Giordano: “D’accordo con Berlinguer, nuovo soggetto a sinistra. Da subito”
Il segretario del Prc risponde all’intervista di ieri dell’ex dirigente
ex-sinistra Ds. D’accordo anche sui tempi accelerati. “Le tappe poi le vedremo.
Ma c’è qualcosa da fare subito: spostare a sinistra l’asse del governo, sui
problemi concreti (a partire dal tesoretto) usando la nuova forza della
sinistra”
Intervista di Stefano Bocconetti
La risposta è sì. Rifondazione ci sta, insomma. Franco Giordano ha appena letto
l’intervista a Giovanni Berlinguer e non usa giri di parole per dirsi in
sintonia con lui: è d’accordo sulla necessità di dar vita ad un nuovo soggetto
politico della sinistra. Di più: è d’accordo anche sui tempi. Che devono essere
rapidi, rapidissimi. «Condivido l’ansia di Giovanni, la sua fretta. Fare presto
significa alimentare la speranza che sento circonda la proposta». Il segretario
di Rifondazione quando parla di Berlinguer usa solo il nome: Giovanni. Lo
conosce da moltissimo tempo ma non c’è solo questo. Il professore, lo studioso
di medicina sociale, il dirigente degli ormai ex diesse per Franco Giordano è
importante anche dal punto di vista simbolico. «Sì - racconta - Avevo
quattordici anni, mi avvicinavo come può farlo un ragazzo alle lotte
studentesche. Ero incuriosito da tante cose. E un prete mi suggerì un libro. Era
un saggio di Giovanni Berlinguer sull’uso sociale della scienza. Ne rimasi
affascinato al punto che decisi di iscrivermi alla federazione giovanile
comunista». Ora tutti e due – chi scriveva e chi leggeva – sono leader politici.
Il primo, Berlinguer ha fatto una proposta che, in parte, anticipa la stessa
idea che tirerà fuori la sua componente, quella che fino ieri si chiamava «correntone»:
unire in un’unica formazione tutto ciò che «di buono si muove alla sinistra dei
democratici».
E il secondo, Giordano, cosa replica?
Condivido integralmente il progetto. E sono d’accordo con lui anche sulla
necessità dei tempi accelerati.
Ma perché, secondo te, oggi c’è questa possibilità?
Soprattutto per una cosa. Perchè credo che oggi ci siano le condizioni nella
società. Ma insomma vediamo cosa è avvenuto davvero in questi anni...
E cosa è accaduto?
Dopo Seattle, alla fine del secolo scorso, quello straordinario movimento
antiliberista è riuscito a riverberarsi a Genova, è riuscito a diventare
concreto anche in Italia. Cambiando radicalmente tutto, anche a sinistra. E
quella soggettività sociale, quella che s’è definita “il movimento dei
movimenti”, è riuscita ad aprire un orizzonte nuovo. Noi, noi Rifondazione
intendo, abbiamo avuto l’intuizione che quell’esplosione di soggettività sociale
avrebbe cambiato anche noi. Altri sono, invece, andati in direzione opposta.
Stai parlando del partito democratico, immagino?
Sì. E non sto parlando solo della sua collocazione nello scacchiere politico.
Sto parlando di qualcosa di più profondo, di più inquietante. Ma, insomma: dopo
quella straordinaria stagione che ha posto domande drammatiche alla politica,
cosa accade? Accade che i diesse scelgono di dare una risposta che è tutta
dentro la logica separata della politica. Una risposta che è quasi simbolica di
come la politica possa essere impermeabile. Una risposta che nega esattamente
quelle soggettività che si sono manifestate in questi anni.
Ma ora un “pezzo” di quel partito, s’è staccato. E chiede al resto della
sinistra di ridisegnarsi completamente. Di unirsi, di trovare le forme di una
nuova possibile collaborazione.
E io sono d’accordo. Sono in totale sintonia con i tratti di questo nuovo
soggetto così come li disegna Giovanni. Anch’io penso che debba essere costruita
rapidamente e che abbia una chiara, riconoscibile impronta antiliberista e
pacifista.
