www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti -
antifascismo - 22-04-08 - n. 224
Gramsci: fascismo e classi dirigenti nella storia d’Italia[1].
di Gianni Fresu
1. Interpretazioni storiografiche sul fascismo.
Il fascismo è probabilmente il tema politico che nella storia d’Italia ha dato
luogo alla quantità maggiore di studi, una enorme produzione con diversità di
approcci e molteplici implicazioni disciplinari. Stando al campo storiografico
esso ha dato luogo a diversi canoni interpretativi che si sono caratterizzati
per aver posto la propria attenzione su questo o quell’aspetto – storico,
economico, sociale o morale – costitutivo o predominante del fenomeno. Come è
noto Renzo De Felice, uno dei massimi studiosi del fascismo, si è confrontato
con le diverse interpretazioni storiografiche[2]. Il fascismo, per lui, è uno
dei grandi fenomeni del Novecento, tuttavia, esso non è dilatabile al di fuori
dell’Europa e del periodo compreso tra le due guerre. Dunque sarebbero del tutto
fuorvianti le generalizzazioni che tendono a coprire con l’aggettivo fascista
tutte le varianti e tipologie di regimi autoritari e reazionari. Le radici del
fascismo sono tipicamente europee e legate alla crisi indotta dal trapasso nella
società di massa, e in particolare sono peculiari di quelle società che hanno
vissuto le profonde trasformazioni di quel periodo condizionate dai ritardi e
dalle debolezze politiche ed economiche ereditate dalla loro storia. Senza
entrare in dettaglio su tutte le varianti di questi canoni interpretativi, per
comprendere la particolarità e la complessità della lettura gramsciana, penso
sia utile soffermarsi, brevemente e in via preliminare, sulle tre
interpretazioni fondamentali del fenomeno in rapporto alla Storia d’Italia.
1) “Il fascismo come malattia morale dell’Europa”: questa è per De Felice la
chiave interpretativa che ha avuto maggiore fortuna nell’alta cultura europea.
Essa ha trovato in Italia e in Germania il terreno più propizio al suo sviluppo
concettuale. In Italia la formulazione trova in Benedetto Croce il suo
principale ispiratore. Nello specifico i primi riferimenti a questa chiave si
hanno in un articolo per il “New York Times” del novembre 1943, nel discorso al
primo congresso dei Comitati di liberazione tenutosi a Bari il 28 gennaio 1944 e
infine nell’intervista del marzo 1947. Secondo Croce il fascismo non è il
prodotto di una singola classe sociale, né si è poggiato sul sostegno di una
classe specifica, esso è semmai il risultato dello smarrimento di coscienza,
della decadenza morale e insieme dell’ubriacatura prodotta dalla guerra. Questi
effetti non furono semplicemente un fatto italiano ma riguardarono gran parte
dei paesi che avevano partecipato alla prima guerra mondiale. Il fascismo ha
corrisposto all’abbassamento nella coscienza della libertà che segnò tutto il
mondo dopo il conflitto.
2) “Il fascismo come prodotto logico e inevitabile dello sviluppo storico di
alcuni paesi”: secondo questa interpretazione, il fascismo sarebbe il risultato
della fragilità e delle contraddizioni proprie dei processi di sviluppo
economico, indipendenza e unificazione nazionale. Per via di queste
contraddizioni la borghesia si sarebbe sviluppata con forme perverse e
patologiche di arretratezza e debolezza in ragione delle quali essa ha dovuto
ricorrere alle alleanze conservatrici e a forme di dominio politico illiberali,
tese alla esclusione delle masse popolari dal processo di unificazione nazionale
e dal governo del paese.
3) “Il fascismo come prodotto della società capitalistica e come reazione
antiproletaria”: essa interpreta il fascismo sulla base dei rapporti sociali di
produzione capitalistici. Il fascismo svolge la funzione storica di disperdere
le organizzazioni dei lavoratori nell’interesse del grande capitale, ma oltre a
questo organizza spiritualmente la nazione attraverso l’intensa propaganda
radicale e demagogica, la preparazione militare, la creazione di una base
sociale di massa, di un’organizzazione centralizzata. Una volta giunto al potere
il fascismo però realizza unicamente una rivoluzione di palazzo per la quale
solo le masse vengono irreggimentate con violenza, mentre nessun tipo di regime
particolare è imposto a capitale e sistemi di appropriazione del plusvalore.
Così lo Stato corporativo, in ultima analisi, si rivela come mezzo per espungere
la lotta di classe dei lavoratori e fornire tutto il sostegno statale
all’organizzazione monopolistica del capitale. Il fascismo è propriamente figlio
della crisi del capitalismo monopolitisco che si trova la strada sbarrata sia
per lo sviluppo estensivo, che per uno sviluppo più intensivo nei rapporti di
sfruttamento interni.
In questa tripartizione storiografica un tema tra i tanti assume una certa
importanza, quello della base sociale del fascismo.
