Finanziaria - Giordano: una manovra forte è quella che tutela i deboli

(da Liberazione 8/9/06)

 

Attenti a Franco Giordano. Il passaggio di testimone alla guida di Rifondazione comunista è ancora recente; pesante l’eredità di Fausto Bertinotti; complicato e delicato il passaggio storico-politico; ma lui ha grandi progetti, ancorché impegnativi. Vuole “pensare in grande”, promuovere una “innovazione teorica” del partito e persino cambiarne il “modello organizzativo”. E nel frattempo far durare il governo mantenendo ben ferma la barra dell’autonomia e senza farsi sussumere “dalla dimensione di governo e da quella istituzionale”. Scusate se è poco. Nell’immediato, si avvicina la fase critica del voto sulla Finanziaria: un passaggio decisivo (per il governo e per il partito) non solo perché riguarda la vita materiale delle persone, ma anche perché c’è una grande aspettativa da non mandare delusa. “Sento - risponde se gli si chiede come va - che si sta determinando una fortissima unità e solidarietà. Stiamo dentro una campagna che determinerà l’identità sociale del governo".

 

E come si gioca questa partita?

Questa partita non può essere giocata solo sul terreno delle relazioni politiche, ma deve poter essere vinta con un’iniziativa sociale diffusa. Che il partito si appresta a costruire, a cominciare dalla manifestazione del 23 settembre che avrà dentro tre grandi questioni: la campagna sulla finanziaria, il grande tema della pace e la sinistra europea. Resta che il passaggio più difficile è continuare a mentenere la barra dell’autonomia e dell’iniziativa sociale, dell’investimento sull’ipotesi di trasformazione generale della società. Mantenere aperta la strada dell’alternativa di società. Questo è il passaggio che io trovo più impegnativo, ma anche più esaltante.

 

A proposito di “Riaffondazione”, tu hai l’ingrato compito di “tenere” il partito (e possibilmente farlo crescere) e contemporaneamente non far cadere il governo...

Comincio col dire che noi investiamo sulla durata di questo governo. Ma la durata di questo governo è strettamente connessa con la sua identità sociale.
 

 

Non proprio quello che dice Fassino.

Con il decreto Bersani noi abbiamo cominciato a combattere l’evasione e l’elusione fiscale. E’ la prima volta che succede nella storia di questo paese in maniera così significativa. Abbiamo colpito alcune rendite di posizione e alcuni privilegi. Abbiamo difeso la proprietà e la gestione pubblica dell’acqua, come da tanti anni ci chiedeva il movimento. Abbiamo costruito anche una nuova politica estera che ha cominciato a porre le premesse per rompere lo schema unilaterale e violento della guerra preventiva di Bush e per mettere al centro il tema della Palestina nella delicata questione mediorientale. Ora però è giunto il momento di ricostruire un’identità sociale. Nessuno disconosce il bisogno di avviare una politica di risanamento. Ma il problema è: chi paga? Noi riteniamo che a pagare debbano essere quei soggetti che si sono fortemente avvantaggiati della politica economica del governo Berlusconi. In questo c’è una dimensione alternativa della nostra politica.

 

Ma, dice Fassino, se la manovra è debole, anche il governo lo sarà.

Sono di un altro avviso. Anch’io penso ad una manovra forte. Ma una manovra forte è quella che pone una chiara e netta inversione di tendenza rispetto a una situazione come quella attuale. In Italia ci sono 2.350.000 imprenditori; di questi, due milioni dichiarano di guadagnare da 0 a 40mila euro all’anno; trecentomila imprese dichiarano un reddito negativo. In Italia ci sono circa 900mila professionisti; di questi più di 500 mila dichiarano da 0 a 40mila euro annui. Possibile che il nostro paese abbia gli imprenditori e i professionisti più poveri al mondo? E’ questa l’anomalia. Non basta. Guardiamo le pensioni. In Italia ci sono circa 14 milioni di pensionati Inps; di questi 7 milioni stanno sotto i 350 euro al mese; altri tre milioni stanno sotto i 550; altri tre milioni attorno ai mille. Si vuole davvero risparmiare in questo campo? E anche quando Fassino dice, giustamente, che bisogna aumentare le pensioni basse, io ovviamente sono d’accordo; ma perché mettere in contrapposizione queste pensioni basse con coloro che hanno maturato il diritto a lasciare il lavoro? Aumentare l’età pensionabile si può fare solo su base volontaria e senza alcun meccanismo di disincentivo.

