Gli antimperialisti nella trappola iraniana


su altre testate del 29/06/2009


L'eroe dei due mondi Ahmadinejad, acclamato al suo ritorno dalla Conferenza di Durban da una folla ben coreografata e uscito “vincitore” dalle elezioni di giugno, ha, prima, ottenuto il plauso di molta parte della sinistra occidentale grazie al ruolo sostenuto dall’Iran a favore di Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano – ciò che farebbe della teocrazia iraniana il più luminoso esempio di “oggettivo antimperialismo” – e, ora, incassa il sostegno del populismo terzomondista che ha sostituito la lucidità politica e la ragione della critica storica.

Dimenticando completamente le mobilitazioni e gli scioperi che in Iran, negli ultimi due anni, sono stati la voce di una massa di lavoratori e di giovani che hanno opposto una lotta concreta al regime teocratico e che hanno ridato impulso alle organizzazioni della resistenza, i leader dell’opinione disinistra, quella sedicente antimperialista, chiamano alla solidarietà al “presidente eletto dal popolo” contro l’ennesima rivoluzione colorata fomentata dalla CIA.

Non che manchino motivazioni realistiche per dubitare della spontaneità delle dimostrazioni a favore di Mousavi e dell’indipendenza politica dei suoi organizzatori: l’Amministrazione americana ha certamente interesse a ridimensionare il ruolo e le pretese iraniane in Medioriente e, a questo scopo, una minaccia di destabilizzazione interna è certamente utile a far abbassare la cresta ad un governo vecchio nuovo che sia. È anche possibile che una sostituzione di turbante ai vertici avrebbe reso meno impresentabile l’atteggiamento di incoraggiante e aperta tolleranza degli Stati Uniti verso un regime demonizzato a parole, ma complice degli USA nelle aggressioni all’Iraq, all’Afghanistan e al Pakistan e prossimo socio nel ridisegno degli equilibri nell’area mediorientale. Ed è pur vero che un governo “modernizzatore” (riformatore è altra cosa) agevolerebbe la penetrazione dei capitali transnazionali nel Paese – peraltro già ben avviata e ulteriormente incrementata nell’era Ahmadinejad – e favorirebbe quella “diplomazia del gas”, controllata dal padrino di Mousavi, Rafsanjani, più incline a
compromessi con l’ottica esportazionista caldeggiata dagli americani. Gli americani pagano bene, e di solito centrano l’obiettivo. Ma, in genere, il loro obiettivo è quello di cambiare un equilibrio geopolitico (come è avvenuto con le rivoluzioni colorate in Georgia e Ucraina) o impedire
l’avanzata di un processo rivoluzionario (come in Venezuela): se anche gli Stati Uniti hanno finanziato e sostenuto la fazione di Mousavi, non hanno certo intenzione di rovesciare il regime, considerato che nulla cambierebbe in Iran con l’avvento alla presidenza di una fazione islamista sostanzialmente sovrapponibile a quella attualmente al potere. Né gli ayatollah intendono rovesciarsi da soli muovendo la piazza a rischio di dover fronteggiare una sollevazione popolare che metta in discussione
proprio le basi del loro potere politico. Perché non è possibile non vedere
che la protesta si è estesa oltre i confini di una semplice contestazione di
brogli elettorali e che l’”onda verde” è piuttosto cangiante, o almeno ben
circoscritta, mentre la partecipazione alle mobilitazioni ha assunto
dimensioni impressionanti per un Paese sottoposto ad una repressione cui è
difficile trovare un paragone nella storia.

Se, appunto, non vogliamo dimenticare i numerosi segnali di dissenso e di
resistenza contro il regime, osservando quanto sta avvenendo dovremmo almeno
chiederci se non esistano all’interno dell’Iran le condizioni per l’avvio di
un movimento popolare orientato in senso rivoluzionario. L’”onda verde”, in
questo caso, non sarebbe deputata tanto a travolgere un governo in ossequio
ai disegni imperialisti americani, quanto ad annegare sul nascere una
possibile insurrezione contro la teocrazia, deviandola verso rivendicazioni
parziali e compatibili con il mantenimento del sistema politico. E questo
davvero in conformità con i desideri dell’imperialismo.

Altrettanto irrazionale sembra dunque l’entusiasmo dimostrato da altra
“sinistra”, quella sedicente “radicale”, per l’islamista “moderato” Mousavi.

Ma vogliamo solo per questa ragione considerare attendibile il sondaggio
preelettorale che assegnava al presidente uscente il doppio dei voti
rispetto a Mousavi, un sondaggio pubblicato da The Washington Post che i
sostenitori del mitico “antimperialista” Ahmadinejad portano a testimonianza
del sostegno popolare alla sua politica? Condotta per telefono da un Paese
confinante su un campione di 1.001 interviste in tutto l’Iran (oltre 46
milioni di aventi diritto al voto!) da una società di sondaggi che collabora
con ABC News e con la BBC, l’indagine, secondo quanto dichiarano i suoi
stessi autori, è stata finanziata dalla Rockefeller Brothers Fund (!), che
dal 1940 affianca la fondazione madre e dichiara tra i suoi scopi la
“espansione della democrazia”. Considerato quale è il concetto di democrazia
di casa Rockfeller, c’è piuttosto da domandarsi quanto mantenere saldamente
al potere la teocrazia islamica e il suo leader, così efficiente
nell’esportare la rivoluzione islamica in Medioriente affossando i movimenti
progressisti e ispirati al nazionalismo arabo, convenga, tra gli altri, ad
una delle maggiori dinastie del petrolio approdate all’impero della finanza.

Per quanto possa essere presto per avere la prova dei fatti, è però
innegabile che la fazione militare di Ahmadinejad abbia messo a segno un
colpo di Stato “morbido”: che la maggioranza dei voti (ma alcune fonti, e
non le meno attendibili, parlano di un’enorme astensione) sia andata a
favore dell’uno o dell’altro candidato è incontestabile che i “radicali”, o
“militari”, del presidente gestiscono la crisi in modo da rafforzare la
dittatura, non solo con la sanguinaria repressione della piazza, ma anche
con le manovre intimidatorie (e in Iran non si tratta di semplici minacce!)
contro ogni forma di dissenso nelle istituzioni e nell’informazione.
Coerentemente, del resto, con la legge della teocrazia islamica.

Dal momento che è evidente che nessun ruolo di rappresentanza, nemmeno
formale, può essere riconosciuto ad un “candidato” rispetto ad un altro in
un sistema in cui non è possibile cambiare un solo articolo non solo della
Costituzione, ma nemmeno del codice civile o penale, pare semplicemente
assurdo che la nostrana cosiddetta sinistra si divida in fazioni a sostegno
dell’uno o dell’altro concorrente alla presidenza piuttosto che
riconsiderare l’errore di analisi compiuto già trent’anni fa con
l’incondizionato plauso tributato alla controrivoluzionaria “rivoluzione”
sciita.

Una sollevazione proto-insurrezionale (ma chissà che la popolazione iraniana
non finisca con lo stupirci avviando un vero processo rivoluzionario!) sta
rendendo palese anche agli occhi dei più ottusi sostenitori della tesi del
“ruolo oggettivamente antimperialista” della Repubblica Islamica quello che
realmente è la dittatura dei turbanti. Se la scintilla si è accesa in
seguito alla farsa elettorale, le radici di un movimento di resistenza
popolare avevano già cominciato ad attecchire nella società iraniana.
Dobbiamo pensare che gli studenti e i lavoratori che in Iran si sono esposti
e si espongono ad una repressione selvaggia per liberarsi del regime degli
ahyatollah senza accettare il patrocinio americano non hanno capito niente?