De Felice ritiene veritiera l’affermazione di Croce secondo cui il fascismo non
è stato espressione di alcuna classe sociale determinata, ma ha trovato
sostenitori e avversari in tutte le classi sociali, tuttavia, è tra gli
esponenti della piccola borghesia che il fascismo ha trovato i suoi più ardenti
ultrà. Il rapporto fascismo-ceti medi è centrale per comprendere il problema
storico del fascismo, individuando un minimo comun denominatore tra quello
tedesco e quello italiano, capace di distinguerli da altri movimenti, partiti e
regimi che pur venendo spesso definiti fascisti lo sono stati solo marginalmente
o non lo sono stati affatto. Il rapporto ceti medi fascismo è l’elemento che
consente di cogliere le novità e le differenze tra questo e le manifestazioni
precedenti e successive di realtà politiche conservatrici e autoritarie. Se non
si tiene conto di questo rapporto non si comprende neanche il tema del consenso
che i fascismi italiano e tedesco hanno saputo esercitare, arrivando alla
semplice conclusione che essi poterono svilupparsi solo grazie allo stato di
polizia, il terrore, il monopolio della propaganda di massa.
Mentre i regimi conservatori classici tendono a demobilitare le masse e ad
escluderle dalla partecipazione attiva, offrendo loro valori e modelli sociali
già sperimentati nel passato, il fascismo per De Felice ha sempre cercato la
mobilitazione (seppure in senso plebiscitario) creando l’idea di un rapporto
diretto e senza mediazioni burocratiche tra le masse e il capo, e soprattutto
offrendo non solo l’idea della conservazione di valori e modelli del passato, ma
ingenerando l’idea di una rivoluzione e di un nuovo ordine che si andava a
edificare migliore di quello preesistente. In questo rapporto dunque andava
ricercata la ragione del consenso goduto dal regime fascista.
2. Gramsci e la diversità del suo approccio.
La prima considerazione da fare è che l’interpretazione del fascismo di Antonio
Gramsci sfugge alle rigide classificazioni di scuola delineate da De Felice.
Questo perché nella lettura di Gramsci c’è sicuramente un dato di partenza che è
il materialismo storico, e dunque l’individuazione di una trama generale che ha
come fattore primario gli elementi economico-sociali, tuttavia, data la
concezione tutt’altro che deterministica del marxismo di Gramsci, anche i
fattori cosiddetti soggettivi – compresa la crisi morale della borghesia – hanno
un ruolo determinante e centrale. Oltre a questo, anche Gramsci interpreta il
fascismo come reazione a una fase di profondi rivolgimenti sociali legati alla
prima guerra mondiale e soprattutto alla rivoluzione d’ottobre, tuttavia non
giunge mai a considerare la borghesia e il suo modo di produzione come un unico
blocco omogeneo, tutt’altro: egli legge all’interno del blocco sociale dominante
differenziazioni e contraddizioni che si palesano proprio in rapporto alla
nascita e all’avvento del fascismo. Ancora, Gramsci analizza il tentativo di
centralizzazione degli interessi borghesi dietro al fascismo ma lo considera un
fenomeno nato socialmente tra la piccola e media borghesia urbana, per precise
ragioni storiche, e sviluppatosi grazie agli apporti degli agrari e quelli, non
sempre lineari e armonici, del grande capitale industriale. Insomma Gramsci non
si è mai accontentato della lettura del fascismo come semplice reazione
antiproletaria, pur avendo sempre ribadito anche l’essenzialità di questo
fattore.
Infine, Gramsci ha interpretato storicisticamente il fascismo in rapporto alla
debolezza delle classi dirigenti italiane e ai limiti nel processo di
unificazione politica e modernizzazione economica nella storia d’Italia, ma non
ha mai inteso questo sbocco come esito inevitabile di quel processo, lo ha
semplicemente ritenuto storicamente determinato, hegelianamente potremmo dire
come fenomeno razionale in quanto reale e viceversa, all’opposto di quanto ha
fatto Croce che paradossalmente, da filosofo idealista, si è accontentato
dell’idea irrazionale, e dunque irreale, del fascismo come malattia improvvisa
all’interno di un corpo sano.
3. Debolezza delle classi dirigenti, limiti nel processo di unificazione
nazionale e modernizzazione. Il fascismo come risposta alla crisi organica della
borghesia.
La natura storicamente determinata, peraltro, ha elementi di origine molteplici
e congiunti, che in buona parte sono riconducibili alle specificità della storia
d’Italia, ma, allo stesso tempo, anche a dinamiche più generali proprie della
storia europea.Così il fascismo va analizzato anche in rapporto alla fine della
fase espansiva e progressiva della rivoluzione borghese europea, al suo
passaggio dalla “guerra manovrata” alla “guerra di posizione”[3].
Con il 1870-71 si arresta la fase progressiva della modernizzazione borghese,
che si era contraddistinta per la capacità espansiva e per l’ampliamento, seppur
differenziato e tutt’altro che lineare, della sfera sociale e politica della
cittadinanza. Questa data segnerebbe l’inizio di una “crisi organica” che trova
il suo punto più acuto nella prima guerra mondiale e nella realtà economica,
politica e sociale che gli fa seguito. La fine della fase espansiva e
progressiva del capitalismo coincide con l’inizio di una nuova epoca, che in
campo marxista è stata interpretata con la definizione ‘imperialismo’.
