Fosco Giannini sul dibattito a sinistra

 

In queste ultime settimane un lungo articolo  di Fausto Bertinotti e due importanti  interviste a Franco Giordano hanno posto con forza la questione della trasformazione del Prc in un “nuovo soggetto politico”, in un nuovo partito di sinistra.

 

 Dico subito di essere profondamente contrario a tale ipotesi e che contro essa, assieme a tante e tanti altri,  mi batterò con tutte le mie forze, come già feci contro lo scioglimento del Pci e contro la svolta della “Bolognina”.

 

Perché ? Perché tale ipotesi evoca chiaramente un percorso di superamento dell’autonomia comunista, di cancellazione del progetto di rifondazione comunista. 

 

A sinistra il quadro generale è in sommovimento: la nascita del Partito democratico, attraverso la cancellazione dei Ds, spingerà con ogni probabilità la sinistra di Mussi e Salvi a cercare una propria autonomia. Ed è da qui che prende corpo l’ ipotesi Giordano-Bertinotti: il Prc va oltre il proprio progetto di Sinistra europea per tentare, appunto con la sinistra Ds in libera uscita e con i socialisti residui di Boselli  la costruzione di un “nuovo soggetto politico”, attraverso una sorta di rifondazione socialista.

 

Il passaggio evoca una serie di importanti questioni. Primo: dopo la caduta dell’Urss e del “campo socialista” uscì un libro di grande fortuna, una sorta di manifesto capitalista, dal titolo “La fine della Storia”, di Fukujama, nel quale si asseriva che il capitalismo aveva vinto per sempre e che la storia, appunto, era finita, come finita era l’illusione del superamento del capitalismo e della costruzione del socialismo. Poco più di un quindicennio è bastato a svelare la natura idealista di quel libro e di quel sogno capitalista: tutta l’America Latina è attraversata da una imponente pulsione rivoluzionaria e antimperialista e Hugo Chavez  dichiara apertamente la trasformazione socialista del Venezuela. Nel continente africano non solo si consolida il cambiamento epocale del Sud Africa, che segna positivamente di sé l’intera Africa australe, ma nel centro del continente grandissime lotte di popolo, di operai e contadini, attaccano il potere colonialista che ancora, come due secoli fa, schiavizza gli africani. Nell’ Eurasia assistiamo alla costituzione – attraverso protocolli di intesa economici, politici e militari -  di un polo dalle dimensioni titaniche ( Cina, Russia, India) che può  rappresentare un “contrappeso” straordinario al potere Usa.

 

Tutto ciò va cambiando il quadro internazionale e apre nuove possibilità alle lotte di liberazione dei popoli e alle ragioni del socialismo e del comunismo.

 

Seconda questione: nonostante il grande cambiamento dell’ultimo quindicennio la fase è tuttavia ancora segnata da due essenziali, quanto drammatici, fattori: il progetto di “guerra infinita e permanente”, teorizzato e messo in pratica su tutti i fronti del mondo dagli Usa e dalla Nato, e da una durissima competizione economica mondiale fra poli imperialisti volta a conquistare i mercati attraverso un disegno di abbattimento del costo delle merci che passa esclusivamente attraverso l’abbattimento dei salari, dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale di ogni paese.

 

Tali contraddizioni sono acutamente presenti in Italia, dove la politica estera e di difesa  ( anche con il governo Prodi) assume i caratteri interventisti e di guerra dettati dagli Usa e dove cresce sia l’area della miseria di massa ( circa 12 milioni di persone) che il livello di sfruttamento ( i salari sono tra i più bassi d’Europa) mentre l’intera sinistra si va modificando in senso governista, abbandonando sempre più spesso a sé il movimento operaio e il movimento per la pace.

 

E’ in questo duplice contesto ( da una parte la possibilità di una profonda trasformazione sociale, messaggio che viene da un intero mondo che si sta liberando e d’altra parte la guerra permanente e il duro sfruttamento sui lavoratori e sulle lavoratrici) che prende sempre più corpo e senso - non, dunque, per pure  ragioni ideologiche-  la necessità sociale del partito comunista.

 

Ma per rafforzarsi e rilanciarsi, un partito comunista ha bisogno di una propria autonomia: politica, culturale, organizzativa, economica. Ha bisogno di autonomia anche perché deve fare i conti teorici con la storia stessa del movimento comunista ( storia grande e gloriosa, ma anche segnata da ombre ed errori che vanno decodificati per non essere ripetuti) e soprattutto per costruirsi, nella ricerca politica e teorica, come forza moderna, all’altezza dei tempi e dello scontro di classe.

 

E’ per questa serie di ragioni che passare oggi da un progetto di rifondazione comunista ad un progetto essenzialmente socialdemocratico ( o vagamente di sinistra) significherebbe togliere alla classe operaia italiana, all’intero mondo del lavoro, al movimento per la pace e alle speranze dei giovani il punto di riferimento più avanzato e denso di futuro: il partito comunista con la sua spinta alla trasformazione sociale.

 

Ma questa cancellazione le comuniste e i comunisti non la permetteranno.