Queste due note vorrebbero essere un invito a riflettere sulle loro ragioni.

Dopo mesi di repressione nelle piazze e assassinii di protagonisti della
rivoluzione, l’atto costitutivo della Repubblica Islamica dell’Iran fu
ratificato, nell’estate del 1981, con l’esecuzione di 2665 militanti dei
Mojaheddin [1] e di altre formazioni della sinistra iraniana [2].

Il Tudeh, partito sedicente comunista, filosovietico, riformista sotto lo
shah e collaborazionista con Khomeyni, veniva liquidato con una serie di
pogrom successivi tra il 1982 e il 1988 [3].

La santificazione del regime procede da quelle decine di migliaia di giovani
bassiji mandati a morire sul fronte della guerra contro l’Iraq laico e
progressista, in un delirio nazionalista che cancellava le aspirazioni
popolari espresse dall’insurrezione [4].

Mentre si consolidavano le basi materiali della teocrazia capitalista, la
tutela intransigente della proprietà privata [5] e la presa di possesso
dello Stato da parte dell’apparato clericale [6], i Comitati di lotta contro
le cose vietate e le Pattuglie della collera di Dio imponevano l’ordine
morale islamico nella società. E non c’è bisogno di ricordare cosa questo
significhi. Mentre si rifiutava la riforma agraria alle masse diseredate
delle campagne venivano soppressi i sindacati indipendenti e, nel giugno
1981, il regime scatenava una feroce repressione contro i lavoratori: dai
300 ai 500 arresti al giorno, decine di migliaia di oppositori assassinati
nelle carceri [7]. Più di 10.000 tra studenti e docenti universitari
venivano massacrati in seguito alle proteste del giugno 1981 [8]. Tudeh e
Fronte Nazionale schieravano i propri militanti a difesa dello Stato
islamico, negando il loro sostegno alle manifestazioni del 1° maggio, in
nome della “comune” lotta contro l’imperialismo americano alleato dello
shah. È forse da questo slogan dell’epoca, lanciato di fatto contro le
aspirazioni delle masse – ai tempi probabilmente pervase da un autentico
sentire antimperialista – , che buona parte della sinistra si è lasciata
affascinare dalla rivoluzione islamica tanto da preferire la teocrazia degli
ahyatollah allo Stato laico iracheno? Tanto da diffondere la fandonia
dell’accordo tra il partito Baath iracheno e la CIA nonchè quella del
sostegno americano a Saddam Hussein trascurando la provata complicità
USA-Iran nell’affare Iran-Contras o l’altrettanto provato supporto
israeliano all’Iran durante e dopo la guerra Iraq-Iran[9]?

Trent’anni dopo la proclamazione della Repubblica Islamica – cioè, mi
permetto di dire, dopo la sconfitta della rivoluzione – l’Iran soggiace ad
un regime di terrore, la grande maggioranza della popolazione versa in
condizioni economiche disastrose ed è soggetta alla deprivazione dei più
elementari diritti dei lavoratori, la discriminazione e oppressione delle
minoranze non ha attualmente paragoni nel mondo, le donne sono vittime della
più retrograda e vessatoria legislazione sul pianeta [10].

Trent’anni dopo la sconfitta della rivoluzione i Guardiani della Rivoluzione
aggrediscono manifestanti e lavoratori in sciopero, uccidono, torturano
[11]. Per assicurare la stabilità del regime e per salvaguardare gli
interessi di una classe dominante che intende rispettare le compatibilità
con il sistema capitalistico occidentale e prosperare a rimorchio dei flussi
di investimento dei capitali esteri. L’accelerato processo di
privatizzazioni (che interessa in particolar modo le risorse e l’industria
strategica) insieme alla possibilità offerta agli investitori esteri di
acquisire il 100% di aziende prima gestite dallo Stato non pare proprio
indirizzare l’Iran sulla strada dell’antimperialismo (nonostante le
altisonanti dichiarazioni di Ahmadinejad), quanto piuttosto rafforzare i già
forti legami del regime con il mondo dominato dalle multinazionali [12].

Né pare testimoniare alcuna inclinazione antimperialista la storia e
l’attualità dei rapporti internazionali della Repubblica Islamica.

Nonostante la violenza verbale della campagna propagandistica contro il
“grande satana” (Stati Uniti) e contro Israele, l’Iran di Khomeyni aveva
interessi convergenti con gli alleati diabolici. Per l’uno e per gli altri
il nemico assoluto in Medioriente era il nazionalismo arabo, laico e
progressista, in grado, soprattutto dopo la vittoria della rivoluzione in
Iraq, di ingenerare in prospettiva ravvicinata un processo di sviluppo
economico e sociale autonomo che avrebbe investito l’intera area –
penalizzando e forse mettendo in crisi l’egemonia statunitense – e che
avrebbe portato l’Iraq a dotarsi di un apparato militare capace di
costituire un pericolo concreto per il “piccolo satana”. La Repubblica
Islamica ha ottenuto prezioso sostegno finanziario e militare tanto dagli
Stati Uniti quanto da Israele durante la guerra con l’Iraq [13]: fino da
allora la teocrazia iraniana, eliminata ogni possibile opposizione interna,
mirava ad espandere la sua influenza politica e religiosa sul mondo arabo, e
rappresentava il miglior antidoto alla febbre antimperialista (non
semplicemente antiamericana) che, con punte più e meno accentuate, tendeva a
pervadere gli arabi ex-colonizzati.

Nella prima Guerra del Golfo la neutralità iraniana veniva ottenuta dal
governo iracheno in cambio della firma del trattato di pace notevolmente
vantaggioso per l’Iran [14], ma l’”errore” sarà corretto dagli ahyatollah
con la piena collaborazione assicurata agli americani in occasione
dell’aggressione contro l’Iraq nel 2003.

Dopo avere attivamente collaborato con gli Stati Uniti nel sostenere le
milizie musulmane bosniache durante la guerra in Jugoslavia [15], ed avere
affiancato il “grande satana” nell’aggressione americana all’Afghanistan
[16], l’Iran è stato attore chiave nell’agevolare la guerra americana contro
l’Iraq (a partire dal falso dossier sulle inesistenti “armi di distruzione
di massa”), nell’affiancare le truppe di invasione con la penetrazione di
milizie addestrate per condurre una guerra coperta contro la Resistenza
irachena, per compiere azioni di terrorismo sotto falsa bandiera, per
annichilire la volontà di resistenza della popolazione civile con barbari
massacri dei fiancheggiatori della Resistenza armata, ma anche con azioni
pianificate di “pulizia etnica” contro sunniti, cristiani, sciiti laici,
palestinesi, e con violenze ed eccidi per imporre la sharja. Le Badr
Brigates (milizia dello SCIRI, il Consiglio Supremo per la Rivoluzione
Islamica) e il Mahdi Army di Moqtata al-Sadr hanno fatto di gran lunga più
morti che non i bombardamenti americani [17].

Insediato nel governo fantoccio iracheno servo di due padroni con il
beneplacito degli Stati Uniti, l’Iran sostiene apertamente il regime afghano
[18], e non manca di appoggiare le fazioni settarie integraliste sciite in
Pakistan [19], Paese in via di destabilizzazione in funzione degli interessi
geopolitici statunitensi e degli appetiti delle grandi compagnie coinvolte
negli affari dei gasdotti [20] oltre che oggetto dei bombardamenti
americani.

A dispetto degli infuocati scambi di accuse reciproche, dunque, esiste una
più che discreta sintonia tra il “grande satana” e la teocrazia che governa
il “Paese degli Ari”, un vero bastione antimperialista secondo i “nostri”
commentatori [21]!