Attraverso la trasformazione dello Stato e la creazione del corporativismo, il
fascismo produce delle trasformazioni nella struttura produttiva che accentuano
la socializzazione e la cooperazione nella produzione, senza intaccare le
modalità individuali e private di appropriazione dei profitti. In concreto
questo significa che attraverso il fascismo viene cercato un nuovo sviluppo
delle forze produttive industriali – senza sottrarne la direzione alle classi
tradizionali – per consentire al capitalismo italiano di uscire dalla sua crisi
organica e competere con le potenze capitalistiche che detengono il monopolio
delle materie prime e capacità di accumulazione maggiori. Lo schema di questa
rivoluzione passiva per Gramsci aveva ben poche possibilità di riuscita pratica,
tuttavia dal punto di vista della mobilitazione e della capacità egemonica del
regime, ciò era di importanza relativa:
“ciò che importa ideologicamente è che esso può avere realmente la virtù di
prestarsi a creare un periodo di attesa e di speranze, specialmente in certi
gruppi sociali italiani, come la massa dei piccolo-borghesi urbani e rurali, e
quindi a mantenere il sistema egemonico e le forze di coercizione militare e
civile a disposizione delle classi dirigenti tradizionali”[4].
L’ideologia che sottende a questo piano, segna per Gramsci il passaggio alla
guerra di posizione in campo economico internazionale, così come la rivoluzione
passiva lo è sul piano politico. Sul piano economico la fase della guerra di
movimento corrispondeva alla fase della libera concorrenza e al libero scambio,
sul piano politico alla rivoluzione borghese.
“Nell’Europa dal 1789 al 1870 si è avuta una guerra di movimento (politica)
nella rivoluzione francese e una lunga guerra di posizione dal 1815 al 1870;
nell’epoca attuale, la guerra di movimento si è avuta politicamente dal marzo
1917 al marzo 1921 ed è seguita una guerra di posizione il cui rappresentante,
oltre che pratico (per l’Italia), ideologico, per l’Europa, è il fascismo”[5].
La peculiarità del fascismo deriva dal fatto che questo passaggio si innesta su
una realtà segnata da alcune profonde contraddizioni, quella italiana con il suo
processo di unificazione. Il tema della debolezza delle classi dirigenti
italiane affonda le radici indietro nel tempo, ben prima dei fatti
dell’Ottocento, nell’arresto dello sviluppo capitalistico della civiltà
comunale, nella natura cosmopolita dei ceti intellettuali, nella mancata
formazione di uno Stato unitario moderno, prima che una serie di concomitanze di
carattere internazionale consentissero tale processo.
Il Risorgimento, tuttavia, è lo snodo da cui si dipartono gli elementi
essenziali di questa debolezza, a iniziare dal fallimento delle prospettive
democratiche del Partito d’Azione e dalla capacità egemonica dei Moderati di
Cavour, che per Gramsci era “l’esponente della guerra di posizione” in Italia,
cioè il rappresentante più organico di quel mutamento prodottosi nelle modalità
di espansione della borghesia europea.
A partire da questa dinamica Gramsci ha evidenziato in particolare le modalità
di composizione delle classi dirigenti attraverso un processo di cooptazione e
assorbimento metodico degli elementi nuovi scaturiti dalle dinamiche sociali. In
questo modo anche gruppi inizialmente ostili vengono progressivamente e
molecolarmente assorbiti dagli apparati statali fino a divenirne un sostegno. Il
trasformismo rientra appieno in questa dinamica ed esso ha espresso tutta la sua
capacità attrattiva verso lo Stato nel Risorgimento (con i gruppi repubblicani e
democratici), come nella storia successiva all’Unità d’Italia (con i cattolici e
i socialisti).
Sulla debolezza dei partiti politici e in conseguenza delle classi dirigenti in
Italia, sulla loro natura, ha avuto una grave responsabilità quello che Gramsci
definisce lo Stato-governo, vale a dire il grumo di interessi facenti capo alla
Corona e alla sua burocrazia che in Italia ha operato come un partito, per
staccare i quadri permanenti della vita politica nazionale dalle masse e dai
reali interessi statali nazionali, per creare un vincolo paternalistico di “tipo
bonapartistico-cesareo” tra queste personalità e lo Stato-governo. Il
trasformismo e “le dittature di Depretis, Crispi e Giolitti”, la miseria e la
meschinità della vita culturale e di quella parlamentare e politica in Italia
vanno analizzate proprio a partire da questo fenomeno. Normalmente le classi
sociali producono i partiti politici e questi creano i quadri dirigenti della
società civile e dello Stato, in Italia lo Stato-governo non ha operato per
armonizzare queste manifestazioni con gli interessi nazionali statali, ma al
contrario ne ha sempre favorito la disgregazione, staccando singole personalità
politiche da un qualsiasi riferimento sociale culturale e anche teorico più
ampio rispetto a quel rapporto fiduciario, appunto “bonapartistico-cesareo”, con
lo Stato-governo: “Tutta la politica italiana dal 70 a oggi è caratterizzata dal
trasformismo, cioè dall’elaborazione di una classe dirigente nei quadri fissati
dai moderati dopo il 48, con l’assorbimento degli elementi attivi sorti dalle
classi alleate e anche da quelle nemiche. La direzione politica diventa un
aspetto del dominio, in quanto l’assorbimento delle élites delle classi nemiche
porta alla decapitazione di queste e alla loro impotenza”[6].