 

Il capitolo delle pensioni è, appunto, un capitolo del sistema sociale. Non sarebbe il caso di parlarne tenendo conto di tutti i fattori che incidono sulla spesa?

Infatti. Se si dice che non ci sono i soldi per pagare le pensioni, bisogna chiedersi perché. La risposta è: perché si riduce la platea degli occupati. E la platea degli occupati si riduce perché si è dilatata la precarietà, si è dilatato il lavoro atipico e la disoccupazione continua ad essere significativa. Bisogna allora allargare la platea degli occupati, bonificare la precarietà, disincentivare il lavoro atipico per rimettere in equilibrio i conti. I quali starebbero in equilibrio se separassimo la previdenza dall’assistenza. Questa sarebbe una riforma strutturale. Quello che non si può fare è dire che è “aberrante” andare in pensione a 58 anni senza tenere conto di realtà lavorative come quella dell’operaio edile, dell’infermiere, di certe categorie impiegatizie eccetera. Insomma, bisogna evitare di fare la media del pollo.

 

Sulla Finanziaria continua il braccio di ferro sulla cifra. E’ una questione davvero centrale?

Io non voglio avere alcun atteggiamento ideologico. L’entità della manovra non è la sacra Bibbia. Noi non condividiamo i parametri di Maastricht; nonostante questo non poniamo oggi questo tema. Ma poiché abbiamo stime sulla crescita più positive; poiché abbiamo entrate tributarie migliori (e a tutela dell’immagine di questo governo, dico che le entrate sono migliori perché la gente sa bene che questo non sarà il governo dei condoni e quindi c’è maggiore timore ad evadere); ebbene, in virtù di questi dati, perché non possiamo abbassare l’entità della manovra, anche tenendo conto del grande capitolo di interventi che possiamo mettere in campo (nella rendita finanziaria, nelle aliquote proposte da Tremonti)?

 

Alcuni esponenti della maggioranza si mostrano convinti che una politica di rigore faccia bene all’economia, ma il passato sembra dargli torto o no?

Infatti c’è un equivoco. La sinistra moderata pensa che una politica restrittiva e rigorosa risollevi le sorti dell’economia. Io non lo credo. Un paese che ha pensionati come quelli che ricordavo prima, che ha livelli retributivi tra i più bassi d’Europa, che soffre di un carovita che è ancora molto alto, un paese così non riuscirà mai a trovare un rilancio diverso e selettivo della dinamica dei consumi perché il potere contrattuale si è fortemente ridimensionato. Temo che una politica di questo tipo alla fine sia una politica che anziché alimentare i segnali di inversione di tendenza dell’economia, li deprimerà. E’ ora di fare un bilancio del governo delle destre. Su cosa hanno investito in questi cinque anni? Su bassi salari, bassi livelli formativi e precarietà. Questo per scommettere, nello scenario globale, sulla competitività di prezzo dei nostri prodotti. Il bilancio di questa politica è il disastro sociale e anche un avvio di declino produttivo del nostro paese. Noi al contrario dobbiamo investire su retribuzioni decorose, bonifica di tutte le forme di precarietà, fuoriuscita dalla logica del costo del lavoro e sull’innovazione, la ricerca, la formazione. Insomma investire sulla qualità della produzione.

 

Tutto questo potrebbe contribuire a redistribuire quella ricchezza, che secondo lo stesso “Corriere della sera”, in 30 anni è stata drenata a favore del capitale?
 

Già, la rivincita del capitale sul lavoro. Noi dobbiamo mettere in moto una redistribuzione del reddito all’incontrario.

 

Che margini di manovra ha Rifondazione per ottenere questo capovoglimento?