Quanto allo zelo nel difendere i Palestinesi intrappolati a Gaza, piacerebbe
sapere per quale motivo i Palestinesi intrappolati nell’Iraq occupato sono
stati invece perseguitati e massacrati dalle milizie filo- iraniane [22].
Forse perché rimasti partigiani dello Stato laico e impermeabili alla
islamizzazione forzata? Ma nemmeno per i palestinesi dei Territori occupati
gli ahyatollah dimostrano grande considerazione: nonostante le ripetute
proteste del Comitato per il Boicottaggio e il Disinvestimento in Israele,
l’Iran intrattiene ottime relazioni di affari con Veolia e Alstom, le
multinazionali impegnate nella costruzione delle colonie israeliane in
Cisgiordania e Gerusalemme est [23].

Vero vincitore della seconda Guerra del Golfo, l’Iran non intende mancare
l’occasione di accedere alla spartizione del mondo arabo approfittando della
relativa debolezza degli Stati Uniti (più che mai invischiati in guerre che
non riescono a vincere) e del progressivo raffreddamento delle relazioni
USA-Israele.

Con la fine dell’URSS e dopo la distruzione dell’Iraq, infatti, il ruolo
dello Stato ebraico, argine all’espansione sovietica in Medioriente e
avamposto militare contro ogni speranza di unificazione araba, tendeva a
perdere la sua ragione strategica. Non si può negare che, all’interno degli
Stati Uniti, abbia continuato ad operare a favore dei piani israeliani in
questi anni una cosiddetta “lobby ebraica”, ma è impensabile attribuirle una
influenza decisiva sulle scelte dell’Amministrazione in fatto di politica
estera: le ragioni del capitalismo e dell’imperialismo non si fondano sulla
difesa di interessi particolari di un nucleo, per quanto agguerrito e
potente, ma sulla dinamica della mondializzazione capitalista, e non si
affidano a think-tank, per quanto influenti, espressione di una pedina che è
parte non determinante del sistema di dominio.

Eliminato il comune nemico, l’Iraq, dalla scena mediorientale, sono venute
anche a cadere le motivazioni dell’alleanza sotterranea tra lo Stato
sionista e quello teocratico riportando le due potenze regionali ad una
situazione di fronteggiamento e confronto di interessi contrapposti. Se
Israele mira a gestire intere aree di produzione e gli scambi commerciali
nel “Grande Medioriente”, l’Iran si propone di dilatare la propria influenza
politica nella regione lasciando alle multinazionali occidentali il
privilegio di sfruttare risorse e forza lavoro (come si evince dal nuovo
corso delle privatizzazioni): i due progetti sono palesemente incompatibili.

Con la guerra del 2006 contro il Libano il governo israeliano intendeva
innanzitutto colpire i tentacoli della piovra iraniana per frenarne le mire
espansionistiche e, come obiettivo massimo, creare pregiudizio alla
ipotizzabile futura alleanza tra Stati Uniti e Iran. Inserendosi nello
scontro l’Iran si proponeva di impedire un eventuale avanzamento del
cosiddetto “processo di pace”: la “pacificazione” tra Israele e i maggiori
Stati arabi avrebbe evidentemente allontanato la prospettiva di penetrazione
politico-militare iraniana nel mondo arabo.

A prescindere dal maggiore o minore consenso che Hezbollah e Hamas possano
raccogliere all’interno dei loro Paesi e delle ragioni che li oppongono allo
Stato sionista, entrambe le organizzazioni hanno assolto perfettamente il
compito loro assegnato, quello cioè di predisporre un casus belli per
l’aggressione israeliana.

Fermata nella sua campagna militare dal veto statunitense, Tel Aviv incassa
una sconfitta politica e vede ulteriormente ridimensionata la sua importanza
quale alleato strategico degli Stati Uniti, ma ottiene di dividere
ulteriormente, indebolendolo, il fronte della resistenza antisionista. È del
resto evidente che, al di là dell’effettivo valore sul campo delle milizie
di Hezbollah e degli errori di strategia militare di Israele, quest’ultimo
non avrebbe avuto eccessive difficoltà (oltre che nessuna remora) a
polverizzare il Paese dei cedri e la sua resistenza: tanto in Libano quanto
a Gaza la campagna sionista è stata fermata dal veto statunitense (e da
quello della cosiddetta “comunità internazionale”) a dimostrazione che non è
Israele a dettare le condizioni.

Hezbollah entra stabilmente nella compagine governativa libanese e
garantisce al suo sponsor iraniano una tribuna da cui lanciare una intensa
campagna propagandistica di promozione dei precetti religiosi e politici
dell’Islam.

Teheran, con l’operazione libanese ma ancor di più con la “vittoria” di
Hamas a Gaza, ottiene una base territoriale nel cuore del mondo arabo, una
base da cui muovere per portare l’attacco dell’Islam politico dentro le
maggiori nazioni arabe, dentro l’Egitto e l’Arabia Saudita, e vede
notevolmente accresciuto il suo ascendente sulle masse arabe.

La mobilitazione delle comunità sciite, sobillate dagli agenti iraniani, che
inneggiano alla secessione in Arabia Saudita [24], e i progettati attentati
a firma della Fratellanza Musulmana (alleata di Hezbollah) in Egitto [25]
non sono certo semplici operazioni di propaganda, e meno che mai azioni
rivoluzionarie: non appoggiano movimenti popolari contro gli odiosi regimi
fino ad ora complici degli americani favorendo l’unità delle organizzazioni
di opposizione, ma cercano di scatenare violenze settarie dentro nazioni
arabe, violenze che hanno lo scopo di fomentare una guerra civile tra il
popolo, colpendo sì i governi, ma per portare questi Paesi in uno stato di
destabilizzazione che agevoli interventi di forze esterne. Possiamo
facilmente predire che, in un simile scenario, non saranno solo le forze
iraniane ad intervenire! Non è nemmeno difficile preconizzare che si possa
arrivare anche per questa via a quello smembramento delle nazioni arabe
auspicato dagli agenti mondiali dell’imperialismo e dal capitale
transnazionale interessato alla realizzazione del cosiddetto “Grande
Medioriente” – cioè l'area compresa tra Egitto e Turchia a occidente,
Afghanistan e Pakistan a oriente – verso il quale sono rivolti gli appetiti
dei grandi investitori oltre che delle maggiori compagnie petrolifere nel
mondo. È così che l’Iran assolverebbe al suo ruolo “oggettivamente
antimperialista”?

Difficile dire, sulla scorta delle considerazioni fatte sopra, che siano le
sorti della Palestina e dei palestinesi a stare cuore ai dirigenti politici
iraniani o che sia il fanatismo antiebraico (l’antisionismo ha ben altra
dignità) di Ahmadinejad a motivare gli aiuti in armi e denaro forniti ad
Hamas: l’esportazione della “rivoluzione islamica” ha altri e più vasti
orizzonti e, a quanto pare, non crea pregiudizio ad una alleanza di fatto,
ancora per poco celata, con il “grande satana” capitalista e imperialista.