In Italia la debolezza dei partiti politici liberali, dal Risorgimento in poi,
era riconducibile allo squilibrio tra l’agitazione e la propaganda e la mancanza
di principî e di continuità organica. In altre parole le tendenze
all’opportunismo, alla corruzione e al “trasformismo” sarebbero da ricercare
nell’angusto orizzonte culturale e strategico dei partiti politici, nell’assenza
di legami organici tra questi e le classi rappresentate. Questi partiti si sono
sviluppati non come espressione politica e collettiva degli interessi di una
classe, come coscienza consolidata e teorizzata della funzione storica di
questa, ma come mere consorterie d’interessi immediati condensatesi attorno a
singole personalità: si tratta dunque di aggregati politici privi di una
qualsiasi attività teorica e di una prospettiva di ampio respiro, abituati al
“giorno per giorno, con le sue faziosità e i suoi urti personalistici”. In
Italia i partiti politici “non erano permeati dal realismo vivente della vita
nazionale”, e per questa ragione non hanno assolto alla funzione storica della
costruzione di una classe dirigente nazionale, per questo i gruppi dirigenti che
hanno formato le loro capacità intellettuali nel mondo accademico o in quello
della produzione erano gruppi di quadri apolitici, con una formazione mentale e
culturale puramente “retorica” e non nazionale: “nell’analisi dei partiti
politici italiani si può vedere che essi sono stati sempre volontari per ogni
iniziativa anche la più bizzarra che sia vagamente sovversiva (a destra o a
sinistra). Nell’analisi dei partiti politici italiani si può vedere che essi
sono stati sempre di volontari, e mai o quasi di blocchi omogenei sociali.
Un’eccezione è stata la destra storica cavourriana e quindi la sua superiorità
organica e permanente sul Partito d’Azione mazziniano e garibaldino, che è stato
il prototipo di tutti i partiti italiani di massa, che non erano in realtà tali
(cioè non contenevano blocchi omogenei sociali) ma attendamenti zingareschi e
nomadi della politica” [7].
4. Composizione sociale del fascismo e sua dialettica interna, l’analisi
pre-carcere.
Dietro a queste contraddizioni si annidano le cause del crollo del regime
liberale e dell’avvento del fascismo. È indubbio che gli schemi più
meccanicistici e settari dell’idea del fascismo come semplice reazione
antiproletaria – dalla natura indistinta del dominio borghese in Bordiga alla
teoria del socialfascismo di Zinov’ev e per un certo periodo di Stalin – fossero
inadeguati a spiegare in profondità il fenomeno fascista; tuttavia è altrettanto
indubbio che in un certo momento le classi dirigenti italiane hanno trovato nel
fascismo lo strumento per ristabilire l’ordine sociale dopo lo scampato pericolo
del Biennio Rosso. Il biennio 1919-20 è contraddistinto dal cozzare di enormi
contraddizioni interne e internazionali, dalla crisi economica e dalla
svalutazione monetaria. Di fronte al montare sempre più evidente di tensioni
sociali che i vecchi ceti del notabilato liberale non riescono più a governare
con le consumate tecniche del controllo sociale giolittiano, si diffonde in
categorie sempre più ampie di lavoratori la convinzione di trovarsi di fronte a
un bivio storico le cui direzioni avrebbero condotto fatalmente o alla
rivoluzione socialista, o alla reazione più conservatrice e violenta. Gramsci ha
piena consapevolezza di ciò e già nel 1920 scrive che la controffensiva delle
classi dominanti, oltre a spazzare via l’organizzazione della lotta politica dei
lavoratori, avrebbe mirato ad assorbire all’interno dello Stato borghese le
istituzioni di associazione economica e sociale delle classi sfruttate,
esattamente quanto accaduto, di lì a qualche anno, con il sistema corporativo e
i sindacati fascisti. Il biennio rosso è un bivio nella storia d’Italia e
Gramsci ne è consapevole sin dall’inizio, tanto è vero che già in un articolo
dell’8 maggio del 1920 scrive:
“La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la
conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il
passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una
ripresa della produttività; o una tremenda reazione da parte della classe
proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per
soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si
cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della
classe operaia (Partito socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza
economica (i sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello Stato
borghese”[8].
Gramsci è il primo a individuare questo pericolo, e quando ancora per i più il
fascismo costituisce il fenomeno folcloristico di un manipolo di sbandati ne
intuisce le potenzialità, tuttavia, non aderisce mai, neanche negli scritti
giovanili, all’idea di un indifferenziato fronte borghese dietro al fascismo.
