L'abolizione della guerra
non è un'utopia di sinistra
di Gino Strada
Caro direttore,

«Sostiene una parte della sinistra radicale... che l´Italia non debba mandare
in Afghanistan soldati: semmai medici. Non
blindati: ospedali da campo. Non aerei da combattimento: sale operatorie» ha
scritto ieri Guido Rampoldi. «È una idea di » ha precisato subito dopo. Non so
perché il signor Rampoldi si diverta a classificarmi di fatto come appartenente
alla «sinistra radicale». Io sono contro la guerra. Non perché la pace mi sembri
«un valore di sinistra». Sarebbe azzardato, e poco rispettoso della Storia
passata e recente. Sono contro la guerra per la violenza di massa che ogni
guerra erutta, e di cui ho visto molti tragici frammenti in vent´anni di
lavoro tra i conflitti. Sono contro la guerra perché ne ho conosciuto le
vittime. Sono contro la guerra perché credo sia necessario e urgente disegnare
un mondo non più basato sulla violenza e sulla aggressione militare, economica,
culturale, ambientale.
Nel 1932 a Ginevra, Albert Einstein dichiarò in conferenza stampa ai giornalisti
di tutto il mondo: «La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire». Anche
se oggi molti «opinionisti» bollerebbero il pensiero di Einstein di mancanza di
realismo, di utopia, forse anche di stupidità, io sono convinto che Einstein
avesse del tutto ragione. Confesso anche di credere fino in fondo in un altro
documento importante nella Storia umana quale il Manifesto del 1955 di Bertrand
Russell e dello stesso Einstein. Rivolgendosi «da esseri umani» ai governanti
del mondo, e insieme alla coscienza di tutti, i due scienziati scrissero:
«Questo allora è il problema che vi poniamo davanti, reale, terribile, non
eludibile: dobbiamo mettere fine alla razza umana oppure l´umanità deve
rinunciare alla guerra?». L´alternativa è questa, non altra. L´abolizione della
guerra è la prima garanzia di futuro per l´umanità e per il pianeta. Finché la
guerra resterà tra le «opzioni possibili» di fronte a problemi anche gravi, ci
sarà sempre chi – per una ragione o per l´altra – finirà col ricorrervi.
E guerra, nel Terzo millennio, significa impiego (presente, imminente o futuro)
di tecnologie di distruzione di massa un milione di volte superiori alla bomba
di Hiroshima. Vogliamo entrare – se già non ci siamo – nella roulette del
rischio, anche se in palio ci potrebbe essere, come dice Noam Chomsky, «la fine
dell´esperimento umano»? L´umanità deve rinunciare alla guerra. Utopico, ma non
più di quanto fossero utopiche, nei decenni e secoli passati, l´eliminazione del
vaiolo o l´abolizione della schiavitù. Semplicemente, non si erano ancora
realizzate. Penso, banalmente, che l´abolizione della guerra – che ha anche
bisogno di una nuova etica e di nuovi comportamenti collettivi basati sulla
costruzione e la pratica dei diritti di tutti – sia la cosa più bella, razionale
e intelligente che gli esseri davvero «umani» possano fare. Non è utopia «di
sinistra», o di «sinistra radicale». È un lavoro e un compito che sta di fronte,
ancora cinquant´anni dopo, a tutti «gli esseri umani, membri della specie Homo,
la cui esistenza minaccia di non continuare», come scrisse Russell.
In Emergency troviamo sintonie con quelle parole: nascono dal nostro lavoro,
creare ospedali. Luoghi «ospitali» dove chi ha bisogno, senza discriminazione
alcuna, viene curato perché è suo diritto, non nostra discrezione. Non è «una
idea di Gino Strada», è la pratica di Emergency. Il senso della nostra presenza
in Afghanistan è tutto dentro il milione e centomila persone curate in sette
anni in questo Paese. Un piacevole «effetto collaterale» è che si stabiliscono
spesso rapporti di solidarietà e amicizia con molte persone di qui. «Taliban e
bande alleate hanno preso ad uccidere i medici e gli infermieri... se dunque un
qualche migliaio di medici europei – asserisce Rampoldi – si sparpagliasse per
il sud dell´Afghanistan senza alcuna protezione militare, i più non
arriverebbero vivi alla fine della settimana». Emergency ha un Centro chirurgico
per vittime di guerra a Lashkargah, nel profondo sud talebano, come si usa dire.
Un ospedale intitolato a un grande uomo di cultura e di pace, Tiziano Terzani.
Da anni a Lashkargah i nostri medici e infermieri, molti italiani, ma anche
inglesi, statunitensi, russi, canadesi... lavorano e addestrano il personale
afgano, e incontrano il rispetto e perfino l´affetto della popolazione. Sono
arrivati stanchi, ma vivissimi, a più di cento fine settimana. Non è la
«protezione militare» che protegge i medici, signor Rampoldi. I medici sono
protetti quando e in quanto si comportano da medici, al servizio solo dei
bisogni di esseri umani sofferenti. Senza distinzioni. Quando si agisce «da
medici» – e non da medici «di supporto» ad altre operazioni – la protezione
militare non solo è inutile, diventa fattore di rischio. Per noi e per i nostri
pazienti. I cartelli «Niente Armi» che stanno alla porta di tutti i nostri
ospedali non sono lì per caso. Senza armi intorno, si è più protetti.