Così come non è per feroce odio razziale di origine religiosa che Israele
aggredisce Libano e Palestina con bombe al fosforo, ma per cinico calcolo
strategico, come è naturale che avvenga per un Paese colonialista,
capitalista e razzista. “Secondo il viceministro della Difesa israeliano
Ephraim Sneh, la guerra con Teheran non è una questione di se, ma di quando
[…] il Libano è semplicemente il preludio a una guerra ben più ampia con
l’Iran’” [26]. Allo stesso modo possiamo leggere l’aggressione a Gaza. E
pare ridicolo sostenere che l’efferatezza dei crimini israeliani nella
regione siano frutto di una cultura religiosa. La spietatezza non è
prerogativa dell’ebraismo, né inclinazione esclusiva dei sionisti: si tratta
di terrorismo contro la popolazione civile identico a quello praticato, con
la complicità tra gli altri dello Stato italiano, dagli anglo-americani in
Iraq e in Afghanistan, perché il terrore è l’arma per vincere la resistenza
di un popolo. La colonizzazione e l’occupazione della Palestina è in sé
un’aberrazione della storia e un atto criminale contro i diritti umani.

In realtà, benché sia già nei calcoli lo scontro diretto con l’Iran [27],
Israele teme ben di più la prospettiva non lontana di una destabilizzazione
globale del Medioriente. Il conflitto generalizzato neutralizzerebbe
l’egemonia militare dello Stato degli ebrei, e un teatro con più attori
ostacolerebbe l’accesso ai centri produttivi e ai mercati arabi
all’asfittica economia del Paese (che non sarebbe, allo stato attuale delle
cose, in grado di sopravvivere in assenza dei consistenti aiuti americani).
Lieberman, nel discorso delle 1100 parole in occasione del suo insediamento
nella carica di ministro israeliano degli Esteri, ha infatti affermato che i
veri problemi per il “mondo libero” arrivano “dal Pakistan,
dall’Afghanistan, dall’Iran e dall’Iraq - e non dal conflitto
israelo-palestinese” [28]. E in una intervista al quotidiano russo Moskovski
Komsomolets ha dichiarato che è molto più concreto il pericolo che
l’arsenale atomico pakistano possa cadere nelle mani dei fondamentalisti
islamici rispetto a quello rappresentato dall’atomica iraniana [29]. Mentre
è evidente che Israele ha ora un nemico in comune con i Paesi arabi
“moderati” (Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Giordania) minacciati
dall’espansionismo sciita iraniano, e, dunque, ha interesse a non
compromettere le proprie relazioni con essi [30].

Da parte sua l’ Amministrazione Obama non solo ha avviato trattative con il
governo degli ahyatollah e con quello siriano [31] e ha reso pubblico
l’intendimento di arrivare ad un disgelo nelle relazioni USA-Iran con il
plauso della Unione Europea [32], ma ha anche associato l’Iran al programma
di “ricostruzione” dell’Afghanistan [33].

È palese la divaricazione crescente tra la politica estera di Washington e
quella di Tel Aviv: sullo sfondo si profila una sorta di sconvolgimento
delle alleanze, una situazione in cui grandi e medie potenze faranno
scontrare sul campo i propri satelliti, ogni genere di fazioni armate locali
e organizzazioni terroriste. E la Russia? Potrebbe essere l’ago della
bilancia o sbilanciarsi a favore di Israele. Cosa che potrebbe fare la
differenza tra un conflitto mediorientale combattuto per procura da attori
regionali e un conflitto mediorientale di più vaste proporzioni.

È ancora lecito aderire all’”Ahmadinejad fans club” in nome della sua
pretesa difesa della causa palestinese?

Indubbiamente la Repubblica Islamica costituisce un elemento di disturbo
verso l’attuale egemonia statunitense in Medioriente e i suoi interessi a
medio termine si contrappongono a quelli dell’”entità sionista”, ma
attribuirle per questo un ruolo “oggettivamente antimperialista” – come
sostiene attualmente la più parte dei commentatori del movimento contro la
guerra – contraddice la più elementare e fondamentale ragione della lotta
contro l’imperialismo: l’antimperialismo è un progetto di emancipazione di
una società dal dominio economico e politico esercitato da una potenza
capitalista su un popolo, è un movimento nato con le guerre di liberazione
nazionale anticoloniali e fondato tanto sul principio di autodeterminazione
quanto su quello della dissoluzione del vincolo di dipendenza dal modello di
sviluppo della potenza dominante. In altre parole, è intrinsecamente legato
alla lotta contro il dominio del capitalismo. E contro la guerra
imperialista, da chiunque condotta.

Un ruolo contingentemente antiegemonico, come al massimo può definirsi
quello dell’Iran degli ahyatollah, giocato non certo con la finalità di
emancipare le popolazioni mediorientali dallo sfruttamento capitalistico ma
per assoggettarle ad un dominio teocratico che incarna l’assolutismo
reazionario come mai si è verificato nella storia, è il ruolo del peggior
nemico degli antimperialisti come delle masse proletarie e popolari.

Lo testimonia il grande e variegato (oltre che estremamente coraggioso)
movimento di opposizione interna alla Repubblica Islamica [34] e il
movimento nelle università [35]; lo rende evidente il moltiplicarsi degli
scioperi in tutti i settori della produzione. Lo dichiarano
inequivocabilmente le organizzazioni della resistenza iraniana,
Mujahedeen-e-Khalq [36] e Hands off the People of Iran [37] in primo luogo,
ma anche le associazioni studentesche [38] e il Partito del Lavoro dell’Iran
[39].

Perché gli antimperialisti nostrani non fanno riferimento a queste
formazioni e non si impegnano a fianco delle masse popolari oppresse
dell’Iran piuttosto che confidare nelle virtù “rivoluzionarie”
dell’idolatria? Perché non reagiscono alla censura e all’esclusione
decretata da Stop the War contro l’organizzazione dell’opposizione iraniana
Hands off the People of Iran colpevole di aver criticato il governo di
Teheran [40]?

Perché il movimento contro la guerra, invece di dare voce ai blogger
iraniani che quotidianamente rischiano la vita per denunciare le atrocità
commesse dal regime, le giustifica in nome del diritto ad una “diversa
civiltà giuridica”, oltre ad accogliere al suo interno personaggi come
George Galloway che nega l’asilo politico ad un gay iraniano condannato a
morte [41]?

Si tratta dello stesso movimento contro la guerra che, dopo averne avallato
la diffamazione, ha approvato il linciaggio e l’assassinio di Saddam
Hussein e degli esponenti del governo antimperialista iracheno.

Personalmente non ho altro da aggiungere se non che l’uso sistematico della
tortura, l’avvilimento delle donne, l’assassinio degli studenti e dei
lavoratori, l’impiccagione di adolescenti gay e di giovani donne mi riempie
di pre-politica indignazione.

1 – “I Mojaheddin del popolo fanno appello all'insurrezione e alla lotta
armata clandestina, che si traduce in sanguinosi atti di terrorismo: il più
grave il 21 giugno , una bomba distrugge la sede del Partito della
Repubblica islamica, decimando l'élite del regime. La repressione contro i
Mojaheddin del popolo è sanguinosa. Il gruppo fugge in Iraq sotto la
protezione di Saddam Hussein”. (Iran: cronologia. Dalla rivoluzione alla
guerra - Il manifesto – 8 febbraio 2009)

2 – Mamadou Ly, Iran 1978-1982 – Prospettiva Edizioni, Roma, giugno 2003

3 – Cfr.: Carlo Remeney, Una vita a metà – agosto 1998 -

http://www.club3.it/fc98/3298fc/3298fc64.htm

4 – “Il regime, dal canto suo, celebrò il martirio dei giovani su diversi
registri. Ne fece la risorsa principale della sua legittimità. […] è in nome
dei diseredati morti per la patria e degli emuli dell’imam Hussein che la
Repubblica islamica governa. Ma questi giovani diseredati non sono più
presenti come forza politica organizzata, e ciò permette di parlare in nome
loro e al posto loro”. (Gilles Kepel, Jihad. Ascesa e declino – Carocci,
2001)

5 – “Nel Corano e nella tradizione di Mohammed – secondo gli Hadith che
costituiscono la seconda principale fonte di ispirazione per tutti i
musulmani – la proprietà privata, l’esistenza di diseguaglianze sociali, dei
ricchi e dei poveri sono frutto ed espressione della volontà divina, e in
quanto tali sacri […]”. (Mamadou Ly, op. cit.)

