Riflessioni sulla mafia e sul rapporto tra questa e l'imperialismo - di Andrea Pavone (Circolo Gramsci Riposto)

Venerdì 21 ottobre il Circolo Gramsci Riposto ha presentato, presso il salone comunale cittadino, il testo “Globalmafia” (edizione Bompiani) del Prof. Giuseppe Carlo Marino, docente universitario ed autore di numerosi libri sul rapporto tra potere e società in Italia. Testo che offre al lettore diversi spunti di riflessione. Nel corso del mio intervento ne ho colti due che provo a sintetizzare.

Il primo è inerente al capitolo 1 del libro. La domanda è sempre la stessa: come è possibile spiegare il consenso della mafia in Sicilia? Le risposte sono tante e multiformi. L’autore sin dalle prime pagine si scaglia contro quella visione antropologica della mafia, contro quell’equazione mafiosità-sicilianità ingenerosa nei confronti di un popolo, quale quello siciliano, ricco di storia e cultura. Eppure non manca anche chi a sinistra sostiene che la mafia sia quasi connaturata alla sicilianità, quasi una sorta di modus vivendi da cui necessariamente prendere le distanze. Lo stesso Marino, nelle prime pagine del libro, riporta un episodio personale di quando fu additato da Giancarlo Pajetta, storico leader comunista, di essere mafioso solo perché siciliano ("tutti i siciliani lo sono" - "tutti, tutti?"- "tutti!"!). E pensandoci bene anche qualche Compagno ospite del Circolo Gramsci, in precedenti conferenze,  ha pubblicamente sostenuto che “i siciliani devono quotidianamente contrastare questa sorta di modus vivendi insito nella loro cultura”.

Il Professore nel prendere le distanze da questo modo di intendere la mafia e soprattutto da questa correlazione ingrata “mafiosità=sicilianità”, né dà una spiegazione differente e assolutrice nei confronti del popolo siciliano tutto. La mafia non è venuta dal popolo siciliano ma dai suoi oppressori! Si tratta quindi di recuperare quella nozione tanto cara a Gramsci di egemonia che, da un lato consente di trovare la correlazione tra la cultura popolare ed il fenomeno mafioso e dall’altro assolve il popolo siciliano dal suo peccato originale (in realtà mai commesso!). Occorre quindi indagare il blocco dominante siciliano nell’Ottocento e, successivamente, nella seconda metà del Novecento. Nella prima fase l’egemonia era mantenuta dal blocco aristrocrazia dominante (baroni-gabelloti) nella seconda, che Marino delimita a partire dal 1950 ovvero dalla legge Milazzo frutto della spinta riformatrice del Ministro Comunista Gullo,  dal blocco borghesia dominante-politicanti. I baroni nell’Ottocento si sono serviti della criminalità, cosi come i gabelloti (gli affitturari di terreni che ambivano alla scalata sociale vivendo di rendita, coadiuvati dai criminali per soggiogare i contadini) ed hanno plasmato una “cultura” che ha influenzato la società civile. Hanno creato quello che Gramsci chiama nei quaderni  “senso comune”(cosi diverso dalla filosofia e cosi simile alla religione per incongruenza e difficoltà di essere ricondotto ad unità e coerenza!) che ha influenzato la società siciliana tutta: dai riti di culto (in realtà spesso mere superstizioni) ad una sorta di familismo intriso di paternalismo; dalle pratiche della onoratà società al culto dell’amicizia come rete di protezione tra individui appartenenti a famiglie differenti. Gli egemonizzati subiscono la cultura dominante, spesso passivamente. È anche vero che spesso, nel corso della storia siciliana, ci sono stati momenti di contro-egemonia, di rivolte contadine (pensiamo a fine Ottocento alla grande rivolta dei Fasci siciliani, movimento da non sottovalutare sebbene dotato di una preparazione politica non compiuta e latamente marxista), di movimenti antimafia importanti, di singoli uomini che hanno perso la vita per contrastare la mafia ed il potere politico che ne era espressione, che si sono opposti a quella ideologia sicilianista che tanti danni ha fatto alla Sicilia (dal Movimento di Indipendenza della Sicilia colluso con la mafia, all’esperienza del milazzismo per finire ai tanti gruppi che rivendicano diritti speciali della Sicilia nei confronti dello Stato, basti pensare a Lombardo ma non solo). La contro-egemonia è stata però spesso sconfitta da un fenomeno mafioso che a partire dal 1950 è mutato continuando comunque ad essere un connubio con il potere politico, con le classi dominanti. Dapprima con la DC che in Sicilia aveva rapporti organici con la mafia (e non infiltrazioni, se si vuole corroborare l’analisi egemonica gramsciana) successivamente con Forza Italia (se le dichiarazioni di Ciancimino dovessero risultare veritiere, ma sul mutamento di blocco politico non dovrebbero esserci dubbi di sorta…) per arrivare ai giorni nostri (il due volte Governatore Cuffaro si trova a Rebibbia; all’attuale governatore Lombardo è stato derubricato “in modo assai strano” il reato di ass.mafiosa a reato elettorale; il Ministro Romano è l’unico Ministro al mondo indagato per mafia; 1/3 dei deputati dell’Ars in questa legislatura sono iscritti nel registro degli indagati). Dai baroni ai politicanti, dall’aristocrazia alla borghesia imprenditoriale, mutano gli attori ma non la sostanza. L’egemonia rimane stabile nelle mani di un ceto politico di vertice, colluso con i grandi imprenditori e la cattiva burocrazia.

