G8 di
Genova, un poliziotto ammette: quella notte alla Diaz li abbiamo massacrati

Testimonianza choc in aula del vice questore Fournier: ho
mentito. La commissione d’incihesta su quei fatti ora appare non più rinviabile
di Checchino Antonimi
Accidenti se fu una ‘notte cilena’ quella nella scuola Diaz, tra il 21 e il 22
luglio del 2001. A ripensarci quasi sei anni dopo Michelangelo Fournier utilizza
un’espressione che farà epoca: “Sembrava una macelleria messicana”. Le vittime
della Diaz, però, preferiscono la formula di “perquisizione all’italiana”. Più
di 40 feriti, anche gravissimi e 93 arresti illegittimi. Il portavoce del
Vicinale, quella stessa notte, sostenne trattarsi di una “normale
perquisizione”.
Fournier, romano, all’epoca vicequestore aggiunto, lo ha detto chiaro e forte a
chi lo interrogava ieri nel Palazzo di Giustizia genovese. Perché il
vicequestore aggiunto era il braccio destro di Vincenzo Canterini, nel primo
reparto mobile di Roma, la Celere, e guidò all’interno del dormitorio del Genoa
social forum, che ospitava sfollati dal nubifragio di due notti prima,
l’irruzione del più nutrito dei reparti che presero parte alla “macelleria
messicana”: quel reparto sperimentale, nato per il G8 genovese, con celerini di
ogni parte d’Italia addestrati all’uso dei tonfa e s sciolto all’indomani dei
misfatti nella scuola. Perché non l’avesse mai detto prima d’ora, lui dice che
gl’è mancato “il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei
poliziotti”. Allora disse di aver trovato solo gente già ferita. Come il suo
capo di allora, sentito dallo stesso tribunale pochi giorni fa. La stessa
versione fornita dal portavoce del Vicinale ai cancelli della Diaz mentre
uscivano decide di manifestanti martoriati in barella: “Feriti negli scontri di
stamattina”, si sentirono raccontare i cronisti.
Sì, a perché Fournier mentì? “Per spirito di appartenenza”.
Fournier è uno dei 28 tra agenti e funzionari sotto processo per violenza,
lesioni, falso e calunnia. Ha raccontato, unico, finora, di quattro colleghi,
due con la cintura bianca sull’uniforme “atlantica” e due in borghese con la
pettorina. “Erano al primo piano e infierivano su una decina di persone a
terra”. Con quelle divise potevano essere dello Sco o dei reparti di prevenzione
crimine. Per lui è importante che non fossero dei suoi. E’ lo spirito di corpo
di cui sopra. Che poi le vittime della Diaz ci pensano un attimo e gli mandano a
dire, a stretto giro, che semmai proprio lo spirito di corpo lo avrebbe dovuto
spingere a raccontare tutto e subito.
Comunque l’opera di quei quattro lo terrorizzò, così ricorda: quando ha “visto a
terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue” Fournier crede che
stia morendo. Deve spintonare i colleghi per farli smettere. Ricorda
spontaneamente che uno di loro si portò la mano all’inguine e mimò col bacino
l’atto sessuale.
Poi però è meno credibile quando dice di non conoscere nessuno dei “macellai
messicani”, almeno secondo i legali delle parti civili. Uno di loro, Emanuele
Tambuscio, sottolinea a Liberazione che Fournier conferma quanto gridato dalle
vittime fin dal primo giorno: che non ci fu resistenza agli agenti, forse 300,
in azione quella notte. Ma Fournier non fa nomi, non firma verbali ufficiali ma
solo una relazione a uso e consumo del suo capo e con le medesime reticenze
riserevate ai magistrati per salvare il buon nome della polizia.
Di fronte alle domande dei pm Zucca e Cardona Albini, continua a ricordare.
L’aveva annunciato che al processo avrebbe detto la sua verità. Così dice che
pensava che la ragazza a terra fosse spacciata. Cacciò un grido e fece
allontanare i picchiatori. I grumi di sangue intorno alla donna gli sembrarono
materia cerebrale. Chiese a un’altra ragazza, che aveva una cassetta di pronto
soccorso, di stare accanto alla manifestante ferita ma di non muoverla. Non
avrebbe scommesso una lira sulla sua sopravvivenza. Ordina per radio ai suoi
uomini di lasciare subito la scuola e di chiamare le ambulanze. E chiarisce pure
che “sicuramente nella scuola c’erano persone che hanno fatto resistenza, issato
barricate, per cui non mi sento di dare patenti di santità a tutti gli occupanti
dell’edificio”. Ma dice anche di non poter escludere “in modo assoluto che
qualche agente del mio reparto abbia picchiato” ed esclude di aver visto lanci
di oggetti. Manco i suoi, infatti, sarebbero in odore di santità. E chiarire chi
entrò per primo nella scuola è uno dei nodi del processo, Come la catena di
comando. Fournier ha spiegato che sia Canterini che Mortola, allora capo della
Digos genovese, prendevano ordini da due altissimi funzionari, il prefetto La
Barbera che guidava l’Ucigos, ora deceduto, e Francesco Gratteri, all’epoca
direttore dello Sco, il servizio speciale operativo. E poi promosso questore di
Bari.
Sempre Fournier ha raccontato di aver visto il vicequestore Troiani, quello che
avrebbe portato le due molotov nella sucola per avallare la tesi dell’irruzione
a caccia di Black Bloc. Era accanto alla camionetta con il casco della celere di
Roma. Caschi e cinturoni di quel tipo, quei giorni, sarebbero stati distribuiti
anche ad altri reparti mobili.
Graziella Mascia, la deputata del Prc che seguì la prima blanda indagine
conoscitiva, torna a chiedere – con Russo Spena e Grassi, con l’eurodeputato del
Prc Agnolotto, nel 2001 portavoce del Gsf, il verde Cento, il mussiano Leoni,
Sgobio del Pdci – due cose scritte già nel programma dell’Unione: una vera
commissione parlamentare, e l’istituzione del codice alfanumerico a “garanzia
dei cittadfini e a responsabilizzare gli agenti”. Se fosse stato usato a Genova
sapremmo i nomi dei macellari messicani. E il governo, suggerisce Francesco
Caruso, deputato Prc, si prenda le sue responsabilità: “Rimuovendo e non
promuovendo”.
(Liberazione, 14 Giugno 2007)