6 – “Proprio nella storia dell’Iran maturarono i processi che segnarono
anche da questo punto di vista la specificità dello sciismo rispetto al
sunnismo con cui condivide il corpus fondamentale musulmano: ossia un
intreccio profondo e una relazione non lineare ma indubbia tra costituzione
di una nuova identità statale e processo di costituzione di un clero che,
proprio attraverso la rivoluzione iraniana si assunse direttamente il
controllo e la gestione del potere, introducendo le importanti novità
rappresentate dalla teoria del wilayet al faqih” (Mamadou Ly, op. cit.)

7 – Cfr.:

http://bataillesocialiste.wordpress.com/pagine-italiane/2006-01-con-il-prole
tariato-iraniano-in-lotta-contro-la-feroce-repressione-della-borghesia-islam
ica/.

8 – Cfr.: Paola Rivetti, Daftar-e Takim-e Vahdat: pratiche di pressione
politica nella Repubblica Islamica d’Iran –

http://www.sisp.it/paper-2007/Rivetti_sisp2007.doc.

9 – Cfr.: Valeria Poletti, Saddam Hussein “uomo degli americani” – 6 aprile
2007 - www.uruknet.info?p=s6266

10 – Non è certo possibile rendere conto dell’enormità dei crimini
perpetrati dal regime contro la popolazione; ci limitiamo, a titolo di
esempio, a rimandare ad alcune fonti facilmente consultabili:

* Per “una visione d’insieme”: Amnesty International Sezione Italiana
– Rapporto annuale 2008 –
http://209.85.229.132/search?q=cache:lBChll92j78J:www.amnesty.it/flex/cm/pag
es/ServeBL

People’s Organization Mojahedin of Iran:
http://www.mojahedin.org/pagesen/index.aspx

Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana:
http://www.ncr-iran.org/it/content/view/1624/69

* “Un milione di donne fermate dai Guardiani della Rivoluzione e oltre
10.000 processate, con l'accusa di “immoralità”. (Naoki Tomasini,
Iran, ossessione per la repressione – Peace Reporter, 22 maggio 2007 –
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=20b04a193afd662b )
* Lapidazione di adultere/i: Sean Alfano, Iran Stones Man To Death For
Adultery – luglio 2007 -
http://www.cbsnews.com/stories/2007/07/10/world/main3037907.shtml
* Impiccagione di bloggers:
Marshall Kirkpatrick, Iran
Parliament to Debate Death Penalty for Bloggers – 4 luglio 2008 –
http://www.readwriteweb.com/archives/iranian_deth_penalty_for_bloggers.php )
* Gay: http://en.wikipedia.org/wiki/LGBT_rights_in_Iran
* Bevitori di alcool: Reuters, 5 febbraio 2008, Iranian man sentenced
to death for drinking alcohol

11 – solo alcuni esempi:

* Cfr.: http://www.iwsn.org/
* “Secondo la testimonianza di Alì Ghaderi, responsabile della
politica estera dell'Organizzazione dei Guerriglieri fedaian del Popolo
Iraniano, ‘La rivolta del popolo iraniano contro le politiche repressive del
regime ha radici lontane, che si fondano nella resistenza democratica che
dura da più di due decenni e da una lotta popolare che ha costellato il
cielo della democrazia iraniana con più di 150.000 martiri fucilati o morti
sotto le torture dal 1982 ad oggi. Non è un caso che una delle richieste
degli studenti e degli operai è la libertà immediata per tutti i prigionieri
politici’". (Roberto di Nunzio, La rivolta degli studenti in Iran: "No agli
Usa” – 18 giugno 2003 -
http://www.arcipelago.org/internazionale/la_rivolta_degli_studenti_in_ira.ht
m
* Iran, settanta studenti arrestati in seguito a una protesta
antigovernativa – 24 febbraio 2009 -
http://www.ncr-iran.org/it/content/view/1595/71/
* Iran: IRGC e forze Bassij a controllo delle città Nel timore di
insurrezioni popolari 1 – aprile 2009 -
http://www.ncr-iran.org/it/content/view/1624/69/

* “A nome dei diciassettemila operai e impiegati della VAHED,
compagnia di autobus di Tehran e dintorni, vogliamo informare voi,
organizzazioni dei lavoratori nel mondo, e tutti coloro che soffrono per la
violazione dei più ovvi diritti civili, che oggi, 28 gennaio, il nostro
massiccio sciopero ha incontrato l’assalto senza precedenti delle forze di
sicurezza della repubblica islamica. Hanno razziato le nostre case dalla
notte precedente; hanno persino portato in prigione i nostri bambini. Hanno
arrestato un gran numero di persone – la cifra esatta non l’abbiamo ancora
ma certamente si tratta di diverse centinaia. Hanno forzato alcuni colleghi
a guidare gli autobus, picchiandoli e minacciandoli. Hanno preso gli
aiuto-autisti dalle forze armate, e scatenato su di noi migliaia tra forze
di polizia e di sicurezza – in uniforme o in borghese – al fine di rompere
lo sciopero. Ecco in quale situazione ci troviamo”. (Lettera dei lavoratori
dei trasporti urbani di Teheran alle organizzazioni sindacali progressiste –
28 gennaio 2006 -


http://www.spazioforum.net/forum/index.php?showtopic=29845.

* Cfr.: Joe Kay, Iranian government intensifies crackdown on left-wing
opposition – 28 gennaio 2008 -
http://www.wsws.org/articles/2008/jan2008/iran-j28.shtml
* Apcom, Iran / Prigioniero Muhajeddin del Popolo ucciso sotto tortura
– 29 aprile 2009 –
http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?art_id=715736

12 – “Il 3 luglio scorso, infatti l’ayatollah Khamenei, la guida suprema
della Repubblica islamica dell’Iran, ha dato semaforo verde a un grande
piano di privatizzazione del settore pubblico iraniano, che comprende quasi
l’80 per cento dell’intera economia iraniana. La guida suprema ha annunciato
che i pacchetti azionari anche di controllo di interi settori passeranno
dalle mani dello Stato a quelle di investitori privati. Si parla di imprese
e società bancarie, di trasporti, di comunicazioni, di media, di compagnie
minerarie e di servizi. Da questa rivoluzione “liberista” sono esclusi il
settore del petrolio (la compagnia petrolifera nazionale rimarrà
strettamente pubblica) e le aziende legate alla produzione militare. Per il
resto, le porte del capitalismo iraniano sono aperte ai privati: il piano
era stato predisposto nelle scorse settimane da uno dei tanti organismi
della Repubblica islamica, il “Consiglio di discernimento” presieduto
dall’ex presidente Akbar Hascemi Rafsanjani.
Per capire l’importanza della faccenda, è necessario fare un piccolo salto
al primo giugno, quando il sestetto già citato presentò ufficialmente a
Teheran un pacchetto di offerte tecnologiche, economiche e politiche per la
regolamentazione del programma nucleare iraniano. Quell’offerta riguardava,
tra l’altro, anche l’entrata dell’Iran nel WTO, il centro nevralgico, il
cuore pulsante della globalizzazione, l’Organizzazione Mondiale del
Commercio. Ovviamente, l’entrata nel WTO comporta notevoli vantaggi: il
piano di privatizzazione ha un doppio significato, da un lato predispone
l’economia iraniana alla globalizzazione governata dal WTO, dall’altro dà un
segnale politico positivo per il negoziato di Larijani e Solana”. (Claudio
Landi, Iran, la forza persuasiva del mercato globale – 11 luglio 2006 –
http://www.lettera22.it/showart.php?id=5287
&rubrica=67)

due operazioni esemplificative:

