti, i passaggi o gli accessi necessari secondo la vecchia logica di
Ginevra.
E allora, oltre ai proclami preoccupati che il ministro D'Alema ha giustamente
portato in parlamento, si troverà la forza per chiedere il rispetto
incondizionato delle convenzioni di Ginevra che impongono alle parti
belligeranti l'obbligo di veri corridoi umanitari? Si sospenderà l'accordo
militare tra Italia ed Israele sino ad un completo cessate il fuoco? Questa sono
le condizioni che chiediamo come Ong indipendenti impegnate sul terreno, non
solo per non diventare conniventi con il «diritto umanitario-militare» ma perchè
siamo convinti che si possano attivare sin da ora altri strumenti di persuasione
per spingere le parti ad una pace giusta e subito.
* Presidente Terre des Hommes