GIORDANO BRUNO


(breve biografia elaborata essenzialmente sui seguenti testi: "Giordano
Bruno" di Michele Ciliberto, Laterza, Bari 1992; "Giordano Bruno" di Giovanni
Aquilecchia, Ist. Encicl. Ital., Roma 1971;
Giordano
Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste
condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre
Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri.
Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città
natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel
1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni
private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università.
Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col
nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S.
Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare
piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere.
Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità
inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di
sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era
già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di
essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i
vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel
1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in
Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio
serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di
Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura
di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di
dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da
tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per
la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.
Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali
si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia,
mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a
Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni
fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine,
rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si
diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu
sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e
soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana
Ginevra, la capitale del calvinismo.
Qui venne accolto da
Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore
della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una
esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì
formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale
università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in
cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti
errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di
diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di
scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non
senza conservare in sé un forte risentimento.
Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo
dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza
ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita, ma poté comunque ottenere
un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa
commentò il "De anima" di Aristotele.
Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte
religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di
"lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa,
cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni
sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino.
La notizia del successo
del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo (1582)
il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a
"lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs
royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona,
della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un
periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che
pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa
architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio".
Con il favore del re divenne "gentilomo"
(ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra
Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie
al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare
opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus
sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la
causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio
della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe
"La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori".
Quest'ultima opera, al pari
dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley
conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con
l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a
contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo
carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno
stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi
colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto
infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in
latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò
Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune
opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei
risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa
inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia
ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14
febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke
Greville ad esporre le sue idee sull’universo.
Due dottori di Oxford
presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio
ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a
licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che
contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese
contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano
ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio
et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di
stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico,
integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia
cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile,
all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro.
Tornato in Francia a
seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di
Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse -
su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura
prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per
avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da
oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si
affrettò a comprare tute le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la
polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota
triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più
difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio
alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo
della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico
III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente
antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura
ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo
J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva
appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la
permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per
l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna
per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali
si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio
valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza
pregiudizi religiosi.
L’orazione contiene anche un
caloroso elogio di Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo
strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà
religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina
luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli
"eroici furori" sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della
croce. Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli
"Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove,
per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo.
Ma i problemi di fondo
rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet
per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’
in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d.
"magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2
giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di
soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani.
Pubblicati tre poemi latini (De
triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a
Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera
del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni
Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I
motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi
connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi.
Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in
questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non
meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione
allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva
fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto
sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al
Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università di Padova, allora
vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il
Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi
raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di
vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli
dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B.
non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit.
pagg. 259 sgg.).
Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a
Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua
aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito
per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di
"famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra
l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in
una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole
dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale
Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche.
Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in
modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato
ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede
si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche
frase sconsiderata che potesse aver pronunciato.
Ebbe inoltre
attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni
del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione,
giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al
tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode
dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane,
nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo
processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva
ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran
peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto
costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri.
Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta
almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario",
ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A.
Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei
giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere
nella gran congerie dei documenti originali.
Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il
processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari
drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire
numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua
tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto,
lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava.
Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita
Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto
le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso.
Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare,
attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più
aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità -
per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente
incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante
rifiuto e fu la fine.
Il 20 gennaio 1600
Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la
richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato,
"eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio
secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita
ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo.
L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Cardinal Madruzzo e fu allora
che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp)
rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che
emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo
giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la
lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui,
spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente
distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte
ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e
purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e
cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del
proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per
terrori che minacciano morte" (Dialoghi Ital. a cura di G. Gentile Firenze 1985
pp. 698-99). Nel sommario del processo ci sono tramandati i capi d’accusa (24)
ma non quelli ritenuti provati nella sentenza, che peraltro ci sono così
riferiti dallo Schopp, a memoria:
1. Negare la
transustanziazione;
2. Mettere in dubbio la verginità di Maria;
3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
4. Aver scritto contro il papa lo "Spaccio della bestia trionfante";
5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
6. Asserire la metempsicosi e la possibilità che un anima sola informi due
corpi;
7. Ritenere la magia buona e lecita;
8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
9. Affermare che Mosé simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
10. Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
11 .Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
12. Opinare l’esistenza dei preadamiti;
13. Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago e che a buon diritto fu
impiccato;
14. Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti
vennero a mala fine.
Di tali errori il quarto risulta manifestamente infondato essendo lo "Spaccio"
piuttosto antiluterano che antipapista; le volgari invettive contro Cristo, i
profeti e gli apostoli dei nn. 13 e 14 sono evidentemente echi di sfoghi
contingenti di una persona esasperata. Dove il contrasto con l’Istituzione
appare insanabile è piuttosto con il nucleo centrale della dottrina del B.,
adombrato nei punti 5, 6 e 8. Non è qui il caso di approfondire il sistema
filosofico del nolano, ma il solo pensare che la terra, da centro di un limitato
universo, oggetto specifico e privilegiato dell’azione creatrice di Dio, diventi
un minuscolo puntolino in un universo infinito e tra mondi infiniti; che tale
universo è pervaso e vivificato da uno spirito divino immanente; che nel
continuo trasformarsi della vita anche le anime, immortali, informano corpi
diversi, ecc. rendeva le Scritture, Cristo, la Vergine, i profeti e i dogmi come
imperfettissime ombre di una realtà che la filosofia mostrava ben più grande, e
tutt’al più utili a tenere quieti i popoli. Probabilmente le idee di Bruno non
sarebbero mai riuscite a far presa sulle masse, a sollecitare scismi
lontanamente paragonabili a quello luterano; ma insomma di trattava, in un certo
senso, di un tentativo di sostituire una nuova "summa" sull’universo a quella
tradizionale di S. Tommaso. E questo fu considerato un pericoloso
esempio, un attentato alla supremazia della teologia sulla filosofia, della
religione sulla ragione.
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