Finanziaria. Giordano: O noi o le avventure di Confindustria
di Gabriele Polo
Franco Giordano avverte Prodi: “Se continua a dare ascolto a Montezemolo il Prc
non può più starci. La nostra presenza nel governo è servita a limitare i danni
e ad ottenere qualcosa, la Finanziaria è meglio del Dpef. Ma adesso la 'fase
due' vogliamo dettarla noi. Il principale fattore di instabilità per il governo:
è il Partito democratico. Un'avventura centrista sarebbe deflagrante per i Ds e
anche per la Margherita. Adesso chiediamo risorse certe per scuola, università,
pubblico impiego e abolizione dei ticket".
“Questa è una brutta botta”. L'intervista a Franco Giordano è appena finita,
quando arriva la notizia della bocciatura parlamentare del decreto che avrebbe
dovuto bloccare gli sfratti. Il governo è andato sotto al senato e il segretario
di Rifondazione comunista incassa il colpo proprio su un tema che sta a cuore al
suo partito. Notizia negativa in sé, ma anche per il quadro politico in cui si
inserisce. Il governo fibrilla sulla Finanziaria, all'orizzonte si riaffaccia
prepotentemente, sulle ali dell'asse Confindustria-Corriere della Sera, il
fantasma centrista. E Rifondazione rischia grosso, perché ha giocato tutto sul
binomio Prodi-piazza: stare nel governo per dare una svolta istituzionale
all'era liberista-berlusconiana e, contemporaneamente, stare nei “movimenti” per
premere sul Palazzo. Ma nonostante le cattive notizie e un quadro politico
preoccupante, Giordano è convinto di non essere stato messo all'angolo. Anzi.
Rifondazione è sotto tiro: Confindustria chiede che il governo tagli i ponti a
sinistra e nell'Unione sono in molti ad ascoltarla. Eppure, paradossalmente,
siete stati più che comprensivi per la Finanziaria, che non è propriamente un
proclama dei Soviet e che alle imprese “qualcosina” ha dato. Come spieghi questa
situazione?
Perché dal passaggio dal Dpef alla Finanziaria un ruolo noi lo abbiamo svolto,
contenendo i danni e ottenendo cose visibili. Anche se non tutto ciò che
vorremmo. L'attacco di Confindustria punta ad aprire una linea di credito per
gli appuntamenti successivi: la partita sulle pensioni che è nel loro interesse
diretto per i fondi pensione, e quella sulla cosiddetta competitività dove
chiedono la flessibilità degli orari, cioè più precarietà del lavoro.
Sull'annunciata nuova riforma delle pensioni che farete?
Saremo netti. Nel programma dell'Unione c'è scritto che non bisognerebbe più
parlare di riforma delle pensioni. Di qui una promessa: se qualcuno pensa di
chiedere un aumento generalizzato dell'età pensionabile diremo no. Come siamo
contrari all'abbassamento dei coefficienti che servono a determinare i
rendimenti delle pensioni. Al contrario, bisognerebbe partire dall'aumento dei
minimi, visto che la metà delle pensioni Inps sono di 337 euro.
Se questo è il merito, è chiaro che su di esso c'è un gioco politico che tende a
escludervi. Non è che mentre nel '98 ve ne siete andati voi dal governo, oggi vi
cacceranno?
Mi sembra che una prospettiva centrista sia un po' avventurista, difficile
pensare che sia realizzabile, sarebbe deflagrante, soprattutto per Ds e anche
per la Margherita. Ciò che è assurdo è il fatto che per la prima volta nella
storia la Confindustria presenti una proposta politica chiara, centrata sul
punto di vista dell'impresa, chiedendone una traduzione istituzionale. Questo è
uno scenario avventuristico e ancora immaturo, ma viene usato come frusta per
condizionare le politiche sociali, mettendo da parte il programma dell'Unione.
Per difenderci serve una ripresa della conflittualità sociale: l'appuntamento
del 4 novembre contro la precarietà è decisivo nel merito ma anche per il quadro
politico e per far valere al suo interno le richieste del movimento. In questo
caso quello contro la precarietà.
Eppure i partiti sembrano più attenti ai loro riassetti, dal Partito democratico
a ciò che accade anche a casa vostra, con la Sinistra europea. Non è che questo
autismo sociale e la centralità politicista finiranno per far implodere un
governo sostenuto da una coalizione così eterogenea?