Per Gramsci è chiaro sin da subito che, nel disastro economico, sociale e morale
prodotto dalla guerra, i rischi maggiori di sovversivismo reazionario vengono
anzitutto dai ceti medi e, semmai, dal possibile saldarsi tra gli interessi di
questi con quelli di un grande capitale in profonda crisi. Ne è un esempio
l’articolo pubblicato su “L’Ordine Nuovo” sui fatti del dicembre 1919. Il 2 e 3
dicembre del 1919 si diffusero spontaneamente scioperi e sommosse di operai, per
protestare contro l’aggressione subita dai deputati socialisti ad opera di
nazionalisti e monarchici. Per Gramsci quegli avvenimenti erano un episodio
importante di lotta tra le classi, ma non di una lotta tra capitalisti e
proletariato, bensì tra questi ultimi e piccola/media borghesia.
Questo articolo è interessante perché indica nella guerra l’elemento che pone “a
valore” la piccola e media borghesia. Ciò avviene per mezzo della
militarizzazione della società, sia in ambito economico sia politico, e la
trasformazione di città, fabbriche, burocrazia statale, insomma dell’intera
nazione, in una grande caserma. Per attuare questa militarizzazione lo Stato e
il grande capitale mobilitano i ceti medi, che poi però non accettano la
smobilitazione con la fine della guerra, trovando quindi nel nazionalismo un
credo per riaffermare la propria soggettività a rischio.
La smobilitazione, la retorica della “vittoria mutilata”, la crisi economica, la
duplice pressione da parte del capitale e del lavoro, dunque il cosiddetto
fenomeno della proletarizzazione dei ceti medi, starebbero alla base delle
inquietudini della piccola e media borghesia. Il “sovversivismo reazionario”,
con tutto il suo carico di livore antioperaio, si forma in questo contesto
trovando nel nazionalismo, in D’Annunzio e infine nel fascismo di Mussolini la
ragione della propria rivoluzione sociale.
Anche uno storico come Luigi Salvatorelli, già all’indomani della marcia su
Roma, parlò di lotta di classe della piccola borghesia, inchiodata dalla
dialettica tra capitalismo e proletariato, per spiegare il fenomeno fascista.
Per Salvatorelli la piccola borghesia aspirava a una propria rivoluzione
autonoma e radicale, tuttavia, non essendo una vera e propria classe sociale,
bensì un agglomerato che vive a margine del processo produttivo fondamentale
alla civiltà capitalistica, il suo orizzonte non riesce ad andare oltre la
rivolta e la demagogia.
Un altro esempio in tal senso viene dall’articolo, emblematicamente, intitolato
Il popolo delle scimmie, pubblicato su “L’Ordine Nuovo”, il 2 gennaio 1921: “Il
fascismo è stato l’ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia
urbana nel teatro della vita politica italiana. La miserevole fine
dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può
assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di
questa classe della popolazione”[9].
Gramsci descrive in questo articolo la parabola della piccola borghesia italiana
dall’avvento della “sinistra” al potere sino alla nascita del movimento
fascista. Con lo sviluppo del capitalismo finanziario la piccola borghesia perde
una sua funzione nella produzione divenendo “pura classe politica” che per
Gramsci si specializza nel “cretinismo parlamentare”. È questo un fenomeno che
assume fisionomie diverse e che si esprime attraverso i governi della sinistra,
il giolittismo, il riformismo socialista. A questa degenerazione della piccola
borghesia corrisponde la degenerazione del Parlamento che diviene “bottega di
chiacchiere e scandali, diviene un mezzo al parassitismo”, un Parlamento
corrotto fino al midollo che perde progressivamente prestigio presso le masse
popolari. La sfiducia verso l’istituzione parlamentare porta le stesse masse
popolari a individuare nell’azione diretta dell’opposizione sociale l’unico
strumento di controllo e pressione, l’unico modo per far valere la propria
sovranità contro gli arbitri del potere. In tal senso Gramsci interpreta la
settimana rossa del giugno 1914. Attraverso l’interventismo, l’avventurismo di
D’Annunzio e il fascismo, la piccola borghesia “scimmieggia la classe operaia e
scende in piazza”.
La decadenza del Parlamento è massima nel corso della guerra e la piccola
borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione barricadera attraverso un
miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista e sindacalismo rivoluzionario.
Nella sua carica antiparlamentare secondo Gramsci la piccola borghesia cerca di
organizzarsi attorno a padroni più ricchi, trova un punto di sostegno tra gli
agrari e gli industriali. Così anche se l’avventura fiumana si pone come il
“motivo sentimentale” di questa intensa iniziativa, il centro vero
dell’organizzazione risiede nella difesa della proprietà industriale e agraria,
contro le rivendicazioni delle classi subalterne e la loro crescente efficacia
organizzativa. A sua volta la classe proprietaria commette l’errore di credere
che si possa difendere meglio dagli assalti del movimento operaio e contadino
abbandonando gli istituti del suo Stato e seguendo “i capi isterici della
piccola borghesia”.
