Il Führer e il prelato,
cattolici con la svastica

su Il Manifesto del 06/10/2006
L'apertura degli archivi del vescovo filonazista Alois Hudal, rettore per
decenni del Collegio pangermanico di Santa Maria dell'Anima a Roma ripropone la
necessità di una analisi in profondità dei rapporti tra la gerarchia cattolica
tedesca e l'ideologia hitleriana
Da tempo, ormai, il dibattito storiografico sui rapporti tra chiesa cattolica e
Germania nazista sembra essersi impantanato sull'enigmatica figura di Pio XII.
Ben sapendo che una porzione consistente delle carte resta ancora sotto chiave
negli archivi vaticani (ognuno ha i suoi tempi, per carità) si continuano a
costruire le ipotesi più fantasiose sui presunti silenzi del pontefice, sul suo
presunto antisemitismo, sulle sue presunte responsabilità nelle vicende legate
al secondo conflitto mondiale e all'Olocausto, quasi fosse questa la sola cosa
essenziale. Certo il reality - vero o falso che sia - vende discretamente bene e
a molti, in fondo, imbastire polemiche conviene.
Ma sul serio non c'è dell'altro? Sul serio, per comprendere in che modo - tanto
per iniziare - il cattolicesimo tedesco reagì alla virulenta ondata hitleriana e
alla demolizione definitiva della Repubblica, non possiamo prescindere dal
povero Pacelli, e provare a ritagliare un numero esauriente di casi empirici, da
cui dedurre - come richiederebbero le leggi più elementari della storiografia -
situazioni, convergenze ricorrenti e eventualmente una prima interpretazione? «Guré,
guré behet kalaja» recita un antico proverbio albanese: pietra su pietra, si fa
il castello.
Un prelato arrivista
Gli spazi di lavoro, del resto, sono ampi e variegati. Talvolta, persino al di
qua del Brennero: come ci dimostra il Collegio Pangermanico di Santa Maria
dell'Anima in Roma, che con un doveroso gesto di coraggio (tardivo anch'esso, ma
comunque ammirevole) inaugura oggi l'apertura agli studiosi degli archivi
personali di monsignor Alois Hudal. Il passaggio è di notevole importanza, anche
se forse sull'infame Netzwerk Odessa saranno poche le sorprese. I novantasei
faldoni hudaliani, infatti, oltre a gettare luce sulla personalità (contorta e
arrivista) dell'autorevole prelato austriaco, a confermare in maniera non più
discutibile le tristi immagini affrescate da Ernst Klee nei suoi brillanti
reportage (tradotti in italiano in Chiesa e nazismo, Einaudi 1993) e a suggerire
nuove piste di ricerca, mettono bene in risalto l'ingombranza fastidiosa
dell'enorme piattaforma mentale e culturale offerta da ampi settori del
cattolicesimo di ambientazione germanica alla presunta «rivoluzione nazionale»
ventilata dal Führer e dal suo movimento.
Le simpatie di monsignor Hudal per il nazismo non sono una novità per nessuno né
si dimentica che, ancora nei primi anni '60, fu lo stesso rettore emerito del
prestigioso istituto pontificio a ribadire con superbia, dall'esilio forzato di
Grottaferrata, tra le righe dei Römische Tagebücher (i «Diari romani»), la sua
tesi ributtante: sempre meglio Hitler che la paccottiglia giudeo-bolscevica, la
democrazia socialdemocratica o per contro il capitalismo americano. E ai forni
polacchi neanche un accenno, una allusione di pietà.
Trent'anni addietro, inoltre - al chiaro scopo di convincere le gerarchie
ecclesiastiche e i cattolici più «illuminati», e tuttavia ancora timorosi, circa
l'intrinseca bontà o recuperabilità in chiave cristiana del nazismo - Hudal
aveva dato alle stampe il ponderoso trattato Die Grundlagen des
Nationalsozialismus («I fondamenti spirituali del nazionalsocialismo»,
Lipsia-Vienna, 1936).
Condanne in contumacia
Nessuno sgomento, dunque, nel ritrovare, tra i forzieri rinascimentali
dell'Anima, obbrobri clamorosi quali la dedica del volume al dittatore tedesco
(«Al Führer del Risorgimento tedesco. Al novello Sigfriedo della grandezza e
della speranza della Germania - Adolf Hitler») o la copia del telegramma datato
15 luglio 1937, con cui Hudal, ormai vescovo titolare di Ela, esprimeva alla
dirigenza del Reich le proprie cordiali congratulazioni per la buona riuscita
dell'Anschluß. Di fronte a simili sbottate lo sdegno è sacrosanto. E tuttavia,
condannare in contumacia i monsignori - com'è d'uso da almeno mezzo secolo -
basta davvero a far progredire la ricerca? Evidentemente no. Quel che serve,
semmai, è afferrare le radici nel profondo, stabilire legami verosimili tra il
presente e il passato - e poi, è ovvio, agire e contestare se necessario. È una
questione anche di strategia: per poterlo sconfiggere, prima bisogna conoscerlo,
il nemico. Ma da questo punto di vista è desolante constatare quanto
superficiale sia stato finora, in generale, l'approccio analitico al fenomeno
del consenso cattolico nei confronti dei regimi autoritari fioriti in mezza
Europa tra le due guerre mondiali. Che non si sia compreso come il sostegno di
Hudal al nazismo, lungi dal rappresentare il singolare esito patologico di una
qualche deviazione individuale, riassuma in miniatura una intera stagione
teologico-intellettuale, e forse persino magistrale, precisamente questo è
grave.