La chiave, ribadisco, di questa partita complessa e delicata è l’iniziativa sociale nel territorio e la costruzione partecipata della nostra politica economica. Noi dobbiamo avere il consenso delle organizzazioni dei lavoratori. Non si può fare una manovra contro i sindacati. Questo è il governo contro l’evasione, contro la rendita finanziaria, contro alcune categorie che si sono ribellate al decreto Bersani rispetto a rendite di posizione e a certi privilegi. Altrimenti qual è la base sociale di questo governo? Il suo futuro dipende dalla relazione con le organizzazioni sindacali. L’unione materiale sta con questa nostra richiesta sociale di fondo; è la maggioranza del paese, di quelli che ci hanno dato il loro consenso; è questa la nostra forza.

 

Ma il partito Rifondazione è attrezzato per fare questo grande lavoro sul territorio?

Noi siamo collocati bene sul terreno della opposizione politica, ma questo non basta. All’intero partito chiediamo una scatto ulteriore e a questo serve anche la manifestazione del 23; a questo serve la costruzione di un soggetto politico nuovo come il partito della Sinistra europea. A Bari si è svolto il convegno di Sbilanciamoci al quale hanno partecipato i nostri ministri e sottosegretari e in cui è emersa una idea di politica economica alternativa; quella è la nostra forza. Dobbiamo cioè essere in grado di costruire una trama di relazioni; anzi dobbiamo avere un’ambizione alta, consapevoli che siamo interpreti di bisogni maggioritari nel paese.

 

Ma non è che la vicenda del rifinanziamento della missione in Afghanistan abbia in qualche modo fiaccato l’entusiasmo del partito e creato una ferita che rischia di approfondirsi ora con la discussione sulla finanziaria?

Dico che la vicenda della politica estera, e quindi anche quella dell’Afghanistan, testimonia della fondatezza della nostra linea. Abbiamo costruito un compromesso sull’Afghanistan (e adesso ritorniamo a chiedere il ritiro della missione in forza di una maggiore credibilità), siamo impegnati in una nuova politica in medioriente e abbiamo ritirato le truppe dall’Iraq. Credo che questi risultati possano darci forza anche per costruire una trama di relazioni politiche e sociali e per essere credibili nell’intero arco della politica economica. E dobbiamo avere la forza anche per prospettare una politica unitaria interna al movimento pacifista.

 

Eppure nemmeno la vicenda del Libano è stata indolore.

A me interessa di più ricostruire un profilo unitario dentro questo arcipelago pacifista piuttosto che inseguire chi ha scientemente scelto la strada dell’opposizione al governo Prodi. Il confronto con chi esprime delle critiche deve essere permanente e serrato e magari ricomposto nel tentativo di rimettere al centro, per esempio, il tema di una nuova politica di pace nel Medioriente. Insomma, la politica sta facendo la sua parte, ma è indispensabile per la costruzione della pace l’apporto decisivo e determinante del protagonismo popolare e della scelta culturale della nonviolenza. In altre parole, va ricostruita una sintonia nelle reciproche sfere di autonomia; non siamo presi dalla sindrome del governo amico. Dobbiamo ottenere dei risultati. Per esempio: c’è da modificare radicalmente la legge 30, ed è un obiettivo che per noi rimane. Ma il governo ha la possibilità di mettersi in sintonia con l’esigenza di stabilizzazione dei precari nel settore pubblico? Persone, come gli insegnanti, che mantengono in piedi importanti servizi. Noi chiediamo al governo di stabilizzare questi precari e di farlo in questa legge finanziaria. Tutto ciò ha un costo relativo, perché se non fosse per l’attività di questi lavoratori, molti servizi sociali non sarebbero garantiti. Si vuole risparmiare? Noi siamo pronti. Vogliamo parlare delle convenzioni esterne con i privati della sanità che sono oltretutto il volano di relazioni clientelari? O del grande calderone della spesa farmaceutica?

 

Prima del Libano, c’è stato il precedente non incoraggiante della Somalia. Perché questa volta le cose dovrebbero andare bene?