* L’
Iran lancia proprie banche di investimento –
Reuters, 11 febbraio 2008
-http://www.infowars.com/it/iran-launches-own-investment-banks/.
* L’Iran consente la proprietà straniera al 100% – Press TV, 30
giugno 2008

13 – “Al pari degli Stati Uniti, anche Israele aveva rafforzato le sue
relazioni con l’Iran dello shah dopo che nel 1973 l’OPEC aveva decretato
l’embargo petrolifero nei confronti degli Stati coalizzati nella guerra
contro i Paesi arabi, e si era accordato per un fruttuoso scambio di armi
contro greggio. Con la caduta dello shah l’interesse per questa relazione
privilegiata non veniva a mancare, anzi! L’addetto militare israeliano
Ya’acov Nimrodi teneva infatti aperto il canale di comunicazione con
Khomeini per la vendita di armi sul mercato privato, canale che si
dimostrerà di grande utilità per l’amministrazione Reagan durante la
cosiddetta crisi degli ostaggi. Come il ministro della Difesa Ariel Sharon
dichiarava al Washington Post nel maggio 1982 per giustificare la vendita di
armi a Teheran, ‘l’Iraq è nemico di Israele e noi speriamo che le nostre
relazioni con l’Iran rimarranno quali sono state in passato’. Quattro mesi
più tardi, durante una conferenza stampa a Parigi, egli ribadiva che
‘Israele ha un interesse vitale nella prosecuzione della guerra nel Golfo
Persico e nella vittoria dell’Iran’. Questo non era solo il punto di vista
di Sharon, ma anche del primo ministro Itzhak Shamir, esponente del Likud, e
del laburista Shimon Perez”. (Valeria Poletti, L’impero si è fermato a
Baghdad – Edizioni Achab – Verona, 2006)

14 – “ 15 agosto - dopo otto anni
di guerra, l'Iraq inaspettatamente decide di firmare la pace con l'Iran,
restituendo 2600 chilometri quadrati di territorio conquistati, riconoscendo
i confini stabiliti nel 1975 con il
trattato di Algeri, e consegnando a
Teheran il controllo totale sullo
Shatt al-'Arab. Il tutto in
cambio della neutralità iraniana”. (

http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Golfo.)

15 – “Il portavoce della Casa Bianca, Mike McCurry, ha ammesso ieri che un
consistente flusso di armi ha raggiunto la Bosnia dall' Iran, ma ha
parzialmente smentito le rivelazioni del quotidiano "Washington Post",
secondo le quali cio' avverrebbe con la tacita approvazione degli Stati
Uniti. Secondo il quotidiano, negli ultimi sei mesi, con il tacito via
libera dell' amministrazione Clinton, l' Iran ha recapitato "centinaia di
tonnellate di armi" ai musulmani di Bosnia, rafforzandone sensibilmente le
possibilita' di opporsi con successo alle milizie separatiste serbe”.
(Corriere della Sera 15, aprile 1995 –

http://archiviostorico.corriere.it/1995/aprile/15/Bosnia_dossier_del_giornal
ista_sparito_co_0_9504153854.shtml)

16 – Cfr.: Farah Stockman, Amid tensions, US, Iran both give lift to
Afghanistan city – 23 aprile 2007 – The Boston Globe –

http://www.boston.com/news/world/asia/articles/2007/04/23/amid_tensions_us_i
ran_both_give


17 – Scott Ritter, ispettore dell’Onu tra il 1991 e il
1998, in un articolo pubblicato il 25 gennaio 2005 da “ZNet7”, denuncia il
piano statunitense denominato Opzione Salvador in ricordo dell’analoga
operazione condotta nel paese centro-americano nel corso degli anni ’80:
“Secondo alcune rivelazioni di stampa, il Pentagono sta considerando
l’ipotesi di organizzare, addestrare e rifornire le cosiddette ‘squadre
della morte’, gruppi di assassini iracheni che dovrebbero essere utilizzati
come infiltrati per eliminare la dirigenza della resistenza irachena. […]
Nel giugno 2003, le strade di Baghdad erano piene di squadre della morte.
[…] Tra le più brutali ed efficienti unità vi erano quelle dei membri della
Brigata Badr, […] che si è distinta come la più volonterosa ed abile nel
combattere contro i baathisti rimasti. […] L’Opzione Salvador servirà ad
innescare una guerra civile”.

“Dal 2003 i pasdaran, presenti in misura massiccia in Iraq, hanno condotto
una politica parallela: se non opposta, certo diversa da quella adottata
ufficialmente dal governo iraniano; mentre i conservatori religiosi hanno
cercato di influire sui partiti religiosi, in particolare Shiri e Da’wa,
confidando in un Iraq dominato dalla maggioranza sciita, i radicali hanno
puntato su Moqtada al-Sadr. Nel sostenere il giovane leader iracheno in
momenti cruciali come la battaglia di Najaf, intendono far capire agli Stati
Uniti che esistono limiti precisi alla loro campagna di contrasto delle
forze filo-iraniane”. Nel sud del paese, e a Bassora in particolare, tanto
il governo centrale che i militari inglesi hanno perso quasi del tutto il
controllo del territorio, ora nelle mani delle milizie sciite, che dominano
i posti di frontiera, i porti, i giacimenti e i terminali petroliferi, oltre
a far valere la loro legge sulla popolazione”. (Renzo Guolo, Politica estera
e fazioni in Iran – in Aspenia, n°37, 2007)

18 – “Parlando a Kabul, Karzai ha sottolineato come ‘l'intenzione di
includere l'Iran con un ruolo regionale, annunciata dagli Stati Uniti, è una
cosa positiva e speriamo di sfruttare al meglio questa opportunità per il
bene dell'Afghanistan’. La prima verifica di queste nuove possibili
convergenze nel teatro di guerra afgano si avrà alla conferenza
internazionale Onu-Nato dell'Aja, in programma martedì prossimo. (
Afghanistan, Karzai: “Il piano Obama è quello che volevamo” –

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=52540&sez=HOME_NELMONDO.)

19 – “La ‘guerra settaria’ tra sunniti e sciiti, minoranza in Pakistan
(15-20%), è costata, negli ultimi sei anni, oltre 2mila morti e 4mila feriti
in quasi 2mila incidenti: una media di 100 morti l’anno che, nel solo 2004,
aveva registrato 619 vittime. […] Secondo l’International Crisis Group, gli
sciiti inizialmente risposero organizzandosi militarmente quando il generale
Zia, il dittatore che impresse al Pakistan la svolta propriamente islamica,
iniziò a foraggiare e far crescere i gruppi islamisti sunniti. Allora l’Iran
ebbe probabilmente una parte nel sostenere il movimento. […] Ma la politica
non controlla più le miriadi di gruppi armati che hanno fatto delle guerre
settarie in Pakistan l’elemento più destabilizzante della recente storia del
Paese. E che continuano a colpire ignorando gli appelli di partiti e leader
religiosi”.

(http://www.lettera22.it/showart.php?id=4195
&rubrica=74.)

