Gramsci e le culture del mondo

 

Antonio Gramsci è l’intellettuale italiano moderno  più tradotto e più studiato nelle università degli Stati Uniti. E  così in Inghilterra, in India, in Brasile ed in tutta l’America Latina. A 70 anni dalla morte di Gramsci avvenuta  il 27 aprile del 1937, dopo penosi anni trascorsi nelle prigioni fasciste, il fatto straordinariamente significativo è la diffusione globale del suo pensiero. E', invece, paradossalmente più difficile in Italia il rapporto tra la cultura - in particolare quell’accademica e quella che si fa sui giornali- e l’opera di Gramsci

 

E’ quindi una scelta quasi obbligata il titolo “Gramsci e le culture del mondo” per l’appuntamento centrale del settantesimo anniversario, a Roma il 27 e il 28 aprile prossimi.

 

 La partecipazione al convegno di personalità di assoluto rilievo nella cultura internazionale come Stuart Hall, punto di riferimento ineliminabile dei cultural studies e Ranajit Guha, storico bengalese fondatore della corrente dei subaltern studies, è ulteriore  dimostrazione dell’importanza e dell’ampiezza dell’influenza gramsciana.

 

 Cultural studies, subaltern studies, postcolonial studies  sono i nomi, ormai universalmente diffusi, dei programmi di ricerca, che negli ultimi vent’anni hanno aperto una fase nuova del pensiero critico a partire dai concetti gramsciani di egemonia, subalternità, cultura.

 

 

Gramsci compone i suoi “Quaderni dal carcere” nelle prigioni in cui è gettato dopo la condanna nel 1928 (il pubblico ministero Michele Isgrò, a conclusione della sua requisitoria, dichiara «per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare»). I quaderni saranno pubblicati nel dopoguerra e via via tradotti in moltissime lingue, parallelamente ad un lavoro critico sul testo di straordinaria difficoltà ed ancora in corso.

 

 Cosa dice Gramsci  di così potente da poter essere ascoltato, compreso, utilizzato in tempi e territori così diversi?

 

Certo appare modernissima, sin da una prima lettura dei quaderni da carcere, la tensione tra la totalità del progetto (che è progetto rivoluzionario di trasformazione) e l’irriducibile frantumazione della scrittura che riflette la molteplicità del mondo.

 

Così come la  via scelta per far diventare i problemi temi di indagine, quella di una logica decisamente interdisciplinare o meglio adisciplinare, acquista un particolare valore nell’epoca della chiusura e della frammentazione  delle discipline.

 

Inoltre su grandi questioni tutta la produzione gramsciana, anche quella giovanile, offre suggestioni  ricchissime: dall’analisi della cultura, alla disciplina del congiunturale, dall’importanza della specificità storica al rapporto tra stato e società, solo per citare qualche esempio.

 

 

Non sono, però, i  pur grandi vantaggi particolari ottenuti dall’esplorazione di Gramsci che ne spiegano la straordinaria influenza nel mondo globalizzato.

 

Ciò che rende Gramsci così attuale, in particolari in grandi dimensioni geopolitiche attraversate da impetuosi processi di trasformazione, è la  sua concezione del lavoro intellettuale.

 

La figura dell’intellettuale organico, al centro in Italia di polemiche di piccolo cabotaggio, si afferma sulla scena internazionale come esigenza di un  lavoro culturale  che operi simultaneamente su due fronti: da un lato un impegno teorico innovativo, dall’altro l’assunzione della responsabilità della trasmissione del sapere.

 

L’intellettuale organico deve sapere più degli intellettuali tradizionali, deve conoscere in profondità non soltanto avere facilità di conoscenza (in Gramsci è forte la sottolineatura dello studio come rigore, come fatica anche fisica), deve esercitare quello che egli stesso chiama “filologia vivente” della realtà, cioè l’esame delle capillari, complesse connessioni che tessono la trama della contemporaneità.

 

Simultaneamente, come dice Stuart Hall,  l’intellettuale deve porsi il problema del rapporto tra il sapere prodotto e la società. Simultaneamente perché non vi può essere un prima e un dopo: la conoscenza orienta il rapporto con la realtà, il rapporto con la realtà incide sul punto di vista da cui prende le mosse la conoscenza.

 

Questa prospettiva è apparsa   necessaria  ad una numerosissima schiera di studiosi di diversissima provenienza geografica e appartenenza disciplinare – dalla storia ai visual studies, dalla teoria della letteratura alla sociologia- per ricostruire un punto di vista critico a partire da un marxismo liberato da ogni riduzionismo economicista.

 

 

In particolare in questa prospettiva si sono ritrovati quelli che si sono autodefiniti intellettuali diasporici. Arabi, asiatici e  latinoamericani che hanno conquistato posizioni di primissimo piano nella vita accademica e culturale degli Stati Uniti e della Gran Bretagna hanno trovato un paradigma nella vita e nell’opera di Gramsci.

 

 Il percorso di Gramsci che dalla Sardegna va nella Torino industriale e da lì  analizza la questione meridionale come altra faccia di uno sviluppo ineguale-e non come semplice ritardo- è il paradigma non di un viaggio da Sud ma di un viaggio del Sud  attraverso le contraddizioni sistemiche.

 

Un viaggio  compiuto  con la forza di strumenti di analisi in grado di mettere a fuoco, come scrisse Edward Said, le fondamenta spaziali della vita sociale e  di conficcare nel cuore delle aree forti la consapevole critica a ideologie che occultano dominio ed oppressione.

 

 Le  culture del  mondo- di questo mondo sempre più “grande e terribile e complicato", per usare la parole gramsciane- dunque, lanciano  in Italia in questo settantesimo anniversario della morte, una  grande sollecitazione alla riflessione rigorosa e creativa sull’opera di Antonio Gramsci. Sarebbe urgente e necessario che fosse raccolta.

 

 

                                                                                                            Luca Cangemi