Pensi a qualcosa di simile alla Linke tedesca? Insomma, il progetto che hai, che
avete, può prendere a prestito qualche modello internazionale?
Continuo a restare all’intervista di Giovanni. E mi intriga molto il discorso
che ha fatto sull’America Latina. Coglie aspetti importanti. Perché è
indiscutibile che, al di là delle diverse, singole realtà, quel continente sta
vivendo una stagione nuova. C’è un enorme protagonismo dei paesi, dei governi,
dei movimenti che li animano, in rapporto con le persone, con le comunità. E, se
ci pensi, tenendo sempre comunque a mente le dovute differenze, sempre
considerando, insomma, che le due realtà non sono paragonabili, se ci pensi,
dicevo, è proprio l’obiettivo che poniamo noi alla sinistra: investire
sull’Europa, sul nostro continente. Investire sui movimenti sociali europei,
credere nel rapporto con le comunità, con le forme di autorganizzazione che
nascono dai conflitti. Posso fare una battuta?
Ovviamente.
In questi giorni, nei giorni del congresso di Firenze, tanti osservatori hanno
definito quella fra Ds e Margherita come una fusione a freddo. Ecco al contrario
io immagino, quella nuova della sinistra, come “una soggettività calda”. Che
nasce nel vivo dei conflitti. Che cominci a delineare, già nelle sue vertenze,
nelle sue battaglie, un’alternativa di società. Che cominci a disegnare un’altra
società possibile, altre relazioni fra le persone. Basate sui valori della non
violenza.
A proposito: Giovanni Berlinguer ha detto che la scelta della non violenza di
Rifondazione è stato il vero elemento che potrebbe rendere possibile l’unità
delle sinistre.
L’ho letto e lo ringrazio. E mi pare un riconoscimento decisivo. Anche se...
Anche se cosa?
Una cosa vorrei dirla a Giovanni. Lui sostiene che la nostra scelta è stata
prima etica che politica. Mette molto l’enfasi sul carattere morale. Non è
esattamente così. Per noi la “non violenza” è soprattutto una scelta politica.
Perché implica l’abbandono di tante suggestioni del secolo scorso che puntavano
alla presa del potere. O del governo, fa lo stesso. No, la “non violenza” porta
con sé anche l’idea che il nostro obiettivo non è il ricambio delle classi
dominanti ma la trasformazione sociale. Cambiare la vita, la vita concreta delle
persone, le forme di governo. Nessuna presa del palazzo, insomma. Piuttosto una
trasformazione molecolare, i cui protagonisti siano i soggetti che si
autorganizzano. Se vuoi una forma mutuata più dalle esperienze del femminismo,
dei nuovi movimenti per la pace piuttosto che dalle vecchie forme del
socialismo.
Insisti molto sul sociale, sul carattere innovativo che dovrà avere la sinistra
prossima ventura. Berlinguer, e tanti con lui, insistono però anche molto sul
fatto che le attuali forme della sinistra – i partiti, insomma – dovranno
mettersi assieme. Sei sicuro che la tua strada e quella di Berlinguer siano
proprio la stessa cosa?
Sia chiaro: io non faccio alcuna discriminazione verso nessuno. Però non si
scappa dal nodo centrale: la cifra del nuovo soggetto della sinistra dovrà
essere un’idea alternativa della società, dovrà essere l’innovazione politico
culturale. Non ci si può limitare a mettere insieme l’esistente.
Per capire ancora meglio: perché oggi si può fare e per esempio prima delle
elezioni non si poté realizzare la proposta Asor Rosa di una lista comune di
tutta la sinistra?
Appunto perché quella proposta si limitava a fotografare quel che c’era. Oggi,
ti ripeto – e credo anche su questo di essere in sintonia con Giovanni – c’è una
dinamica sociale che richiede di costruire una nuova soggettività. Dentro una
logica che esce dalla separatezza della politica.
Le tappe di questo percorso? Come lo immagini?
Le tappe concrete le vedremo. C’è l’appuntamento del 5 maggio, l’assemblea
nazionale della ex sinistra diesse. C’è il 16 giugno l’avvio della fase
costituente della Sinistra europea. Ma io dico di più. E parlo delle cose da
fare ora, adesso. Domani mattina.