20 – Due le opzioni “al vaglio”: il gasdotto Iran-Pakistan-India e quello
Tirkmenistan-Afghanistan-India

21 – Uno per tutti, ecco cosa scriveva Fulvio Grimaldi il 17 marzo 2003:
“Glielo fecero pagare usando la mannaia Khomeini, appena insediato in Iran,
dove era giunto su un aereo Usa, e già impegnato in una bisogna analoga con
lo sterminio delle sinistre laiche e islamiche che avevano fatto la
rivoluzione, poi rubata dai preti”. (Il mondo, la sinistra, l’assassinio
dell’Iraq, i partigiani – Mondocane fuorilinea).
Il 5 ottobre 2005: “[…] il pur sempre provocatore Ahmadinejad) razzista,
fondamentalista, guerrafondaio e genocida”. (L’idra a tre teste
dell’imperialismo - http://www.siporcuba.it/mcarc-4.htm). E il 27/2/06:
“L’osceno sostegno, lungo la storica linea strategica persiana, dato da
Tehran agli occupanti genocidi, con la radicalità nazionalista di
Ahmadi-Nejad aveva incominciato a pretendere un prezzo eccessivamente alto,
perlomeno per i settori più voraci del sionismo israelo-statunitense. Un
intero governo e metà del paese sotto il ferreo controllo dei viceré
iraniani Sistani e Al Hakim facevano presagire, più che un Iraq spappolato
in feudi al servizio del capitale USA, un Iran esteso fino ai confini delle
servitù coloniali americane della Penisola arabica, soggetto imprevedibile e
di portata strategica e geopolitica incalcolabile. Dunque nessuno nega, come
certe schematizzazioni di queste analisi pretendono, la contraddizione di
fondo tra un’Iran potenza regionale in espansione e un blocco
israelo-occidentale che non tollera né correi né sbavature nel proprio
controllo del Grande Medio Oriente. Ma da lì a fare dell’Iran un bastione
antimperialista significa, alla luce del criminale ruolo svolto dagli
ahyatollah sul corpo straziato dell’Iraq, dargli una del tutto immeritata
patente di compagno di strada nella lotta all’imperialismo. Sarebbe più
opportuno prendere atto che l’Iran, autentico Fregoli dell’attuale stagione
geopolitica, ha un giocatore su ognuno dei tavoli mediorientali dove ci si
contendono ruoli ed egemonie: appoggio a Hamas in Palestina e a Hezbollah in
Libano, politica di buon vicinato con gli autonomissimi signori della guerra
sciti nell’Est dell’Afghanistan, azione biforcuta in Iraq con i
secessionisti di Najaf, da un lato, e con lo pseudo-unitario Moqtada,
occhieggiante verso l’Europa, dall’altro. Con i preti di Najaf si ricattano
gli Usa, con Moqtada si vorrebbero condizionare gli europei. Un’autentica,
ovviamente cinica, politica di potenza. Nulla più”. (Burattini, burattinai e
bari al tavolo verde dell’Iraq. Samarra, l’Iran, Moqtatda al-Sadr e i soliti
noti – Mondocane fuori linea).

Ed ecco cosa scrive oggi: “Visto che siamo in tema di atrocità e menzogne,
superata la nausea con la quale abbiamo contemplato l'uscita dalla sala
della conferenza ONU sul razzismo, sotto uno sfolgorio di ipocrisia, di
alcuni bonzi europei, ci siamo ampiamente rinfrancati alla vista che la vera
comunità internazionale, quella dei quattro quinti dell'umanità, è rimasta,
ha applaudito le incontestabili parole del presidente iraniano (del quale
comunque mi fido poco) sui crimini e sul plateale razzismo dei sionisti
israeliani”. (21 aprile 2009 –
http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2009/04/intervento-al-forum-di-belgrado.h
tml). Ci piacerebbe che ci spiegasse cosa gli ha fatto cambiare idea sul
“razzista, fondamentalista, guerrafondaio e genocida”.

22 – www.uruknet.info/?p=44655;

www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1540127/Shias-order-Palestinians-to-leave
-Iraq-or-%27prepare-to-die%27.html ; Aqeel Hussein e Gethin Chamberlain (da
Baghdad), Shias order Palestinians to leave Iraq or 'prepare to die' – 20
gennaio 2007 –
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1540127/Shias-order-Palestinians-t
o-leave-Iraq-or-prepare-to-die.html)

23 – Adri Nieuwhof and Omar Barghouti, Putting words of support into boycott
action –
The Electronic Intifada, 5 maggio 2009 –
http://electronicintifada.net/v2/article10505.shtml)

24 – “Il 24 febbraio, si sono avuti violenti scontri tra i pellegrini sciiti
e le forze di polizia e di sicurezza saudite all’entrata della moschea del
Profeta Mohammed a Medina. Il momento e il luogo degli scontri potrebbero
causare gravi ripercussioni per la sicurezza interna, se non per il governo
stesso. […] Le autorità saudite percepiscono le manifestazioni sciite come
un’affermazione della politica iraniana, perché coincidono esattamente con
la celebrazione del 30° anniversario della Rivoluzione Islamica dell’Iran.
La repressione degli sciiti fa quindi parte della strategia del regno di
rispondere al tentativo dell’Iran di ottenere l’egemonia regionale”. (
La comunità sciita
dell’Arabia Saudita intende affermare i propri diritti – 26 marzo 2009 –
http://www.medarabnews.com/2009/03/26/la-comunita-sciita-dell
’arabia-saudita-intende ). Non è inoltre un caso che le regioni
del nord dove è presente popolazione sciita siano le più ricche di petrolio.

25 – “Qui l’obiettivo era l’Egitto stesso. Secondo le dichiarazioni dei
funzionari egiziani, un agente Hezbollah chiamato Mohamed Yousuf Sami Shehab
aveva già reclutato una cinquantina di giovani: libanesi, siriani, sudanesi
e palestinesi, più una dozzina di sciiti egiziani. […] Secondo fonti
ufficiali egiziane, Hezbollah intendeva lanciare una massiccia serie di
attentati terroristici. Bersagli americani e israeliani erano naturalmente i
primi da colpire, ma lo scopo era quello di destabilizzare l’Egitto e
provocare enormi manifestazioni che avrebbero potuto abbattere il regime e
portare a un pronunciamento militare. Il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah
si è tradito quando ha ammesso, nel suo discorso di venerdì, che Sami Shehab
è affiliato alla sua organizzazione e che era stato mandato in Egitto per
portare “assistenza logistica” a Hamas nella striscia di Gaza. Nello stesso
tempo, Nasrallah lanciava un virulento attacco all’Egitto condannandolo per
il blocco di Gaza e lo smantellamento dei tunnel del traffico d’armi: parole
che equivalevano a una dichiarazione di guerra all’Egitto.
A quel punto il primo ministro egiziano Ahmed Nazif dichiarava che non è
possibile scendere ad alcun compromesso sulla sicurezza del paese”. (Zvi
Mazel, Hezbollah mostra il suo vero volto al mondo arabo – Jerusalem Post,
13 aprile 2009 - h
ttp://www.israele.net/articolo,2467.htm).