Ma cosa dicono le fonti? In realtà, le più recenti acquisizioni documentarie, e
segnatamente gli scritti di monsignor Hudal, suggeriscono la netta impressione
che, specie nei primi ventiquattro mesi di dittatura - sullo sfondo della
modernità illuminista e liberale, della secolarizzazione, del Kulturkampf
«d'infausta memoria» e della minacciosa rivoluzione d'Ottobre - sia scattata una
sciagurata interferenza tra la profezia ideologica divulgata, e in parte poi
inverata, dalla Nsdap (il partito nazista) e le correnti teologiche più avanzate
dell'epoca. Nella congiuntura di sofferta transizione scaturita da Versailles,
contrassegnata dalla depressione economica e dal radicalizzarsi del conflitto
sociale, la lezione aristotelico-tomista e agostiniana (mediata tra Otto e
Novecento da pensatori neoscolastici del calibro di Josef Kleutgen, di Martin
Grabmann, di Erich Przywara) sembra infatti aver fornito ai genî più volenterosi
- tra cui Hudal in prima fila - il presupposto logico necessario per tradurre in
certe istanze restaurative della condizione di Ordine la riproposizione del
primato, tutto medievale, del dato oggettivo su quello soggettivo, dello stato (civitas)
e dell'auctoritas sul contrattualismo illuminista, dell'unità responsabile sugli
egoismi frammentari e particolaristici. In tal modo, la collaborazione con il
nuovo stato avrebbe potuto concretizzarsi (e si concretizzò, sovente) intorno a
quattro poli fondamentali.
La coscienza tedesca
Prima di tutto l'impero, perché l'unico schema politico-istituzionale in grado
di salvaguardare l'ordine cristiano della creazione, l'ordine buono vero e
giusto del reale (natürliche Weltordnung), era quello in cui l'autorità derivava
da Dio e non dall'uomo, cioè dalla repubblica democratica: come del resto
esigeva la migliore tradizione nazional-germanica che, a prescindere dalla
volgare retorica hitleriana, contemplava già per conto suo il Führerprinzip
autoritario. Al riguardo, basti pensare al caso paradigmatico di Otto von
Bismarck. In secondo luogo l'unità, perché del Kulturkampf, almeno una
conseguenza non potrà mai esser posta in discussione dagli storici: aver
approfondito l'infausta spaccatura ereditata da Lutero, frantumando
ulteriormente la coscienza nazionale dei tedeschi e generando, nei cattolici, la
sgradevole sensazione di essere, in fondo, una minorità ingiustamente
perseguitata dallo Stato. Ma cosa sventolava il buon Ottone redivivo, sotto il
naso dei tedeschi, se non proprio la solenne immagine programmatica della
Volksgemeinschaft, della Volkswerdung ossia dell'agognata riunificazione di
tutti i Volksgenossen (termine che non si traduce in italiano con «cittadini»,
ma piuttosto con «membri» cioè «fratelli nel sangue, nella lingua e nella terra
condivisa») nella ritrovata comunità nazionale ed ecclesiale? Terzo punto, la
totalità: sin dai tempi di Pio IX, il magistero ufficiale aveva adottato
l'antica visione teologica, anche questa di chiara matrice patristica e
aristotelico-tomista, secondo la quale, nei limiti della Creazione divina, la
sfera politico-civile si vedrebbe destinata, secondo natura, ad armonizzarsi
alla dimensione religiosa e sovrannaturale, pur restando entrambe ermeticamente
separate. Ed ecco, se da un lato la politica religiosa del regime in via di
normalizzazione a nient'altro mirava che alla spoliticizzazione coatta delle
chiese in quanto associazioni tra le tante, dall'altro lato larghi settori del
cattolicesimo tedesco non disdegnarono affatto la formula del «cristianesimo
positivo», che avrebbe permesso loro di affossare, insieme agli altri partiti
d'epoca liberale, il Zentrum scellerato, riducendo la chiesa al suo più genuino
ufficio spirituale. Infine, il corporativismo organicista: con rara fermezza,
nell'enciclica Quadragesimo anno, Pio XI aveva preso posizione contro «la lotta
di classe fratricida fomentata dal bolscevismo marxista», invitando i cristiani
a ristrutturare il corpo sociale in direzione sia della definitiva redemptio
proletariorum sia, soprattutto, della berufsständische Volksordung. Questa
espressione - legata per definizione ai concetti di natura (Natur), di ordine
cosmico naturale (natürliche Ordnung) e di ordine stabilito da Dio (gottgewollte
Ordnung) - non gode di una traduzione immediata in italiano ma è densa di