Quali?
Vedo che il partito democratico si è autoattribuito la definizione di guida,
motore della coalizione oggi al governo. La prima cosa che viene da dir loro è:
ma chi vi ha dato la patente? Al di là delle battute, credo che siamo ad un
passaggio decisivo per delineare l’identità politica e sociale del governo
dell’Unione. Perché è irrinviabile l’apertura della stagione che abbiamo
chiamato del “risarcimento sociale”.
I soldi “del tesoretto”, giusto?
Giusto. Che certo non potranno essere distribuiti come pretenderebbe Padoa
Schioppa. Non è accettabile. E su questo vorrei che la sinistra, tutta, trovasse
subito le forme di coordinamento possibile per un’iniziativa unitaria. E ancora:
sta per partire la vertenza contrattuale dei metalmeccanici. Le stesse forze,
questa sinistra è disposta, unitariamente, a fare da sponda politica a quella
vertenza? E’ disposta a dare voce ad una categoria che da troppo tempo è senza
rappresentanza politica? Ecco queste sono le cose da fare subito, ora.
Stai dicendo di spostare a sinistra l’asse della coalizione. Anche se – ad
essere sinceri – i discorsi, come quelli di Marini al congresso della Margherita
vanno nella direzione opposta: c’è chi immagina governi senza Rifondazione.
Noi abbiamo espresso lealtà ad un governo dell’Unione fondato su un mandato
preciso e su un programma. E bisogna sapere che chi tenta di modificare in senso
moderato tutto ciò crea condizioni di instabilità e produce una rottura col
popolo dell’Unione. Questo vale anche per il futuro.
Che vuoi dire?
Che l’appartenenza ai futuri governi dipenderà dalla natura dei programmi e
dalle relazioni coi movimenti. Per essere chiari: la collocazione del governo
non può essere un ”a priori”, ma una scelta che va verificata socialmente e
politicamente.
Prima parlavi della Sinistra europea. Ma dì la verità: è difficile dare vita ad
un soggetto che probabilmente già all’atto di nascita discuterà gli strumenti
per superarsi.
E qui sbagli. Sbagli di grosso. La sinistra europea, come Rifondazione, non è a
tempo, se è questo quello che mi chiedi. La Sinistra europea è l’approdo di un
percorso che abbiamo cominciato fin da Genova. Guai a fare confusione. Si
ricadrebbe nel drammatico errore, fatto da Fassino e Rutelli, per cui conta
esclusivamente il contenitore. Noi nasciamo aperti, aperti al confronto con
tutti. Ma quello è il luogo che abbiamo scelto per elaborare le nostre proposte,
il nostro progetto. Ma insomma, non vedo perché dovremmo rinunciare alla nostra
identità. Esattamente come non chiederemo a nessuno dei protagonisti che
immaginiamo nel nuovo soggetto unitario della sinistra, di rinunciare alla loro.
Sarebbe sbagliato, improponibile.
Un’ultima cosa: secondo te la débâcle della sinistra francese ha accelerato la
discussione in Italia sulla riaggregazione della sinistra?
E’ indubbio che lì la sinistra radicale è stata penalizzata dalla logica del
“voto utile”. Che ha premiato la Royal contro un candidato di una destra
pericolosa che forse non abbiamo ancora analizzato a fondo. Capace di legare i
vecchi elementi xenofobi e autoritari con discorsi di chiara impronta sociale.
Molti hanno votato per paura, insomma. Ma resta anche, credo, la mancata
innovazione delle forze della sinistra radicale francese. Incapaci, mi sembra,
di proiettare in una dimensione continentale lo straordinario movimento che si è
opposto alla Costituzione liberista.
E quel voto cosa insegna all’Italia?
Una cosa riguarda tutti.
Quale?
Una riflessione sul sistema elettorale, per esempio. Il doppio turno costringe
ora tutti e due i candidati a rincorrere i voti del centro. Snaturando
paradossalmente la stessa logica bipolare che pure era sottesa a quel sistema di
voto.
L’altra cosa?
Riguarda la sinistra. E ci conferma che fuori dal rapporto coi movimenti non
esistono chance di successo.