Sono consapevole dei rischi legati alla missione e preoccupano anche me. Ma proprio per questa ragione non si può affidare solo alla missione militare la costruzione della pace in Medioriente. Senza retorica, il lavoro svolto da persone come Angelo Frammartino è insostituibile. Il mondo intero è sulla soglia dello scontro di civiltà. Spetta a noi rovesciare la logica, per esempio, che soggiace all’intreccio perverso guerra-terrorismo, che si autoalimenta e distrugge e desertifica le forme di partecipazione. C’è anche un lavoro culturale complesso da fare che è quello di costruire ponti di comunicazione, di destrutturare le categorie e persino di rovesciare la logica della multiculturalità a favore dell’interculturalità, dello scambio.

 

Come si inserisce in questo discorso il percorso della Sinistra europea?

La Sinistra europea deve fondare la propria cultura sull’idea di non violenza e, appunto, di interculturalità. Il 24 si dà avvio alla fase costitutiva con un percorso che segnerà le tappe verso un congresso costitutivo entro il 2007. Il Prc si impegnerà in questo percorso con una conferenza-organizzazione. Ma quale Rifondazione entra nella Sinistra europea? Non può essere solo un passaggio burocratico. Bisogna quindi procedere nel processo di innovazione teorica di Rifondazione comunista. Il che significa saper indagare di più la coppia uguaglianza-libertà.

 

Puoi spiegare?

Entrambi i termini vanno ripensati, ma quello che soprattutto si deve fare è tenerli insieme. Storicamente noi abbiamo investito nel secolo scorso solo sul terreno dell’uguaglianza e quel terreno si è sublimato, nella dimensione statuale, in forme autoritarie e in un vero e proprio fallimento. Quindi sia la libertà in senso borghese sia l’uguaglianza così come si è inverata nei paesi del socialismo reale vanno sottoposti a critica, per trovare una nuova costruzione teorica di superamento della società capitalistica. Insomma un rinnovamento teorico che non serve per rigettare qualcosa ma per rifondare una nuova idea di comunismo.

 

Torniamo alle questioni “italiane”. La Rai. Non è un dibattito stucchevole quello sulle nomine, mentre non si parla mai di qualità?

E’ vero. Rapidamente. La legge sul conflitto di interessi va fatta. Non per vendette di sorta, ma per un criterio che sta anche scritto nella nostra Costituzione: la separazione tra interessi politici e interessi economici. Sulla tv pubblica, è vero che lo scontro è determinato solo ed esclusivamente dalle logiche di quanto pesano i singoli partiti. Va bene il pluralismo - le destre hanno occupato - ma no allo spoil system, perché significa avere un atteggiamento omologo a quello delle destre. Vanno valorizzate le professionalità, l’autonomia dell’azienda. E c’è una grande operazione da fare ed è culturale. Mi piacerebbe che fossero presenti non millimetricamente i singoli partiti ma le culture critiche della società italiana. Non ho mai visto nell’azienda pubblica l’inchiesta su quanto guadagnano gli italiani o su come vivono gli operai. E’ invisibile la questione sociale. Insomma dobbiamo capire che cos’è, fino in fondo, la missione produttiva di questa grande azienda culturale. Ci dobbiamo almeno provare.

 

A proposito di guerra di civiltà, questa è stata l’estate degli “stupri etnici”. Qual è la tua opinione?

E’ certamente non uno scontro etnico ma uno scontro tra maschi e femmine. E’ la reazione maschile ad una nuova soggettività femminile, reazione dettata dalla paura: di non essere più al centro degli sguardi femminili, di perdere il controllo e il dominio sui corpi delle donne. C’è un’unica strada: che gli uomini riconoscano la propria parzialità, che l’universo maschile ridiscuta se stesso e i propri confini. Questo è uno dei temi decisivi anche sul terreno dell’innovazione teorica di Rifondazione di cui parlavo prima.

 

Credi che il partito sia permeabile a questa innovazione?

Sono animato da una grande passione anche perché la sfida è difficile ma esaltante. Temo la fissità perché ci fa smarrire la via che abbiamo intrapreso; quel percorso su cui investe una parte di società che è di gran lunga superiore alle forze reali di Rifondazione. E’ questa l’ambizione che dobbiamo avere. O c’è adesso un salto di qualità o non c’è. (Romina Velchi)