Ma gli esempi in tal senso sono tanti; Gramsci non aderisce alle letture
semplificanti del fenomeno fascista, e anche in rapporto alla sua base sociale
pone sempre in luce una dialettica forte tra piccola borghesia, agrari, grande
capitale. Andando oltre tutta la ricca elaborazione degli anni tra il 1918 e il
1925, ci soffermiamo sull’unico intervento di Gramsci al Parlamento su Origini e
scopi della Legge sulle associazioni segrete. Discorso pronunciato alla Camera
dei deputati il 16 maggio 1925 contro il disegno di legge Mussolini-Rocco.
Gramsci, ripetutamente interrotto dalle intemperanze dei deputati fascisti,
poneva questa legge in connessione alla storia delle classi dirigenti italiane e
alla debolezza del loro Stato. Il vero obiettivo di questa legge non era la
massoneria, con cui il fascismo avrebbe trovato un compromesso, ma i partiti
antifascisti, in particolar modo le organizzazioni delle classi subalterne.
Questo disegno di legge rappresentava il primo tentativo organico del fascismo
di affermare la propria “rivoluzione” e Gramsci rivendicava ai comunisti l’aver
preso sempre molto sul serio il pericolo fascista, anche quando le altre forze
lo sottovalutavano parlando di semplice “psicosi di guerra” e lo giudicavano
fenomeno superficiale e transitorio. Già nel novembre 1920 Gramsci ricordava di
aver previsto l’andata al potere del movimento di Mussolini.
Il disegno di legge sulle associazioni segrete rappresentava un chiavistello per
sopprimere la libertà associativa e utilizzava la necessità di colpire la
massoneria come paravento per attaccare le libertà democratiche.
Nel suo intervento Gramsci affermava che la massoneria, per le modalità
attraverso cui si è realizzata l’Unità d’Italia e in ragione della debolezza
della sua borghesia, è stata “l’unico partito reale ed efficiente che la classe
borghese ha avuto per tanto tempo”. All’indomani dell’unificazione la massoneria
è stato il principale strumento attraverso il quale la borghesia ha difeso la
creazione di uno Stato unitario e liberale dalle minacce del suo principale
nemico rappresentato dal Vaticano e dal suo braccio armato, i gesuiti, dietro
cui si concentravano le vecchie classi semifeudali di tendenza borbonica nel sud
e austriacanti nel Lombardo Veneto, forze che la borghesia italiana – che era
minoranza nel paese – non riusciva a contenere. Attraverso l’organo della
Compagnia di Gesù, “Civiltà cattolica”, il Vaticano non aveva mai nascosto il
suo obiettivo, vale a dire sabotare lo Stato unitario attraverso l’astensione
parlamentare e ostacolare in tutti modi la creazione di un ordinamento liberale
che in qualche modo potesse mettere in discussione o distruggere il vecchio
ordine. Oltre a ciò i gesuiti, già dal 1871, si ponevano l’obiettivo di creare
un’“armata di riserva rurale” capace di sbarrare la strada ai due pericoli del
modernismo: liberalismo e socialismo.
La massoneria invece era l’organizzazione e l’ideologia ufficiale della
borghesia italiana e dunque dirsi contrari ad essa significava essere contro la
tradizione politica della borghesia italiana, contro il liberalismo e contro lo
stesso Risorgimento. Quelle stesse classi rurali rappresentate prima dal
Vaticano, ora erano inquadrate prevalentemente nel fascismo che aveva sostituito
i gesuiti nella loro funzione storica. Con la crisi indotta dalla guerra la
borghesia industriale incapace di controllare tanto il proletariato urbano,
tanto le masse contadine sempre più irrequiete ha trovato la sua unica risposta
nella parola d’ordine del fascismo. Ma questa crisi non era un fenomeno
puramente italiano, bensì europeo e mondiale, tuttavia la debolezza della
borghesia italiana ha fatto sì che essa trovasse una strada d’uscita regressiva
come il fascismo.
Ma questa risposta regressiva non avrebbe rappresentato una stabilizzazione del
modo di produzione capitalistico perché non era in grado di andare oltre le
cause della sua crisi organica, che in Italia era riconducibile a tre fattori:
l’assenza di materie prime, vale a dire una forte limitazione di uno sviluppo
industriale con una radice profonda nel paese, potenzialmente in grado di
svilupparsi e assorbire la mano d’opera eccedente; l’assenza di possedimenti
coloniali capaci di generare i sovrapprofitti necessari a un’aristocrazia
operaia permanentemente alleata alla borghesia stessa in madre patria; una
questione meridionale intesa come questione contadina, strettamente legata a
un’emigrazione di massa. L’imperialismo, precisava Gramsci, si contraddistingue
per esportare capitali, l’Italia invece esportava solo mano d’opera che andava a
lavorare per la remunerazione dei capitali stranieri, impoverendo il paese della
sua parte più attiva e produttiva. In questo modo “l’Italia è solo stata un
mezzo dell’espansione del capitale finanziario non italiano”.