 

Altro aspetto rilevante che ho colto, questa volta nel secondo capitolo quello relativo alla Globalmafia, riguarda le interazioni tra la mafia e l’imperialismo. Questo capitolo affronta il problema del mercato delle mafie (il plurale non è casuale) nel 21 secolo, le connessioni tra le stesse e le relazioni tra le mafie ed i mercati finanziari. Nell’epoca della finanziarizzazione dell’economia anche le mafie si evolvono in attività nuove rispetto a quelle classiche (basti pensare al ruolo rilevante raggiunto dalla Yakuza giapponese o all’attività import-export delle Triadi cinesi) e spesso vengono foraggiate dagli stessi governi che, con pantomime ben celate, fingono di portare avanti presunte battaglie di legalità. Questo è il caso della Colombia del Presidente Uribe, paese tra i piu grandi produttori di sostanze illecite e leader nel narcotraffico con i vari cartelli, dove la borghesia del luogo è complice e dirige la produzione delle sostanze vietate con l’assenso del governo statunitense (che in compenso introduce Basi militari nel territorio con il pretesto di ragioni legalitarie). Un circolo vizioso dove l’uccisione di dirigenti sindacali e comunisti è considerata  un merito. Stesso discorso può farsi per la Bolivia o per il gruppo paramilitare argentino, denominato Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina) protagonista di diversi massacri negli anni 70’. Mafie, quindi, finalizzate al controllo del potere politico, all’egemonia. Mafie con una fenomenologia più propriamente economica che politica, caratterizzate dal fatto che il rapporto mafia- potere politico è un rapporto dal basso verso l’alto e non viceversa (a differenza di quella siciliana), ma che riescono con facilità a trovare ampi consensi da parte di burocrazie di potere sempre più compiacenti.

Tempo fa organizzammo come circolo una conferenza dal titolo “Contro la mafia ed il Capitalismo”, che stava a significare l’impossibilità (e l’inutilità!) di una lotta per la legalità scissa da una critica al sistema neo-liberista che quell’illegalità aveva determinato. In altri termini: non si può lottare contro un sistema mafioso se non si contrasta il capitale finanziario, se non ci si oppone a quelle politiche capitalistiche che tendono solamente a massificare le disuguaglianze, aprendo spazi invitanti per le mafie. Se questo è vero in Italia, sembra essere ancora più veritiero fuori dai nostri confini. Il prof Marino parla del Kossovo non come uno Stato dove è presente la mafia, ma come uno “Stato-Mafia”(una colombia nel cuore dell’Europa), dove la mafia albanese, una delle maggiori mafie europee per quanto concerne il narcotraffico, spadroneggia indisturbata e moltiplica gli affari. Eppure ricordiamo tutti la guerra mediatica condotta dagli Usa contro la Serbia che ha contribuito allo smembramento della Federazione Jugoslava ed all’instabilità dell’intera regione balcanica (con violenze comprovate da parte dell’Onu, "sicchè le Nazioni Unite hanno pagato gli stipendi di molti gangsters"). Il Kossovo, un protettorato Usa è diventato un ottimo canale di comunicazione per smistare le sostanze illecite con l’Afghanistan altro paese in cui nel 2001 gli Usa iniziavano una vergognosa guerra (rifinanziata dal premio nobel per la pace Obama!!!), ponendo al vertice dello Stato un uomo colluso con la mafia locale in un territorio tra i principali per produzione di sostanze oppiacee (e pensare che l’anno prima dell’invasione nel 2000 i talebani, per fronteggiare la sovrapproduzione dell’oppio dell’anno precedente, avevano deciso una riduzione di droga poi aumentata vertiginosamente durante l’occupazione Usa). Politiche che producono instabilità nel mondo, che disgregano gli Stati per interessi economici e che creano vuoti, colmati spesso da burocrazie di potere fedeli all’imperialismo e con forti relazioni con i gruppi criminali del luogo. A mio avviso una situazione analogasi verificherà in Libia dove, stante la dimensione tribale delle famiglie e la disgregazione del governo Gheddafi che riusciva a tenere insieme le differenti tribù, è facile ipotizzare un futuro di instabilità politica e di ascesa di nuove forme “statali” di criminalità organizzata. La lista sarebbe lunga e va dall’Iraq (forti sono gli scambi di armi con la mafia siciliana) agli ex paesi del socialismo reale (dove spadroneggiano fenomeni di illegalità, si paga regolarmente il pizzo e le condizioni della popolazione sono miserevoli). Un mercato delle mafie spesso funzionale alle logiche imperiali per smembrare interi Paesi nel nome di una democrazia di facciata. Occorre recuperare la lotta al capitalismo e all’imperialismo per contrastare il fenomeno mafioso, contrastare i paradisi fiscali e le speculazioni dei operatori della finanza barbara e battersi per la regolazione dei mercati finanziari. Non ha più senso, come dice il Prof. Marino, battersi esclusivamente per una generica ed indefinita legalità. Occorre un salto di qualità. Occorre riportare al centro della lotta politica la critica al sistema capitalista.