significato perché sottende una forte valenza non solo metafisica, ma anche
etica. Stando alla lettera, infatti, essa raffigura per un verso quell'Ordine
ideale, quell'articolazione «ontologica» che il Volk (che non vuol dire «popolo»
quanto piuttosto «nazione», anch'essa creata nel sangue dalla mano paterna di
Dio) tenderebbe ad assumere in ragione dell'attuazione da parte di ogni suo
membro delle proprie doti naturali (natürliche Fahigkeiten) ma per un altro
verso, anche, quella realtà comunitaria (Gemeinschaft, non Gesellschaft) che,
strutturandosi per ceti o corporazioni professionali (Berufstände,
berufsständische Körperschaften), esclude o congela la possibilità stessa della
mobilità sociale: giacché, in quella prospettiva, «professione» significa né più
né meno «risposta a una vocazione naturale» (si pensi a Max Weber). Ma,
quantomeno sul piano delle similitudini formali, non è possibile rilevare una
certa contiguità tra questa visione ideale e l'impianto classista della riforma
giuslavorista varata dai ministeri Schmitt-Mansfeld il 20 gennaio 1934 nel
quadro più o meno emergenziale della nuova economia di guerra? Inoltre, se è
vero che il dottor Angelico aveva sentenziato «Bonum commune melius est et
divinius bono unius», non è altrettanto vero che Hitler e i suoi scherani
inneggiavano nei discorsi ufficiali e negli scritti programmatici al primato del
bene comune sull'interesse privato («Gemeinnutz vor Eigennutz!»)?
Sebbene sia ancora troppo presto per lanciarsi in categoriche asserzioni
positive, alla luce di queste osservazioni si è comunque tentati di stabilire un
paio di conclusioni. In primo luogo, dal punto di vista metodologico (come amava
insegnare Edward Hallett Carr), colui che vuol spiegare la storia in tutta la
sua complessità materiale deve non solo introdurre una gerarchia tra diverse
cause in inter-relazione, ma anche rivivere interiormente ciò che avvenne nelle
menti delle sue dramatis personae, ascoltando prima di giudicare. Ma nel nostro
caso specifico questo può significare una cosa soltanto: abbandonare quell'ottica
forzatamente laicizzante che da decenni ormai ci impedisce di discutere in
maniera adeguata questioni le cui radici affondano anche in un humus palesemente
storico-religioso e teologico.
Oltre le versioni ufficiali
In secondo luogo, premesso che in effetti sarebbe rischioso «anche solo supporre
un atteggiamento univoco o unitario di tutta la Chiesa cattolica o di tutta la
Curia romana nei confronti del nazionalsocialismo» (Hubert Wolf), e che certo vi
è una differenza sostanziale tra la fase della Machtergreifung (30 gennaio 1933)
e quella successiva - inaugurata il 30 giugno 1934 con la liquidazione del
fronte conservativo: la cosidetta «notte dei lunghi coltelli» - viene da
chiedersi se alla fine dei conti non sia ingenuo accettare la versione ufficiale
dei fatti e credere che la «grande conciliazione» (Günter Lewy) dischiusa alle
relazioni tra stato e chiesa cattolica in Germania dalla storica conferenza di
Fulda (30 maggio-1 giugno 1933), con l'abolizione del divieto episcopale di
adesione alla Nsdap ad esempio, sia stato il semplice risultato di una serie di
circostanze accidentali e di eventi contingenti. Non è forse arrischiato ridurre
il concordato, siglato con il Reich nel luglio '33, al provvidenziale strumento
giuridico intessuto dall'astuta diplomazia pacelliana per attuare una
improbabile opposizione al regime oppure per salvare il salvabile ed evitare il
collasso letale - e niente più? Smettiamo di fare apologia, da una parte e
dall'altra, e affrontiamo la realtà.
Molto probabilmente, nella misura in cui il nuovo Stato totale avesse conformato
anche solo in via preliminare la propria politica interna a un modello rigido di
tipo etico e organicista, lasciando intravedere la restaurazione, da operarsi
anche manu militari, della Weltanschauung dell'Ordine naturale, il ripristino
dell'Ordine della Creazione, la Chiesa avrebbe sostenuto senza troppo
tergiversare e anzi con viva sollecitudine l'opera del Führer. E del resto, dato
quel passato, dato quel presente, data quella mentalità, data quella sensibilità
morale, non è verosimile pensare che, quantomeno a livello gerarchico e
organizzativo, difficilmente sarebbe potuto accadere altrimenti?