Il principale fattore di instabilità per il governo è la costituzione del
Partito democratico, perché la sua natura è oggetto di tensione permanente.
Quell'ipotesi trascina con sé un modello americano di società che riduce la
soggettività politica delle organizzazioni sociali - in primo luogo i sindacati
- cosa che costituisce la peculiarità del caso italiano. Un'operazione di questo
tipo - che schiaccia l'ipotesi del Pd sul governo - rompe lo schema che ha
costruito l'Unione e il suo programma. E la prima a soffrirne sarebbe proprio la
base sociale, culturale e politica dei Ds. Il discorso non vale per la Sinistra
europea perché la sua costruzione non è schiacciata sulla pratica del governo.
Anzi, ne è completamente autonoma.
Ma per riprendere il programma dell'Unione che sta alla base della vostra
presenza nel governo, che intendete fare da subito? Qual è la vostra fase due,
dalla Finanziaria in poi?
Mettere in discussione la logica del cuneo fiscale, che a noi non piace nel
merito, premere per ottenere più fondi per la scuola e l'università, risorse
certe per il contratto del pubblico impiego, abolire i ticket, stabilizzare il
lavoro precario. Se invece si continua a dare ascolto alla Confindustria, noi
non possiamo più starci. Semmai ridistribuiamo il reddito facendo sì che,
attraverso nuove aliquote fiscali i lavoratori dipendenti sotto i 45mila euro ci
guadagnino qualcosa.
E sull'Afghanistan, l'altro nodo del dopo Finanziaria?
Sul piano internazionale questo governo ha offerto alcuni segni di discontinuità
con quello precedente, a partire dalla missione in Libano. Bisogna tirarne le
fila puntando a dare uno stato ai palestinesi e trainando l'Europa su questo
obiettivo. Per quanto riguarda l'Afghanistan, dove c'è una guerra, dobbiamo
ritirare le truppe. So che le opinioni nel governo sono diverse e allora non
voglio porre la questione in termini di principio, ma pragmaticamente: restiamo
in Afghanistan con la cooperazione civile, sorretta da maggiori risorse
economiche e ritiriamo le truppe che servono solo a partecipare a una guerra.
Torniamo alla politica interna. Sembri più preoccupato per le pressioni di
Confindustria nel merito che per la loro traduzione in una nuova maggioranza,
come se il neocentrismo fosse molto lontano. Sbaglio?
No, non sbagli. Mi preoccupa la pressione esterna perché temo che in assenza di
un programma moderato, qualcuno - la Confindustria in economia e la Chiesa sui
diritti civili - lo fornisca dall'esterno ai moderati della coalizione. Perché
da sole le forze neocentriste oggi non ce la fanno e sono sempre alla ricerca di
forme di legittimazione.
Veniamo a Rifondazione: stando al governo rischiate di pagare dei costi. Vedi
segnali di scollamento nel partito e di consenso nell'elettorato?
A me sembra che la nostra presenza nel governo sia servita, insisto, a limitare
i danni possibili, a partire da ciò che sarebbe stato il Dpef tradotto pari pari
in Finanziaria. Ora per noi si tratta di dare un profilo e un'identità sociale a
questo governo e i primi mesi del prossimo anno saranno decisivi. Questa è la
nostra sfida, ma non ci faremo mettere nell'angolo né dalla sindrome del
“governo amico”, né da quella del “governo nemico”. Per noi il governo è un
mezzo, non un fine. Dopodiché stiamo tentando una rivoluzione culturale per dar
vita a una nuova forma della politica, a partire dal radicamento nel territorio
e dalle pratiche concrete della sinistra di alternativa. E' l'opposto, anche nel
metodo, di come si sta costruendo il Partito democratico.
Ma dentro questa costruzione, cosa significa partito comunista, pur rifondato?
La centralità della conquista del potere è stata superata, l'accento va sulle
trasformazioni sociali, l'anticapitalismo ne deve essere l'asse. Il grande
valore dell'uguaglianza va integrato con il tema della differenza e non va mai
disgiunto dal valore della libertà, dalla liberazione dagli asservimenti. Ci
diciamo comunisti a partire dalla critica dell'esperienza del socialismo reale e
nella verifica della trasformazione anticapitalista.
Più facile farlo dall'opposizione che dal governo...
Cerchiamo di fuoriuscire dall'ossessione del governo, che ci si stia dentro o
fuori