I partiti liberali della borghesia italiana, la massoneria, avevano seguito due
direttrici che corrispondevano a blocchi sociali ben definiti. Il giolittismo
mirava a un’alleanza con i socialisti per creare un blocco borghesia
industriale-aristocrazia operaia. Questo asse si materializza nel Nord
attraverso la collaborazione parlamentare, la politica dei lavori pubblici,
delle cooperative, nel Sud con la corruzione dei ceti intellettuali e il dominio
della massa tramite i “mazzieri”. La seconda direttrice era quella del “Corriere
della Sera” che aveva sostenuto uomini politici meridionali come Salandra,
Orlando, Nitti e Amendola, e che sosteneva un’alleanza tra industriali del Nord
e la democrazia rurale meridionale sul terreno del libero scambio. Entrambe le
soluzioni, seppur affette da distorsioni e contraddizioni interne, tendevano ad
allargare la base dello Stato italiano e consolidare le conquiste
risorgimentali.
Il fascismo affermava che con la legge contro la massoneria intendeva
conquistare lo Stato, in realtà secondo Gramsci esso intendeva semplicemente
sostituirsi ad essa, sola forza organizzata ed efficiente della borghesia
italiana, nell’occupazione dell’apparato amministrativo istituzionale.
Gramsci accusava il fascismo di avere assunto con la massoneria la stessa
tattica adottata per tutti gli altri partiti della borghesia ma senza essere
riuscito a ottenerne il completo assorbimento all’interno della propria
organizzazione. Nei partiti borghesi il fascismo ha cercato anzitutto di
infiltrare propri nuclei, poi ha utilizzato i metodi terroristici dello
squadrismo per piegarne la resistenza, ora interveniva con l’azione legislativa
in ragione della quale le personalità influenti delle burocrazie statali e
dell’alta Banca si sarebbero piegate al fascismo per non perdere ruolo e
privilegi acquisiti. Con la massoneria il fascismo avrebbe cercato il
compromesso, ma come si fa in genere con un nemico forte “prima gli si rompono
le gambe, poi si fa il compromesso in condizioni di superiorità”. La massoneria
avrebbe aderito al fascismo costituendone una tendenza. Tuttavia il fascismo
rappresentava una soluzione non solo regressiva ma anche affetta da una
debolezze intrinseca data dall’aver concentrato tutto il suo potere sull’uso
della forza. “La borghesia italiana quando ha fatto l’unità era una minoranza
della popolazione, ma siccome rappresentava gli interessi della maggioranza
anche se questa non la seguiva, così ha potuto mantenersi al potere. Voi avete
vinto con le armi, ma non avete nessun programma, non rappresentate niente di
nuovo e di progressivo”[10].
Il fascismo per Gramsci non sarebbe stato capace di risolvere le contraddizioni
fondamentali della società italiana, prima tra tutte la questione meridionale,
anzi le avrebbe ulteriormente acuite aggiungendo “altre polveri a quelle già
accumulate dallo sviluppo della società capitalistica”. La legge contro la
massoneria era propriamente il tentativo di aggirare le contraddizioni
fondamentali dell’Italia cercando un puntello ulteriore al mantenimento del
potere attraverso lo Stato di polizia e la repressione sistematica di tutte le
libertà.
Anche nelle Tesi di Lione è presente una ricchezza analitica che sfugge a troppo
rigide classificazioni. Per un verso in esse si afferma che il fascismo rientra
appieno nel quadro tradizionale delle classi dirigenti italiane; il fascismo
assume la forma della reazione armata con il preciso scopo di scompaginare le
fila nelle organizzazioni delle classi subalterne e per questa via garantire la
supremazia dei ceti dominanti. Per questa ragione al suo comparire è favorito e
protetto indistintamente da tutti i vecchi gruppi dirigenti, anche se tra di
essi sono soprattutto gli agrari a finanziare e lanciare le squadre fasciste
contro il movimento dei contadini. La base sociale del fascismo però è composta
dalla piccola borghesia urbana e dalla nuova borghesia agraria.
La necessità storica del fascismo risiede nel tentativo di uscire dalla crisi
organica tutelando tutte le sedimentazioni parassitarie intermedie tra capitale
e lavoro nell’appropriazione di quote significative di plusvalore.
Il fascismo trova una unità ideologica e organizzativa nelle formazioni
paramilitari che ereditano la tradizione dell’arditismo e la applicano alla
guerriglia contro le organizzazioni dei lavoratori. Nelle Tesi è precisato che
il fascismo attua il suo piano di conquista dello Stato con una “mentalità di
capitalismo nascente” che fornisce alla piccola borghesia una omogeneità
ideologica in contrapposizione con i vecchi gruppi dirigenti. “Nella sostanza il
fascismo modifica il programma della conservazione e di reazione che ha sempre
dominato la politica italiana soltanto per un diverso modo di concepire il
processo di unificazione delle forze reazionarie. Alla tattica degli accordi e
dei compromessi esso sostituisce il proposito di realizzare una unità organica
di tutte le forze della borghesia in un solo organismo politico sotto il
controllo di una unica centrale che dovrebbe dirigere insieme il partito, il
governo e lo Stato. Questo proposito corrisponde alla volontà di resistere a
fondo ad ogni attacco rivoluzionario, il che permette al fascismo di raccogliere
le adesioni della parte più decisamente reazionaria della borghesia industriale
e degli agrari”[11].
