Gaza, Hamas conquista il quartier generale di Fatah



Incerta la sorte del governo di coalizione

di Anna Maria Bruni

In queste ore Hamas ha preso il controllo quasi totale della Striscia di Gaza, a seguito dell’assalto da parte islamica del quartier generale della Sicurezza preventiva a Gaza City, il principale arroccamento dei miliziani di Fatah, fedeli al presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen. Da oggi sul quartier generale sventola la bandiera verde islamica di Hamas. Almeno quattordici membri di Fatah sono morti nella battaglia, e si parla di esecuzioni sommarie in strada di appartenenti a Fatah, ma al momento non vi sono conferme. Hamas ha deciso di trasformare la sede della Sicurezza preventiva in un centro per la diffusione dell'Islam, e chiesto a
Fatah di cedere entro un’ora un’altra sede della sicurezza a Gaza City. In risposta le forze di sicurezza di Fatah hanno arrestato otto attivisti di Hamas in Cisgiordania, tra i quali un leader religioso locale.

I combattimenti di Gaza, che avevano già causato almeno 83 morti in una settimana, erano ripresi con violenza giovedì all'alba. Tramite la propria radio, Hamas aveva dato un ultimatum ai difensori: sarebbe stato loro consentito di allontanarsi entro le 9,20 (le 7,20 in Italia). Scaduto il termine, è iniziato il bombardamento. Un miliziano di Hamas è stato ucciso nella notte a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. I combattimenti tra palestinesi si stanno estendendo anche in Cisgiordania, dove soldati israeliani hanno ucciso a Qalqiliya un palestinese armato membro delle Brigate dei martiri di al-Aqsa.

Da Ramallah, in Cisgiordania, il comitato esecutivo dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) ha raccomandato lo scioglimento del governo di unità nazionale dell'Anp, nel quale siedono anche esponenti di Fatah e indipendenti, ma che è guidato dai radicali di Hamas. Lo hanno riferito fonti della stessa Olp, al termine della riunione di emergenza convocata dal presidente palestinese Abu Mazen nel suo quartier generale a Ramallah, dove erano presenti anche delegati del comitato centrale di Fatah, il partito che a lui fa capo. In precedenza fonti riservate avevano riferito che Abu Mazen stava «prendendo seriamente in considerazione» l'ipotesi di «sciogliere» l'esecutivo unitario, reso ancora più fragile dai sanguinosi scontri in atto soprattutto a Gaza. Ipotesi che è poi divenuta realtà.

Nel frattempo Israele ha per ora deciso di non intervenire militarmente a Gaza, evitando così ogni possibilità di cadere sotto il controllo di Hamas. Lo ha confermato Miri Eisin, portavoce del primo ministro Ehud Olmert. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha reso noto di aver parlato con il Consiglio di Sicurezza dell’invio di una forza multinazionale a Gaza, dopo che la possibilità era stata già sollevata sia da Fatah e che da parte israeliana. Mercoledì l'Unione europea aveva giudicato “prematura” l'idea di inviare soldati a Gaza, trovando l’accordo del segretario generale dell’Organizzazione della Conferenza islamica, Ekmeleddin Ihsanoglu, che si era detto assolutamente contrario al dispiegamento di una forza multinazionale a Gaza. Anche Hamas si è detta nettamente contraria.

Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, entrando nel merito delle ipotesi di intervento Onu, ha dichiarato: “Bisogna esaminare seriamente le ipotesi alle quali in queste ore anche il segretario dell'Onu si è riferito”, ha detto, “cioè un intervento internazionale che dovrebbe fare leva sui Paesi arabi collegato a un piano di carattere umanitario”. L’intervento di una forza internazionale nella striscia di Gaza era stato proposto “molto tempo fa” dal governo italiano, ha ricordato D'Alema, ma “venne respinto. Nel frattempo la situazione si è degradata, ed è sempre più complessa”. Secondo D'Alema serve innanzitutto un sostegno di carattere economico “per poter aprire una concreta prospettiva politica e la nascita di uno Stato palestinese”. A quali condizioni è la domanda che non trova risposta, se un governo eletto legittimamente dal popolo palestinese ma non gradito né alla minoranza, né ad Israele, né al resto dell’Occidente, non ha potuto neanche essere messo alla prova, se non dell’embargo e di ogni altra possibile ostilità, pagata con la fame la miseria dilaganti di un intero popolo.


Roma, 14 Giugno 2007