26 – Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council,
Gerusalemme e Teheran: il nuovo bipolarismo – in Aspenia n°37-2007, Lo stato
degli ebrei )

27 – “Comunque stiano le cose, altri eventi segnalano invece che Israele si
sta sempre più massicciamente preparando ad una guerra, anche con proiezioni
aeree a lunga distanza, come dimostrano le esercitazioni nel Mediterraneo
della scorsa estate, gli attacchi alle istallazioni siriane e le incursione
in Sudan. E per il prossimo 2 giugno Israele ha previsto la mobilitazione
generale delle forze armate e della popolazione per quella che si annuncia
essere la più grande esercitazione nella storia del paese. Il responsabile
del comando del fronte interno, il colonnello Hilik Sofer, ha dichiarato che
una settimana di manovre che riguarderà anche la cittadinanza "trasformerà
la popolazione d'Israele da passiva ad attiva... vogliamo che i cittadini
capiscano che la guerra può scoppiare domani mattina". Secondo quanto
riportato dal sito informativo Debka, ritenuto collegato ai servizi segreti
del Mossad, il premier Netanyahu avrebbe sul tavolo un dossier che prospetta
la concreta possibilità di un grosso confronto militare nei prossimi mesi
con l'Iran, o Hamas, o Hezbollah, o addirittura tutti tre insieme. (Simone
Santini, Iran! Iran! O forse Pakistan... – 30 aprile 2009 –

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=25985.)

28 – Daniel Pipes,
Finalmente idee chiare in Israele – 22 aprile 2009 -

http://www.ebraismoedintorni.it/finalmente-idee-chiare-in-israele.

29 – cfr.: Simone Santini, Iran! Iran! O forse Pakistan... – 30 aprile 2009

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=25985.

30 – “Bisogna tenere a mente che l’Egitto è alla testa del fronte dei paesi
arabi pragmatici in lotta contro le attività sovversive iraniane in tutta la
regione. […] In questa lotta l’Egitto si trova alleato con Arabia Saudita,
Giordania e Marocco contro l’Iran e i suoi alleati: Siria, Sudan, Hezbollah,
Hamas, Jihad Islamica e altri organizzazioni minori. […] Alcuni
suggeriscono che la faida tra Egitto e Iran possa tornare a vantaggio di
Israele, me non è affatto vero. Israele ha bisogno di un Egitto stabile e
forte”. (ibidem)

31 – cfr.: USA: Obama ha già avviato trattative con Iran e Siria –
Internazionale – 3 febbraio 2009 –

http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/70610/.

32 – “Il disgelo nei rapporti con l'Iran avviamo dal nuovo presidente Usa
Barack Obama "apre una finestra d'opportunità per negoziare su tutti gli
aspetti del programma nucleare iraniano e per impegnarsi in senso più ampio
con l'Iran". E' quanto affermano i ministri degli Esteri Ue nelle
conclusioni approvate a Lussemburgo, che "plaudono caldamente" alla svolta
di Obama, confermando l'impegno a seguire l'approccio a "doppio binario":
dialogo sul nucleare da una parte, sanzioni all'Onu dall'altra”. (Apcom –
Lussemburgo, 27 aprile 2009 –
http://www.newstin.it/tag/it/118249830.)

33 – “Una nuova strategia ‘regionale’ per la crisi in Afghanistan,
attraverso il coinvolgimento dell'Iran, che affianchi l'invio di nuove
truppe americane nel Paese. […] Oltre a continuare le operazioni
anti-talebani in territorio pachistano, già lanciate dall'Amministrazione
Bush, la strategia di Obama contempla però anche una forte componente
diplomatica, fondata sul coinvolgimento dell'Iran. ‘Sarebbe utile avere un
interlocutore — ha detto al Post un alto ufficiale americano —, gli iraniani
non vogliono almeno quanto non lo vogliamo noi, che l'Afghanistan sia retto
da sunniti estremisti’”. (Paolo Valentino, Obama, a Kabul si cambia: “Più
truppe, coinvolgere l’Iran” – Corriere della Sera, 12 novembre 2008 -

http://www.ulivo.it/dettaglio/64149/Obama,_a_Kabul_si_cambia:_%C2%ABPi%C3%B9
_truppe,_coinvolgere_l'Iran%C2%BB.)

34 – Basta dare un’occhiata al sito di Iranian Workers Solidarity Network
(http://www.iwsn.org/)

35 – “Condanniamo ogni strumentalizzazione da parte dei governi stranieri in
particolare da parte dell'amministrazione americana di queste proteste; la
protesta della popolazione e degli studenti in Iran ha radici profonde nella
lotta di liberazione dal fascismo religioso e uno dei suoi punti cardine è
la lotta per l'indipendenza politica ed economica dal sistema neoliberista e
creazione di un sistema politico secolare”. (Appello di sostegno agli
studenti iraniani nelle prigioni della Repubblica Islamica e alla loro lotta
per la libertà e democrazia in Iran promosso da Organizzazione dei
Guerriglieri Fedayeen del Popolo Iraniano -
http://www.italy.indymedia.org/news/2003/07/322416.php

1 luglio 2003)

“L'apparato di sicurezza del regime è stato sguinzagliato contro gli
oppositori politici, lavoratori, donne e giovani. La marea delle lotte
giornaliere anticapitaliste dei lavoratori è stata affrontata con arresti,
con la ratificazione di nuove leggi contro la classe lavoratrice e
privatizzazioni forzate. Sotto il nuovo governo iraniano, organizzazioni
militari fasciste stanno guadagnando forza politica e militare, creando una
situazione minacciosa e inquietante per i lavoratori e l'opposizione
democratica. […] Chiamiamo a raccolta tutte le forze anticapitaliste,
gruppi politici progressisti e organizzazioni sociali affinchè si uniscano
agli attivisti della sinistra iraniana sia per opporsi ai progetti
dell'imperialismo, sia per organizzare forme pratiche di solidarietà con la
crescita del movimento contro la guerra e la repressione in Iran, capeggiato
dai lavoratori, dalle donne, dagli studenti e dalla gioventù”. ( Hands of
The People of Iran -
http://www.hopoi.org/main%20italian.html.)

36 – Il Dipartimento di Stato statunitense ha inserito il MEK nella lista
delle organizzazioni terroristiche. “I Muhajeddin del Popolo sono stati
fondati nel 1965 con l'obiettivo di combattere contro il regime dello shah.
Con l'arrivo dell'Ahyatollah Khomeini nel 1979, sono diventati nemici del
regime islamico, e sono stati accusati di aver collaborato con Saddam
Hussein durante la guerra Iran Iraq del 1980 1988. La Corte di giustizia
europea aveva dichiarato illegittimo il loro inserimento nella 'lista nera'
Ue, avvenuto nel 2002, nel dicembre 2006. Il Consiglio Ue ha reagito
mantenendo il loro status di organizzazione terroristica, ma promettendo di
motivarlo. Da quanto la giustizia europea si è pronunciata nuovamente a loro
favore il mese scorso, i rappresentanti del Pmoi hanno manifestato spesso di
fronte al palazzo del Consiglio Ue per chiedere giustizia. L'organizzazione,
tuttavia, rimane nelle liste di organizzazioni terroristiche di Usa e
Canada”. (Mujahedeen-e-Khalq – h

ttp://www.cronaca24.org/Esteri/ue-iran-pmoi-ufficialmente-tolta-da-lista-ner
a-terroristi/)

37 – fondato da alcune organizzazioni di esuli iraniani nel 2005 e
attualmente sostenuto da fuoriusciti stabilitisi in diversi Paesi. (

http://www.hopoi.org/main%20italian.html.)

38 – cfr.: No alla guerra imperialista! No al regime teocratico! (

http://www.hopoi.org/main%20italian.html.);

http://www.autprol.org/public/news/news000012923062003.htm.

39 – http://www.toufan.org/ partito del lavoro dell’Iran –
http://www.tuc.org.uk/index.cfm

40 –
http://www.hopoi.org/main%20italian.html.

41 – Peter Tatchell,
Galloway's Iranian propaganda? – 26 marzo 2008 –
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/mar/26/gallowaysiranianpropagan