Tuttavia, il metodo fascista di difesa dell’ordine, della proprietà e dello
Stato non riesce a realizzare, immediatamente e totalmente, questo livello di
centralizzazione della borghesia con la presa del potere. Anzi la traduzione
politica ed economica dei suoi propositi produce varie forme di resistenza
all’interno delle stesse classi dirigenti. I due tradizionali orientamenti della
borghesia liberale italiana, quello riconducibile al giolittismo e quello
riconducibile al “Corriere della Sera”, non vengono subito assorbiti o piegati
dalla presa del potere di Mussolini. In tal senso si spiega la lotta contro i
gruppi superstiti della borghesia liberale e contro la massoneria, vale a dire
contro il suo principale centro di attrazione e organizzazione in sostegno dello
Stato.
Sul piano economico il fascismo agisce a totale vantaggio delle grandi
oligarchie industriali e agrarie disattendendo le aspirazioni della sua stessa
base sociale, la piccola borghesia, che dall’avvento del fascismo sperava di
trarre un avanzamento nelle condizioni sociali ed economiche. Ciò avviene sul
piano delle politiche commerciali, con l’inasprimento del protezionismo
doganale, su quello finanziario, con la centralizzazione del sistema del credito
a beneficio della grande industria, così come sul versante della produzione, con
un aumento delle ore di lavoro e la diminuzione delle retribuzioni. Ma il vero
punto di approdo del fascismo si ha nella politica estera e nelle aspirazioni
imperialistiche, rispetto alle quali le Tesi avanzano un’idea che si
concretizzerà quattordici anni appresso. “Coronamento di tutta la propaganda
ideologica, dell’azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso
all’imperialismo. Questa tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle
classi dirigenti industriali-agrarie italiane di trovare fuori del campo
nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana.
Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per
l’espansione italiana ma nella quale in realtà l’Italia fascista sarà uno
strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialistici che si contendono il
dominio del mondo”[12]. La guerra dunque come valore intrinseco al fascismo e
insieme come necessità storica per superare le proprie intime contraddizioni.
L’analisi compiuta da Gramsci sul fascismo si sviluppa su piani diversi che si
articolano con una ricchezza tale da non poter essere certo racchiusa nelle
riflessioni di un saggio. Il fascismo, con il suo comparire ed affermarsi, è
senz’altro un fenomeno complesso, non privo di contraddizioni e dialettiche
interne, che va analizzato nelle sue molteplici sfaccettature. Ciò detto, credo
che ad una conclusione si possa comunque giungere: il fascismo è e resta un
prodotto della storia della borghesia italiana. In tal senso non può essere
considerato l’improvvisa malattia morale di un popolo, ma neanche un fenomeno
che sorge d’improvviso come semplice reazione armata e irrazionale delle classi
dirigenti. Il fascismo ha per Gramsci radici profonde nella storia d’Italia. Per
molti versi il piano di lavoro dei Quaderni del carcere costituisce un tentativo
d’indagine per andare al fondo di quelle radici. Radici che, ancora oggi,
necessitano di essere studiate per comprendere, in via non superficiale, alcuni
dei mali che affliggono la società italiana nei suoi rapporti tra economica,
politica e sistemi di rappresentanza.
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Saggio pubblicato in NAE, rivista trimestrale di cultura, Anno VI, numero
21, marzo 2008
[2] R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Bari, Laterza, 1995.
[3] In particolare, nel Quaderno numero tredici, Gramsci precisa che la formula
della “rivoluzione permanente” è sorta prima del 1848, come espressione
scientificamente elaborata delle esperienze “giacobine”, e più in generale
corrisponde ad una fase di forte arretratezza della società e della campagna,
nella quale si ha un limitato sviluppo della società civile e degli apparati
egemonici delle classi dominanti. In questa fase ancora non esistono i grandi
partiti politici e i sindacati e si ha una maggiore autonomia nazionale delle
economie e degli apparati statali-militari. Questa fase muta radicalmente nel
1870 con l’espansione coloniale europea, quando i rapporti organizzativi sia
interni che internazionali degli Stati divengono più complessi ed articolati, in
questa fase nella politica si determina lo stesso mutamento avvenuto nell’arte
militare e la formula della “rivoluzione permanente” viene superata
dall’“egemonia civile”, vale a dire che si passa dalla “guerra di movimento alla
guerra di posizione”.
[4] Quaderni del carcere, op. cit. pag. 1228.
[5] Ivi, pag. 1229
[6] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1977, p. 41.
[7] Ivi, p. 1203.
[8] Antonio Gramsci, Per un rinnovamento del Partito socialista,“L’Ordine
Nuovo”, II, 1, 8 maggio 1920. In L’Ordine Nuovo 1919-1920, Einaudi, Torino,
1978, p. 510.
[9] Antonio Gramsci, Socialismo e Fascismo, Einaudi, Torino 1978. pag. 9.
[10] Antonio Gramsci, La costruzione del partito comunista (1923-1926), Einaudi,
Torino, 1978, pag. 82.
[11] Ivi, pag. 495.
[12] Ivi, pag. 497.